ANNO 1936

Una documentazione sulla campagna di stampa organizzata dal fascismo per indurre gli italiani a "credere" con entusiasmo alla guerra coloniale scatenata nel 1935 contro il Paese africano

LE CANZONI DEL REGIME


SALUTATE E ANDATE
IN ABISSINIA

di ERMANNO TANCREDI

"Il 2 ottobre 1935 l'Italia dichiarò guerra all'Etiopia, o, come si diceva in quegli anni, all'Abissinia". 

Con questa frase strettamente cronachistica si apre una pubblicazione di grande interesse per quanti vogliono conoscere e approfondire la propria conoscenza della politica coloniale italiana durante il fascismo: si tratta del catalogo di una mostra che ha avuto luogo a Milano nel 1998. 
Il titolo di questa pubblicazione è Ti saluto e vado in Abissinia, il sottotitolo Propaganda, consenso, vita quotidiana, attraverso la stampa periodica, le pubblicazioni e i documenti della Biblioteca Nazionale Braidense. (ricordiamo che il titolo è ripreso da una delle canzoni create per l'occasione dai parolieri politici del regime: ndr). 

Caratterizzato da interventi che a informazioni dettagliate affiancano profonde analisi, il catalogo è un'ampia panoramica sugli strumenti che il fascismo utilizzò per suscitare consenso e partecipazione popolare intorno a un'avventura quantomeno controversa. Come spiega nel suo intervento Angelo Del Boca - storico tra i maggiori d'Europa, esperto in Storia delle Colonie - "... l'attenzione non è tanto rivolta alla campagna militare e alle reazioni del mondo all'aggressione fascista ad uno Stato libero e sovrano, quanto alla macchina propagandistica impiegata dal regime per mobilitare gli italiani, renderli partecipi e complici dell'impresa, convincerli della legittimità, della bontà e della fatalità della spedizione africana". 

Una profonda disamina, quindi, delle tecniche di comunicazione di massa - materia più che attuale - nel periodo di acme della popolarità del duce: come spiega sempre Del Boca, "...mai, nella storia del "ventennio", si è registrato una così totale adesione alle direttive del regime, una così cieca obbedienza alle parole d'ordine pronunciate da Mussolini. Per quasi due anni - continua del Boca -, dalla primavera del 1935 all'autunno del 1936, gli italiani dimenticano di vivere in uno Stato di polizia, di essere irreggimentati a forza nelle varie organizzazioni del Partito nazionale fascista (Pnf). Dimenticano le incursioni delle squadracce fasciste, la marcia su Roma, l'assassinio di Matteotti. Dimenticano tutto pur di non rompere l'incantesimo creato dalla promessa del duce che anche l'Italia avrà il suo impero, il suo "posto al sole"".
Lo storico ricorda come il sogno di ripercorrere i fasti di un impero caduto millecinquecento anni prima si sia trasformata in un'allucinazione collettiva, che non risparmiò nemmeno personalità quali Elio Vittorini, Romano Bilenchi, Vasco Pratolini. E aggiunge: "Inutilmente, dall'estero, dove hanno trovato rifugio, antifascisti come Luigi Longo, Carlo Rosselli, Ruggero Grieco, Pietro Nenni, cercano di aprire gli occhi agli italiani, smitizzando l'impresa africana evidenziandone gli aspetti perversi e antistorici".
Dei loro appelli, (...) non arrivano, complice la polizia, che echi lontanissimi".

Tra gli strumenti - esposti alla mostra e riportati nel libro - che convinsero gli italiani della legittimità e della sicurezza dell'impresa vi sono libri, giornali, quotidiani, vignette umoristiche, testi di canzoni. Insomma, tutto quanto potesse apparire su supporto cartaceo, corroborato - giova ricordarlo - dalla potenza della radio. Un vero e proprio bombardamento mediatico, testimonianza della promessa di "un'esaltante avventura - scrive Del Boca - in un paese ricco di terre fertilissime e di minerali preziosi. E soprattutto promettono un'avventura facile, con pochi rischi, e con esiti sicuri, inebrianti". Consenso totale, quindi; ma anche delusione totale. "L'Impero consacrato sui "colli fatali di Roma" non durò che cinque anni - conclude lo storico-. Non appagò la sete di terre dei contadini italiani nullatenenti. Non fruttò ricchezze, come era stato promesso, ma soltanto lutti e sofferenze". 

L'avventura africana, voluta dal fascismo e sostenuta dal popolo italiano, ebbe il costo astronomico di 40 miliardi di lire dell'epoca". Rossana Bossaglia, all'epoca bambina di cinque anni, ricorda un'Italia insofferente alle bacchettate della Società delle Nazioni, in particolare di quei membri - Francia e Inghilterra - che hanno colonie in ogni angolo del pianeta e che impediscono al Paese di avere altrettanto. E rammenta le espressioni di quell'autarchia che divenne un comandamento: "La diffusione del "raion", per esempio, come tessuto sostitutivo della seta e del cotone, era guardata con simpatia, e le vignette che la sollecitavano, per lo più condotte con mano spiritosa ed elegante, erano in sintonia con una generale disponibilità psicologica". Il richiamo alle vignette porta automaticamente a considerare il ruolo giocato in quegli anni dai professionisti del disegno, che sfruttano l'occasione per dare un tocco di modernità alla propria opera, in particolare con le immagini destinate a manifesti e riviste.

