ANNO 1943

LA RESISTENZA
(qui, quand'erano tutti uniti)

SULL'ARGOMENTO OSPITIAMO DIVERSI INTERVENTI
(pluralistici)


* RESISTENZA FRA MITO E STORIA
* LA "SPONTANEA" RESISTENZA IN ABRUZZO
* LA RESISTENZA AL NORD
* RESISTENZA: DA CHE PARTE STARE?
* L'ITALIA PARTIGIANA (la mappa)
* LA RESISTENZA A VERONA
* LA RESISTENZA A FIRENZE

* UN'OMBRA CUPA SULLA RESISTENZA: PORZUS

* UNA “MEZZA VERITA” o UNA “MENZOGNA INTERA”- MARZABOTTO > >


RESISTENZA
FRA MITO E STORIA

Certo Evviva i Partigiani: la celebrazione della Resistenza è un momento alto della nostra democrazia ed è importante, opportuno, giusto ricordare la Resistenza celebrare i suoi ideali così come si è fatto per tanti anni per la celebrazione della Risorgimento. E’ necessario che un popolo abbia delle feste che celebrino gli ideali ai quali la nazione tutta e lo Stato possano riconoscersi.

Tuttavia come in tutte le celebrazioni la verità storica passa in seconda piano. Vogliamo in questa sede invece evidenziare la effettiva realtà storica di quel periodo  trasfigurato nei ricordi e nel suo assurgere a simbolo.

Io naturalmente per ragioni anagrafiche (sono del '36) non ho fatto in prima persona la Resistenza. Avevo 7-8 anni e mi trovai a vivere la Guerra in uno dei luoghi più critici d'Italia, dove Tedeschi occupanti e Angloamericani liberatori si scontrarono per ben 10 mesi.
Era Chieti (che in altre pagine vado a narrare >>>>>) città dove oltre che patire una situazione che si era creata, drammatica, sono anche uscito vivo da sotto le macerie della mia casa bombardata, ed anche vivo da un mitragliamento fatto a bassa quota.

Ma a scuola, nei libri, o nelle celebrazioni si leggono e si apprendono cose diverse: più precisamente i fatti sono gli stessi ma vengono presentati in modo distorto: una "mitizzazione", un agiografia della Resistenza ( e della stessa guerra) simile a quanto era avvenuto per il Risorgimento. Mentre in questo caso - la Resistenza - é un fatto di grande importanza civile e politico sociale.
Ovviamente per tutti quelli che hanno partecipato sanno perfettamente cosa accadde, perché hanno avuto una esperienza diretta di quegli avvenimenti. Anche se in certi casi é giustificato un certo ”revisionismo”.

Non credo nemmeno che si possa dire che tale revisionismo diminuiscono il valore della Resistenza, e cose del genere: un fatto può essere vero o falso ma non ha senso pensare che non si debba dire perchè avrebbe questo o quell'effetto negativo.

Nelle varie presentazioni celebrative della Resistenza si possono però capire questi punti essenziali:

1. i tedeschi avevano invaso l'italia
2. c'era stata una rivolta ( Resistenza e partigiani)
3. alla fine i partigiani avevano sconfitto i tedeschi
4.  restaurato libertà e democrazia

In realtà tutti questi punti se non proprio falsi sono comunque enunciati in modo tale da dare una idea diversa
Schematicamente vediamo la realtà, non opinioni, ma fatti scontati:

1) a invadere l'italia erano stati gli Americani. I tedeschi vi si trovavano come alleati, anzi furono chiamati dai nostri generali per contrastare l'invasione angloamericana a Sud. Un atteggiamento che in realtà gli alleati non lo avrebbero certo permesso ma i Tedeschi - come nostri alleati- non potevano certo lasciare l'Italia agli angloamericani. Li avremmo accusati di "tradimento".
E infatti nessuno propose una cosa del genere. Ma poi quando - vista la situazione critica - l'Italia fu lei stessa a rompere l'alleanza (e di nascosto fare un "Armistizio" che in effetti era una resa incondizionata, tutto questo fu interpretato per i tedeschi come un "tradimento" proprio mentre si trovavano sul suolo italiano per difenderci dagli invasori, come era nei patti. Quindi non poterono fare a meno di occuparla e disarmare quell'esercito che fino al giorno prima era loro alleato.

2) la lotta fu in effetti anche una guerra civile. Non tutti gli italiani furono contro i tedeschi: gli aderenti a Salò furono più numerosi dei partigiani, i bombardamenti alleati (sull'Italia del nord) fecero più morti della guerra partigiana. Diciamo realisticamente che la grande maggioranza della popolazione, stretta fra rastrellamenti tedeschi e bombardamenti americani, cercava di sopravvivere, era alla ricerca disperata di cibo e anelava soprattutto alla fine della guerra.

3) non furono i partigiani a sconfiggere i tedeschi ma le armate alleate: il contributo partigiano fu praticamente irrilevante sul piano militare e osteggiato dagli americani stessi. Quando si dice che i partigiani liberarono l'Italia del nord alla fine di aprile del 45 si dice una cosa verissima, ma detta così può dare adito a fraintendimenti: infatti si cerca di far capire che i partigiani avevano sconfitto i tedeschi.
In realtà la Germania era stata investita dall'est e dall'ovest da potentissime armate di milioni di uomini, colpita da bombardamenti devastanti. In quell'aprile ormai l'Italia era quasi tutta occupata, assolutamente e irrimediabilmente sconfitta: per questo i reparti tedeschi in Italia cercavano di fuggire per ritornar a casa. In questa situazione i partigiani allora occuparono le città dando nel contempo la possibilità ai tedeschi di ritirarsi e di mettersi in salvo.(Verso la fine, ci furono anche patti di resa).
Non avvenne come era avvenuto per esempio nel 1848 a Milano quando gli austriaci dovettero abbandonare la città sotto la pressione della rivolta popolare: i tedeschi si ritiravano perchè la guerra era persa non certamente perché messi in fuga dai partigiani.

4) Il problema più importante pero è se La Resistenza può considerarsi la matrice della nostra democrazia nella forma della Costituzione, se cioè siano stati realmente i partigiani a restaurare la libertà in Italia.

Occorre allora qui fare un discorso molto più ampio e articolato.

Innanzi tutto facciamo chiarezza linguistica: democrazia significa tante cose e le più diverse: quella pero che noi celebriamo il 25 aprile è quella parlamentare con pluralità di partiti e libertà di dissenso nella quale tutti i partiti possono governare se hanno la maggioranza dei voti degli elettori: un governo democratico quindi è semplicemente un governo eletto liberamente, di destra, centro o sinistra che sia e non si può dire che un governo eletto sia “più” democratico di un altro. Vi è però correntemente un altro significato di “democratico “ in uso soprattutto in alcune componenti della sinistra. Per “democratico” si intende un partito che faccia gli interessi dei lavoratori (popolo, proletariato, e quanto altro). Quindi alcuni partiti e alcuni governi sono considerati democratici o più democratici di altri: in termini semplici democratico diventa sinonimo “di sinistra” Non vogliamo discutere ora questa accezione che può essere anche valida; ci basti pero mettere in luce che essa non corrisponde a quello che il nostro ordinamento costituzionale prefigura.

Ma quale era il modello di democrazia diffuso fra i partigiani?

Parlare di antifascismo come un ideale unico non ha fondamento: in realtà vi era 1) opposizione democratica (borghese, liberale) e vi era 2) una comunista . (la prima perchè fino ai giorni precedenti quasi tutti erano stati palesemente dei fascisti - la seconda perché guardavano molto a Est dove secondo loro era un Paese dove si distribuiva latte e miele a profusione.

In tutto il mondo d'altra parte democrazie liberali e comunisti si unirono occasionalmente contro il nazismo per poi dividersi subito dopo nuovamente (guerra fredda).

La storia del 900 per 70 anni è stata dominata dallo scontro fra comunismo (proletariato, democrazia popolare, dittatura, come preferite) e capitalismo (borghesia, democrazia formale , parlamentare, libertà, libera iniziativa, come preferite).

ll fascismo era visto dai comunisti come una variante della democrazia liberale (borghese) . La teoria era che laddove la borghesia non riusciva a dominare i proletari con la "truffa" parlamentare ricorreva alle (comode) dittature fasciste. Non so se la teoria fosse esatta: tuttavia è indubbio che il fascismo fu favorito essenzialmente da tutti quelli che temevano la rivoluzione comunista ( borghesia, ricchi,latifondisti, conservatori, e anche la Chiesa stessa) : solo così si spiegano il successo di movimenti così consistenti e insulsi come il fascismo e il nazismo.

Ma non tutti i partigiani erano comunisti, è vero, ma i comunisti erano la parte non tanto più numerosa quanto la più decisa e la più organizzata. Gli angloamericani con le loro risorse di certo militarmente non li temeva, ma polticamente invece sì, perché gli accordi presi con i Russi a Yalta erano stati chiari, con le spartizioni da farsi a fine guerra,

I comunisti naturalmente aspiravano a un regime comunista: sarebbe stato ben strano il contrario. Quindi se avessero preso il potere i partigiani è presumibile che in Italia si sarebbe instaurato un regime comunista come avvenne in tutta l'Europa orientale dalla Polonia alla Romania all’Albania fra l’entusiastica approvazione dei comunisti italiani.

Mettiamoci nella prospettiva di un partigiano comunista ma un comunista del 1945 non un comunista di oggi anni 2000.

Il comunista era preso da un grande sogno che gli sembrava però reale, a portata di mano: un mondo libero, di uguali senza sfruttati e senza sfruttatori, pacifico e prospero. Egli credeva fermamente che questo mododi vivere si stava gia realizzando in Russia, che Stalin era la grande guida, che aveva la forza e la determinazione per schiacciare senza pietà traditori, provocatori spie che assediavano e si infiltravano da ogni dove con diabolica astuzia.

Per questo ideale il comunista era pronto a uccidere e a morire e far morire anche i suoi. Per questo lui combatteva i nazisti, l'ultima estrema espressione dell'oppressione borghese capitalistica (che con i nazisti con Mussolini si era anche alleata).
Ma quando dopo due anni di stenti e pericoli e sangue, nella primavera del 45 i tedeschi fuggivano e le città erano liberate i comunisti pensavano che il loro sogno si stava realizzando.
Ma poi fuggiti i Tedeschi, questi vedevano da ogni dove uscire i nuovi nemici del proletariato: dalle sagrestie uscivano gli agenti piu subdoli (nulla contro Dio ma i preti erano gli strumenti della borghesia, lo sapevano tutti), dal Vaticano saltava fuori i vari De Gasperi conservati in Vaticano per 20 anni, vedevano i fascisti che si riciclavano, che i podestà si improvvisavano sindaci democratici, i borghesi imboscati si davano aria di antifascisti e reclamavano non solo il potere ma anche tutti quei benefici che erano stati elargiti dal fascismo. Tutti questi erano pure sostenuti dalla potente America, caposaldo per definizione proprio del capitalismo.

Il partigiano comunista avrebbe spazzato tutti con una sventagliata di mitra, non capiva perchè non avrebbe dovuto farlo: però Togliatti che sapeva le cose perchè veniva da Mosca ed era il più vicino a Stalin, diceva che non si doveva usare le armi, che bisognava accettare il Concordato con i preti, che bisognava amnistiare i fascisti (e nel farlo con la sua amnistia, perdonò anche "certi" partgiani), e che la rivoluzione comunista era rimandata ad altri tempi e che ora invece bisognava accettare una costituzione borghese e liberale.
Del resto una lotta senza quartiere dei comunisti, avrebbe avuto le conseguenze che si erano già verificate in Grecia, dove Churchill con i "rossi" ci aveva riempito i cimiteri. ("i patti con Stalin a Yalta erano stati chiari nelle spartizioni dell'Europa "questo a me e quest'altro a te".

Il comunista che aveva fede nella guida del Partito, di Togliatti e di Stalin: depose le armi . Ma la il comunismo non venne: venne invece la democrazia cristiana, il predominio della chiesa, governi di centro e centro destra, il liberismo economico, e di nuovi il capitalismo. I cosiddetti "Padroni",

Ma la cosa più strana fu che si disse che tutto questo era il risultato della lotta partigiana, che i valori della democrazia borghese erano quelli dei partigiani.

Ma il comunista voleva il comunismo, non il capitalismo. Gli si disse che li avrebbe avuto in seguito ma più gli anni passavano più il comunismo si allontanava finchè pure il comunismo sparì: che tristezza. Si frantumarono in tante correnti, ma senza mai concludere nulla. Anzi alcuni per opportunismo si fece anche alleato dei capitalisti, dei banchieri, e degli stessi americani.

Quando noi diciamo che la nostra democrazia nasce dai Partigiani (in maggioranza comunisti) è come se dicessimo che i comunisti fondarono una democrazia parlamentare (da essi definita: borghese, capitalistica ) il che appare ben strano.

Bisogna anche bene intendere il fatto che Togliatti con la svolta di Salerno collaborò con gli altri partiti (borghesi secondo la definizione del tempo) e che bloccò anche lo scoppio di una rivoluzione comunista in occasione dell’attentato di un estremista contro la sua persona. Detto cosi sembrerebbe che Togliatti e il gruppo dirigente comunista non vollero usare la forza per impadronirsi del potere cosa che suonerebbe veramente strano visto che alcuni applaudivano entusiasticamente in Russia l’instaurazione del comunismo con la forza staliniana e senza alcuna legittimazione elettorale in tutti i paesi dell’est .

In realtà Togliatti semplicemente valutò che in Italia non sarebbe stato possibile la rivoluzione per il rapporto di forze. I detrattori di Togliatti dissero che egli ubbidiva semplicemente agli ordini di Stalin, i fautori invece che era una sua opportuna valutazione: in effetti una teoria poi non esclude l’altra ma certamente nessuno dirigente comunista avrebbe potuto dire ai partigiani comunisti o agli operai in rivolta dopo l’attentato a Togliatti che non avrebbero dovuto usare la forza solo perchè contrarie alle regole della democrazia borghese; sarebbero stata una impensabile follia, un tradiemnto verso la sinistra.

In realtà democrazie e libertà ( secondo la nostra costituzione) si sono affermate proprio perchè i Partigiani NON presero il potere. Esse poterono affermarsi in Italia perchè negli accordi fra Russi e Americani l'Italia restò nella sfera di influenza americana e non fu possibile ai comunisti (praticamente ai partigiani) di prendere il potere con le armi. (ovviamente qualcuno non lo avrebbe di certo permesso non certo con le parole ma proprio con le armi che disponevano.

Come abbiamo visto libertà e democrazia erano valori solo di una parte (minoritaria ) dei partigiani: dopo la guerra infatti essi furono accuratamente emarginati dai centri del potere perchè sospetti di essere democratici solo per motivi tattici.

In realtà furono le lezioni del '48 che sancirono con il voto popolare la formazione di una democrazia di carattere occidentale liberale e parlamentare. Anzi l’opposizione comunista che per oltre 30 anni non riuscì a distaccasi del tutto dal modello sovietico (del partito unico) finì con rendere la nostra una “democrazia imperfetta” e solo dopo il crollo del muro di Berlino e l’implosione del comunismo abbiamo effettivamente avuto la possibilità di una vera alternanza al governo.

Alcuni (Rifondazione e dintorni) ritengono che il fallimento del comunismo (reale) sia dovuto a gravi errori, a deviazioni, a circostanze varie e sostengono che le ragioni teoriche non siano venute meno: pensano allora che il comunismo si affermerà un giorno, magari fra qualche generazione. E' una rispettabilissima opinione, che potrebbe avere anche il suo fondamento.

Ma non bisogna dimenticare la mentalità del tempo della lotta partigiana: il comunismo stalianiamo appariva a tanti come la più grande conquista dell'umanità, lo stesso Stalin come il più grande uomo mai vissuto e i comunisti dicevano "adda venì Baffone": solo con il senno di poi abbiamo capito chi era Stalin e cosa è stato il comunismo.

Questo non significa non condannare il nazismo, non ammirare i partigiani, non dare importanza alla Resistenza , non essere per la libertà e la democrazia: ma i fatti sono fatti e devono essere rispettati.

Non significa nemmeno che il singolo combattente partigiano volesse personalmente prendere il potere: ma evidentemente voleva che lo stato si formasse secondo gli ideali che riteneva più giusti: e sarebbe veramente strano il contrario.

Ribadisco ancora che io non sono un nostalgico del fascismo, non ho nessuna simpatia per il fascismo o il nazismo, sono contrario a qualunque forma di nazionalismo e anzi non condivido nemmeno l'idea stessa di nazione.

Ritengo che i partigiani siano persone da ammirare e da lodare, non nego affatto il valore della Resistenza, e penso anche che BISOGNA festeggiare un 25 aprile, anche se molto anomalo e anche sconcertante, visto che ci fu pochi giorni dopo, il 28 la scena di macelleria a Piazzale Loreto, dove lo stesso Pertini disse "che avevano disonoratto al Resistenza".

Non credo di aver detto cose opinabili, o strane o nuove ma solo delle semplici constatazioni di fatto che tutti quelli che hanno vissuto quel periodo, di qualunque tendenza possono condividevano pienamente.

