AVIAZIONE

La medaglia d’oro
Federico Cozzolino
pilota legionario


Lettere dal fronte spagnolo

di Orazio Ferrara


Il ritorno di un coraggioso

E’ tornato a casa !!
Il 20 novembre 2003, dopo sessantacinque anni, avvolto in un tricolore a mo’ di sudario è tornato finalmente a casa la medaglia d’oro al valor militare Federico Cozzolino, sottotenente pilota legionario caduto in terra di Spagna nel 1938, in obbedienza all’Italia di quel tempo che combatteva dalla parte dei nazionalisti. Ad accoglierlo tutta la sua Scafati, città medaglia d’oro della Resistenza, con in testa il sindaco, Francesco Bottoni, nell’ufficialità della sua carica. Un’atmosfera non greve né triste, ma di una silenziosa gioiosità come si conviene per il ritorno delle spoglie di un coraggioso. La cerimonia nella chiesa di Santa Maria delle Vergini, celeste protettrice di Scafati, il cui sagrato vide, negli anni Venti, i vivaci giochi del piccolo Federico e dei suoi coetanei e che adesso sembrava ancora riecheggiare, come per magico incantamento, di quelle voci fanciullesche.

Unica nota stonata il comunicato stampa di una parte della Sinistra, che con nostalgici distinguo stigmatizzava la partecipazione ufficiale del sindaco di centrosinistra alla cerimonia. Ma Francesco Bottone, da galantuomo qual’è, ha preferito ignorare la pretestuosa querelle. E’ il vecchio dramma dell’Italia, del passato che non passa. Mai. Dove non si riesce ancora a storicizzare eventi accaduti quasi settant’anni fa. Dove molti, da destra e da sinistra e anche dal centro, non riescono a fare con serenità i conti con la nostra Storia nazionale, che si vuole a forza ingabbiare nelle trincee contrapposte della quotidianità della fazione politica.

Eppure Federico Cozzolino fa parte di quella schiera di uomini, assai ristretta ahinoi, che ogni comunità cittadina, nella sua interezza, dovrebbe essere fiera di annoverare quali figli. Uomini che trascendono la stessa trincea in cui si battono, e che pertanto diventano un esempio di lealtà, di dedizione e di coraggio, valido per tutti in ogni tempo.

E Federico è veramente uno che suscita ammirazione per il non tirarsi mai indietro, costi quel che costi. Come nella sua ora più tragica quando, ancora sanguinante per le gravi ferite riportate a seguito del lancio col paracadute, viene preso dai miliziani rossi ed egli non abiura la causa per cui combatte, pur di fronte alla minaccia dei fucili spianati. Abiura che gli avrebbe permesso di salvarsi. Anzi fa di più, testimonia la sua appartenenza col grido di “Arriba Italia” per meglio farsi comprendere e viene, all'istante, barbaramente trucidato, e ciò in spregio a tutte le leggi di guerra.

Come viene barbaramente massacrato dai falangisti il grande poeta Garcia Lorca. La stessa identica barbarie, pur se coloro che la commettono militano in campo opposto. E’ dunque il modo di porsi di fronte a quell’evento terribile e brutale che è la guerra, riuscire o meno a conservare la propria umanità e la pietas per il nemico, a far la differenza. Non la divisa, né l’ideologia. In ogni guerra vi sono uomini sublimi e individui in cui la bestia, sempre in agguato al fondo dell’animo umano, ha il sopravvento. A quest’ultima categoria appartengono i massacratori di Cozzolino e di Lorca. E far ricorso allo scudo dell’ideologia è solo un meschino ed infame ripiego.

Di come si sia onorevolmente comportato Federico Cozzolino in quella guerra, fanno fede le numerose medaglie ricevute, ma soprattutto il breve e intenso epistolario dal fronte (25 lettere), vero e proprio testamento spirituale, pubblicato postumo, nell’aprile del 1940, per i tipi della Scuola Tipografica Pontificia in Pompei col bel titolo “Dai cieli di Spagna lettere alla mamma”, di cui riportiamo qui di seguito ampi stralci. Dalla lettura di questo epistolario si ha la conferma di essere in presenza di un valoroso, meritevole di memoria, ma anche di rispetto soprattutto per la sua dirittura morale e per la sua umanità, doti assai difficili da conservare quando si è travolti dal turbine della guerra.