Scrive Rossana Bossaglia: "La lezione futurista (...) utilizzava la semplificazione plastica e compositiva propria dei grandi artisti usciti dall'esperienza del movimento novecentista: primo tra tutti il grande Sironi". Ma non solo: erano presenti Marcello Dudovich e Walter Molino, quando si trattava di raggiungere un pubblico avvezzo alle tematiche e alle forme del liberty e dell'art déco; il mitico Achille Beltrame, con le copertine de La Domenica del Corriere quando era necessario sensibilizzare le masse. "La propaganda aveva (...) come speciale forza la possibilità di usare un linguaggio moderno di grande vitalità; gli artisti venivano stimolati dai contenuti a escogitare moduli vivaci e comunicativi. Di qui, e nell'atmosfera psicologica di cui dicevo in esordio, una generale intonazione ottimistica e persino festosa che si sarebbe presto spezzata sugli spalti di una realtà dai toni ben diversi". La Braidense non poteva non avere un occhio di riguardo per la sua città, Milano; anche alla luce del fatto che proprio nel capoluogo lombardo, nel marzo 1919, nacque il fascismo. Ma come sottolinea Ivano Granata, autore dell'intervento al riguardo, "le elezioni politiche dell'aprile 1924 dimostrarono ampiamente la debolezza del fascismo milanese. Pur vincitrice, la "Lista nazionale", comprendente i fascisti e i liberali "fiancheggiatori", conseguì, di fronte a una media nazionale del 66,3%, solamente il 38, 44% dei voti validi".

Col tempo, l'orientamento mutò, e anche Milano cedette all'entusiasmo generale che suscitava nel Paese la guerra d'Etiopia. "Va tuttavia - continua Granata - rilevato che (...), pur essendovi nell'insieme un consenso ampio alla politica del governo, non mancarono da parte della cittadinanza riserve e rilievi critici (...), in particolare da parte degli intellettuali e degli industriali, a ulteriore riprova di una
precaria compattezza del consenso fascista anche in quegli ambienti dove maggiormente avrebbe dovuto essersi sviluppato". 

Una volta cessate le ostilità e conquistata "l'Africa orientale", i principali quotidiani d'Italia - oltre alle ovvie lodi alla potenza militare fascista - evidenziarono un altro risultato di grande importanza: la capacità del regime nell'aver saputo unire intorno ad un'idea un popolo tradizionalmente "anarchico" qual è quello italiano. Lo scrisse - manco a dirlo - il Popolo d'Italia, giornale del duce; ma lo scrisse anche un'istituzione qual il Corriere della Sera, che soffermò la propria attenzione anche sui rapporti tra l'elemento femminile e la guerra: "Essa (la donna, ndr) vi ha partecipato con tutto il proprio ardore: non solo come madre, come sposa, come sorella dei nostri prodi combattenti, ma anche come guardiana del focolare domestico, come regolatrice di tanta parte dell'economia nazionale".

L'apoteosi a Milano si raggiunse il 9 e il 10 maggio del 1936, rispettivamente in occasione della proclamazione dell'Impero e di un solenne Te Deum di ringraziamento: le cronache del tempo narrano di "... dimostrazioni della grande anima ambrosiana, tutta impeti e ardori, magnifica di slancio patriottico e di gagliarda fierezza", e di un Duomo "colmo di folla", frutto di una "partecipazione libera e spontanea". Il consenso, come abbiamo già detto, fu nazionale. Ed è facile capire perché: come si legge nelle pagine curate da Mirella Mingardo, "Il 25 giugno 1935 il Sottosegretariato per la stampa e la propaganda, diretto da Galeazzo Ciano, veniva trasformato in Ministero, giungendo a centralizzare tutta la politica culturale del paese: dai libri all'informazione, dal turismo allo spettacolo". Insomma, non si parlava d'altro. 

Ma vien fatto di pensare che fosse normale, soprattutto dopo aver letto l'impressionante serie di cifre sui mezzi di informazione riportata da Angelo Del Boca: "530 mila radio private, (...) 11 mila apparecchi posti nelle scuole e nelle sedi di organizzazione del regime, (...) 81 quotidiani, (...) 132 periodici politici, i cinegiornali e i documentari dell'Istituto Luce". In più, un esercito di 164 giornalisti, di cui 120 volontari tra i quali due personalità quali il direttore del Corriere della Sera Aldo Borelli e il suo collega del Messaggero Francesco Malgeri. Questo il compito dei cronisti, riportato dalla Mingardo: "...tratteggiare un quadro ideale dell'impresa (...), mettere in risalto la gratitudine delle popolazioni indigene affrancate dal dispotismo scioano, glorificare il soldato-contadino che alterna l'uso del fucile a quello della vanga".

L'appoggio alla guerra venne anche da ambienti cattolici: alla prudenza di Pio XI - e alla soffocata opposizione di don Sturzo - si contrappose la totale adesione dei fondatori dell'Università Cattolica di Milano, padre Agostino Gemelli, Vico Necchi e Francesco Olgiati; del cardinal Schuster; dell'Azione Cattolica. Cessate le ostilità, si verificò una felice produzione di quelli che oggi vengono chiamati "istant-book", cioè i libri che riportano la dettagliata cronaca di avvenimenti appena accaduti, scritti dai protagonisti degli stessi avvenimenti. 