Non si tratta di revisionismo ma semplici, banali fatti di cui non vedo come si possa dubitare.
La realtà è sempre estremamente complicata, spesso é sempre indefinitivamente interpretabile e quindi in campo pedagogico e politico occorre pur sempre semplificarla. Si presentano da una parte i "buoni" ( i patrioti, i partigiani ) e dall'altra i "cattivi" (i tedeschi , i fascisti ) perchè solo cosi i ragazzi possono comprendere e condividere i valori della libertà. Lo stesso avviene nelle celebrazioni ufficiali di carattere patriottico e politico.

Il problema è che quando si passa poi all'esame delle situazioni oggettive, non celebrative, non agiografiche della “storia”, la prima impressione che abbiamo ricevuto (semplificativa) ci rimane addosso, nel fondo, e ci è difficile vedere poi le cose veramente come sono state.

Ma sarebbe tempo che vedessimo veramente i fatti che sono avvenuti: accade invece che per motivi politici e propagandistici di questa o quella parte politica man mano che passa il tempo quei fatti vengano sempre più dimenticati e sostituiti con fantasie.

Nei primi anni del dopoguerra infatti la letteratura e anche il cinema furono più aderenti alla realtà. Basta, ad esempio ricordare "La ragazze di Bube" del partigiano Cassola, anche molto esaltato dalla sinistre che tratta del problema degli assassini politici e comuni avvenuti dopo la Liberazione: parlare di questi argomenti sembra oggigiorno un attentato alla Resistenza.

Anche nel cinema ad esempio nel "Le quattro giornate di Napoli" si riporta molto fedelmente l’avvenimento come una spontanea rivolta scoppiata soprattutto per la pretesa dei tedeschi di deportare gli uomini come lavoratori in Germania mentre il significato politico restava molto in secondo piano: poi in seguito lo scugnizzo è diventato solo un combattente antifascista della libertà.

Giovanni De Sio Cesari


LA "SPONTANEA"  RESISTENZA
IN ABRUZZO

11 SETTEMBRE - Nasce la Resistenza. La Guerra Partigiana. A iniziarla sono distaccamenti di piccoli gruppi autonomi, che fanno una guerriglia improvvisata. Solo in seguito verranno organizzati  in nuclei, squadre, brigate - normalmente di 45-50 uomini) formati da ex militari e ufficiali, dei quali fanno parte -circa 4.800- combattenti e ufficiali inglesi, greci, russi, serbi, liberati o fuggiti dai campi di concentramento italiani  anche questi ovviamente allo sbando. Furono infatti inizialmente loro ad aggregare ufficiali e soldati italiani sbandati.
A Roma i partiti antifascisti costituiscono il Comitato di Liberazione Nazionale. Nel Cuneese entrano in azione le prime formazioni partigiane di “Giustizia e Libertà”.
Nel nord Italia il numero di italiani che fuggirono in montagna (chi se lo poteva permettere, cioè chi non temeva le rappresaglie dei familiari a casa) aumentò solo quando ci fu (nel '44) la seconda chiamata alle armi nella nuova RSI; alla prima invece (fine '43) risposero in molti.
Solo nella seconda, quando ormai la disfatta era nell'aria, i renitenti alla leva furono molti. E non avevano scelta, o la fuga o entrare nei nuovi reparti costituiti da Graziani.

Una delle organizzazione antifasciste, la meglio pianificata è quella dei comunisti che impartisce subito delle disposizioni al 15% dei suoi iscritti e al 10% dei suoi quadri di salire in montagna e nelle valli  a rinforzare e coordinare la lotta. 
Secondo dati, da più fonti (soprattutto americana), non furono oltre i 50-60.000 i partigiani (anche se a fine guerra oltre 250.000 dissero di aver "fatto il partigiano").

Per quanto si riferisce però alle Brigate Garibaldi le accurate ricerche di Pietro Secchia (in Il partito comunista italiano e la guerra di liberazione 1943-1945. Ricordi, documenti inediti e testimonianze, Milano 1973, pp. 1064 sgg.) hanno dimostrato che su 1673 nominativi censiti di quadri partigiani combattenti e di organizzatori della Resiostenza, 168 provenivano dall'esercito o dalla vita civile, mentre ben 1505 erano dirigenti e militanti comunisti che avevano già fatto anni di carcere o di confino o combattuto in Spagna o nella resistenza francese (1003 condannati dal tribunale speciale, 718 erano ex confinati, 130 combattuto in Spagna, altri nella Resistenza francese). Se tali dati dimostrano come l'ossatura della Resistenza sia stata fornita da uomini che avevano da tempo legato la loro vita alla lotta contro il fascismo, a diverse conclusioni porta l'analisi del grosso delle formazioni partigiane che raggiunsero i 70-80.000 effettivi nell'estate del 1944 e toccarono(si dice) i 250.000 al momento della liberazione.

"...la diffusione della Resistenza e il consenso ai suoi obiettivi non vanno enfatizzari, a rischio di non comprendere i successivi sviluppi della societa italiana. La Resistenza rimase sempre un grande e attivo movimento di minoranza, il più vasto che la storia d'Italia abbia mai conosciuto, ma pur sempre minoranza; in effetti la stessa repubblica sociale riuscì a trovare margini di consenso, sia pur limitati, e tuttavia significativi, presso settori non trascurabili di borghesia urbana". (Storia d'Italia, vol 14. pag. 2389, Einaudi).

All'inizio nelle formazioni partigiane non c'erano formazioni di carattere ideologico. Solo in seguito, e fra l'altro solo alcuni non purificati dalla lotta, portarono odii nei vari conciliabili clandestini, pur non avendo idee chiare come uscire dalla situazione e quale strada prendere per guidare l'Italia fuori dalla guerra e cosa fare dopo la fine del conflitto. Quelli del Partito d'Azione (nuovo, con dentro elementi intellettuali, professori e professionisti) avevano formulato un programma ma senza dimostrare come si sarebbe potuto realizzare. Croce disse che "impasticciava idee contraddittorie".

Ma anche nei Liberali, intervenendo proprio Croce che ne era il capo, credette in una esplosione del liberalismo, perchè credeva (sbagliando clamorosamente) che sia i cattolici sia i comunisti per ragioni diverse e opposte non avevano alcuna forza costruttiva. I Cattolici che già nel marzo del '43 avevano ricostituito il vecchio partito popolare col nome di Democrazia Cristiana, con la demagogia e l'appoggio dei preti (la potente organizzazione della Chiesa, l'unica organizzazione che era rimasta in vita con un antifascismo piuttosto vago) volevano dare l'impressione di essere vicini alla borghesia e ai ceti medi, e che li avrebbero difesi contro il comunismo, che già rappresentavano nella loro propaganda come il "diavolo", e i Russi li indicavano come il "popolo senza Dio".

Infine c'erano i partiti di sinistra. Quello comunista, era l'unico che anche durante il fascismo era riuscito clandestinamente a distendere un sistema di cellule soprattutto nell'Italia settentrionale, si era organizzato, inquadrato, munito di un programma di compromessi adattato alla situazione, ma era teorico. Si presentava con programmi di unione con gli altri partiti, si dava arie democratiche, proponeva la sua democrazia, chiamava tutti alla lotta contro il fascismo, ma restava però legato all'idea totalitaria, non diversa dal fascismo, perchè obbediva alle direttive emanate dalla Russia di Stalin. E quindi la sua lotta era una lotta contro la borghesia che di conseguenza fu angosciata non poco, allarmò gli industriali, i proprietari terrieri e gli stessi funzionari che anche nel dopo regime erano rimasti ben saldi nei loro posti (e che Stalin voleva invece tutti a casa, mentre Tito già reclamava la consegna di alcuni generali italiani per processarli come criminali di guerra)

A. Scalpelli in I comunisti a Milano nel 1944, scrive che "...il partito comunista applicava per così dire, sul corpo vivo del paese un linea politica nuova prima ancora di averla teorizzata. E forse proprio perchè mancò questa teorizzazione nella posizione pragmatistica che il Pci prese in quel periodo, non ci si rese conto, almeno ad un certo livello, di quanto di nuovo ci fosse nella collocazione che il partito assumeva nello schieramento politico"

C'erano poi i socialisti, parevano destinati a grandi successi, e la piccola borghesia, il ceto medio, guardava a loro con simpatia, ma poi non apparvero molto organizzati e non mancarono divergenze pure all'interno del proprio partito, dividendosi in gruppi che formarono altrettanti partiti e perdendo alcuni contenuti ideologici (Socialisti d'unità proletaria usciti dal Movimento d'unione proletaria milanese e da quello sociale torinese; e Democrazia del lavoro spacciandosi per eredi dei radicali).
Questi erano i partiti (in realtà erano poche persone) che si erano destati l'8 settembre e che parteciperanno all'opera di demolizione del vecchio regime. Tuttavia fecero sentire certe volte solo i balbettii di quattro cinque democrazie diverse. Ovviamente ognuno respingendo quella dell'avversario. Abbiamo visto, c'era perfino un partito che si chiamava "comunisti cattolici"!! paradossale !!

 

Le "bande partigiane" si formeranno e opereranno quasi tutte sull'arco alpino, anche se le prime formazioni, dei piccolissimi gruppi, si erano già formate in Abruzzo subito dopo l'8 settembre. A Chieti e nei dintorni già nella notte fra il 9 e il 10. Anche perchè si sapeva che gli americani erano al di là delle colline chietine e quindi speravano in un tempestivo appoggio.
Ma chi avrebbe immaginato che dalla Calabria al Sangro Montgomery avrebbe impiegato così tanti giorni per arrivarci, proprio lui che voleva arrivare a Pescara al massimo a Novembre e a Roma per Natale. Invece la sua armata rimase inchiodata sul Sangro nonostante la tremenda e drammatica battaglia ad Ortona e dintorni?
KESSELRING gli aveva fatto trovare un "muro", fino al punto che Churchill gli ultimi giorni dell'anno andò di persona a vedere la situazione che gli fece decidere di portarsi via Montgomery. Sostituito il comandante della VIII Armata con Leese, questi rimase lì a Orsogna per sei mesi, con i tedeschi di fronte a nemmeno mille metri, a fare entrambi melina.

Non così nel resto dell'Abruzzo, sconvolto dalle rappresaglie tedesche.
Su questo territorio  -con grave perdite e mostruosi  eccidi di civili - le azioni di guerriglia partigiana iniziarono subito all'indomani del 9 settembre e termineranno il 9-10 giugno 1944, quando i reparti della "Nembo" entrarono per primi a Chieti, poi a Pescara, il 13 a Sulmona, il 18 a Teramo.

Pochi storici parleranno di questi episodi della resistenza abruzzese contro i tedeschi.
Non ne parlano perchè questa, sorse spontanea, e perchè dentro non c'erano solo antifascisti, ma anche fascisti. Non era quindi in linea con la (in certi casi demagogica e monopolizzata) Resistenza partigiana di sinistra; nè del resto gli avversari (i fascisti) conveniva loro riferirla (perché era disonorevole parlare di defezioni dai ranghi).

Ma ci basta citare le parole del generale Mc. Greery Comandante dell'8a armata Britannica rivolgendosi alla fine della guerra al gruppo "Patrioti della Majella":

"Voi siete stati i pionieri di quel movimento partigiano italiano che tanto ha contribuito al successo della campagna d'Italia e grazie al quale potrà essere ricostruita la nuova Italia.
Ora che tornate alle vostre case mantenete vivo quello spirito e quella purezza di intenti che avete dimostrato in guerra, nell'opera di ricostruzione del vostro Paese, di questo vostro Paese che ha tanto sofferto per le rovine e i lutti causatigli dal fascismo prima e dalla guerra poi. E' questo lo spirito che farà dell'Italia ancora una volta un paese libero e democratico e le ridarà il posto che le spetta per la sua antica civiltà, nel quadro di quella nuova Europa per la quale tutti abbiamo combattuto e che tutti auspichiamo".


Ricordiamo qui che il gruppo della "Majella" (circa 1000 audaci uomini) sempre alle dipendenze dell'8a Armata, in cooperazione tattica inseguì i tedeschi a Sulmona, poi all'Aquila, proseguì lungo le Marche, partecipò alla liberazione di Pesaro, a marce forzate raggiunsero la Romagna e liberarono diversi paesi, poi entrarono a Bologna accolti da deliranti manifestazioni di simpatia, e senza concedersi un adeguato riposo, con altre marce forzate il 1° maggio raggiunsero il Vicentino, salirono l'Altopiano ed entrarono ad Asiago, abbracciati fraternamente dal gruppo partigiani "7 Comuni", che li accolsero con queste parole: "...Siete stati tenaci nel combattimento e forti come la roccia dei nostri e dei vostri monti".

Simili gesta si possono rintracciare solo in pubblicazioni locali. Col tempo quasi scomparse dalla circolazione.
L'autore che scrive allora fanciullo viveva a Chieti presso suo zio che stampava il giornale locale, Il Teatino. Ad ogni eccidio, ad ogni rastrellamento, il comando tedesco (che era addirittura dentro nel nostro stesso palazzo (Palazzo Mezzanotte) ci comunicava di darne (con i caratteri, con gli occhielli, o con i manifesti da affiggere sui muri) ampio risalto sulla stampa, per sgomentare i ribelli ma anche per terrorizzare i civili che offrivano loro rifugio. (Da notare che fino a notte tarda con la scusa di fare i tanti manifesti, i comunicati, i fogli unici di giornale ecc,  stampavamo con tanto rischio anche i fogli clandestini, con il batticuore in silenzio, con un vecchio torchio a mano Bollito, normalmente usato per fare le poche copie dei cosiddetti "manifesti da morto". E subito dopo, rimanendo fino a notte inoltrata scomponevamo subito la matrice, per paura di qualche incursione in tipografia).

L'ABRUZZO a partire dal 10 settembre scrive una delle pagine più gloriose della sua storia.
Ma anche della storia (sconosciuta) d'Italia. Del resto il nome Italia viene dall'Abruzzo, da Corfinio, che esisteva prima della conquista dei Romani. Il vero orgoglio del suolo italico partì proprio da lì, a pochi chilometri dalla mitica Corfinium).

Tutto inizia a Teramo a Bosco Matese, dove si forma uno dei primi nuclei di partigiani con numerosi sbandati dell'esercito. Ad Avezzano un gruppo formato da solo 8 partigiani in un'azione coraggiosa perfino quasi disperata,  riuscì a liberare da un campo di concentramento tedesco oltre 2000 prigionieri americani, inglesi e di altre nazionalità.
Il 24 settembre i tedeschi reagirono e inviarono sul posto un battaglione che seminò il terrore, ne catturarono sette e nei pressi del Mulino li fucilarono subito,  ma i partigiani di Bosco Matese con una altrettanta impresa disperata, diedero a loro volta l'assalto e riuscirono a catturare addirittura il comandante del battaglione tedesco, Hartmann. Fu quasi una beffa per i tedeschi; ma da questo momento nella regione iniziò l'apocalisse, anche perchè i partigiani fucilarono lo stesso Hartmann.

A prendere in mano le redini di questo gruppo di partigiani c'è però un esperto di vera guerriglia, uno slavo, il maggiore serbo Mattiasevic, che inizia a dare consigli preziosi a queste formazioni: "non concentrarsi, ma formare piccole bande". Era la diabolica tecnica che era stata riservata a Hitler in Iugoslavia: "ogni uomo deve essere soldato, comandante e stratega di se stesso".
 Di queste bande se ne formarono nei dintorni di Chieti, 48, con circa 3500 uomini.
Ne ricordiamo alcune: Ammazzalorso, Pizzoferrato, Arischia, La Duchessa, Valviano, Gran Sasso, Campo Imperatore, i già accennati eroici Patrioti della Maiella, e tante altre.

Queste rivolte sorsero spontanee... (fra questi uomini c'era anche il futuro presidente della Repubblica Ciampi. Che in una recente visita proprio a Sulmona ha così sintetizzato le motivazioni primarie di queste bande non ancora ideologizzate: "fu un impulso istintivo a ribellarci".
Ora dato che erano istintive e non seguivano una razionalità educativa, ognuno seguì la propria coscienza, ma alcuni agirono con i riflessi incondizionati di quell'educazione ricevuta in gioventù (piuttosto pressante).
Non dobbiamo quindi condannare chi scelse un'altra barricata dove combattere. Fino a poche ore prima gli oppositori al regime erano traditori, banditi, antifascisti: questo era l'imprinting che tanti avevano ricevuto dai loro "maestri". Mica potevano girarsi da soli l'interruttore della propria coscienza.

Inoltre visto che i loro superiori agivano così (sia da una parte che dall'altra) loro cosa potevano fare di più? se non seguirli in quella che in entrambe le due fazioni era una lotta disperata, perchè contrapposte, ma ognuna convinta che i diritti erano dalla sua parte. Perchè recita la convenzione...
'Art. 3 (firmata e accettata da tutte le nazioni del mondo nel 1907) che "le bande non riconosciute sono quelle che NON hanno una uniforme, NON hanno un capo responsabile e NON si attengono alle leggi e agli usi di guerra".
Art 7: "L'uso dei mezzi bellici è lecito SOLO fra coloro che hanno la qualità di legittimi belligeranti";
Art.6: "Le persone NON considerate legittime belligeranti e che compiono atti di ostilità sono punite secondo la legge penale di guerra".

E la legge penale di guerra legalizzava la rappresaglia. Legge firmata ripetiamo da tutte le nazioni del mondo che si badi bene, non erano né fasciste, né naziste, né comuniste: erano le democratiche, parlamentari, monarchiche, aristocratiche e perbeniste nazioni.
(Una curiosità, pur essendo negli eserciti la rappresaglia in uso fin dall'antichità, venne istituzionalizzata da un giurista italiano, Bartolo da Sassoferrato, nel 1354, con il suo Tractatum reappraesaliurum (Corriere di Roma del 15 luglio 1996, articolo di William Maglietto).