Nell’immediato dopoguerra questa memoria è stata completamente rimossa dalla coscienza collettiva scafatese, che pur nell’immediatezza degli eventi aveva intitolato a Federico Cozzolino il suo campo sportivo. Per anni ricordare pubblicamente quel coraggioso è stato considerato una provocazione. Soltanto nel cuore dei familiari la fiamma del ricordo. Eppure egli aspettava in silenzio in quella scarna tomba di un cimitero spagnolo (tomba la cui foto riportiamo a corredo di questo lavoro). Ma troppo forte era l’amore per la sua Scafati, ed infine è tornato.



Federico, Attilio, Marco Cozzolino di Antimo e di Ermelinda Bottone nasce a Scafati, laboriosa cittadina della provincia di Salerno, il 10 febbraio 1913. La sua è una famiglia numerosa, come tante nel Sud di quel tempo. Infatti i coniugi Cozzolino, agiati commercianti di tessuti, hanno ben nove figli: Alfonso, Carmine, Vittorio, Ciro, Maria, Salvatore, Attilio, Emilia e il nostro Federico.
Il sagrato della chiesa di Santa Maria delle Vergini conosce le sue prime scorribande in compagnia dei fratellini e dei coetanei. Dalla madre, donna assai religiosa e a cui sarà sempre legatissimo, Federico eredita quel suo attaccamento, non bigotto, alla fede cristiana, che gli sarà di grande conforto nelle ore più difficili delle sue missioni di guerra.
Federico frequenta le scuole elementari nella cittadina natia, poi, unitamente ai fratelli più piccoli Salvatore e Attilio, a quest’ultimo sarà sempre particolarmente affezionato, viene mandato a studiare dai Salesiani della vicina Scanzano, una frazione di Castellammare di Stabia. Consegue poi la maturità classica presso il liceo G. B. Vico di Nocera Inferiore. Quindi si iscrive alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Bologna, città dove si trasferisce per meglio attendere agli studi.

A Bologna suo compagno di studi è il figlio del Duce, Bruno Mussolini, appassionato d’aerei. In breve la passione per gli aerei travolge anche Federico Cozzolino. Sono i tempi della vittoriosa guerra africana e gli inizi di quella, ben più cruenta, di Spagna e molti giovani smaniano di ritagliarsi un posto nella Storia, che vedono dipanarsi dinanzi ai loro occhi. Federico è tra questi. Si arruola volontario nella Regia Aeronautica e partecipa, con giovanile entusiasmo, al corso di allievi ufficiali piloti.

Nell’aprile del 1936, presso l’aeroporto di Centocelle, consegue il brevetto di nomina di pilota militare. Federico ha compiuto da poco 23 anni. E’ col grado di sottotenente pilota, che viene trasferito all’aeroporto di Pesci di Bologna. Qui viene assegnato all’8° Stormo Bombardieri Tattici detto anche 8° Stormo Metropolitano per distinguerlo dall’8° Stormo Africa Orientale, operante in quel lontano teatro di guerra.
L’8° Stormo Metropolitano sarà poi l’unico reparto della Regia Aeronautica schierato con organico al completo nel conflitto spagnolo. La nostra partecipazione, non ufficiale, sarà detta in codice O.M.S. ovvero Operazioni Militari Spagna.

Dal gennaio 1937 l’8° Stormo riceve in dotazione i nuovi aerei da bombardamento veloce della Savoia Marchetti, gli splendidi SM 79. Alla guida di questo tipo di aereo, manovriero e veloce, Cozzolino compie un duro e intenso addestramento, in previsione di un sempre più probabile impiego dello Stormo nella guerra spagnola. Il Savoia Marchetti SM 79 o Sparviero, meglio conosciuto dai nostri militari con lo scherzoso e affettuoso nomignolo di “gobbo maledetto” per via della sua caratteristica sagoma, checché se ne dica della nostra preparazione militare nella seconda guerra mondiale, rappresenterà, con le sue varianti, nel corso dell’intero conflitto uno dei migliori bombardieri aerosiluranti in assoluto. Nel Mediterraneo otterrà grandi successi contro la flotta inglese, affondandone numerose navi. Nel teatro di guerra spagnolo farà poi letteralmente faville, beffandosi della caccia avversaria benché fosse soltanto un bombardiere.