Così i "militari" Emilio De Bono, Pietro Badoglio, Rodolfo Graziani appesero il fucile e impugnarono la penna, affidandole le loro personali cronache. Nel catalogo si ricorda l'enorme successo dell'opera di Badoglio, La guerra d'Etiopia, stampato in ottantamila copie nel corso di cinque edizioni. Interessantissima testimonianza di quel che fu agli occhi degli italiani quella guerra sono le 207 lettere indirizzate a Roberto Farinacci, custodite dalla Biblioteca. Inviategli da amici, cittadini, autorità locali, non costituiscono un documento rilevante a fini storico-politici, ma riflettono "un aspetto non secondario della vicenda: quello del sostegno popolare. (...) In particolare ci consentono di delineare meglio la figura di Farinacci, quale personaggio di rilievo del fascismo di provincia, nonché di ricostruire un segmento di storia del costume". Non potendo soffermarci su ogni singolo aspetto di questa corrispondenza, ci limitiamo a segnalare come - complice una stampa che faceva "apparire questa nostra epopea del west come un set cinematografico, dove sì, si muore e si uccide davvero, ma anche dove tutto si trasforma in spettacolo" - Farinacci fosse continuamente richiesto di inviare fotografie autografate, con uno sfondo di "colore locale" o dei "campi di gloria".

Va da sé che il ras di Cremona non ci pensò due volte e sfruttò questa occasione per "incrementare la compagine dei simpatizzanti". La pubblicazione si chiude, com'è giusto, con le testimonianze degli esponenti dell'antifascismo comunista, socialista e di Giustizia e Libertà. Concordi nella condanna dell'azione italiana in Abissinia, tuttavia gli oppositori non trovarono intese sul programma d'azione da contrapporre al regime: "Socialisti e comunisti - si legge nel libro - prediligevano l'attività in campo internazionale, i giellisti consideravano l'avventura africana un affare interno la cui risoluzione incombeva ai soli italiani".

Il catalogo si sofferma quindi su un congresso internazionale di forze di sinistra tenutosi a Bruxelles il 12 dicembre 1935, dal quale emersero proposte di richiesta di sanzioni, da inoltrare agli organismi internazionali competenti (richieste che incontrarono l'opposizione dei bordighiani, convinti che altre sanzioni non avrebbero che rafforzato il consenso attorno al regime). Val la pena di ricordare - per concludere - che agli inizi del '36, essendo l'esito della guerra ancora incerto, organi quali l'Avanti! e il Nuovo Avanti annunciarono un'imminente caduta del fascismo e il prossimo rientro degli esiliati in Italia. Fu, purtroppo, un eccesso di entusiasmo.

di ERMANNO TANCREDI

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Ti saluto e vado in Abissinia, a cura di Patrizia Caccia e Mirella Mingardo
Viennepierre edizioni, - Milano 1998

Ringraziamo per l'articolo
Gianola, il direttore di Storia in Network

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LE CANZONI DEL FASCISMO e DELL'IMPERO


Faccetta nera, - Bell'abissina - Aspetta e spera
Che già l'ora si avvicina!


Giovinezza, giovinezza - primavera di bellezza - della vita nell'aprezza
il tuo canto squilla e va. Per Benito Mussolini - Eja, eja, alalà!

Ce ne fu per tutti, per i papà, le mamme, le fidanzate, gli amici,

La guerra coloniale 1935-36 fece larghissimo uso delle canzoni composte appositamente. Canzone italiane e perfino napoletane, come quelle di Libero Bovio e di A. E. Mario e di tanti altri.
Del primo ricordiamo "All'erta, Italia" ("All'erta, all'erta, Italia - o' Duce accus' vo' - e tutta quanta Italia - risponne: all'erta sto!");
il secondo a Napoli Piedigrotta, nel 1935, presentò "Serenata a Sellassiè" ("Tu ch'hè ditto, Sellassiè? - Ca pe' fforza vuò fa' 'o Rre? - Ma ch'hè 'a fa' ! - Passa llà ! - Lloco non può sta'"),
oltre che autore di "Inno d'Africa" ("Non vana conquista - di terre e di genti - per dare un Impero ai gaudenti: - l'Italia brama infranger le catene, - non brama scudisciar le adunche menti").

(Ricordiamo qui, che A.E. Mario era già l'autore della canzone patriottica "La Leggenda del Piave").

IL PERIODO - Falliti tutti i tentativi per un accomodamento pacifico della vertenza italo-etiopica, Mussolini nel '35, passa all'azione, radunando il 2 ottobre 1935 a squilli di tromba gli italiani nelle piazze di tutta Italia per ascoltare alla radio il suo discorso che annuncia l'inizio delle ostilità in Etiopia.
"Venti milioni di italiani sono in questo momento raccolti nelle piazze di tutta Italia. E' la più gigantesca dimostrazione che la storia del genere umano ricordi".

Il giorno 3 ottobre le truppe italiane in Eritrea iniziavano l'invasione dell'Etiopia.

Con tempestività il maestro Ruccione si fa interprete dell'euforico clima, lo travasa nelle strofe di una canzonetta, e così la grande avventura africana ha un inizio pure corale con "Faccetta Nera", che conobbe subito una vastissima popolarità.

 

FACCETTA NERA

Se tu dall'altipiano guardi il mare,
Moretta che sei schiava fra gli schiavi,
Vedrai come in un sogno tante navi
E un tricolore sventolar per te.