 ...Dunque anche la guerriglia partigiana non era nuova. Ai tempi dei Comuni fra città e città la partigianeria era spietata. (famose quella fra Pisani e Senesi, Senesi e Fiorentini, Padovani contro Vicentini (che è ancora nel Dna delle attuali generazioni).
Quella italiane del 1943, sorsero spontanee, contro i soprusi, le prepotenze e le atrocità dei tedeschi (e contro chiunque) che anche loro delle buone ragioni le avevano (oltre come abbiamo visto sopra i "diritti"): erano stati mollati e in un certo senso messi in trappola, e dalla trappola cercarono di salvarsi anche loro come felini feriti con l'istinto della conservazione.
Inoltre lo stato di guerra in atto, giuridicamente dava ragione a loro; la rappresaglia delle forze occupanti era legittima (vedi pagine dedicate).

L'alleato, senza dichiarargli guerra (l'Italia badogliana lo farà con gran ritardo il 13 ottobre, fra l'altro giuridicamente non valida, perchè non ne aveva i poteri) gli si era rivoltato contro mentre era sceso a casa sua per aiutarlo, come abbligavano i patti firmati dal Re a suo tempo (ed infatti alcuni generali prima dell'8 settembre fecero a Hitler richieste di truppe per contrastare gli sbarchi e l'invasione anglo-americana).

A Lanciano quando arrivarono i tedeschi ci fu una rivolta dell'intera popolazione; scovate le armi da chissà dove, per tre giorni dai tetti, dalle finestre e dai balconi seguitarono a sparare. I tedeschi catturarono un povero giovane, La Barba, lo legarono in piazza a un palo con la testa in giù, per estorcergli i nomi dei capi dei "ribelli". Infastidito del suo ostinato silenzio, un tedesco prima gli cavò gli occhi con la baionetta, poi gliela infilò nella pancia.

La rivolta si accese ancora di più, ma venne poi repressa nel sangue. I primi dodici che capitarono sotto mano li giustiziarono. E molti altri caddero nelle strade, inseguiti e raggiunti dalle sventagliate delle mitragliatrici. Lanciano, per questa drammatica insurrezione, verrà poi decorata con la medaglia d'oro al valor militare.

Fu il primo cruento scontro e la prima rappresaglia dei tedeschi in Italia. Ed era solo l'inizio!
 
I tedeschi non si fermano dopo questa rappresaglia. Al podestà di Teramo -Umberto Adamoli- chiedono cento cittadini da tenere come ostaggi, da fucilare qualora si fossero ripetuti episodi come quello di Bosco Matese (questo lo consente la Convenzione). Il podestà è un fascista, ma non ci sta. Si indigna, si offre perfino lui in cambio. I tedeschi temporeggiano e soprassiedono; ma solo per non farlo diventare un martire con il rischio di sollevare un'altra insurrezione come quella di Bosco.
In tipografia iniziammo così a stampare i manifesti con i bandi. Ogni giorno un paese diverso. Che voleva dire essere condannato a lutti e distruzione.

Le atrocità da questo momento in Abruzzo non si contano più; a Ortona, a Palombaro, a Palena, a Guardagliele, a Sulmona, a Popoli, a Roccaraso, a Bisenti, a Civitella, e in altre contrade. Il 21 novembre la strage di cittadini donne vecchi e bambini a Limmari per aver offerto rifugio ai ribelli.
Al casolare Macerelli  massacrano 15 persone, tra cui cinque bambini. Al casolare De Virgilio 30 fra cui un lattante. Al casolare D'Aloiso 4 fra cui una paralitica di settant'anni. A Capistrello dopo una delazione circondarono, catturarono e uccisero  32 partigiani tra cui 8 prigionieri alleati. Altrettanto a Francavilla, 20 giustiziati . A Bussi 11 "ribelli".
Poi a Chieti, in Piazza Grande (San Giustino) gli fecero solenni funerali, con tanto di benedizione


A Filetto altri 17 uomini massacrati. A Onna 16 donne e bambini sono messi dentro un casolare poi fatto saltare con la dinamite. Poi la grande strage a Pietransieri; 128 abitanti del paese che rifiutandosi di dire dov'erano gli uomini, furono tutti trucidati: donne, vecchi e bambini. Fu un massacro.

E poi Pescara e Chieti. Qui uno alla volta o in gruppo di due-tre-cinque, dopo le retate e dopo che gente losca era entrata a Palazzo Mezzanotte a fare delazione (per vecchi rancori, antichi odi o più semplicemente per guadagnare denaro). Dopo òa spiata c'erano poi rastrellamenti, gli arresti, gli interrogatori, le sevizia, le urla e poi... sul solito camion e via dietro le mura del cimitero S.Anna per essere crivellati di colpi.
E il solito tenentino a dare il colpo di grazia. Sempre lui. Gli piaceva! Poi alla sera, nel cortile,  per quattro ore filate canticchiava la nenia di Lilì Marlen e si prendeva qualche volta sulle ginocchia quell'unico bambino di 8 anni, "Frankie" mi chiamava (che ora sta scrivendo questa Storiologia) che si aggirava in mezzo a loro, con i boccoli biondi,  che gli ricordava forse il figlio lasciato in Germania. Era gentile, ma giuro che quelle mani quando mi passavano sulla testa mi turbavano sempre.
Avendo una giovane zia piuttosto bellina, gli faceva la corte, e spesso proprio perchè era molto gentile, più di una volta era a cena da noi. Ma mi seguitava a turbare, non riuscivo a guardagli le mani, quelle mani assassine mi facevano rabbrividire. IO penso di non avergli mai fatto un sorriso. E nemmeno capivo come potevano farlo gli altri.


LA RESISTENZA AL NORD

Andiamo ora a Milano. Il comando generale delle formazioni partigiane del nord Italia è affidato a Luigi Longo; Pietro Secchia ne è il commissario politico. Si passa subito dalla iniziale spontaneità delle bande, alla precisione logistica con un organico inizialmente aperto a tutti i "patrioti", cioè senza discriminazione politica. Si guarda più all'azione militare, anche se non viene abbandonata del tutto la subordinazione al partito. DI DIO, il comandante partigiano, conia i motti "Tutto per l'Italia", "Da noi non si fa politica". 

In effetti all'inizio è proprio così. Ma nessuno immaginava una così lunga durata della guerra,  una così lunga "latitanza", "diserzione", "fuga", o il "sacro dovere patrio", "difensori del territorio",  ecc. ecc. ognuno gli dia il nome che più gli aggrada.

Le prime "bande" sono dei "rifugi" di quel patriottismo astratto (di stampo risorgimentale) che piace sia ai partigiani sia ad alcune formazioni fasciste; entrambe si appellano alla Patria piuttosto che al partito.
Un  patriottismo astratto che vi ricorrono tutti coloro che si sono sentiti (come se fosse un fenomeno biologico) investiti individualmente dall'onta di quanto accadeva.
Ad entrambi non piaceva affatto (qui sta la componente biologica) l'invasione del proprio territorio di chicchessia, nè dai tedeschi (arroganti) nè tanto meno dagli anglo-americani (che bombardavano le città); i primi sappiamo erano alleati delle regolari truppe Regie dell'Italia, e i secondi  da anni e fino al giorno prima venivano rappresentati sempre al popolo italiano come dei famelici lupi capitalistici.
E quando bombardavano venivano chiamati "assassini" di povera gente. "Ignobili assassini" quando poi buttavano le "penne esplodenti" che i ragazzini raccoglievano e restavano senza una mano.
Che sentimento potevano nutrire ad esempio tutti i parenti delle 1500 vittime nel bombardamento di Roma in agosto? O quelli di Pescara (3000), di Francavilla, di Sulmona,  rase al suolo? O quelli delle scuole di Gorla a Milano con dentro 200 angioletti di 6-9 anni volati in cielo? (vedremo nel '44 una pagina dedicata a loro))

Che fosse piuttosto astratto anche nei partigiani questo patriottismo non ci sono dubbi ma quando scoppieranno i primi litigi, le cose cambieranno; la tanto declamata coscienza nazionale divenne poi un colabrodo,  con i vari buchi delle ideologie filosovietiche (filotitine), filo americane, filoindipendiste (Sicilia) - o con le ostilità dei vari partiti nuovi che andranno a formarsi, con quelli vecchi e stravecchi che mirano a consolidarsi, spesso con titolari che dopo lunghi esili all'estero si accingevano a tornare, e pur non vantando nessun merito, non solo volevano comandare ma svalutavano l'opera di quelli che (in quegli anni mentre loro erano all'estero) avevano duramente lottato e pagato sulla propria pelle.

Nell'azione della Resistenza, dopo un breve periodo iniziale  apolitico vi erano confluiti gruppi di differenti ispirazioni che abbiamo ricordato sopra, anche se il pensiero dominante era comune a ogni uomo che ne faceva parte. Ed era quello di  combattere l'esercito invasore (tedesco) e i fascisti filo-tedeschi; ma lo stesso dicasi per i fascisti (
cresciuti nel culto della Patria e del Giuramento al Re e al Duce)  che ai loro occhi gli invasori erano gli anglo-americani, quelli che bombardavano terrorizzando le città e i paesi.
Occorreva forse una ideologia per condannare
lo scempio di Gorla? Quei bambini oltre che italiani erano innocenti.

Tutti gli italiani erano da tre anni che eseguivano i ciechi ordini di un Governo, di un Re, di un capo di  uno Stato Sovrano, e non potevano certo loro cambiare in poche ore gli insegnamenti ricevuti in venti anni, tanto meno cambiarli con quel comunicato di Badoglio e del Re così ambiguo e oscuro  (ma anche falso, perchè mentre il disco ogni quarto d'ora ripeteva quel comunicato i primi a scappare furono proprio loro).

Quindi  entrambi i due gruppi antagonisti proseguono la lotta a oltranza con quell'azione primaria che poi è quella di impegnarsi secondo la propria coscienza; beninteso con quella che è ancora rimasta a qualcuno, se rimasta!!

I partigiani ovviamente per contrastare la ritirata dei tedeschi agiscono con atti risoluti andando anche allo scontro diretto con dei commando e con la guerriglia. Il 19 SETTEMBRE i tedeschi incendieranno Boves, in provincia di Cuneo, trucidando per rappresaglia 32 civili. Con quest’episodio ha inizio la cruenta lotta partigiana anche nell'Italia del nord.
 
Queste azioni inizialmente furono concepite e coordinate da gruppi compositi,  ma subito dopo, all'interno di alcuni gruppi, sorsero numerose contrapposizioni di carattere ideologico, dove ognuno, fin da ora, a fine conflitto pensa già di varare il suo progetto politico, chi di stampo rivoluzionario e chi più moderato, quello riformistico (la stessa cosa era accaduta dopo la fine della Grande guerra).
 Iniziano così vari  scontri dialettici (poi anche fisici, infine anche bellicisti)  in cui  i programmi di come condurre l'azione di rinnovamento nel dopo conflitto divergono moltissimo: in tante strade quante sono le ideologie, che vengono fuori giorno dopo giorno (in quasi due anni).
I comandanti improvvisati, venivano continuamente esautorati perchè dall'estero piombavano in Italia i fuoriusciti a prendere loro le redini dei vari movimenti. E alcuni di loro non è che avevano le idee chiare. Erano rimasti al 1919-22. Nelle stesse sinistre si formarono sei correnti. Con la fazione marxista che aveva in mira gli scopi che più direttamente la riguardavano per una propria affermazione politica nel dopoguerra.

Due erano fondamentalmente le correnti di pensiero in contrapposizione: il CLN - (frangia GAP, predominante la sinistra) "attribuire ai Comitati di liberazione nazionale un effettivo ruolo di governo e solo dopo estendere la partecipazione ai partiti".
Gli Azionisti e la futura DC, invece affermavano "I Comitati di liberazione sono una esigenza contingente legata a necessita' e soddisfatta questa si deve aprire il "il libero e opposto gioco dei partiti".
La guerra non è ancora vinta, ma tutti fanno progetti. E ognuno si mette a fare i propri. Anche -come vedremo- scannandosi fra di loro.

Non era stato previsto questo periodo che diventasse così lungo, e proprio questo permette ad ogni corrente politica (spesso persino all'interno del proprio colore politico) di preparare ed elaborare sempre di più nei dettagli il proprio "personale" programma, spesso in contrasto con gli altri.
Alcuni lo vogliono rivoluzionario (quelli rimasti al 1919), altri ritengono che una volta esaurita l'azione militare ci si debba scontrare sul piano elettorale. Nasceranno insomma molte incomprensioni che assumeranno anche nel tardo dopoguerra toni forti con durissimi attacchi verbali, e nel 1948 torneranno in superficie quasi sfiorando un altro dramma; quasi un'altra guerra civile, non per un pericolo nazionale proveniente dall'esterno, ma a nome di due ideologie (questa volta all'interno del Paese) che non volevano trovare nessun punto d'incontro (perfino dentro gli stessi schieramenti, come quello di sinistra); ognuna con inamovibili pregiudiziali (vedi i socialisti di Saragat).


Da che parte stare?

Dopo l'8 settembre 1943 un'intera generazione si trovò di fronte ad un bivio.

Bisognava scegliere con chi schierarsi, non si poteva e non si doveva più rimanere passivi. Molti furono i giovani che si trovarono a dover gestire una realtà nuova. Fino ad allora avevano solo ubbidito, avevano vissuto quei primi 3 anni di guerra senza esserne coinvolti. Ma ora, con i tedeschi che avevano invaso il nostro paese , i fascisti che tornavano alla ribalta dopo il 25 luglio e il Re che aveva abbandonato Roma, l'azione era diventata una necessità.


Nel novembre del 1943 cominciarono ad apparire sui muri i bandi di presentazione alle armi delle classi '24 e '25', cioè dei giovani tra i 18 e i 19 anni per il nuovo esercito fascista. Cosa bisognava fare? Ubbidire come sempre al richiamo fascista alla guerra, anche se controvoglia, ma sicuramente senza temere della propria vita e dei propri familiari in caso di renitenza, oppure scegliere la via più difficile ma che per la prima volta sarebbe stata frutto di una scelta libera e realmente sentita? Naturalmente il timore delle rappresaglie era forte, anche perchè venti anni di dittatura avevano cancellato o comunque impedito la formazione di una coscienza politica propria che in quei momenti era necessaria.

Proprio per questo all'inizio la Resistenza fu un fatto minoritario. Non più di 4000 persone erano disseminate nelle bande per le valli alpine e appenniniche, di cui 1650 in Piemonte, 300 in Lombardia, 700 nel Veneto, 200 in Liguria, pochissimi in Emilia, 250 in Toscana, un centinaio nel Lazio e 150 negli Abruzzi.

A Nord, nel febbraio del 1944 la situazione si fece più difficile. Per evitare le diserzioni venne emanato un bando a firma del Duce, di Graziani e del ministro della Giustizia Pisenti, che comminava la pena di morte ai renitenti e ai disertori e nello stesso tempo chiamava alle armi le classi del 22' e del 23'.

Frequenti erano diventate le rappresaglie contro i familiari di chi non si era presentato o aveva abbandonato il reparto. Bisogna dire infatti che molti di coloro che rispondevano alla chiamata alle armi, presa coscienza della precarietà di vitto e alloggio nelle caserme, scappava portandosi dietro pure delle armi. Il rischio che si correva era elevatissimo, chi veniva scoperto veniva trascinato in piazza, perchè tutti vedessero, e fucilato alla schiena.
Visto poi che i bandi di arruolamento non venivano rispettati, i fascisti facevano irruzione nei cinema, sbarravano le uscite e prelevavano chiunque potesse combattere.

Anche a causa di questi improvvisi e forzosi arruolamenti in molti scelsero la via della montagna, non per scappare ma per organizzare al meglio la lotta armata. Finalmente avevano visto dove li aveva portati il fascismo e quella guerra voluta da Mussolini. Avevano scoperto nuove ideologie e ascoltato il richiamo dei partiti antifascisti. A volte capitava che i renitenti alla leva fossero tutti giovani dello stesso paese che potevano così contare sulla solidarietà dell'intera comunità. Soprattutto i carabinieri cominciarono ad avere scarsissima voglia d'impegnarsi nella ricerca dei disertori. Le forze armate nazi-fasciste presa coscienza degli aiuti che la gente dava ai disertori, emanarono il 25 aprile 1944 un decreto dove venne stabilito che tutti i militari entrati nelle bande di "ribelli" e tutti coloro che le avevano appoggiate erano puniti con la pena di morte e la stessa sorte toccava a chiunque avesse dato rifugio, fornito vitto o prestato assistenza ai disertori partigiani.


L'Italia di fatto era ormai una nazione spaccata in tre parti: Regno del Sud, Italia centrale, Italia del Nord e di queste solo l'Italia meridionale non conobbe il fenomeno della Resistenza. Si trattava infatti della prima zona completamente liberata dagli alleati, inoltre il Re aveva instaurato a Brindisi un governo provvisorio subito dopo la fuga da Roma. Nell'Italia centrale invece la situazione era più complicata. A Roma dopo l'8 settembre si costituì il Comitato centrale di Liberazione Nazionale ( CLN ), formato dai rappresentanti dei vari partiti e delle formazioni militari per fronteggiare l'invasione tedesca. Mentre nell'Italia del nord si sviluppò in pieno la resistenza armata.