Il nuovo SM 79, dotato di tre motori radiali a nove cilindri raffreddati ad aria, raggiunge una velocità di 430 Km orari a 4.000 metri di quota. La quota massima operativa che può raggiungere è di 7.000 metri. E’ fornito di 4/5 mitragliatrici, con cui, oltre a spezzonare colonne nemiche in marcia, si può efficacemente contrastare la caccia avversaria. A pieno carico può trasportare 1.250 Kg di bombe o un siluro antinave da 850 Kg. L’equipaggio è costituito da 5/6 uomini. L’SM 79 è veramente una perfetta macchina bellica, che nelle mani di un temerario può infliggere pesanti danni al nemico.


Pilota legionario


In quel tempo l’Italia è dunque severamente impegnata, benché non ufficialmente come già detto, a fianco dei nazionalisti spagnoli nella guerra civile, che divampa nel cuore della vecchia Europa. Federico Cozzolino sa che servono piloti e, senza esitare, si offre volontario.
Il 4 ottobre 1937 cinque SM 79 della 285° Squadriglia Bombardieri Veloci, sotto il comando del capitano Aditeo Guidi, partono alla volta delle isole spagnole delle Baleari. Il nostro Federico si trova alla guida di uno di questi aerei, che hanno subìto la cancellazione delle insegne e delle matricole militari nonché riverniciati con colori mimetici adatti al nuovo territorio operativo. Atterrano a Palma di Maiorca, dove sette giorni prima li hanno preceduti i dodici SM 79 del colonnello Attilio Biseo. Tra quest’ultimi si ritrova Bruno Mussolini, già compagno di studi e adesso d’armi di Federico. La stessa data del 4 ottobre porta la prima lettera di Federico “alla cara mamma”, scritta da Genova poco prima della partenza. Ne trascriviamo un passo.

"…no, mamma cara, voi non dovete commuovervi, voi dovete sorridere, dovete essere allegra, perché quel vostro figlio tanto spensierato, oggi non lo è più, ma combatte sul serio per la sua Patria…"

La guerra di Spagna ha ritmi infernali, che richiedono un gravoso impegno da parte dei piloti. Gli SM 79 vengono impiegati in formazioni di 3, 5, 10 velivoli. Ogni SM 79 effettua un minimo di tre missioni di guerra al giorno, a pieno carico. Quindi un impiego bellico oltremodo logorante ancorché rischioso. Ai piloti italiani viene chiesto di dare il massimo e anche di più. Per le loro spettacolari acrobazie nelle missioni di guerra vengono, ben presto, battezzati dalla stampa internazionale i Falchi delle Baleari, trovandosi appunto a Palma di Maiorca la loro base. Nella stessa città ha sede il Comando dell’Aviazione Legionaria delle Baleari.
L’edizione pomeridiana del Corriere della Sera del 18 ottobre 1937 riporta in prima pagina una delle mirabolanti prodezze dei Falchi delle Baleari. Tra quei falchi, ormai non più falchetto, c’è il sottotenente pilota Federico Cozzolino, che racconterà poi l’episodio in una lettera ai suoi, datata Palma di Maiorca 20 ottobre 1937.

Ma non c’è tempo di riposare sugli allori, nei giorni seguenti si vola nei cieli di Tarragona. Per poter meglio colpire gli obiettivi, tra cui le colonne nemiche in marcia, gli SM 79 volano a bassissima quota, a soli 400 metri. A quella quota, se è vero che si possono infliggere gravissimi danni all'avversario anche con le mitragliatrici, si è esposti, soprattutto per i bombardieri che sono più lenti, in modo pericolosissimo ai colpi della contraerea, nonché al fuoco delle armi leggere individuali.
“…si tratta di quel duro combattimento sostenuto nel cielo di Tarragona ­ scrive alla famiglia il Nostro in data 21 ottobre 1937 - …la nostra quota di 400 m. sul bersaglio nemico, cosa importantissima sia perché eravamo sotto il tiro di tutti i contraerei e sia perché i nostri motori a quella altezza ci rendono poco. In questa stessa azione sul mio apparecchio una bomba è rimasta incastrata nel cestello e per tutto il tempo del combattimento siamo stati con lo sportello delle bombe aperto (perdendo velocità rispetto alla formazione) e con la sicura della bomba che si svitava sempre più e sembrava che da un momento all’altro saltasse tutto in aria…”.