Faccetta nera,
Bell'abissina
Aspetta e spera
Che già l'ora si avvicina!
quando saremo
Insieme a te,
noi ti daremo
Un'altra legge è un altro Re.

La legge nostra è schiavitù d'amore,
il nostro motto è "Libertà e Dovere",
vendicheremo noi camice nere
Gli eroi caduti liberando te!

Faccetta nera,
Bell'abissina
Aspetta e spera
Che già l'ora si avvicina!
quando saremo
Insieme a te,
noi ti daremo
Un'altra legge è un altro Re.

Faccetta nera, piccola abissina,
ti porteremo a Roma, liberata.
Dal sole nostro tu sarai baciata,
Sarai in Camicia Nera pure tu.

Faccetta nera,
Sarai Romana
La tua bandiera
sarà sol quella italiana!
Noi marceremo
Insieme a te
E sfileremo avanti al DUCE
E avanti al Re!

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Molte canzoni prendevano l'avvio dai bastimenti in partenza per l'Africa, con i volontari che si contavano a decine di migliaia. Partivano i mutilati, partivano gli italiani all'estero, partivano i gerarchi, partiva "armato di una sola obbedienza e di una sola volontà" Guglielmo Marconi, e... (scappando di casa) "partivano" anche i ragazzi balilla. Questi presero festosamente sul serio la guerra d'Etiopia. Nelle aule delle scuole, ma anche a casa, ognuno ebbe alla parete la sua carta geografica e le bandierine delle truppe che avanzavano verso il "Paese delle banane", cantando rivolti ai soldati "Portateci le banane - mogadisciane". Scuole e ragazzi (ma anche i "Figli della Lupa") fecero poi accanite gare (durante le sanzioni) per la raccolta del ferro da offrire alla Patria; raccolte del tutto disinteressate, oppure intese a ottenere con un chilo di rottami, il premio che consisteva l'ingresso in un cinema.

E c'era pure la canzone dei volontari

IL CANTO DEI VOLONTARI

Quando la bella mia m'ha salutato
coi tre colori della mia bandiera
un grande fazzoletto ha ricamato
da metter sulla mia camicia nera.
Speranza, fede, amore mi stanno sopra il petto
accanto al mio moschetto che strada mi farà.

Ritornello: Bel morettin
se il tricolor ti piace
la libertà e la pace
l'Italia bella ti darà.
Bel morettin
solleva la tua mano
saluta da romano
noi ti portiam la civiltà.

Quando la bella mi ha salutato;
ha colto tante rose neò girdino
m'ha fatto un grande fascio profumato
perché òe porti in dono all'abissino.
Le rose io te le porto, son belle ed ottobrine
ma se vorrai le spine, le spine io ti darò.

Ritornello: Bel Morettin........

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TI SALUTO VADO IN ABISSINIA

Si formano le schiere e i battaglion
e van marciando verso la stazion,
hannno lasciato il loro paesello
cantando al vento un gaio ritornello.
Il treno parte: ad ogni finestrin
ripete allegramente il soldatin.

Io ti saluto: vado in Abissinia
cara Virginia, ma tornerò.
Appena giunto nell'accampamento
del Reggimento ti scriverò.
Ti manderò dall'Africa un bel fior
che nasce sotto il ciel dell'Equator.
Io ti saluto: vado in Abissinia
cara Virginia, ma tornerò.

Col giovane soldato tutto ardor
c'è chi sul petto ha i segni del valor,
ma vanno insieme pieni di gaiezza
cantando gl'inni della giovinezza.
E il vecchio fante che non può partir
rimpiange in cuore di non poter dir:

Io ti saluto: vado in Abissinia
cara Virginia, ma tornerò.
Appena giunto nell'accampamento
del Reggimento ti scriverò.
Ti manderò dall'Africa un bel fior
che nasce sotto il ciel dell'Equator.
Io ti saluto: vado in Abissinia
cara Virginia, ma tornerò.
Dall'Alpi al mare fino all'Equator
innalzeremo ovunque il tricolor...
Io ti saluto vado in Abissinia,
cara Virginia, ma tornerò.
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LA SAGRA DI GIARABUB

Inchiodata sul palmeto regna immobile la luna
a cavallo della duna sta l'antico minareto,
squilli, macchine e bandiere,
son di sangue e di tribù,
che succede cammelliere?
E' la sagra di Giarabub!

"Colonnello, non voglio pane:
dammi piombo pel mio moschetto:
c'è la terra del mio sacchetto
che per oggi mi basterà.
Colonnello, non voglio l'acqua:
dammi il fuoco distruggitore:
con il sangue di questo cuore
la mia sete si spegnerà.
Colonnello, non voglio il cambio:
qui nessuno ritorna indietro:
non si cede neppure un metro
se la morte non passerà!"

Spunta già l'erba novella dove il sangue scese a rivi...
Quei fantasmi in sentinella sono morti o sono vivi?
E chi parla a noi vicino? Cammelliere non sei tu?
-In ginocchio pellegrino: son le voci di Giarabub!

"Colonnello, non voglio pane:
dammi piombo pel mio moschetto:
c'è la terra del mio sacchetto
che per oggi mi basterà.
Colonnello, non voglio l'acqua:
dammi il fuoco distruggitore:
con il sangue di questo cuore
la mia sete si spegnerà.
Colonnello, non voglio encomi:
sono morto per la mia terra...
Ma la fine dell'Inghilterra
incomincia a Giarabub!"