Nel periodo compreso tra il 9 settembre 1943 e la fine di aprile del 1945 è stato calcolato che nella lotta per la liberazione caddero: 72.500 italiani ( compresi i civili ), mentre i mutilati e invalidi furono 39.167.

Giovanna Giannini
Collaboratrice del sito Internet
sulla storia della resistenza in Italia: www.romacivica.net/Anpiroma.


Bibliografia
Arrigo Petacco La nostra guerra Oscar Mondadori 1996
Silvio Bertoldi Savoia : album dei re d’Italia RCS Milano 1996
Spinosa Antonio Vittorio Emanuele III: l’astuzia di un Re Oscar Mondadori 1993
Enzo Biagi Anni di guerra 1939-1945 BUR 1995
Diario della Seconda Guerra Mondiale Volume secondo De Agostini 1994
Federico Chabod L’Italia contemporanea Einaudi 1996
B. H. Liddell Hart Storia militare della Seconda guerra mondiale Vol. II Arnoldo Mondadori Editore 1970
Storia Illustrata L’effimero regno del sud n.196 Marzo 1974
Storia Illustrata Speciale 8 settembre 1943 n. 310 Settembre 1983
Storia Illustrata Quando il Re fuggì da Roma n.3 Marzo 1998

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DELL'ITALIA PARTIGIANA
(la storia) (la mappa)

1944 - Nelle zone che il Corpo volontari della libertà aveva liberato dai nazifascisti venivano create leggi segnate dallo spirito della futura Costituzione.

 


di FRANCO GIANOLA

Le Repubbliche partigiane furono isole di libertà cresciute nel mare delle armate tedesche che avevano coperto l'Italia poco dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943.

Dall'utopia alla realtà. Sogni di democrazia trasformati in vita vissuta per pochi giorni o per un paio di mesi dell'angoscioso 1944, l'anno in cui la seconda guerra mondiale raggiunse il suo apice di ferocia.
Laboratori dove vennero sperimentate le prime mini-costituzioni e si tentò di rimettere a punto la macchina della civiltà liberale. Momenti di storia con luci e ombre, entusiasmi e paure.

I presupposti della loro formazione nascono dal precipitare degli eventi sul teatro di guerra italiano. Il 18 maggio del 1944 le truppe alleate sfondano lo schieramento tedesco a Cassino. (ma vedi la pagina sull' Abruzzo, dove erano già nate formazioni spontanee)
Al nord si avvicina la data di scadenza della chiamata alle armi sotto i gagliardetti della Repubblica sociale italiana: entro il 25 maggio Mussolini vuole riavere le sue legioni ma molti giovani disertano e raggiungono le formazioni partigiane.

Il 4 giugno a Roma, lungo i Fori imperiali, sfilano le colonne corazzate inglesi e americane. E' un giorno storicamente importante ma anche di grande valore psicologico e simbolico.

La caduta della capitale induce all'entusiasmo e a previsioni ottimistiche: la liberazione del nord è vicina, basta attendere una manciata di giorni ed è cosa fatta.
Il 14 giugno, sull'onda di questi avvenimenti, il Comitato di liberazione nazionale Alta Italia (Clnai) lancia l'appello all'offensiva generale che deve dare - dice il documento - "la prova storica dell'occupazione del popolo italiano al nazifascismo… della sua riabilitazione davanti al mondo intero".
Nel programma del Clnai la fase conclusiva della lotta deve trovare pronti gli italiani alla gestione del potere amministrativo e politici. Ecco, dunque, la disposizione di creare dei governi nelle zone liberate dalle formazioni partigiane che agiscono nei territori ancora occupati dall'esercito tedesco e da quello fascista.
Le "Giunte popolari comunali", le "Giunte popolari amministrative", le "Giunte provvisorie di governo", i "Direttorii", i "Comitati di salute pubblica" (sono le definizioni principali dei governi che guideranno le repubbliche) saranno i primi ed effettivi banchi di prova della nuova classe dirigente antifascista.

Ma il progetto si scontra con una realtà imprevista. L'offensiva alleata subisce una battuta d'arresto che mette il Clnai e il Corpo volontari della libertà (Cvl) in una situazione politico-militare estremamente difficile. Sui tempi lunghi la guerra di liberazione diventa pesante e lo stato d'animo delle popolazioni subisce un contraccolpo negativo: la gente comune vede le truppe tedesche solidamente attestate sulle loro posizioni e questo è motivo di paura.
Inoltre la forza dei gruppi antifascisti periferici si rivela inconsistente, il che non è certo un presupposto positivo per una rapida riorganizzazione civile dei comuni liberati dai partigiani; nei paesi sono quasi del tutto assenti i comitati di liberazione nazionali e i partiti.

Quest'ultimo aspetto della situazione fa sì che nella storia delle "zone libere" spesso il governo venga inevitabilmente assunto dalle formazioni partigiane attraverso i comandanti militari e i commissari politici, specie in "quelle plaghe montane che parevano precluse ad ogni vita attiva, dove vivevano genti che il fascismo aveva tenuto nell'ignoranza perché non conoscessero i loro diritti e non trovassero la via per difenderli" (dalla pubblicazione clandestina
"Il combattente" del 21 luglio 1944).

Tuttavia la soluzione viene accettata come transitoria, poiché è pieno contrasto con i principi e la linea politica del Clnai che vede la Resistenza non soltanto come un fatto politico-militare, ma anche come un episodio storico del quale dev'essere pienamente partecipe la popolazione civile.
Lo ribadisce nel gennaio 1944 Luigi Longo, vice-comandante del Corpo volontari della libertà, comandante generale delle Brigate Garibaldi e membro del Clnai, chiedono ai partigiani che presidiano intere zone del Cuneese, della Valsesia, del Friuli e dell'Emilia di "esercitarvi sistematicamente il potere dando autorità al popolo".

Le prime repubbliche nascono in questo zodiaco di incertezza, difficoltà, contraddizioni, confusioni.

Un esempio tipico è quello della Val Ceno dove non si va molto oltre il presidio del territorio, malgrado, come si legge in un dattiloscritto dell'archivio del Clnai, "in ogni Comune siano stati nominati democraticamente un sindaco e un consiglio municipale".
Le ragioni di questo fallimento si comprendono leggendo la relazione di un comandante partigiano della Garibaldi, relazione firmata semplicemente Ferrarini: "I sacrifici di lunghi mesi di montagna, la mancanza di una buona preparazione politica, l'eterogeneità delle forze, hanno reso un po' acri i rapporti tra i garibaldini e la popolazione civile. La povertà dei mezzi dei nostri patrioti, la scarsa sensibilità politica dei montanari della zona, la loro paura per un eventuale rastrellamento non hanno permesso una cordiale convivenza e quindi la liberazione si è trasformata in una vera occupazione"

Nella "zona libera" del Val Taro non esiste traccia di governo democratico.
Il 13 luglio 1944 La Nuova Italia, che nella sotto testata si definisce "Giornale del territorio libero del Taro", fa una constatazione indicativa: "Elementi iscritti e militanti tra le file del partito fascista repubblicano sono ancora nelle amministrazioni comunali della zona. Un provvedimento radicale per evidenti ragioni di necessità pratica non è stato opportuno attuare. Codesti signori sono rimasti ai loro posti solo per la magnanimità dei patrioti, non per altro".

Ma nelle altre aree i risultati sono più positivi. Nelle Valli di Lanzo il comando della II divisione Garibaldi, non appena preso possesso della zona, lancia un appello ispirato alla linea dettata dal Clnai: "Le amministrazioni fasciste debbono essere sostituite da nuove amministrazioni democratiche, vere rappresentanti degli interessi della popolazione". In questa zona appare le figura del commissario civile che, in posizione autonoma rispetto ai comandi militari e ai commissari politici, prende contatto con le personalità più rappresentative dei vari centri della zona e forma le Giunte popolari comunali (Gpc).

L'esperienza della repubblica di Montefiorino ha connotati più precisi.
Anche qui l'iniziativa parte dai comandi partigiani. Nell'Appennino modenese e reggiano vengono gettate le fondamenta delle giunte consultando la popolazione attraverso le assemblee dei capifamiglia che sono chiamati a pronunciarsi su una serie di nomi concordati fra commissari politici e comandanti militari.
Non si tratta di vere e proprie elezioni ma la situazione non lascia altre alternative. "Non possiamo ancora dire - si afferma in una relazione del 14 luglio 1944, trovata nell'archivio dell'Istituto Gramsci, Fondo Garibaldi-Emilia Romagna - che le masse di queste località comprendano l'importanza delle elezioni, della nomina di questi poteri popolari locali… per diversi il sindaco è ancora visto come una specie di podestà" (Per i nostri lettori più giovani ricordiamo che il podestà, durante il periodo fascista, era il "dittatore comunale" e quindi aveva pieni poteri).

Va sottolineato tuttavia, anche se si procede con metodi empirici, che quando accade è un recupero di vita democratica: si affermano l'autonomia, l'indipendenza e la libertà del potere civile.
Indicativo in questo senso il verbale della prima seduta della giunta di Montefiorino: "L'avvocato Mussini, richiamandosi alla legislazione vigente fino al 1921 ed ai principi democratici, esprime il concetto che l'amministrazione comunale, in quanto rappresenta l'espressione e la volontà del popolo, deve riprendere il carattere di autarchia nel senso più lato della parola".
E' chiara la rivendicazione delle autonomie locali abolite dalla legislazione fascista, com'è chiaro che questa rivendicazione è diretta anche nei confronti dei comandi partigiani.

"Pur entro i limiti visti la 'repubblica' di Montefiorino, anche per la sua precocità
(le Gpc si formano qui negli stessi giorni in cui si emanano le direttive generali del Clnai e del Cvl), rappresenta un capitolo importante nella storia delle zone libere, un punto di riferimento costante per le esperienze future. Ma in altri territori questi orientamenti restano allo stato di intenzioni. I propositi di passare dal controllo militare all'organizzazione politica non si realizzano che in minima parte e la zona di fatto non si costituisce. "Caso esemplare quello della montagna imperiese.
Qui le difficoltà di ordine politico si rivelano particolarmente ardue, né i comandi partigiani riescono ad averne ragione… ma non è tanto l'ostilità latente verso determinati orientamenti di partito quanto la concreta esemplificazione di un chiuso mondo contadino che istintivamente si ritrae di fronte ad ogni precisa sollecitazione di ordine politico"
(da
Politica e amministrazione nelle repubbliche partigiane di Massimo Legnani, Milano 1978).

Il riferimento di Legnani all'imperiese porta a ricordare la brevissima storia della repubblica di Pigna, un piccolo centro delle Alpi marittime che viene liberato il 5 settembre 1944 da una formazione garibaldina. Praticamente nello stesso giorno un gruppo di cittadini comincia a elaborare gli ordinamenti democratici e a formare gli organismi che guideranno la repubblica.
Ma questo "periodo esaltante", come viene definito in un libretto commemorativo edito dall'Istituto storico della Resistenza di Imperia, dura pochi giorni. Il 18 settembre i tedeschi danno il via a una massiccia azione di rastrellamento che parte dal fondovalle. Da questo momento Pigna resta una repubblica soltanto sulla carta: l'8 ottobre la macchina militare germanica ha ragione delle formazioni partigiane, che sono costrette alla ritirata per attestarsi su posizioni più interne, e Pigna cade nelle mani dei nazifascisti. "Le case bruciano dopo il bombardamento da sembrare il finimondo in Pigna e fuori a Buggio, bruciano divampando dai vicoli e crollano. Allora le donne da sole arrancano con la schiena dritta verso la baite e ancora più su portandosi tutto nei fagotti coi bimbi piccoli aggrappati alla gonna".

Mentre Pigna vive la sua brevissima vita, nel vicino Piemonte nasce la repubblica dell'Ossola. Nello stesso giorno dell'occupazione di Domodossola (10 settembre 1944) il comandante della divisione Val d'Ossola insedia la giunta di governo. Non è la procedura indicata dal Clnai ma anche in questo caso il comando partigiano ha a che fare con l'assenza e l'inefficienza dei comitati di liberazione nazionale e la disorganizzazione dei partiti.
La partenza teoricamente poco ortodossa non compromette, in sostanza, la validità dell'esperienza ossolana. La giunta infatti dà in tempi brevi la dimostrazione dell'ampiezza e della filosofia con le quali interviene nei diversi settori. Non si limita alla normale amministrazione e, mentre provvede a rimettere in moto la macchina organizzativa, imprime alle proprie decisioni una fisionomia decisamente innovatrice.
Nella riorganizzazione dell'attività scolastica e della giustizia supera la visione municipalistica e tende a inserire ogni provvedimento in un disegno governativo di ampio respiro che, mentre rimuove la legislazione fascista, afferma con chiarezza i principi democratici dai quali prende le mosse. Naturalmente il terreno socio-politico sul quale si lavora è irto di difficoltà e le manchevolezze (che un'analisi realistica deve dare per scontate) sono inevitabili.

Le sottolinea Giancarlo Pajetta, inviato in loco dal partito comunista come osservatore, in un rapporto del 3 ottobre: "Apparve subito l'insufficiente carattere popolare delle amministrazioni (quelle dei piccoli centri:ndr) e l'errore di impostarle sulla rappresentanza dei partiti. In piccoli villaggi nei quali alcuni partiti erano ignorati e tutti non organizzati, chi volle salire al potere dovette scegliersi sui due piedi un partito, e bastò che uno si dichiarasse rappresentante di un'organizzazione politica ignota ai suoi concittadini perché diventasse membro della Giunta in rappresentanza di quella organizzazione. Non fu capito che proprio la scarsa vitalità dei partiti imponeva l'organizzazione del movimento di liberazione su una base che non fosse esclusivamente politica".

Infatti l'aspetto politico, nella breve storia delle repubbliche partigiane, non è quello di maggior rilievo: lo scoglio difficile è rappresentato, per i residenti e per i partigiani, dal problema economico e dai rifornimenti.
E' un problema che influisce anche sulla strategia della guerriglia.
Nella
Storia della resistenza italiana (Torino 1964) Roberto Battaglia ricorda: "L'estrema povertà di mezzi spinge le formazioni, appena si sono date un aspetto organico, ad occupare il territorio più ricco, più idoneo a essere utilizzato come base di rifornimenti, specie alimentari, e a contrastare quindi il passo alle formazioni più vicine, a considerarle come pericolosi concorrenti alle preziose (e spesso uniche!) fonti di vita".

La zona libera diventa così un centro di attrazione non solo per i partigiani, ma per le loro famiglie e per i civili in genere. Tendono a trasferirsi nel territorio anche i contadini con i buoi e con le greggi delle pecore e delle capre: tutti sono certi che i paesi della repubblica siano definitivamente liberati.

Questo atteggiamento ottimistico si rovescia quando, bloccati gli eserciti alleati sulla Linea Gotica, appare chiaro che ci si deve attendere un altro inverno sotto l'occupazione tedesca. Cambia il rapporto della popolazione con i partigiani, nasce l'ostilità legata a due elementi: la paura delle rappresaglie nazifasciste e la progressiva pesantezza dei prelievi alimentari e di altri generi, che i partigiani sono costretti a fare per ragioni di sopravvivenza.
Se la repubblica di Montefiorino, che si trova su un territorio agricolo ricco, non risente particolarmente di questi prelievi, molto differente è la situazione nelle repubbliche a economia depressa come l'Ossola e la Carnia.
"Urge il grano che smuoverà certamente quel resto di apatia nella gente", scrive nella sua relazione un responsabile politico nel territorio carnico. I rifornimenti, ovviamente, non sono facili: la repubblica è un'isola circondata dalle truppe germaniche e dalle formazioni della Repubblica di Salò.
In una lettera pubblicata dal giornalista e storico friulano G.A. Colonnello si scrive che, poco dopo la creazione della zona libera, verso il basso Friuli e il Trevigiano "inizia un vero esodo di centinaia di carnici alla ricerca soprattutto di cereali".

A parte i problemi di questo genere la repubblica di Carnia dimostra in particolar modo l'importanza dell'esperienza, la validità del lavoro di autoricostruzione democratica. Certo non mancano le resistenze che nascono dalla cultura tradizionale e dai gruppi di conservatori che vogliono uscire dal periodo fascista ritornando semplicemente alla vecchia società pre-fascista del 1921.

Viene infatti fortemente contrastata e infine battuta la posizione congiunta del partito d'azione e del partito comunista nella quale si afferma che nelle elezioni dei comitati di liberazione locali "tutta la popolazione bisogna far intervenire e soprattutto tutta la gioventù e tutte le donne. Quello di limitare il diritto di voto ai capifamiglia è un sistema antidemocratico, un sistema patriarcale in decadenza".
Avversari decisi di questa proposta sono soprattutto i cattolici. La partita si risolve con un compromesso: concessione del voto consultivo, tranne sui problemi riguardanti le categorie direttamente interessate. Tuttavia la dialettica democratica compone e assembla polemiche e divergenze porta a risultati positivi. Lo dimostra la
"Relazione della Giunta di governo della zona libera della Carnia nel periodo settembre-ottobre 1944", scritta da Celestino (Nino Del Bianco), esponente del partito d'azione e membro della giunta. "Facevano inoltre parte del governo le organizzazioni di massa perché si riteneva che per la loro stessa struttura fossero le più adatte a lievitare il popolo ed a farlo più intensamente partecipare alla nuova vita democratica del paese. In ogni Comune venne eletta la Giunta popolare comunale. Il numero di membri variava da cinque a undici, a facoltà della popolazione, più un referente militare, designato d'accordo tra le formazioni partigiane, che aveva funzioni di collegamento tra l'autorità civile e militare. Elettori tutti i cittadini di sesso maschile aventi più di ventun anni, candidati tutti i cittadini di sesso maschile aventi pure superato il ventunesimo anno di età".