Per il suo comportamento in quei giorni, il sottotenente Cozzolino viene proposto per la Croce di Guerra al valor Militare. L’onorificenza gli sarà poi concessa con la seguente motivazione “Volontario in una missione di guerra combattuta per un supremo ideale, dava ripetute prove di sereno sprezzo del pericolo e di attaccamento al dovere”.

Ma già il 22 ottobre è impegnato in una nuova azione, che ha per obiettivo delle navi nemiche in rada. Durante l’azione viene attaccato rabbiosamente dalla caccia avversaria. Alla sera, al ritorno, così scriverà ai suoi.
"Palma di Mallorca, 22 Ottobre 1937 - XV
…cara mamma, ricordatevi sempre questa data: 22-10-37 ore 15 e 20 minuti. E' stata questa la giornata più terribile e l'ora più tremenda che ricorderò sempre. Tre apparecchi, su uno dei quali ero io pure, sono stati sorpresi nel momento culminante dell'azione, a 400 m. di quota, un inferno di fuoco: antiaerei, fuoco disperato delle navi ancorate, fuoco di caccia nemica…Non continuo, non posso descrivervi. Abbiamo vinto dopo un quarto d'ora di lotta. Due apparecchi nemici non si son visti più. "L'azione è stata condotta brillantemente" sono le parole dei miei superiori… Siamo stati leoni e ci siamo battuti e comportati da veri italiani…"


Una lettera, scritta il giorno successivo, ci aiuta a scoprire tutta l’umanità di Federico Cozzolino, che non si è fatto per niente abbrutire da quei combattimenti. Le parole che scrive mostrano un uomo che ama la natura, la pace non la guerra, la vita non la morte. Però sa anche che in quel momento il suo primo dovere è servire la sua nazione in armi. Su questo punto egli non è disposto a transigere.

"Palma di Mallorca, 23 Ottobre 1937 - XV
…vi scrivo dal Royal Hotel perché in data odierna noi ufficiali abbiamo cambiato albergo. Al Grand Hotel si era nel cuore della città ed era molto più comodo perché più vicini al campo. Qui si è un po’ lontani dalla città e quindi meno comodi. Ma in compenso questo è il più bell'albergo di Mallorca. Figuratevi che sta a picco sul mare e si gode una veduta fantastica. La mia stanzetta ha una bella balconata che da un lato abbraccia la veduta della città e dall'altro tutto il porto. Io nella mia stanza col balcone chiuso sento il mormorio dell'acqua cioè delle onde che battono contro gli orli del giardino dell'Hotel. Vi assicuro che è qualcosa di incantevole, di divino. Però a questo posto così bello, a questo mare così azzurro e a questa luna così grande, a tutte queste bellezze naturali, manca una sola cosa che è indispensabile: la pace, la tranquillità. Qui invece tutto parla di guerra; la si sente nell'aria, la si vede nelle strade buie e piene di silenzio, la si vede dal colore degli abiti delle mamme e la si legge nel volto di tutti, uomini e donne. Non vi è un attimo di tregua. L'altra notte le sirene ci hanno dato il lugubre allarme. Era l'una di notte: sono state abbandonate le case ed ho visto scene terribili. Mamma cara, i miei occhi non vedono che guerra, le mie orecchie non sentono che guerra. Ma io sono tranquillo. In questi giorni di intenso lavoro mi sono comportato bene, ho partecipato a tutte le azioni e potete essere orgogliosa di me…"

Quando il 27 ottobre il colonnello comandante gli conferisce il distintivo dei “Tre sorci verdi”, Federico partecipa, in pari data, ai suoi familiari tutta la felicità di un ragazzo di 24 anni
“… non immaginavo mai di poter avere tanto onore. I miei superiori sono contenti di me. Io faccio tutto il possibile per meritare la loro stima…”.

Egli non è solo un coraggioso, ma anche un umile.
Certo ha ragione Federico di inorgoglirsi di quel bislacco distintivo di “Tre sorci verdi” ritti sulle zampette posteriori, che d’ora in avanti campeggerà sulla fusoliera del suo aereo da combattimento. E’ il distintivo dei coraggiosi, reso famoso da altri coraggiosi che, nel precedente mese di agosto, con questo emblema dipinto sui loro SM 79, avevano stracciato tanti piloti militari stranieri, vincendo la trasvolata Istres-Damaco-Parigi. L’origine di questo bizzarro distintivo sembra doversi far risalire ad una frase del colonnello Attilio Biseo “Faremo vedere a tutti i sorci verdi”, pronunciata durante un’esercitazione dei bombardieri SM 79, i quali erano poi effettivamente sfuggiti all’intercettazione dei caccia FIAT GR 32, pertanto i bombardieri avevano fatto vedere i “sorci verdi” a quelli della caccia.