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LA MARCIA DELLE LEGIONI

Roma rivendica l'impero
l'ora dell'Aquile sonò.
Squilli di tromba salutano il vol
dal Campidoglio al Quirinal!

Terra ti vogliamo dominar.
Mare ti vogliamo navigar.
Il Littorio ritorna segnal
di forza, di civiltà!

Sette colli nel ciel,
sette glorie nel sol!
Dei Cesari il genio e il fato
rivivono nel Duce
liberator!

Sotto fasci d'allor,
nella luce del dì,
con mille bandiere passa
il popolo d'Italia
trionfator!

Di Roma, o sol,
mai possa tu
rimirar
più fulgida città.

O sole, o sol,
possa tu sempre baciar
sulla fronte invitta
i figli dell'Urbe immortal!
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Se il compositore Ruccione fu tempestivo con "Faccetta nera", il compositore Olivieri stupì. La sua Adua venne cantata il giorno stesso della liberazione della città avvenuta alle ore 10 del 6 ottobre 1935. Cioè 4 giorni dopo l'inizio dell'invasione dell'Eritrea.
Il giorno 7 in Italia fu il vero giorno della commozione plebiscitaria. Il fatto si riallacciava ad antiche ma non dimenticate emozioni. A quel primo marzo del 1896, e a quel vallone dell'Amba Alagi dove si erano immolati 4.000 italiani e il generale Barattieri, combattendo contro le armate di Menelik. E morti allora erano stati i primi sogni crispiani di grandezza dell'Italietta di fine secolo. Quasi quarant'anni dopo Adua "era vendicata", come si scriveva, o meglio "Adua liberata" come diceva la canzone di Olivieri.

La guerra pigliò agli occhi del popolo i colori d'una guerra di riparazione, faceva propri i motivi cari già all'Italia prefascista, perché Adua era un nome di immediato effetto sui cuori, come il Piave o il Monte Grappa.
Molti storici affermano che quel giorno, molto di più del successivo 9 maggio 1936 ( proclamazione dell'Impero) quella data segnò l'apogeo della dittatura mussoliniana, ma anche del consenso al fascismo mussoliniano; cioè vide farsi unanime il sentimento degli italiani.
Fu il giorno - lo abbiamo già scritto - in cui anche i dubbiosi, i diffidenti, coloro i quali mai si erano immischiati di politica, i pavidi e gli ignavi entrarono spontaneamente (se volete per quel giorno soltanto) a far parte della folla acclamante nelle piazze. Perfino gli antifascisti non di primissima schiera (l'antifascismo militante, fieramente irriducibile in ogni circostanza, è escluso da questo discorso) lasciarono da parte risentimenti e ripicche per abbandonarsi alla commozione comune.

Perfino i cronisti impazzirono quel giorno. Il
Corriere della Sera, nel dare il resoconto scriveva:
"Le campane suonano a gloria. E le sirene accendono ululati nel cielo".

ADUA

Passa la vittoria
Svavillante in un bagliore
Nel cielo d'oro.
Mille artigli adunchi
Si protendono ad ghermire...
Non può sfuggire.
Ecco: gli italiani già
Hanno preso la città...
... belli, nel maschio viso,
in un sorriso
voglion cantare.

Adua è liberata:
E' ritornata a noi;
Adua è conquistata
risorgono gli eroi.
Va' vittoria va' ...
tutto il mondo sa:
Adua è vendicata
gridiamo ALALA'!

Rullano i tamburi;
Cessa il fuoco del cannon;
Quanta emozione!
S'alza tra le lacrime
Di gioia e di passion
Una vision:
Sono i martiri che un dì
Questa terra ricoprì
Ombre color di sangue
Nel sol che langue
Cantan così:

Adua è liberata:
E' ritornata a noi;
Adua è conquistata
risorgono gli eroi.
Va' vittoria va' ...
tutto il mondo sa:
Adua è vendicata
gridiamo ALALA'!
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FISCHIA IL SASSO

Fischia il sasso il nome squilla
del ragazzo di Portoria
e l'intrepido Balilla
sta gigante nella storia.

Era il mozzo del mortaio
che nel fango sprofondò
ma il ragazzo fu d'acciaio
e la madre liberò.

Fiero l'occhio svelto il passo
chiaro il grido del valore.
Ai nemici in fronte il sasso
agli amici tutto il cuor.

Fiero l'occhio, svelto il passo
chiaro il grido del valore.
Ai nemici in fronte il sasso
agli amici tutto il cuor.

Sono baldi aquilotti
come sardi tamburini
come siculi picciotti
o gli eroi garibaldini.

Vibra l'anima nel petto
sitibondo di virtù
Dell'Italia il gagliardetto
e nei fremiti sei tu.

Fiero l'occhio, svelto il passo
chiaro il grido del valore.
Ai nemici in fronte il sasso
agli amici tutto il cuor.

Fiero l'occhio, svelto il passo
chiaro il grido del valore.
Ai nemici in fronte il sasso
agli amici tutto il cuor.
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VINCERE!

Temprata da mille passioni
la voce d'Italia squillò!
"Centurie, coorti, legioni,
in piedi che l'ora suono"!
Avanti gioventù!
Ogni vincolo, ogni ostacolo superiamo,
spezziam la schiavitù
che ci soffoca prigionieri del nostro Mar!