La giunta di governo si trova davanti a problemi di non facile soluzione ma, sia pure entro i limiti del possibile, si arriva alla riapertura delle scuole, alla riorganizzazione dei rifornimenti alimentari. I decreti toccano tutti i settori: amministrazione della giustizia attraverso il tribunale del popolo; costituzione della polizia; gestione delle foreste; manutenzione delle strade.

Particolarmente interessante il decreto finanziario del 30 settembre-1 ottobre 1944: "La Giunta di governo fece un decreto nel quale venivano abolite tutte le imposte e tasse esistenti e veniva ordinata un'imposta straordinaria sul patrimonio per le spese di gestione della vita civile. Questa imposta partiva dai valori di lire 200.000 (2%) valore dicembre 1939 e arrivava progressivamente al valore di 1.000.000 (8%). Per i patrimoni superanti tale importo la giunta di governo decideva caso per caso. Le liste dei beni venivano fatte dalla giunte popolari comunali e controllate dai comitati di liberazione locali. Il decreto dava quindici giorni di tempo per il pagamento e in tal modo non ci fu il tempo di controllarne gli effetti".
"Non ci fu il tempo" perché la data di scadenza coincide con l'offensiva tedesca contro le zone libere. Assieme alle altre crolla anche la repubblica di Carnia. E' la fine di un'esperienza che, pur brevissima, resta nella memoria storica di quanti l'hanno vissuta direttamente. In questa memoria c'è già l'embrione della futura Costituzione italiana.


IL PARERE DI UNO STUDIOSO
DI STORIA DELLA RESISTENZA


Il professor Massimo Legnani s'è laureato in lettere a Milano ed ha insegnato storia del secolo XX all'università di Bologna. E' stato direttore scientifico all'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia ed ha diretto la rivista dell'Istituto, Italia contemporanea.
Questa intervista è stata rilasciata alcuni anni orsono, prima della scomparsa dell'illustre studioso.

Professor Legnani, quale contributo hanno dato allo spirito della nostra Costituzione le "piccole Costituzioni" delle repubbliche partigiane?
"Credo abbiano dato un contributo non indifferente, se lo interpretiamo non tanto come sperimentazioni concrete quanto come spinte ideali cioè come proposizioni di spinte future. "Se pensiamo ad esempi come la zona libera della Carnia, le repubbliche dell'Ossola e dell'Alto Monferrato, sicuramente rintracciamo, a livello giuridico, fiscale, scolastico e in generale a livello degli ordinamenti locali, piccole sperimentazioni di temi, di tensioni riformatrici che poi hanno lasciato una traccia anche nel lavoro preparatorio del futuro assetto costituzionale. "Una cosa direi, comunque: il minimo comun denominatore che tiene legati questi vari aspetti è uno spirito fortemente autonomistico, cioè il desiderio di far valere le scelte dei cittadini, degli amministrati, insomma".

Come reagiva la popolazione locale, abituata alla dittatura, di fronte all'esperienza democratica?
"Si deve innanzitutto tener conto del fatto che spesso i civili percepivano i caratteri eccezionali della situazione, si rendevano conto che anche le repubbliche erano delle costruzioni precarie rispetto all'andamento complessivo della guerra. "Direi che le risposte a questa domanda sono due: da una parte si registra una calorosa adesione, soprattutto in quelle zone dove c'è una forte presenza, nelle formazioni di partigiani con la società locale; dall'altra parte, dove questo legame non esiste o è molto debole, l'atteggiamento della maggioranza della popolazione è molto circospetto, soprattutto per ragioni di carattere economico: le formazioni partigiane avevano ovviamente problemi di approvvigionamento e ciò presupponeva la spartizione delle limitate risorse esistenti… questa dialettica legata alle condizioni materiali spesso determinava climi psicologici che incidevano negativamente sui rapporti politici".

Quale fu la "piccola Costituzione" più illuminata, più avanzata?
"Il problema degli ordinamenti di queste repubbliche è legato alla presenza o meno, tra le formazioni partigiane o tra i Comitati di liberazione nazionale, di personalità politiche di alto livello o per lo meno di grossa notorietà. "Di solito si cita l'Ossola, come esempio di repubblica partigiana particolarmente evoluta e dotata di ordinamenti anche complessi, e sicuramente l'indicazione è giustificato. Ma questo carattere è dovuto al fatto che nell'Ossola agivano personalità politiche di livello nazionale, come il democristiano Malvestiti e il comunista Terracini, personaggi di diversa estrazione politica ma tuttavia professionisti, diciamo, con una visione più profonda e complessa delle cose e per questo in grado di produrre risultati migliori".

Come veniva amministrata la giustizia nelle repubbliche partigiane? Veniva applicata la pena di morte?
"Le disposizioni nazionali del movimento prevedevano l'irrogazione della pena capitale in alcuni casi: in primo luogo nei confronti delle spie, poi nei confronti dei tedeschi e dei fascisti che si fossero macchiati di reati tali da configurarli come criminali di guerra. "Per quanto riguarda la giustizia spicciola mi rifarei all'Ossola, dove furono celebrati diversi processi per reati comuni cercando di applicare in modo elastico, duttile, le disposizioni penali vigenti".

Nella repubblica partigiana che posizione aveva la donna? Com'era considerata?
"Penso che su questo tema si debba fare lo stesso discorso che si deve fare per la Resistenza nel suo complesso. Senza dubbio c'era una partecipazione femminile, senza dubbio questa partecipazione era sollecitata. "Ci sono stati casi innumerevoli non solo di donne partigiane (di solito si pala soprattutto delle staffette) ma anche di donne che all'interno delle formazioni partigiane ebbero ruoli di comando. Per l'Ossola posso ricordare Gisella Floreanini, membro del governo della Val d'Ossola, che poi fu anche deputato al Parlamento per diverse legislature. "Ma debbo dire che sostanzialmente c'è una bassa sensibilità sul problema del nuovo ruolo della donna nella società. Tant'è vero che dopo la liberazione, la maggioranza delle donne, che pur avevano espresso un impegno politico e nella lotta armata, di fatto rifluirono nella vita familiare. E le eccezioni non furono molte, indubbiamente pesavano elementi di tradizione e di cultura. Di conseguenza è difficile trovare anche nella documentazione prodotta dalle organizzazioni partigiane un qualcosa, documenti, prese di posizione su questo tema che andassero al di là della mobilitazione del momento".
FRANCO GIANOLA

Bibliografia
* Il combattente, pubblicazione clandestina - Numero del 21 luglio 1944
* La Nuova Italia, giornale del territorio libero del Taro - Numero del 13 luglio 1944
* Fondo Garibaldi-Emilia Romagna, archivio dell'Istituto Gramsci - Documento con data del 14 luglio 1944
* Politica e amministrazione nelle repubbliche partigiane, di Massimo Legnani, Milano 1978
* Storia della resistenza italiana, di Roberto Battaglia - Ed. Einaudi, Torino 1964
* Relazione della Giunta di governo della zona libera della Carnia nel periodo settembre-ottobre 1944, di Celestino (Nino Del Bianco), archivio dell'Istituto storico per la resistenza - Udin
e

Questa pagina
è stata offerta da Franco Gianola
direttore di http://www.storiain.net


La mappa delle repubbliche principali partigiane
che vennero formate in Italia nel 1944



VAL CENO (Emilia) Dal 10 giugno all'11 luglio. Ingloba 10 comuni dell'alto Parmense. Si estende per oltre un quarto dell'intera provincia e comprende una popolazione di circa 40.000 abitanti. Centri principali: Bardi, Pellegrino Parmense, Rubbiano, Varan Melegari, Varsi.

VALSESIA (Piemonte) Dall'11 giugno al 10 luglio. Si estende in tutta l'alta valle, fino a Romagnano e Gattinara.

VAL D'ENZA e VAL PARMA (Emilia) Giugno-luglio. Comprende la parte alta delle due valli, dai confini con la provincia di Reggio - segnati dal fiume Enza - alla sponda sinistra del Parma. Centri principali: Neviano degli Arduini, Palanzano, Tizzano Val Parma.

VAL TARO (Emilia) Dal 15 giugno al 24 luglio. Nel territorio, 240 chilometri quadrati, è incluso un lungo tratto della ferrovia Parma-La Spezia, importante per i collegamenti tedeschi fra la pianura padana e il settore occidentale della linea Gotica. Lungo il confine est della valle passa per diversi chilometri la strada statale della Cisa.

MONTEFIORINO (Emilia) Dal 17 giugno al primo agosto. La zona è costituita dall'area montagnosa modenese e reggiana, ai confini con la Toscana e sfiora, a nord, la pianura padana. Ha un'estensione di 1.200 chilometri quadrati e una popolazione di 50.000 abitanti. Anche in questo caso le truppe nazifasciste si trovano di fronte a un ostacolo difficile da eliminare con mezzi militari, tant'è vero che fanno ricorso all'azione psicologica tentando di aizzare l'opinione pubblica, senza riuscirci, contro i partigiani. I centri principali: Montefiorino (la capitale), Baiso, Carpineti, Cervarolo, Frassinoro, Ligonchio, Prignano, Toano, Villaminozzo.

VAL MAIRA e VAL VARAITA (Piemonte) Da fine giugno al 21 agosto. A nord-ovest di Cuneo. Centri principali: Acceglio, Alma, Carteglio, Elva, Marmora, Prazo, Sampeyre, San Damiano, Stroppo.

VALLI di LANZO (Piemonte) Dal 25 giugno alla fine di settembre. Si trova a circa 30 chilometri a nord-ovest di Torino. Ne fanno parte le valli Ala, Grande, Viù, i paesi e le città lungo lo Stura.

FRIULI ORIENTALE Dal 30 giugno alla fine di settembre. Si trova in provincia di Udine e si articola sui centri di Attimis, Badia, Cesaris, Faedis, Lusevera, Nimis, Povoletto, Rozzano, Taipana, Torreano. La superficie è una buona parte collineare-montagnosa e la sua presenza disturba notevolmente il traffico della ferrovia Pontebbana, una linea che collega le armate germaniche con l'Austria.

BOBBIO (Emilia) Dal 7 luglio al 27 agosto. Si estende nella valle del Trebbia per 90 chilometri, da Rivergnano a Torriglia, e include un tratto della strada statale Piacenza-Genova. Torriglia, pur facendo parte di quella di Bobbio, costituisce una zona libera a sé stante: è un'area di grandissima importanza strategica perché nel suo territorio si trova il Monte Antola dal quale si dominano le valli di Trebbia. Scrivia, Brevenna, Barbera, Vobbia.

CARNIA (Friuli) Dalla metà di luglio alla metà di ottobre. Abbraccia l'intera regione carnica: l'alto bacino del Tagliamento (escluso Tolmezzo) con le valli di Arzino, Meduna e Cellina. Ha un'estensione di 2.500 chilometri quadrati e comprende 41 comuni con un totale di 70.000 abitanti.

CANSIGLIO (Veneto) Da luglio a settembre. Estensione di 124 chilometri quadrati, 25.000 abitanti. Si colloca fra Valdobbiadene, l'altopiano di Cansiglio e tocca i confini della zona carnica. Comprende le località della conca d'Alpago.

IMPERIA (Liguria) Dalla fine di agosto alla metà di ottobre. E' costituita da diversi centri della provincia di Imperia, dal capoluogo a Ventimiglia, tocca i confini con la Francia e s'inserisce in territorio piemontese fino a Bagnasco. Centri principali: Badalucco, Calizzano, Carpasio, Cosio, Gallesio, Molini di Prelà, Molini di Triora, Montalto, Ormea, Triora, Villatalla.

OSSOLA (Piemonte) E' la più nota delle repubbliche partigiane. Dura dal 10 settembre al 23 ottobre. La vicinanza con la Svizzera fa sì che la sua storia, breve ma ricca di esperienze politico-sociali, sia seguita dalla stampa internazionale. Nel suo territorio si trovano 35 comuni con 85.000 abitanti. I centri principali sono: Bognanco, Crevoladossola, Crodo, Domodossola, Piemulera, Pieve Vergonte, Premosello, Rumianca, Villadossola. Nell'eventualità di un'azione tattico-strategica i partigiani dell'Ossola sono pronti ad attaccare la Pianura Padana.

LANGHE (Piemonte) Da settembre a metà novembre. Si trova a nord-ovest di Mondovì, fra il Tanaro e il Bormida. I principali centri: Barolo, Barbaresco, Bossolasco, Carrù, Castino, Cigliè, Cravanzana, Farigliano, Mango, Mombarcaro, Monforte, Neive, Neviglie, Niella Belbo. Dal 10 ottobre al 2 novembre viene inclusa anche la città di Alba.

ALTO MONFERRATO (Piemonte) Dal settembre al 2 dicembre. Comprende la zona sud di Asti e arriva fino al nord-ovest della zona delle Langhe. Ne fanno parte 36 comuni fra i quali Agliano, Canelli, Costigliole d'Asti, Isola d'Asti, Nizza Monferrato, Rocca d'Arazzo.

VARZI (Lombardia) Dalla fine di settembre al 29 novembre. Confina con la repubblica di Torriglia e comprende il territorio nel quale s'è già estesa la repubblica di Bobbio, territorio al quale si aggiunge Varzi, la basse Valle Staffora, spingendosi fino a Godiasco, nei pressi di Voghera.

ALTO TORTONESE (Piemonte) Dal settembre al dicembre. Confina con aree di Torriglia e Varzi, assieme alle quali forma, praticamente, un solo, vasto territorio libero. Include le valli Borbera (fino a Pertuso), Sisola, l'alta Val Grue e Val Curone, fino a Brignano Frascata.

Invitiamo i lettori a segnalarci altre località a loro conoscenza

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La Resistenza a Verona

di Giovanna GianninI
Verona fu sicuramente la sede del nazifascismo in Italia, eppure proprio in queste zone prese piede la missione militare RYE, che aveva il compito di raccogliere informazioni sui movimenti delle forze tedesche e fasciste e di coordinare gli aiuti alle forze partigiane sulle montagne.

Immediatamente dopo il 25 luglio 1943 e ancor di più dopo l'8 settembre, i carri armati tedeschi avevano cominciato la loro discesa dal Brennero e nel giro di poco entrarono a Verona. Che la città fosse ormai in mano nazista lo dimostravano i sempre più numerosi cartelli scritti non più in italiano ma in tedesco. Anche i migliori alberghi cittadini erano stati invasi dal nemico, era proprio in questi luoghi sfarzosi che spesso venivano pronunciate superficialmente sentenze di morte e si viveva senza nessun tipo di restrizione, come se la guerra non esistesse.

Ma nonostante un’apparente tranquillità, Verona era ormai una città svuotata. Chi poteva andava via perché conscio dei pericoli e delle precarie condizioni di vita che si celavano dietro quei silenzi. Non c’erano infatti più autobus per mancanza di pneumatici e lubrificanti. I tram erano guidati dalle donne e difficilmente riuscivano a compiere un intero percorso perché non c’era sufficiente energia elettrica. Il mercato di Piazza delle Erbe aveva ben poco da vendere. Le caserme erano piene di anziani richiamati incredibilmente alle armi, ma la notte si svuotavano perché si pernottava nelle proprie case.
Chi poteva la sera si ritrovava ai tavolini dei caffè dov’era ormai di routine veder passare le ronde dell’esercito a cui, dopo la caduta di Mussolini, toccava il compito di mantenere l’ordine pubblico. Ma i tedeschi erano ormai padroni di tutto ed erano seriamente intenzionati a fissare qui la loro capitale.

Anche i fascisti si rifecero vivi riaprendo le loro sedi e rispolverando i ritratti di Mussolini. Molte ville e palazzi furono requisiti ed era diventato molto difficile trovare generi alimentari, perché i viveri tesserati erano distribuiti in quantità irrisoria. Le campagne invece erano ricolme di provviste che però venivano vendute a prezzi elevatissimi. Un sacco di farina bianca costava quanto due mesi di stipendio. La popolazione era insofferente, gli scioperi nelle grandi fabbriche erano il sintomo più evidente di questo malumore.

Posto di fronte al dilagare delle proteste, al rafforzamento del movimento partigiano, alle agitazioni operaie e alla lotta sotterranea della grande industria, Mussolini decise allora di puntare sulla carta della pacificazione e della concordia nazionale. Si illudeva di poter governare nuovamente l’Italia attraverso la creazione di un nuovo stato repubblicano e fascista. Fu così che il 14 novembre del 1943 si svolse a Verona il primo e unico congresso del Partito Fascista Repubblicano, che avrebbe dovuto dare una svolta operaia e socialista al paese.
Congresso di Verona

Si svolse dal 14 al 16 novembre del 1943 presso Castel Vecchio a Verona. Durante la seduta furono approvati i cosiddetti 18 punti, cioè il manifesto programmatico del nuovo Partito fascista repubblicano - VEDI IL MANIFESTO > > ).
La parola d’ordine dei congressisti era: odio per la monarchia e guerra totale alle plutocrazie occidentali e ai capitalisti italiani che ne erano complici.