Agli inizi di dicembre 1937 gli SM 79 vengono trasferiti dall’aeroporto di Palma di Maiorca a quello di Logrono, cittadina del nord della Spagna ai confini con i Paesi Baschi, in modo da essere più vicino alla linea dei combattimenti. Per il sottotenente Cozzolino il lavoro da svolgere diventa, se possibile, ancora più duro.
"Logrono, 20 Novembre 1937 - XV
… abbiamo cominciato il nostro lavoro; lavoro serio, faticoso terribile. Vi assicuro che a sera quando si ritorna all'albergo dopo una giornata di guerra e di emozioni, non si ha nemmeno la voglia di sorridere, né di pensare alle cose più necessarie. Sono ritornato dal campo poco fa; ho cenato appena e mi trovo a letto con una stanchezza indicibile. Se vi dicessi che qualche volta non mi reggo in piedi, ci credereste? Oggi, non appena pranzato, alle ore 13 precise siamo andati per un'ora e mezzo nel territorio nemico. Qualche caccia nemico ci ha inseguito, ma noi abbiamo vinto. Cara mamma, niente preoccupazione; qui ci sono degli uomini molto grandi come per esempio: il Col. Cupini cioè quello che arrivò per primo alla corsa dei "Sorci verdi" e poi noi tutti giovani che abbiamo una fede incrollabile nelle nostre ali. Trionfiamo e vinciamo sempre. Il mio gruppo composto di 12 apparecchi vi assicuro che sta sconvolgendo il mondo per cui tutto il mondo parla di noi. Cara mamma mi sento tanto orgoglioso perché appartengo al gruppo più formidabile di tutta l'aviazione. Qui con me vi sono piloti che impallidiscono ma non tremano. Vi sono nostri apparecchi che hanno sostenuto dei forti combattimenti e sono ritornati al campo pieni di colpi di mitraglia nemica. Vi sono altri apparecchi (miei sui quali volo io) i quali sono stati trapassati da cannonate antiaeree e lo stesso hanno fatto ritorno, senza un attimo solo di sconforto o di abbattimento… Abbiamo avuto due apparecchi nostri in riparazione e quando si riparano gli apparecchi noi si sta vicini, si controlla tutto e si guarda, così come a un ammalato. Il tempo di guerra è tanto differente dal tempo di pace! Qui una piccola imperfezione, un piccolissimo disturbo al motore ci possono dare dei guai irreparabili. Se sapeste che tempo cattivo quaggiù! C'è un freddo spaventoso e delle nubi nere e basse… Attendiamo la neve; anzi già tutte le montagne qui vicino ne sono coperte. Ma fa niente, noi ce ne freghiamo…"


Da questa lettera traspare evidente che l’aereo pilotato dal Nostro è stato colpito dalla contraerea nemica, ma è riuscito a rientrare lo stesso. Non lo scrive esplicitamente per non spaventare i suoi. L’aereo è diventato un tutt’uno con il pilota, che sa che dalla sua efficienza dipende la sua vita e quella dell’equipaggio. Perciò “quando si riparano gli apparecchi noi si sta vicino, si controlla tutto e si guarda, così come ad un ammalato”. E’ il comportamento di un vero pilota da guerra in ogni tempo e in ogni paese.
Adesso l’incontro-scontro con aerei nemici non è più sporadico, ma quotidiano. Uno dei tanti è descritto nella lettera che segue:

"Logrono, 23 Novembre 1937 - XV
… ecco un'altra data memorabile; racchiude in sé un grande combattimento e una grande vittoria. Cielo di Monzon ore 15,20. Sono due parole ma al ricordo di esse avrò sempre una stretta al cuore. Nulla posso descrivervi. Vi dirò solo che abbiamo vinto e un caccia nemico è precipitato in fiamme. Ormai qui questi combattimenti diverranno quotidiani ed il suono rabbioso della mitraglia dovrà diventarci familiare come il rombo del motore. Oggi mi sembrava di stare in trincea tanti colpi ho sentito!!! Un nostro apparecchio è ritornato colpito ma leggermente. Non potete mai immaginare che cosa sia un combattimento aereo! Vi assicuro che è terribile, spaventoso!!! Vedete? Forse ora io tremo, ma oggi non ho avuto paura. Ricordo solo di avervi pensata, ed ho sentito sul mio capo le vostre mani… Vi assicuro che tra gli orrori di questa guerra ho tanto bisogno del vostro affetto materno, della vostra stima e del vostro grande amore. Non abbiate paura per me; mi sento forte, sempre più forte di prima e sento che se da una parte questa guerra m'invecchia, dall'altra mi fa acquistare un coraggio incredibile. Sono contento e così voglio vedere anche voi…"