Vincere! Vincere! Vincere!
E vinceremo in terra, in ciel, in mare.
E' la parola d'ordine
d'una suprema volontà
Vincere! Vincere! Vincere!
Ad ogni costo nessun ci fermerà!
I cuori esultano
son pronti ad obbedir
son pronti lo giurano
e vincere o morir!

Elmetto, pugnale, moschetto,
a passo romano si va!
La fiamma che brucia nel petto
ci spriona ci guida si va!
Avanti! Si oserà l'inosabile,
l'impossibile non esiste!
La nostra volontà è invincibile,
mai nessun ci piegherà!

Vincere! Vincere! Vincere!
E vinceremo in terra, in cielo, in mare!
E' la parola d'ordine
d'una suprema volontà
Vincere! Vincere! Vincere!
Ad ogni costo, nessun ci fermerà!
I cuori esultano,
son pronti a obbedir,
son pronti lo giurano:
o vincere o morir!
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Ritrovato dopo "quindici secoli" l'Impero, oltre che fare le grandi parate,
l'Italia canora celebrò anche questo evento con una canzone

INNO A ROMA

Roma divina, a te sul Campidoglio
dove eterno verdeggi al sacro alloro
a Te nostra fortezza e nostro orgoglio
ascende il coro

Salve Dea Roma! Ti sfavilla in fronte
il Sol che nasce sulla nuova storia;
fulgida in arme, all'ultimo orizzonte
sta la Vittoria.

Sole che sorgi libero e giocondo
sul colle nostro i tuoi cavalli doma
tu non vedrai nessuna cosa al mondo
maggior di Roma.

Per tutto il cielo è un volo di bandiere
e la pace del mondo oggi è latina:
il tricolore canta sul cantiere,
su l'officina.
Madre che doni ai popoli la legge
eterna e pura come il Sol che nasce,
benedici l'aratro antico e il gregge
folto che pasce!

Sole che sorgi libero e giocondo
sul colle nostro i tuoi cavalli doma;
tu non vedrai nessuna cosa al mondo
maggior di Roma.

Benedici il riposo e la fatica
che si rinnova per virtù d'amore,
la giovinezza florida e l'antica
età che muore.

Madre di uomini e di lanosi armenti,
d'opere schiette e di penose scuole,
tornano alle tue case i reggimenti
e sorge il sole.

Sole che sorgi libero e giocondo
sul colle nostro i tuoi cavalli doma;
tu non vedrai nessuna cosa al mondo
maggior di Roma.
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INNO DEI GIOVANI FASCISTI

Fuoco di Vesta che fuor del Tempio irrompe,
con ali e fiamme la Giovinezza va.
Fiaccole ardenti sull'are e sulle tombe,
noi siamo le speranze della nuova età.

Duce, Duce, chi non saprà morir?
Il giuramento chi mai rinneghrà?
Snuda la spada! Quando Tu lo vuoi,
gagliardetti al vento, tutti verremo a Te!
Armi e bandiere degli antichi eroi,
per l'Italia, o Duce, fa balenar al sol!

Va, la vita va,
con sè ci porta, ci promette l'avvenir.
Una maschia gioventù
con romana volontà
combatterà.

Verrà, quel dì verrà
che la Gran Madre degli Eroi ci chiamerà.
Per il Duce, o Patria, per il Re!
A Noi! Ti darem
Gloria e Impero in oltremar!
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BATTAGLIONE "M"

Battaglioni del Duce, battaglioni
della morte, creati per la vita:
a primavera s'apre la partita,
i continenti fanno fiamme e fior.
Per vincere ci vogliono i leoni
di Mussolini armati di valor.

Battaglioni della morte
Battaglioni della vita,
rincomincia la partita,
senza odio non c'è amor.

Emme rossa - uguale sorte,
fiocco nero allo squadrista,
noi la morte l'abbiam vista
con due bombe e in bocca un fior.

Contro l'oro c'è il sangue - e fa la storia,
contro i ghetti profumano i giardini,
sul mondo batte il cuor di Mussolini:
a Marizai il buon seme germogliò.
Nel clima di battaglia e di Vittoria
la fiamma nera a ottobre divampò.

Contro Giuda, contro l'oro
sarà il sangue a far la storia,
ti daremo la Vittoria,
Duce, o l'ultimo respir.

Battaglioni del lavoro
Battaglioni della fede,
vince sempre chi più crede,
chi più a lungo sa patir.
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CARO PAPA'

Caro papà,
ti scrivo e la mia mano,
quasi mi trema, lo comprendi tu?
Son tanti giorni che mi sei lontano
e dove vivi non lo dici più!
Le lacrime che bagnano il mio viso
son lacrime d'orgoglio, credi a me,
ti vedo che dischiudi un bel sorriso,
e il tuo Balilla stringi in braccio a te!
Anch'io combatto, anch'io fò la mia Guerra
con fede, con onore e disciplina,
desidero che frutti la mia terra
e curo l'orticello ogni mattina:
"l'oticello di guerra"!...
E prego Iddio
che vegli su di te, babbuccio mio!