Si stabiliva inoltre la convocazione di un’assemblea costituente che avrebbe dovuto proclamare la nascita della Repubblica Sociale ed eleggerne il capo. Il nuovo Stato sarebbe stato una repubblica presidenziale elettiva ( con elezioni ogni 5 anni ) e garantista. A fondamento di esso era posto il lavoro. Era prevista infatti la partecipazione dei lavoratori alla gestione e agli utili delle aziende, e l’obbligo per tutti di iscriversi ai sindacati che dovevano confluire nella Confederazione generale del lavoro.

A Verona nel gennaio del 1944 si svolse anche il processo contro il genero del duce, Galeazzo Ciano, e i gerarchi che avevano approvato l’ordine del giorno Grandi provocando la caduta del regime. La sentenza fu di morte e coinvolse non solo Ciano ma anche Marinelli, De Bono, Gottardi, Pareschi.

Verona quindi fortemente al centro non solo però delle manifestazioni e delle vendette fasciste, ma anche della Resistenza.

Come abbiamo precedentemente detto in queste zone, nel novembre del 1943, prese corpo la missione RYE. Di questa missione facevano parte il tenente Carlo Perucci e due suoi collaboratori inviati tra le linee tedesche per raccogliere informazioni sui movimenti delle forze nemiche e su eventuali obiettivi militari da colpire. Si cercò però in ogni modo di evitare attentati alle persone, perché non avrebbero portato a nulla di nuovo sul piano militare, mentre avrebbero causato rappresaglie contro la popolazione civile.

Si scelse Verona come sede della missione perché lo stesso Perucci era nativo della zona e con molti legami e conoscenze soprattutto con l’ambiente cattolico, essendo stato prima della guerra esponente di spicco dell’Azione Cattolica. Fu quindi facile per lui e i suoi collaboratori trovare solidi appoggi in diverse canoniche, dove vennero create vere e proprie basi informative.

Fu proprio grazie ad un prete, Don Luigi Cavaliere, che la missione si svolse con successo. Era parroco di Tarmassia ed era membra attivo del Comitato di Liberazione Nazionale, alla fine del conflitto venne riconosciuto come uno dei più attivi partigiani della zona.
Attraverso un cannocchiale posto sul campanile della sua chiesa, osservava i diversi campi d’aviazione della zona, la linea ferroviaria e le diverse strade interne. Con un radio trasmettitore comunicava i vari spostamenti alle forze alleate di liberazione e riceveva messaggi per missioni di sabotaggio.
Nascose presso le famiglie del suo paese molti soldati inglesi, affrontò molti pericoli ma prima di accettare questi incarichi si fece dare da Perucci una rivoltella per difendersi. La canonica di Tarmassia divenne quindi la sede operativa della missione RYE.

Settimanalmente si svolgevano nella canonica dei corsi di sabotaggio. Per evitare che il suo paese fosse bruciato, don Cavaliere si fece rilasciare dai tedeschi un lasciapassare, che gli venne rilasciato prontamente anche perché egli aveva svolto opera di collaborazione nel reclutamento di civili per lo sgombero della linea Legnago-Isola bombardata.
Quel lasciapassare fu utilizzato per spostarsi con maggiore libertà e trasmettere le informazioni partigiane presso le parrocchie vicine. Venne arrestato verso la fine del 1944 dai nazifascisti insieme ad altri della missione RYE, ma fu rilasciato perché non si trovò nulla a suo carico.

Riuscì a disarmare e a far mettere in isolamento presso delle scuole elementari un’intera compagnia di soldati della Wehrmacht fino all’arrivo delle forze di liberazione.

Nonostante questi gesti di eroismo i pareri sulla missione RYE rimangano contrastanti. Alcuni studiosi ritengono che si agì spesso in funzione disgregante all'interno del movimento di liberazione, si trattò comunque di un valido contributo per la liberazione dell’Italia dal giogo nazifascista.


Giovanna Giannini

Collaboratrice del sito Internet sulla storia della resistenza in Italia:

www.romacivica.net/Anpiroma

Bibliografia
www.tarmassia.it
Storia Illustrata Il Congresso di Verona n.5, Maggio 1988
Gianfranco Venè Coprifuoco Mondadori 1991
Silvio Bertoldi Salò BUR 2000
Arrigo Petacco La nostra guerra Mondadori 1995
Ray Moseley Ciano l'ombra di Mussolini Mondadori 2000


 

Le giornate di Firenze



Firenze - Il Ponte S. Trinità distrutto.

Come in altre città anche a Firenze si registrarono partecipazioni di massa al movimento della Resistenza. La città Toscana era infatti stretta tra gli Alleati, che avanzavano dal sud, e i tedeschi che si concentravano lungo la Linea Gotica.

La lotta era dura e ad ogni condanna corrispondeva una fucilazione. Giornalmente al tribunale militare si svolgevano rapide sedute da cui scaturivano sempre nuove sentenze. Va in prigione il conte Francesco Della Torre, colpevole di essere amico di Badoglio, la stessa sorte subiscono il prof. Zemiro Meiss e gli studenti Mauro Fantechi, Mario Spinella e Paolo Bernucci: i fascisti li avevano sorpresi in una casa in via Guicciardini, definita "covo di terroristi", con alcune copie del giornale clandestino " Libertà" da essi realizzato.

Le autorità tedesche offrivano anche del denaro ( 300 lire ) a chi avesse segnalato il luogo in cui erano nascosti i nemici. Inoltre si proponevano degli scambi: per ogni segnalazione o aiuto nell’arresto di un soldato americano ci sarebbe stato il rilascio di un internato italiano in Germania.

A comandare nel capoluogo toscano erano dunque fascisti e tedeschi. Gino Meschiari era il delegato per la Toscana del partito fascista repubblicano; Giotto Dainelli era il podestà e dopo l’uccisione di Gentile divenne il presidente dell’Accademia d’Italia; Egle Cappiardi era la fiduciaria dei fasci femminili. Il comando militare era nelle mani del colonello Von Kunowski; Gerhard Wolf era invece il maggior difensore di Firenze. Egli infatti intervenne più volte per mitigare le rappresaglie e aiutare i perseguitati. (al termine della guerra avrà la cittadinanza onoraria).

Oltre alla opprimente presenza di fascisti e tedeschi, c’erano anche altri problemi da fronteggiare. C’era carenza di alloggi, causata soprattutto dall’afflusso dei tanti sfollati provenienti dai centri più minacciati dalla guerra. Antichi palazzi ed edifici pubblici vennero attrezzati per ospitare i senzatetto, e molte delle famiglie ricche fiorentine si offrirono di ospitarli. Come se ciò non bastasse non bisogna dimenticare la carenza di viveri, aggravatisi con l’avvicinarsi del fronte che aveva ridotto quasi a zero il contributo del mercato nero di generi alimentari importati clandestinamente dalle campagne vicine.

La situazione già abbastanza grave precipitò nel luglio del 1944 quando venne affissa un’ordinanza tedesca che, in previsione di attacchi nemici ai ponti, imponeva lo sgombero di una vasta zona vicino l’Arno.
Tale decreto fu ripreso anche dalla " Nazione". I tedeschi ordinavano, senza spiegarne la ragione, a migliaia di persone ( 150.000 circa) di abbandonare le proprie abitazioni e di cercarsi un nuovo alloggio. La ragione di tali sgomberi era che si era deciso di far saltare i ponti sull’Arno.

Il 3 agosto 1944 il comando tedesco proclamò lo Stato di emergenza: dalle 14 di quel giorno fu proibito a chiunque di lasciare le proprie case e camminare per le strade. La città era continuamente sorvegliata da carri armati e pattuglie di paracadutisti che sparavano a chiunque incontravano o verso quelle finestre che erano aperte o semplicemente socchiuse. Alcuni militari non si limitarono a questo, ma saccheggiarono negozi e abitazioni.

In questo frangente i primi partigiani della divisione Rosselli e Lanciotto iniziarono a penetrare in città e ad attaccare i tedeschi non appena si presentava l’occasione. Nell’agosto del 1944 fu attaccato un gruppo di genieri tedeschi presso il ponte alla Vittoria e della Carraia che stavano facendo esplodere delle mine, il tentativo però fallì e gravi furono le perdite tra i partigiani.
I ponti di Firenze avevano un’importanza strategica per i tedeschi, ma in molti si adoperarono per salvarli dato il loro grande valore artistico che non era affatto sottovalutato dai nazisti, ma in quei momenti le ragioni belliche presero il sopravvento. A dare manforte a chi intendeva farli saltare contribuì purtroppo il lancio di volantini contenenti messaggi degli americani che incitavano i fiorentini ad insorgere.

Questo appello servì a Kesselring come pretesto per dimostrare che gli Alleati non intendevano considerare Firenze "città aperta" e gli fornì l’alibi per una distruzione in realtà già decisa da tempo. Nessun esito ebbe un memorandum per la salvezza dei ponti redatto in arcivescovado da alcuni notabili fiorentini ed inoltrato ad Hitler.
Il Fuhrer adorava Firenze, ma tra i tanti acconsentì a salvare solo il Ponte Vecchio, a patto però che se ne bloccassero gli accessi. Ciò comportò la distruzione di alcuni edifici e la sparizione del superstite quartiere medievale della città. La distruzione del centro storico e dei ponti cominciò alle 22 del 3 agosto 1944. Le esplosioni proseguirono fino alle 5 del mattino. Il Ponte Vecchio, l’unico rimasto in piedi, ebbe poi una parte di primo piano nella battaglia per la liberazione di Firenze: infatti attraverso il corridoio vasariano, pur gravemente danneggiato, fin dal 5 agosto l’antifascista Bruno Fischer con l’aiuto di alcuni vigili urbani, stabilì un contatto telefonico tra i partigiani e il comando alleato.

Firenze, che non era riuscita ad ottenere la qualifica di < città aperta >, fu dunque condannata a vivere e vedere la guerra tra le sue strade, guerra tanto più terribile in quanto contrappose non solo due eserciti stranieri, ma anche italiani contro italiani. Già da diversi giorni infatti un forte nucleo di fascisti fiorentini, diretti da Alessandro Pavolini, partecipava attivamente ai combattimenti ricorrendo alla tattica dei franchi tiratori.
La resistenza fascista, che fu particolarmente insidiosa e causò non poche vittime, durò ancora per diversi giorni anche dopo che gli Alleati ebbero occupato la città. Il 10 agosto, al suono della Martinella di Palazzo Vecchio, esplose l’insurrezione ordinata dal comando militare del Comitato toscano di liberazione nazionale. I partigiani uscirono immediatamente per attaccare i tedeschi che, ripiegando, si attestarono lungo il Mugnone e la ferrovia Firenze - Roma resistendo tenacemente.

La situazione divenne presto grave per le esigue forze partigiane poiché gli alleati rifiutarono di passare l’Arno, ritenendolo ancora prematuro. Tuttavia grazie all’aiuto di altre formazioni le forze della Resistenza riuscirono a reggere e a respingere i contrattacchi tedeschi.

Il giorno 13 gli alleati attraversarono finalmente l’Arno. Il 17 agosto le autoblindo inglesi, con l’appoggio dei gruppi di Giustizia e Libertà, attaccarono il sistema difensivo tedesco in piazza Cavour giungendo fino al rione delle Cure. Le operazioni continuarono fino alla fine del mese.

Il 31 agosto venne liberato l’ospedale di Careggi, il 1° settembre Fiesole.
La battaglia di Firenze era finita.

Bibliografia:
Enzo Biagi La nostra guerra BUR 1995
Silvio Bertoldi Salò BUR 2000
Aurelio Lepre La storia della repubblica di Mussolini Mondadori 2000
Giorgio Bocca La repubblica di Mussolini Mondadori 1995
Arrigo Petacco Pavolini, il superfascista Mondadori 1998
Milza - Berstein Storia del fascismo BUR 1995


Giovanna Giannini
Collaboratrice del sito Internet sulla storia della resistenza in Italia:
www.romacivica.net/Anpiroma


 

Friuli 1945:
partigiani comunisti fucilano una formazione della Brigata Osoppo,
costituita da partigiani cattolici, azionisti e indipendenti.
Il motivo? Ancora in discussione


STRAGE DI PORZUS
UN'OMBRA CUPA SULLA RESISTENZA

 


di PAOLO DEOTTO


7 febbraio 1945, mercoledì, alle 14.30. Nelle malghe di Porzus, due casolari sopra Attimis, in provincia di Udine, ha sede il comando Gruppo brigate est della divisione Osoppo, formata dai cosiddetti "fazzoletti verdi" della Resistenza, partigiani cattolici, azionisti e indipendenti.
Giungono in zona cento partigiani comunisti, agli ordini di Mario Toffanin (nome di battaglia Giacca) sotto le false spoglie di sbandati in cerca di rifugio dopo uno scontro con i nazifascisti. In realtà, è una trappola: alla malga vengono uccisi il comandante della Osoppo, Francesco De Gregori (nome di battaglia Bolla), il commissario politico Enea, al secolo Gastone Valente, una giovane donna sospettata di essere una spia, Elda Turchetti e un giovane, Giovanni Comin, che si trovava a Porzus perché aveva chiesto di essere arruolato nella Osoppo. Il capitano Aldo Bricco, che si trovava alle malghe perché doveva sostituire Bolla, riesce a fuggire e salva la vita perché i suoi inseguitori, dopo averlo colpito con alcune raffiche di mitra, lo credono morto.

Altri venti partigiani osovani vengono catturati e condotti prima a Spessa di Cividale e poi nella zona del Bosco Romagno, sopra Ronchi di Spessa, una ventina di chilometri più a valle. Due dei prigionieri si dichiarano disposti a passare tra i garibaldini. Gli altri saranno tutti uccisi e sbrigativamente sotterrati tra il 10 e il 18 febbraio. Della cosa si cercò di non far trapelare nulla. Ancora un mese dopo c'era chi assicurava che i capi Bolla ed Enea erano tenuti prigionieri dai garibaldini o dagli sloveni.

"… La propaganda clericale del tempo descriveva i partigiani comunisti, inquadrati nelle Brigate Garibaldi, come dei Satana spergiuri che volevano consegnare il Friuli alla Jugoslavia. Furono del resto pure inglobati nella Osoppo molti fascisti, come il
Reggimento Alpini Tagliamento (formazione della Repubblica di Salò) che operava nella zona con il compito di combattere i "comunisti jugoslavi" e questo avvenne con la mediazione dell'Arcivescovado di Udine (Arcivescovo Nogara). Lo scopo della Osoppo e della Tagliamento infatti coincideva, l'obiettivo comune era quello di criminalizzare i partigiani delle Garibaldi.

In molte zone facevano persino presidi misti, cioè repubblichini e osovani.
"Quelli della Osoppo, si appropriavano delle forniture inglesi che spettavano alle Garibaldi, l'accordo con gli inglesi era che il 30% di ogni lancio fatto alla Osoppo doveva essere destinato alle Garibaldi. Quelli della Osoppo non rispettarono mai l'accordo ed i Garibaldini per approvvigionarsi e procurarsi armi dovevano assaltare i presidi tedeschi e fascisti… "
(da un'intervista rilasciata nel 1996 dal comandante partigiano Mario Toffanin, Giacca)

"… La Grande Slovenia, volevano i partigiani comunisti. Noi volevamo solo combattere per la libertà, non per il comunismo, ed eravamo favorevoli a lasciare ad un referendum dopo la liberazione la scelta sui confini… Bolla, il comandante, alzava la bandiera, bandiera italiana, bandiera con lo stemma sabaudo. Io lo mettevo in guardia: attento, gli dicevo, la vedono i comunisti e i partigiani sloveni, quello stemma a loro ricorda il fascismo, toglila. E lui no, cocciuto, perché credeva sopra ogni cosa all'Italia, senza compromessi, senza tante prudenze politiche… Avevamo sempre operato insieme, anche se noi cattolici ci preoccupavamo, oltre che della onestà dei fini, anche della onestà dei mezzi. Ci furono discussioni assai accese con i comandanti comunisti sulla necessità di azioni che comportavano sacrifici di vite umane".
(da un'intervista rilasciata nel 1997 da Monsignor Aldo Moretti, Lino, Medaglia d'Oro al valor militare, uno dei fondatori della Divisione Osoppo).

Quando nel 1997 il regista Renzo Martinelli doveva girare gli esterni del suo film Porzus, si trovò alle prese con i divieti di diversi sindaci, che non consentirono le riprese sui loro territori. Erano passati più di cinquant'anni, ma di Porzus molti non volevano neppure parlare; non mancò chi chiese di vietare la presentazione del film a Venezia. Cattive coscienze, risentimenti, fanatismo ideologico duro a morire, uniti ad una insopprimibile abitudine a riscrivere la storia con ottica di parte, hanno fatto sì che a tutt'oggi restino dei punti interrogativi su quella cupa vicenda.

Non abbiamo la pretesa di poter fornire tutte le risposte; confidiamo solo che una rilettura seria e serena sia possibile, a passioni sopite e senza nessuna preconcetto. E speriamo che cinquantasei anni di distanza siano sufficienti, non foss'altro per rendersi conto che non esiste causa, per nobile che sia, che possa trarre giovamento dalle falsificazioni della realtà.