Per i nostri piloti la vita è messa in gioco ogni giorno. E tanto più grandi sono i rischi corsi, più la mente va ai ricordi delle piccole insignificanti cose della vita quotidiana da borghese. Al riguardo è significativo un passo della lettera, datata Logrono 25 novembre 1937. E’ uno stato d’animo che chi ha combattuto conosce benissimo.
“…cara mamma, vi prego di scrivermi molto, specie in questi giorni. Non fatemi mancare il conforto delle vostre notizie. Ditemi tante cose: le più intime, le più piccole perché le gradisco molto…”

Ma è la debolezza di un attimo, che subito si dilegua davanti al dovere che incombe. Qualche sera dopo, prima di una rischiosa azione, scrive:
"Logrono, 29 Novembre 1937 - XV (sera ore 10)
…mammà cara, questa mia lettera la scrivo la sera prima di una grande azione. Il mio morale è altissimo. Mi sento calmo e forte. Sento in me lo spirito eroico dei fanti che combattono nelle trincee. Né domani né domani l'altro mi spaventerà il grido rabbioso della mitraglia. Stringerò i denti e combatterò con tutte le mie forze per essere sempre più degno della mia Patria e di voi mamma… Non temete per me; combatterò col sorriso sulle labbra e vincerò…"
Quando poi i suoi gli ricordano che è vicino il Santo Natale, Federico si commuove e li rimbrotta dolcemente.
“… cara mamma mi scrivete che tra poco sarà Natale, la santa festa che porta la pace a tutto il mondo. Dunque viene Natale? Com’è dolce questa parola! Mi ricordo di aver gustato questa dolcezza ma tanto tanto tempo fa. Voi ingenuamente mi avete rattristato l’animo; dico rattristato perché mi avete commosso ed io non ho bisogno di commuovermi, ho bisogno di essere forte, più forte di quanto possiate immaginare…” (lettera del 5 dicembre 1937). Ma subito dopo, quasi a voler scacciare la malinconia, ritorna alla realtà e per incoraggiare i suoi racconta. “…oggi abbiamo fatto una delle nostre più belle azioni. Siamo stati sul territorio nemico per circa un’ora e mezza. Io ho contato 12 ­ 13 ­ 15 caccia nemici. Ci hanno inseguiti per un bel pezzo, ma hanno abbandonato il cielo della lotta dopo di aver visto ben da vicino le traccianti di 12 mitraglie nostre, decise a tutto pur di vincere. Abbiamo vinto ancora…cara mamma, caro papà, non temete. Vedete? Oramai sono un vecchio della guerra; oramai mi sento di affrontare qualunque lotta con tanto coraggio e tanto slancio…”(idem).


Ma le quotidiane missioni di guerra, comportano veramente un giocare “paro a paro con la morte” e nella lettera del 12 dicembre 1937 scrive:
“ …il giorno 10, cioè il giorno della Madonna di Loreto, il sole sembrava oscurarsi tanti erano gli apparecchi che hanno preso parte al combattimento. Non posso dirvi quanto tempo sia durato, i secondi per noi sono ore. Nello stesso cielo siamo ritornati ieri ed abbiamo vinto ancora…cara mamma e caro papà credo che voi siate contenti di me, non è vero? Ho sempre portato in tutto questo anno, con dignità ed onore le spalline da ufficiale ed oggi che la Patria mi ha chiamato sono orgoglioso di appartenere a quella piccola schiera che gli spagnoli chiamano “novios de la muerte” (fidanzati della morte) e che tutti gli italiani ammirano come esponenti della loro potenza. Cara mamma non dubitate di me; Iddio mi aiuterà perché non può non ascoltare le preghiere di una madre…”