Caro papà,
da ogni tua parola,
sprigiona un Credo che non si scorda più!
Fiamma d'amor di Patria che consola,
come ad amarla m'insegnasti tu!
Così da te le cose che ho imparato
le tengo chiuse, strette nel mio cuor...
Ed oggi come te sono un soldato,
credo il tuo Credo con lo stesso amor!
Anch'io combatto anch'io fò la mia guerra,
con fede, con onore e disciplina,
desidero che frutti la mia terra
e curo l'orticello ogni mattina:
"l'orticello di guerra"
E prego Iddio
che vegli su di te, babbuccio mio!
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FIAMME NERE

Mamma non piangere, c'è l'avanzata,
tuo figlio è forte, su in alto il cuor!
Asciuga il pianto, mia fidanzata,
che nell'assalto, si vince o si muor!

Avanti Ardito!
Le Fiamme Nere,
Son come il simbolo
fra le tue schiere;
Scavalca i ponti,
divora il piano,
pugnal fra i denti
le bombe a mano...

L'Ardito è bello, l'Ardito è forte!
Ama le donne, beve il buon vin;
per le sue fiamme color di morte
trema il nemico quando è vicin!

Avanti Ardito!
Le Fiamme Nere,
Son come il simbolo
fra le tue schiere;
Scavalca i ponti,
divora il piano,
pugnal fra i denti
le bombe a mano!
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CIAO BIONDINA

L'alba spunta già
e se devi andar
per le vie del mondo
non tardar.
Ogni studentin
gaio soldatin
lascia i libri
e l'università.

Ciao biondina
ci rivedremo
un bel giorno
ci incontreremo
da lontan
quando resterò
solo col mio cuor
ti penserò
sognerò
di baciar ancor
la tua treccia d'or.
Addio biondina.

Ciao biondina
è giunta l'ora.
Ciao biondina
un bacio ancora
con ardor
il goliarda va
senza mai esitar
combatterà
ciao mio caro amor
presto torno vincitor.

Sfila il battaglion
rombano i motor
sempre in alto
i cuori e il tricolor.
Vincere o morir
questo è l'avvenir
della più gagliarda gioventù.
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Celebrata la proclamazione dell'Impero, l'Italia si dispose a festeggiare i reduci,
non solo organizzando accoglienze trionfali, ma anche celebrandoli con una canzone di F. Pellegrino: "Ritorna il legionario".

IL RITORNO DEL LEGIONARIO

Mamma, ritorno ancor nella casetta
sulla montagna che mi fu natale,
son pien di gloria, amata mia vecchietta,
ho combattuto in Africa Orientale,
asciuga il dolce pianto;
ripeti al mondo intero,
che il figlio tuo sincero
ha vinto e canta ancor.

(ritornello)
Italia va
con la tua giovinezza,
per la maggior grandezza
il DUCE sempre a vegliar sarà.
Veglierà il Re,
glòoriosa Patria bella;
tu sei la viva stella
che luce al mondo ridonerà.

Caro "Balilla" t'ho portato un fiore
che io raccolsi in mezzo alla battaglia,
il suo profumo aspira con amore
se crepitasse a nuovo la mitraglia.
Bagnato e tutt'intorno
nel sangue d'un guerriero
che per crear l'impero
si spegneva il sol.

(ritornello)
Italia, va'.........
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GIOVINEZZA

Allorchè dalla trincera
suona l'ora di battaglia,
sempre è prima Fiamma Nera
che terribile si scaglia
col pugnale nella mano
con la fede dentro il cuore:
essa avanza, va lontano
pien di gloria e di valor.

Giovinezza, giovinezza
primavera di bellezza
della vita nell'aprezza
il tuo canto squilla e va.
Per Benito Mussolini
Eja, eja, alalà!

Col pugnale e colla bomba
nella vita del terrore
quando l'obice rimbomba
non mi trema in petto il cuore.
La mia splendida bandiera
e' d'un unico colore,
e' una fiamma tutta nera
che divampa in ogni cuor.

Giovinezza, giovinezza,
primavera di bellezza,
della vita nell'asprezza
il tuo canto squilla e va!
Per Benito Mussolini
Eja, eja, alalà!

Del pugnale al fiero lampo
della bomba al gran fragore,
tutti avanti, tutti al campo:
qui si vince oppur si muore!
Sono giovane e son forte,
non mi trema in petto il core:
sorridendo vo alla morte
pria d'andar al disonor!

Giovinezza, giovinezza,
primavera di bellezza,
della vita nell'asprezza
il tuo canto squilla e va!
Per Benito Mussolini
Eja, eja, alalà!

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Quest'altra canzone (ch'ebbe una certa notorietà) mise invece in grande imbarazzo due volte gli italiani: quando l'alleato Hitler nel '39 si alleò con i Russi (Mussolini rimase impietrito "ma come, è una vita che mi batto contro i bolscevici, e quello lì va' ad allearsi con quelli"). E quando poi Hitler invase la Russia. Dentro l'esercito italiano (del Csir, poi dell'Armir) che marciò con i tedeschi verso la Russia, non erano certo assenti soldati di idee comuniste, ma che però, poi, dai "compagni" russi, furono sconfitti e attaccati ripetutamente nella tragica ritirata. Se sviliti erano gli uomini del regime partiti con tanto entusiasmo e con due canzoni "Abbiam cambiato un giorno in bombe il manganello perciò faremo a pezzi la falce e il martello", oppure l'altra ancora più ottimistica con il ritornello che diceva: "Aspetta mia biondina, vado, vinco e torno", ancora più sviliti erano i sostenitori della sinistra, che non volevano la guerra, ma che consumarono la loro tragedia proprio in territorio bolscevico.
Anzi da Mosca a incitare i russi contro non solo i tedeschi ma anche contro gli italiani, chiamati tutti nazi-fascisti
, troviamo un italiano: Palmiro Togliatti.