Molti segreti se li portò nella tomba Mario Toffanin, Giacca. A differenza di altri, Giacca su Porzus aveva parlato molto, dando tante versioni diverse, con una sola costante:
"se li avessi di nuovo davanti, li accopperei ancora tutti".
Morì, ottantaseienne, venerdì 22 gennaio 1999, nell'ospedale della cittadina di Sesana, in Slovenia. Era lui il comandante dei reparti che compirono l'eccidio. Il protagonista della vicenda, almeno il più visibile; non necessariamente il più consapevole.

Partigiani contro partigiani, con accuse reciproche, fino al tragico epilogo di sangue. Nella vicenda di Porzus si materializza violentemente quello che fu il problema centrale della Resistenza: la competizione, più che la collaborazione, tra i diversi gruppi ideologici. In più si aggiunsero le rivendicazioni territoriali slovene, che avevano una loro legittimità storica, ma che contribuirono ad arroventare una situazione già calda.
Ma non possiamo leggere queste vicende, accadute in quell'estremo lembo di territorio italiano tra le provincie di Udine e Gorizia, se prima non accenniamo brevemente alla nascita della Resistenza in Italia e ai suoi sviluppi.

Una storiografia oleografica ci ha spesso presentato la Resistenza come un movimento di popolo, una spontanea ribellione di massa contro l'oppressione fascista e nazista. Se vogliamo guardare più realisticamente ai fatti, partiamo da una data fondamentale: 25 luglio 1943. Il Gran Consiglio del Fascismo vota a maggioranza un ordine del giorno presentato da Dino Grandi, che, chiedendo il ripristino dei poteri degli organi costituzionali (Parlamento, Corona), di fatto sfiducia Mussolini, mettendo fine a diciotto anni di una dittatura che, se negli anni precedenti aveva goduto di un grande seguito popolare, aveva poi gettato l'Italia nella tragedia della seconda guerra mondiale. Il Re Vittorio Emanuele III fa arrestare Mussolini e nomina Primo Ministro il Maresciallo Pietro Badoglio.

Sul 25 luglio, sulle effettive intenzioni degli uomini che causarono la caduta del Duce, si discute e si discuterà ancora a lungo. Ma resta un dato di fatto: il fascismo fu liquidato dai fascisti e dal Re, né le attività clandestine di gruppi antifascisti ebbero alcun peso sull'estromissione di Mussolini dal potere.

Le ambiguità di Badoglio, l'illusione di poter tenere a bada contemporaneamente gli Alleati e i tedeschi, le incertezze di un Re più preoccupato delle sorti della Corona che di quelle della Patria, si tradussero in un mese e mezzo di politica ambivalente e pasticciona, col solo risultato di consentire ai tedeschi, che avevano ben poca fiducia nella lealtà del nuovo governo italiano, di rinforzare massicciamente la propria presenza militare nella penisola (limitata, al 25 luglio, a quattro divisioni).

Quando l'otto settembre di quel tragico 1943 fu reso noto l'armistizio firmato unilateralmente cinque giorni prima dall'Italia con gli Alleati, le truppe tedesche furono pronte a disarmare numerosi reparti dell'esercito italiano e ad arrestare e deportare centinaia di migliaia di militari dell'ex alleato, ora considerato traditore. Lo sbandamento delle forze armate in quei terribili giorni fu quasi totale, anche se non mancarono episodi di resistenza eroica da parte di unità che non accettarono supinamente il disarmo. La nascita di quell'ombra di stato che fu la Repubblica Sociale e la conseguente divisione dell'Italia tra repubblica fascista al Nord, e Regno del Sud (nei territori che via via venivano conquistati dagli Alleati risalendo la penisola), segnarono l'inizio della guerra civile in Italia.

Le prime bande che si costituirono in funzione antitedesca e antifascista erano formate perlopiù da militari che erano riusciti a sottrarsi ai rastrellamenti massicci che le truppe germaniche iniziarono subito dopo l'8 settembre, o che non accettarono di servire nella Repubblica Sociale, considerata, a ragione, poco più che un paravento dei veri padroni, i tedeschi. Si trattava di unità isolate, senza collegamenti tra loro e senza una strategia definita, generalmente guidate da ufficiali che si sentivano comunque vincolati dal giuramento di fedeltà al Re. Ma la Resistenza assunse ben presto caratteristiche marcatamente politiche; l'armistizio preludeva inevitabilmente a uno sganciamento dell'Italia dall'alleanza con la Germania, con le inevitabili ritorsioni che sarebbero venute (come vennero) da quest'ultima.

I partiti politici antifascisti, che iniziavano a ricomparire dalla clandestinità al passo dell'avanzata degli Alleati sul territorio italiano, non potevano rischiare un altro "25 luglio", restando tagliati fuori dal gioco; le sorti della guerra erano segnate, la sconfitta della Germania era considerata inevitabile (anche se nessuno credeva che ci sarebbero voluti ancora quasi due anni di guerra) e si trattava di prepararsi per il futuro assetto che l'Italia avrebbe dovuto assumere al termine del conflitto.

Il primo CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) sorse a Roma, già il 9 settembre 43. Lo fondarono Ivanoe Bonomi, indipendente, Alcide De Gasperi (Democrazia Cristiana), Alessandro Casati (partito liberale), Pietro Nenni (partito socialista), Mauro Scoccimarro (partito comunista) e Ugo La Malfa (partito d'azione). Aderì poi al CLN anche Meuccio Ruini, in rappresentanza della democrazia del lavoro. Al CLN Bonomi rivendicò il diritto di essere considerato come "l'unica organizzazione capace di assicurare la vita del paese".
Era un'affermazione perlomeno ottimistica, se non poco realistica, considerando che al momento il CLN rappresentava poco più che sé stesso, in una situazione nazionale di estrema confusione. Ma era stato gettato il seme, e l'incitamento "per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza e per riconquistare all'Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni" veniva da un organismo politico e si sarebbe concretizzato nella costituzione di bande partigiane che esplicitamente si richiamavano agli ideali politici dei partiti di riferimento.

I partigiani di Italia Libera aderivano al partito d'azione, una formazione d'élite che si sarebbe dissolta molto presto dopo la guerra, ma che raccoglieva uomini di grande valore come Parri, Lussu, Valiani, Garosci. Le Fiamme Verdi erano i partigiani di ispirazione cattolica, forti soprattutto nel Bresciano e nell'Udinese; con loro si unirono anche molti liberali e indipendenti. Le Brigate Garibaldi, braccio armato del partito comunista, furono il primo gruppo partigiano a darsi una struttura organica, istituendo a Milano, all'inizio del novembre 43, un Comando Generale, con Luigi Longo comandante generale e Pietro Secchia commissario politico.

Sarebbe qui interessante anche approfondire le differenze tra Resistenza al Nord e al Sud, ma non vogliamo esulare troppo dal nostro tema. Da quanto finora esposto appare già evidente che il movimento partigiano ebbe, aldilà del denominatore comune della lotta contro fascisti e nazisti, la caratteristica di raccogliere gruppi politici tra loro antitetici, riflettendo quell'innaturale alleanza tra Unione Sovietica e mondo capitalista, resa inevitabile dalla comune lotta contro il nazismo.

Tuttavia ci sono alcuni punti che è importante sottolineare, perché ci aiuteranno a capire meglio la genesi di eventi come la strage di Porzus.

La Resistenza non ebbe in Italia un peso militare determinante, né lo avrebbe potuto avere, perché restò sempre un fenomeno elitario e comunque in buona parte legato, per la sua sopravvivenza, ai rifornimenti di armi, viveri, materiale, che gli Alleati iniziarono ad effettuare alla fine del 1943, dopo un primo incontro avuto in Svizzera da Ferruccio Parri con Allen Dulles, capo dei servizi segreti americani. Gli angloamericani del resto avevano interesse a mantenere il contatto e, per quanto possibile, il controllo sui gruppi partigiani, sia per operazioni di sabotaggio, di appoggio, di informazione, sia perché questi costituivano comunque la longa manus di quei partiti politici che avrebbero determinato la politica italiana del dopoguerra.

E l'alleanza tra gruppi che sopra definivamo antitetici fece sì che nel movimento partigiano si trovassero contemporaneamente monarchici e repubblicani, liberali e comunisti, militari gelosi delle propria apoliticità contrapposti a quanti invece consideravano la Resistenza anzitutto un fenomeno politico. Una posizione del tutto peculiare era poi quella del partito comunista, che fu il partito che diede più combattenti di tutti gli altri alle forze partigiane, ma che era guardato con sospetto dai gruppi "alleati" per i suoi mai recisi legami con Mosca, e che a sua volta ricambiava con sospetto gli altri gruppi, ai quali via via attribuiva simpatie monarchiche, badogliane, capitaliste, se non addirittura tout court fasciste.

Se formalmente i gruppi partigiani dipendevano dal CLN e, per l'alta Italia, dal CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, costituito alla fine del 1943), delegato del CLN romano, di fatto la gran miscela di gruppi diversi generò anche due visioni ben diverse dello stesso concetto di lotta partigiana. I gruppi che facevano capo alla democrazia cristiana e che raccoglievano tra loro anche la maggior parte delle prime bande autonome (di origine, come vedevamo, perlopiù militare), nonché liberali e spesso anche azionisti, furono sovente accusati di attendismo dai comunisti quando decidevano di evitare scontri diretti con le truppe tedesche, se la disparità di forze faceva presumere l'inutilità militare dello scontro.

Viceversa furono una creatura comunista i GAP (Gruppi di Azione Patriottica), piccoli gruppi di non più di cinque - dieci elementi, che agivano soprattutto nelle città, con azioni veloci contro tedeschi e fascisti. Le azioni dei GAP spesso non avevano alcun peso dal punto di vista militare, ma il loro scopo era dichiaratamente quello di mantenere una tensione contro l'occupante e di mantenere sempre vivo lo spirito di lotta del combattente partigiano, nonché quello, meno dichiarato, di mostrare a nemici e alleati che il partito comunista sapeva colpire con decisione e durezza.
Alle accuse di attendismo spesso veniva controbattuto, accusando i comunisti di inutile spietatezza e cinismo, perché le azioni dei GAP provocavano poi l'inevitabile rappresaglia tedesca. L'attentato di via Rasella, con la conseguente strage alle fosse Ardeatine, resta in questo senso emblematico. Ma, se vogliamo fare un altro esempio, un attentato come quello che costò la vita al filosofo Giovanni Gentile fu un'altra azione decisa autonomamente dal partito comunista ed attuata dai GAP, in un quadro di una lotta sempre più crudele.

Pensiamo di aver delineato abbastanza il quadro di frazionamento e di rivalità intestine che contraddistinse tanti momenti della lotta partigiana; ci scusiamo con gli amici lettori per la non breve digressione, peraltro indispensabile per inquadrare gli avvenimenti che andremo a rileggere.

La Divisione Osoppo era nata nella notte fra il 7 e l'8 marzo '44, quando si erano incontrati al seminario di Udine don Ascanio De Luca, don Aldo Moretti e il parroco di Attimis, don Zani. In quella riunione era stata battezzata l'organizzazione clandestina con il nome del paese friulano, Osoppo, dove i patrioti risorgimentali combatterono gli austriaci. I partigiani che la componevano erano quasi tutti ex alpini, di tendenze democristiane, azioniste o liberali; i simboli della divisa erano il cappello con la penna d'aquila e il fazzoletto verde, "colore della speranza e delle nostre montagne, che ci distinguerà chiaramente dai fazzoletti rossi", come disse uno dei fondatori, Don De Luca.

La base per il reclutamento e le prime azioni fu l'eccentrico e disabitato castello Ceconi a Pielungo, nella val d'Arzino. I due capitani Grassi (Verdi) e Cencig (Manlio), e don De Luca (Aurelio) formarono i primi reparti, rifornendosi di armi attraverso i lanci aerei organizzati dalle missioni alleate. Si presentò subito la questione dei rapporti con le formazioni garibaldine. Se comune appariva la guerra all'occupante tedesco, diverse erano le posizioni relative al "dopo" e cioè alla sistemazione dei confini a conflitto concluso. I trattati del 1924 avevano inserito nel territorio italiano ampie regioni miste o a maggioranza slava; correzioni e rettifiche apparivano ovvie; ma le rivendicazioni slovene erano inaccettabili per gli osovani. La comunanza ideologica tra sloveni e garibaldini alimentava il sospetto che questi ultimi volessero realizzare un'annessione "di fatto".

Le formazioni comuniste a loro volta ricambiavano la diffidenza, sospettando gli osovani di atteggiamenti reazionari, accusandoli di avere come primo scopo non la lotta ai nazifascisti, bensì la lotta ai comunisti. In questo clima, i periodici tentativi (ve ne furono una ventina) di creare un comando unificato finirono sempre nel nulla.
In particolare, un comando unificato si sarebbe dovuto costituire dopo un'incursione tedesca nel castello di Pielungo. Nel vecchio maniero gli osovani avevano rinchiuso alcuni militari tedeschi catturati in uno scontro. Reparti tedeschi, con un'improvvisa azione di commando, riuscirono a liberare i loro commilitoni. L'episodio ebbe conseguenze immediate: CLN udinese e regionale veneto (CRV) intervennero destituendo i due principali responsabili dell'Osoppo, Grassi - Verdi e De Luca - Aurelio, accusati di comportamento imprudente, non avendo predisposto sufficienti servizi di guardia, e affidarono al maggiore Manzin-Abba il comando provvisorio. Per i due capi osovani, arresto "sulla parola", in attesa di decisioni. Cosa per nulla gradita a quelli dell'Osoppo, anzi.

Peggio ancora fu quando a metà agosto, in un incontro CLN-garibaldini-osovani a San Francesco, sopra Pielungo, fu stabilito il nuovo organigramma dell'Osoppo. Al comando militare Abba, del Partito d'Azione, suo vice il comunista Bocchi-Ninci, capo delle Garibaldi. Commissario il comunista Lizzero-Andrea, vice-commissario l'azionista Comessatti-Spartaco. In pratica il "comando unificato" era posto in mano ai comunisti e agli azionisti, considerati loro paravento. Le formazioni osovane reagirono con una specie di golpe, al quale CLN e garibaldini dovettero arrendersi. Destituiti gli azionisti Abba e Spartaco, i vecchi comandanti tornarono ai loro posti. Ribaltamento incruento per fortuna, ma che la diceva lunga, se gli uni e gli altri si fronteggiavano mitra in spalla.
D'altra parte difficilmente gli osovani potevano accettare quella che di fatto si sarebbe tradotta in un "inglobamento" nelle formazioni garibaldine, quando le stesse, poche settimane prima, in località Piancicco, avevano sottratto, mitra alla mano, un carico di armi destinate alla Osoppo, paracadutate dagli Alleati.

Pur in questa continua contrapposizione, garibaldini e osovani riescono a combattere insieme quando, il 27 settembre 1944, irrompono da Tarvisio 30.000 uomini tra tedeschi, fascisti e cosacchi, ben decisi ad eliminare due zone libere, comprendenti 55 comuni sulle montagne e territori pedemontani al di qua e al di là del Tagliamento. Quest'oasi di libertà, che durava da poco più di due settimane, viene devastata con artiglieria, carri armati e due treni blindati. In tre giorni di battaglia nel triangolo Tarcento - Bergogna - Cividale i partigiani perdono oltre 400 uomini tra morti e dispersi. Il 2 ottobre i tedeschi attaccano nuovamente su tutto il fronte partigiano, da Meduno a Bordano, lasciando mano libera alle truppe cosacche, che si abbandonano ad ogni tipo di violenza. Le forze partigiane devono ripiegare. Il gruppo Brigate est della Divisione Osoppo si porta nella zona di Attimis, ponendo il proprio comando alle malghe di Porzus. In zona è presente anche la brigata Garibaldi - Natisone, che ha il suo comando nel vicino villaggio di Canebola.

La fratellanza d'armi che ha visto garibaldini e osovani combattere assieme sta nuovamente svanendo, perché altri avvenimenti erano nel frattempo maturati.
Il 6 settembre le truppe sovietiche, occupata la Romania, si erano congiunte all'armata popolare di Josip Broz (Tito). Con grande delusione degli alleati (che al futuro maresciallo avevano sacrificato il generale Mihailovic, leader della resistenza monarchica) Tito attuò la "svolta stalinista". La pressione per definire la linea di frontiera lungo il Tagliamento si fece via via più accentuata. Risale al 9 settembre il messaggio di Kardelj, capo delle forze di liberazione slovene e luogotenente di Tito, ai capi comunisti dell'Alta Italia. Kardelj parlava di una "comune presa di potere nella regione Giulia di comunisti italiani e sloveni".

Ad una prima missione segreta, a giugno, del plenipotenziario sloveno prof. Urban (Anton Vratusa) al CLNAI di Milano aveva fatto seguito una seconda trasferta a settembre, con precise richieste sulla delimitazione dei confini. Cadorna, comandante militare del CLNAI si era dichiarato contrario, mentre Longo era favorevole alle richieste slovene. Fu deciso un rinvio a guerra conclusa, ma le aspirazioni slovene e la disponibilità comunista non erano un segreto e il clima di diffidenza e sospetto ai confini orientali non poteva che aumentare.
Contribuì poi a gettare benzina sul fuoco la lettera di PALMIRO TOGLIATTI, segretario del partito comunista, con la quale si ordinava al comando della brigata Garibaldi - Natisone di porsi alle dipendenze operative del IX Corpus sloveno; la lettera conteneva anche il testo dell'ordine del giorno da approvare:
"I partigiani italiani riuniti il 7 novembre in occasione dell'anniversario della Grande Rivoluzione (rivoluzione russa del 1917; n.d.a.) accettano entusiasticamente di dipendere operativamente dal IX Corpus sloveno, consapevoli che ciò potrà rafforzare la lotta contro i nazifascisti, accelerare la liberazione del Paese e instaurare anche in Italia, come già in Jugoslavia, il potere del popolo".