Il sottotenente Cozzolino però non si fa illusioni, sa che essere fidanzati della morte lo espone ad un rischio altissimo. Già molti, troppi “novios” la morte li ha fatti suoi per sempre.
Su questi incredibili “novios de la muerte” uscirà, nel successivo anno 1938, un interessante, dal punto di vista cinematografico e non solo, film documentario dell'Istituto Luce, a firma di Romolo Marcellini dal titolo appunto "Los novios de la muerte" e sottotitolo "il film dell'Aviazione Legionaria nel cielo di Spagna". Il film è dedicato ai piloti legionari italiani, che sfrecciano "con brio, disinvoltura e sprezzante coraggio" nei cieli di Teruel assediata, cieli dove la morte ha il suo nido.


Nell'inferno di Teruel


Il giorno 15 dicembre 1937 le truppe repubblicane attaccano la città di Teruel. La situazione è incerta, il generalissimo Franco rimanda la controffensiva, mentre i generali italiani fremono di entrare in azione per accelerare così il corso della guerra e uscire finalmente da quel vero e proprio inferno. Intanto all’aviazione legionaria l’ingrato compito di contrastare il nemico avanzante. Gli aerei e gli equipaggi sono sottoposti ormai ad un ritmo di missioni belliche insostenibile, tanto che il nostro Cozzolino, in una lettera di quel periodo, non scrive la data in quanto per i momenti convulsi che sta vivendo non sa nemmeno che giorno è. Questa è forse la lettera più bella e toccante dell’intero epistolario.
E' la lettera di un italiano, ma soprattutto di un uomo del sud, del nostro sud, che ricorda con semplici parole la poesia e l’intimità familiare del nostro Natale, del nostro presepe, come ancora si fa a Scafati e dalle nostre parti. E al presepe, vero e proprio simbolismo etnico, che sono dedicati i ricordi più struggenti. E’ la lettera testamento di un grande animo, quello del sottotenente Federico Cozzolino:

"Logrono, (?) Dicembre 1937 - XVI
… la città di Teruel è stata minacciata dai rossi, ma le nostre truppe eroicamente hanno resistito. Vi assicuro che le telefonate che ci giungevano al campo da parte dei nazionali erano terribili. Chiedevano il nostro intervento! Vi giuro che noi eravamo lì, pronti con uno spirito altissimo, pronti a volare per difendere i soldati nazionali che morivano, ma non ci è stato possibile partire. Il campo era allagato, tutto era interrotto e coperto da molta neve… Domani si andrà e vi assicuro che i nostri motori guidati dal nostro animo spezzeranno e travolgeranno ogni ostacolo. Quanti ne abbiamo del mese? Forse 18. Con questa mia volevo mandarvi gli auguri di Natale, ma credo non vi giungeranno in tempo. Mia cara mamma, forse non ve ne siete accorta, ma io ho sempre cercato di non venire a parlarvi di Natale ed avrei preferito inviarvi gli auguri per telegramma e non per lettera. Sapete il perché? Ecco, vedete, questa parola “Natale" mi dà un senso di tristezza e di malinconia profonda. Sin da bambino ho sempre immaginato il “Natale" come una festa di pace, come la festa della famiglia… Mentre la zampogna suonava la dolce novena, noi ci si affaticava a dare gli ultimi ritocchi al presepe; sembrava che i “Re Magi" fossero scesi troppo rapidamente e ci si affrettava a metterli uno più distante dall'altro; sembrava che le pecorelle fossero troppo sparse sui monti e noi le raggruppavamo attentamente perché se una di esse cadeva, c'era pericolo che rompesse la testa a qualche pastore del piano inferiore. E poi il fuoco dei pastori non era troppo naturale per cui si cercava di nasconderlo sempre più con della paglia. Infine il bue e l'asinello erano troppo lontani dal Bambino e si aveva paura che non lo riscaldassero a sufficienza. Quante piccole, ma dolci cose... Forse voi riderete a leggere questi miei righi: lo so, ridete pure, ma nella vita vi sono dei sentimenti o meglio certe sfumature di sentimenti che non tutti hanno e non tutti possono comprendere se non si trovano in quelle determinate circostanze. Mi comprendete ora? Comprendete che cosa significa per me Natale, lontano dalla famiglia, lontano da voi, dalla Patria e da tutti quelli che ancora mi vogliono un poco di bene? Vedete, qui non vi è il suono della zampogna, né il calore, né la pace della famiglia; qui è tanto differente, tanto. Questa mattina all'ora della Messa mi trovavo in volo. Siamo stati su un fronte tanto intimo a noi italiani: il fronte di Guadalajara…Mamma, abbiamo incontrato un'artiglieria controaerea veramente impressionante, ma noi siamo passati lo stesso, anche perché sapevamo che sotto vi erano i cuori italiani che battevano commossi per noi. Più niente vi dico. Ora cara mamma vi dò gli augurii i più caldi, i più commossi e mi auguro che per l'anno venturo questa stessa festa possa vederci tutti uniti e pieni di quell’affetto e di quell'amore familiare che voi tanto saggiamente avete saputo infondere nei nostri cuori e nel nostro animo…….”