Quando
gli scampati raggiunsero l'Italia, gli uni come gli altri (dopo il 25 luglio seguito dall'8 settembre) non avevano neppure più amici in Patria; prendevano le distanze perfino i più stretti parenti, quegli stessi che quando erano partiti avevano fatto loro grandi feste o impartite benedizioni.
Molti si ritrovarono che non avevano più né casa, né famiglia, né una patria. Il Re, Messe, Badoglio, Cadorna e tanti altri, improvvisamente erano passati dall'altra parte della barricata; ed inoltre avevano le idee piuttosto confuse, oltre a non aver nessuna autorità e potere. Eppure volevano dagli italiani un altro giuramento, proprio loro accusati di spergiuro, di disonore, ricoperti di vergogna.

Dunque, dove andare, con chi, contro chi, e a far che cosa?


"Non credo di compiere un arbitrio stabilendo un parallelo di sentimenti e motivazioni etiche fra quelle unità che formarono il primo nucleo dell'esercito repubblicano, e quelle formazioni partigiane che sorsero dalla dissoluzione di quei reparti militari che non si arresero ai tedeschi e furono denominate "autonome", perché non riconducibili a un partito politico o a una precisa ideologia.....Scattò in alcuni un istintivo soprassalto di ribellione contro lo sfacelo, un sentimento di non accettazione della miseria morale in cui era sprofondato il paese, il bisogno di dissociarsi dalle viltà, le fughe, l'abbandono; che si manifestarono nel cercarsi fra coetanei, nell'impulso a unirsi, a fare gruppo" 
(C. Mazzantini, "I ballilla andarono a Salò", Marsilio, 1975)

Così, sia i primi che i secondi, ossia gli ex amici, gli ex commilitoni, gli ex compagni di tante sofferenze, tornati dai campi di battaglia (alcuni, quelli verdi del loro paese non li videro più, gli altri invece erano colpevoli di essere sopravvissuti) reciprocamente (ricevuto l'"ordine" del "mandriano" di turno) iniziarono a darsi la caccia in Italia.
Gli uni diventarono il bersaglio preferito dagli altri, come se fossero solo loro i responsabili del " disastro".

Così la guerra invece di infuriare in Russia, iniziò a infuriare in Italia.
Alcuni - come fece uno dei tanti, vedi qui la testimonianza di SANTE MUCCHIETTO
, fecero.... "l'uccel di bosco, così da vivere da bestia tra le bestie".

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Questa era la famosa canzone nell'andata .....

ALL'ARMI

All'armi! all'armi! All'armi o fascisti!
Terror dei comunisti.

Noi del Fascismo siamo i componenti,
la causa sosterrem fino alla morte,
e lotteremo sempre forte, forte
finchè terremo il nostro sangue in core.

Sempre inneggiando alla Patria nostra,
che tutti uniti difenderemo,
contro avversari e traditori
che ad uno ad uno sterminerem.

All'armi! All'armi! All'armi o Fascisti,
Terror dei comunisti.

Lo scopo tutti noi sappiamo
combatter con certezza di vittoria
e questo non sia mai sol per la gloria,
ma per giusta ragion di libertà.

I bolscevichi che combattiamo
noi saprem bene far dileguar
e al grido nostro quella canaglia
dovrà tremare, dovrà tremar.

All'armi! All'armi! All'armi o Fascisti,
Terror dei comunisti.

Vittoria in ogni parte porteremo
perchè il coraggio a noi non mancherà
e grideremo sempre forte, forte
e sosterrem la nostra causa santa.

In guardia amici, che in ogni evento
noi sempre pronti tutti saremo,
finchè la gloria di noi Fascisti
in tutta Italia trionferà.

All'armi! All'armi! All'armi o Fascisti,
Terror dei comunisti.

Del bolscevismo siam gli avversari
perchè non voglion Patria nè Famiglia,
perchè son rifiuti e fanghiglia
che disprezzando dobbiam scacciar.

Sempre gridando viva l'Italia
e abbasso tutti i suoi rinnegatori,
in alto, in alto i tricolor
che sarà sempre il nostro amor.

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Dato che ogni tanto, ricevo da alcuni intolleranti, dei "complimenti" come "sporco fascista",
desidero - come al solito, e spero di riuscirci - essere imparziale, e quindi ho inserito anche
i canti della resistenza e dei comunisti, cosicchè potrò prendermi in alternanza anche dello "sporco comunista".
Permetterò così ad entrambi di dar sfogo alle loro intolleranti acute intelligenze.

Io ho fatto "Storiologia" non per partito preso o per attribuire torti o ragioni,
ma l'ho fatto perchè io credo che sia giusto cercare di capire;
innanzitutto io, e se possibile anche i lettori.
(Franco - Che ha vissuto quegli anni, e si è preso sulla sua pelle, le intolleranze dei fascisti, dei tedeschi,
le bombe in casa degli inglesi, e le sventagliate delle mitragliatrici dagli aerei americani).

finiti i canti, finita l'avventura
in Italia si fanno i conti
e sono conti salati per quasi tutti gli italiani
Quelle spese di guerra
le stiamo pagando ancora oggi - Anno 2018

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