Parlavamo in precedenza del potere più formale che sostanziale del CLN sulla condotta della guerra partigiana: di fatto un ordine operativo come quello sopra citato avrebbe dovuto pervenire, al più, dal comando del CLNAI. Se è doveroso riconoscere al partito comunista il più alto contributo, in uomini e in sangue, alla lotta di liberazione, è altrettanto doveroso sottolineare come il partito comunista perseguì sempre e comunque la sua propria politica, che si sostanziava nella cooperazione con gli altri partiti democratici (la cosiddetta svolta di Salerno era la rassicurazione che il PCI seguiva una via italiana al socialismo) attuata da Togliatti nel Regno del Sud e contemporaneamente nell'atteggiamento "internazionalista" che significava di fatto l'acquiescenza ai progetti sovietici che, nel caso dei confini orientali italiani, erano ben chiari e facevano conto sul leader jugoslavo Tito, allora considerato un docile stalinista.

In questo clima non c'è da stupirsi che gli osovani respingano la proposta di integrarsi anch'essi nel IX Corpus: la proposta poteva avere un senso dal punto di vista operativo, per porre sotto un unico comando tutte le forze impegnate nella lotta contro fascisti e nazisti. Ma ormai l'ordine normale delle cose era stravolto: gli alleati erano tra loro avversari e sempre meno il comune nemico poteva cementare una fiducia che non esisteva più.

Il 7 novembre 1944, mentre a Canebola i garibaldini festeggiano l'adesione alle formazioni di Tito, a Porzus il capitano De Gregori (Bolla), che già si trovava a forza ridotta perché molti partigiani erano stati inviati in licenza per la sospensione invernale delle operazioni, convoca i suoi e fa presente la situazione di tensione che si è creata con la Garibaldi - Natisone. "Vogliono farci sloggiare. Chi vuole andarsene è libero di farlo. Io resto". Restarono alle malghe in una ventina.

Chi volle l'eccidio del 7 febbraio? La risposta a tutt'oggi non è sicura. Di certo c'è l'esistenza di una lettera firmata da Kardelj, indirizzata a Vincenzo Bianchi, nome di battaglia Vittorio, rappresentante del Partito comunista italiano presso il IX Corpus, che era tornato da Mosca insieme con Togliatti, in cui lo si invita a liquidare le formazioni partigiane che, in Friuli, non accettano di porsi agli ordini del IX Corpus. Ed altrettanto certo è che, dopo il rifiuto degli osovani a integrarsi nel comando del IX Corpus sloveno, incominciano a circolare, sempre più insistenti, le voci di tradimento. Queste voci d'altra parte trovavano facile esca in alcuni contatti, peraltro mai negati dai partigiani osovani, sia con la Decima Mas, sia con il federale fascista di Udine, Cabai, che si fa latore di un'ambigua proposta dell' SS Sturmbannfuhrer (tenente colonnello) Von Hallesleben, comandante della piazza di Pordenone. In entrambi i casi si propone agli osovani di formare un fronte comune contro i comunisti e, nel caso della Decima Mas, contro comunisti e nazisti, in nome della difesa dell'italianità del Friuli.

Erano gli ultimi mesi di una guerra le cui sorti erano ormai chiare a tutti e nell'atmosfera un po' surreale da si salvi chi può le proposte stravaganti non mancavano. Bisogna sottolineare che in entrambi i casi fu la Osoppo ad essere sollecitata alle trattative, che non furono una sua iniziativa; e in entrambi i casi le proposte furono respinte. Ma mentre le proposte tedesche furono dirette ed immediatamente rifiutate con due lettere (28 dicembre 1944 e 10 gennaio 1945) di don Aldo Moretti consegnate all'arcivescovo Nogara, che a sua volta le consegnò al federale Cabai, nelle proposte di Borghese, comandante la Decima Mas, non mancò chi vide lo zampino del maggiore Nicholson, che guidava la missione inglese in zona, e che avrebbe voluto così acuire, in chiave anticomunista, la divisione tra osovani e garibaldini.

In questo groviglio ambiguo due cose sono certe: il comando della Osoppo non strinse alcun accordo con fascisti e nazisti, ma il fatto stesso degli avvenuti contatti servì ad alimentare il clima ormai avvelenato tra osovani e garibaldini. Più interessante, dal punto di vista sostanziale, ci sembra la vicenda di Elda Turchetti. Questa ragazza di Pagnacco, paese dove i tedeschi avevano depositi di carburante, viene segnalata da Radio Londra (probabilmente su analoga segnalazione del maggiore Nicholson) come spia al soldo dei nazisti. Spaventata, si rivolge a un amico partigiano garibaldino per protestare la propria innocenza. Questi l'accompagna da Mario Toffanin, Giacca, comandante dei GAP di Udine, che si comporta in modo decisamente strano. Se fosse stato sicuro che la Turchetti era una spia Giacca l'avrebbe senza dubbio uccisa; nel dubbio, l'avrebbe dovuta consegnare al proprio comando per gli accertamenti. Invece Elda Turchetti viene consegnata da Giacca a Tullio Bonitti, capo della polizia interna della Osoppo, che a sua volta conduce la ragazza a Porzus.

Perché una sospetta spia veniva consegnata proprio alla formazione più volte accusata di mantenere ambigui rapporti col nemico? Ci fu chi disse che la Turchetti venne consegnata alla Osoppo per fare realmente la spia, per conto di Giacca contro la Osoppo. Difficile sapere la verità, perché la Turchetti fu uccisa a Porzus.

E siamo arrivati a parlare nuovamente di Mario Toffanin, Giacca. Padovano, nato il 9 novembre 1912, a tredici anni era già operaio ai Cantieri San Marco di Trieste. Iscritto dal 1933 al partito comunista clandestino; sei anni dopo, ricercato, riparava a Zagabria. Aderì al movimento partigiano di Tito fin dall'invasione delle forze dell'Asse nell'aprile del 1941. I compagni jugoslavi dovevano avere in lui molta fiducia perché lo inviarono in missione prima alla federazione comunista di Trieste, poi a quella di Udine per "dare la sveglia" ai compagni italiani.
Giacca non fu mai un partigiano combattente vero e proprio: trovò la sua collocazione migliore nei GAP. Del resto, era poco propenso alla disciplina di tipo militare, ma in compenso era fedelissimo al partito. E dalla federazione comunista di Udine gli arrivò l'ordine di "liquidare" il problema della presenza osovana a Porzus, con la specifica che si trattava di un ordine del comando supremo.

L'ordine è del 28 gennaio 1945. Il tempo di organizzare l'azione, radunando un centinaio di uomini dei GAP a Ronchi di Spessa e il 7 febbraio Giacca sale alle malghe di Porzus, coadiuvato dai suoi luogotenenti Aldo Plaino e Vittorio Iuri. Pare che gran parte degli uomini fossero all'oscuro degli scopi della missione; molti ignoravano anche dove si stesse andando.
Il comandante osovano Bolla non si allarma per le segnalazioni delle sentinelle, che vedono salire alle malghe la lunga fila di uomini: era atteso un battaglione di rinforzo, richiesto al comando divisione Osoppo proprio per l'acuirsi delle tensioni tra garibaldini e osovani. Gli uomini di Giacca ostentano un'aria dimessa, nascondono le armi sotto gli abiti, pochissimi portano il fazzoletto rosso. Spiegano alle sentinelle di essere partigiani sbandati dopo uno scontro con i nazifascisti; ma mentre in due parlamentano con le guardie della Osoppo, il grosso degli uomini inizia ad accerchiare la zona. Poi, è la strage.

Il capitano Bricco si salva, come vedevamo in apertura, solo perché viene ritenuto morto. Tra i venti partigiani portati via, si salvano solo Leo Patussi e Gaetano Valente, il cuoco, che, per aver salva la pelle, chiedono di essere accettati tra i garibaldini. Per gli altri non c'è scampo. L'irruzione alle malghe non aveva portato alcuna prova del "tradimento" della Osoppo, salvo la presenza in luogo della Turchetti; ma vedevamo prima che era stato lo stesso Giacca a consegnare la presunta spia agli osovani.
Le uccisioni durano fino al 18 febbraio nel Bosco Romagno, dove poi verranno ritrovati i corpi, mal sotterrati.

Dopo l'azione a Porzus, Toffanin, Plaino e Iuri, i triumviri che avevano guidato i battaglioni di GAP, fecero una relazione scritta, indirizzata alla Federazione comunista di Udine e al Comando del IX Corpus Sloveno, nella quale si sottolineava che l'azione era stata effettuata "col pieno consenso della Federazione del partito". La relazione (che, come si nota, non era indirizzata ad alcun organo della Resistenza) cercava di giustificare le uccisioni con affermazioni fantasiose (i comandanti Bolla ed Enea che al momento della fucilazione non trovano di meglio che gridare "viva il fascismo internazionale", i partigiani osovani "figli di papà" che "giacevano in comodi sacchi a pelo ed erano provvisti di tutti i conforti"), ma non allegava alcuna prova concreta.

Quanto è accaduto alle malghe inizia a delinearsi. Quando Mario Lizzero, commissario politico delle brigate Garibaldi in Friuli viene a sapere dell'accaduto va su tutte le furie e chiede che Giacca e i suoi luogotenenti siano fucilati. Non riesce ad ottenerlo, riuscirà solo a farli destituire dalle loro cariche di comando nei GAP. Ostelio Modesti e Alfio Tambosso, segretario e vice segretario della federazione del PCI di Udine, forse iniziano a rendersi conto che è stata una grave imprudenza affidare la missione a Mario Toffanin, ottimo elemento per le azioni spicce e violente dei GAP, ma rozzo e violento e con un certificato penale già ben nutrito di reati, furto, rapina, omicidio, sequestro di persona, che nulla avevano a che vedere con azioni militari o politiche. Ma adesso è troppo tardi per i ripensamenti e viene scelta la linea di condotta peggiore, quella di gettare tutta la croce addosso a Giacca, (che avrebbe mal inteso gli ordini) favorendone peraltro l'espatrio in Jugoslavia, insieme ad altri implicati nella strage.

Dopo che un'inchiesta del Comando Regionale Veneto non è approdata a nulla, il CLN di Udine decide la costituzione di una commissione d'inchiesta, formata da un rappresentante della Osoppo, uno della Garibaldi e presieduta da un membro del CNL stesso. Ostelio Modesti, il segretario del PCI di Udine, ha continuato la sua politica dello struzzo, opponendo inerzia al Comando Regionale che gli chiedeva di incontrare i responsabili della spedizione alle malghe. Ora la commissione del CLN dovrebbe chiarire le cose, ma si fa ancora tutto il possibile per ritardare, finché si arriva al 25 aprile, all'ordine di insurrezione generale, che fa passare ovviamente in secondo piano qualsiasi altra questione.

Sarà la magistratura ordinaria ad occuparsi della strage di Porzus, in seguito alla denuncia presentata il 23 giugno 1945 al Procuratore del Re di Udine dal Comando Divisioni Osoppo. Il processo ebbe inizio solo sei anni dopo, nell'ottobre 1951, davanti alla Corte d'Assise di Lucca, dove era stato trasferito per "legittimo sospetto" e motivi di ordine pubblico e dopo un palleggiamento tra magistratura ordinaria e militare. Il dibattimento d'appello si svolse a Firenze tra l'1 marzo e il 30 aprile 1954.

Dopo quasi un decennio dalla strage di Porzus veniva resa definitiva la sentenza che condannava Giacca e i suoi due luogotenenti all'ergastolo. Tutti e tre erano riparati da anni in Jugoslavia. Chi pagò un conto probabilmente non suo fu Ostelio Modesti, condannato a trent'anni, di cui nove scontati effettivamente. Parimenti conobbero il carcere altri imputati minori, che nessuno si era preoccupato di far espatriare, mentre per effetto di successive amnistie e indulti le condanne all'ergastolo vennero definitivamente cancellate il 15 maggio 1973.

A questo punto Mario Toffanin avrebbe potuto tranquillamente tornare in patria; ma i suoi conti con la giustizia non si limitavano a reati politici o comunque connessi ad eventi della guerra partigiana. L'ex gappista, stabilì la Procura della Repubblica di Trieste, doveva scontare trent'anni per effetto di cumulo di pene definitive, irrogate per una serie impressionante di reati, dal sequestro di persona, alla rapina aggravata, all'estorsione, al concorso in omicidio aggravato e continuato. E Toffanin restò in Jugoslavia, rilasciando spesso interviste in cui rivendicava la legittimità della sua azione a Porzus, volta all'eliminazione di "spie e traditori".

Le inchieste e l'interminabile processo avevano comunque lasciato irrisolto il problema centrale: chi aveva dato l'ordine dell'azione a Porzus? E l'ordine era di uccidere, o la parola liquidare andava diversamente intesa? Come dicevamo sopra, l'atteggiamento del PCI di Udine, nella persona del segretario Modesti, fu il peggiore, perché volle difendere a tutti i costi una causa persa, probabilmente temendo più gravi ripercussioni per tutto l'apparato di partito e per la stessa operatività delle brigate Garibaldi, che peraltro nulla autorizza a dire che fossero implicate coi loro comandanti nella strage. Modesti sbagliò con le sue mille reticenze, ma ebbe la dignità di farsi in silenzio anche il carcere, forse non meritato, ma subìto in nome di una disciplina di partito che si può disapprovare, ma che, laddove viene pagata di persona, è degna di rispetto.

Francamente ci appare incredibile pensare come mandanti della strage di Porzus lo stesso PCI o il comando della Garibaldi - Natisone; se esponevamo ampiamente tutti i contrasti profondi che dividevano garibaldini e osovani, non per questo crediamo che questi contrasti potessero sfociare in atti di selvaggia crudeltà, eseguiti a freddo e senza altra motivazione che l'odio ideologico. Piuttosto ci pare credibile l'opinione espressa da Alberto Buvoli, direttore dell'Istituto Friulano per la Storia del movimento di Liberazione, che in un'intervista del 30 luglio 1997 al Corriere della Sera diceva:
"L'ordine di intervenire a Porzus venne dagli Sloveni. La responsabilità della federazione comunista di Udine è semmai di aver affidato il compito a Giacca, noto squilibrato, con una fedina penale già sporca. Quando Lizzero, commissario politico delle Brigate Garibaldi venne a sapere della strage, chiese che Giacca e i suoi venissero fucilati… ma Giacca era protetto dagli sloveni"
.

Ci permettiamo di aggiungere una notazione a quanto dichiarato da Buvoli: con ogni probabilità il comando del IX Corpus diede l'ordine dell'azione, imponendo anche che fosse compiuta dal Toffanin, che era comunque un loro uomo, da loro proveniva e da loro, non a caso, tornò. Giacca era il più qualificato per eseguire un ordine nello stile di chi, non scordiamolo, inventò le foibe come strumento di dialettica politica con gli oppositori. A poco vale obiettare che l'irrilevante numero di osovani non avrebbe potuto costituire alcun ostacolo all'eventuale dilagare fino al Tagliamento del IX Corpus. Se il pericolo non esisteva sotto il profilo militare, era comunque da eliminare una sacca di dissidenza, altrettanto pericolosa in un'ottica di cieco fanatismo politico. A questo punto la funzione del PCI di Udine sarebbe stata solo e unicamente quella di "passacarte", perché neanche la scelta di Toffanin come esecutore era loro. Purtroppo, come dicevamo, una disciplina di partito rigida e assoluta impedì di fare piena luce. Ma riteniamo che la nostra ipotesi non sia del tutto priva di fondamento.

E qui potremmo chiudere questa breve rilettura di una delle pagine più tristi della nostra storia nazionale. Ma c'è un ultimo mistero, questo destinato a restare irrisolto. Cosa spinse Sandro Pertini nel luglio del 78, appena eletto Presidente della Repubblica, a concedere la grazia a Giacca? L'ex gappista, lo ricordavamo prima, aveva un pesante debito con la giustizia per reati ordinari, essendo estinte le pene per i fatti di Porzus da provvedimenti di successivi indulti e amnistie.
Il settimanale L'Espresso pubblicò, il 25 settembre 1997, un'inchiesta al proposito, ma si scontrò con una diffusa epidemia di amnesia, malattia che aveva colpito il consigliere giuridico di Pertini, il segretario generale del Quirinale, perfino il funzionario della presidenza che si occupava all'epoca proprio delle pratiche di grazia. Quanto al guardasigilli dell'epoca, il professor Bonifacio, era già morto da diversi anni. Mistero. Tuttavia Mario Toffanin, comandante Giacca, nonostante la grazia restò in Slovenia. Forse perché la sentiva come la sua patria, forse perché temeva di fare qualche spiacevole incontro rientrando in Italia.

PAOLO DEOTTO

Bibliografia
* Porzus, due volti della Resistenza, di Marco Cesselli - Ed. La Pietra, Milano 1975
* Porzus, dialoghi sopra un processo da rifare, di Alexandra Kersevan - Ed. Kappa Vu, Udine 1997
* L'Italia della guerra civile, di Indro Montanelli e Mario Cervi - Ed. Rizzoli, Milano 1983
* L'esercito di Salò, di Giampaolo Pansa - Ed. Mondadori, Milano 1970


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