Il giorno di Natale Federico Cozzolino è in azione di guerra. Così come nei giorni precedenti e in quelli successivi.
“…non era sorto ancora il sole nel giorno di Natale ed io mi trovavo in volo. All’alba del Nuovo Anno cooperavo all’ultimo e vittorioso attacco dei Nazionali…” (lettera del 2 gennaio 1938).

Le operazioni terrestri a Teruel subiscono alterne vicende. I nazionalisti attaccano, ma i repubblicani riescono a fermarli in una sanguinosa battaglia d’arresto. La situazione è sempre più confusa. I nostri piloti operano in condizioni estreme.
“…qui fa un freddo da non potersi descrivere. Immaginate che a terra la temperatura è di parecchi gradi sotto zero e quando si va in volo e si sta per delle ore sui 6.000 metri si raggiungono i 30 o 35 gradi sotto zero…tante volte passano dei giorni nei quali sembra di aver vissuto troppo!...” (lettera da Logrono, 4 gennaio 1938).

In queste condizioni d’impiego per giorni e giorni consecutivi, benché il morale sia sempre alto, la nostalgia della cara patria lontana è fortissima.
“…non preoccupatevi per noi, stiamo bene e il nostro morale è altissimo. In questi giorni abbiamo lavorato molto… non vi nascondo che sentiamo la nostalgia della Patria, della nostra Patria che ha un altro sole, un altro cielo…” (lettera del 14 gennaio).
Le eccezionali prove di coraggio del giovane sottotenente Cozzolino in quei giorni, gli comportano una proposta per la medaglia d’argento al valor militare. Ecco come ne dà notizia alla famiglia:

"Logrono, 25 Gennaio - XVI
… proprio oggi mi è stato comunicato dal mio Colonnello la proposta per la medaglia d'argento al valor militare. Non so ancora la motivazione, però vi prometto che appena la saprò ve la comunicherò. Siete contenti? Io sì, sono tanto contento, non tanto per la medaglia, ma per l'intima soddisfazione di essere sicuro di aver fatto il mio dovere… Nessuna ammirazione voglio da parte vostra, nessuna. Sento che ogni vostra parola, anche la più piccola mi commuoverebbe. Anche a tanti chilometri di distanza leggo nel vostro volto, nel vostro cuore e ciò mi basta… Il mio morale è altissimo. Combatto con tutto il mio entusiasmo e nella lotta vi metto tutto l'animo, tutto il mio cuore…"


Questa medaglia d’argento che Federico non potrà mai appuntare, come avrebbe voluto, sul petto della sua “cara mamma”, reca la seguente superba motivazione.
“Volontario nella guerra di Spagna, pilota in una squadriglia di bombardamento veloce, ha partecipato a tutte le azioni di guerra del suo reparto dimostrando le sue belle qualità di sereno ed audace combattente. In numerosi combattimenti con la caccia nemica e nel superare violenti reazioni contraeree dimostrava freddezza e sprezzo del nemico, dando costante prova di ardimento, di alto senso del dovere, di elevato spirito militare. Cieli di Lerida, Huesca, Guadalajara, Teruel”.


Se il destino mi spezzerà le ali


“Se il destino mi spezzerà le ali” è un passo della lettera, datata Logrono 2 febbraio 1937, è la lettera del presentimento e del commiato, come se Federico sapesse che il suo breve ciclo terreno stesse per compiersi.
"Logrono, 2 Febbraio 1938 - XVI
…cara mamma e mio caro papà, ho avuto fino ad oggi ancora un po’ di rimorso per tutta la mia vita passata, per tutti i dispiaceri che vi ho arrecati e le lagrime che vi ho fatto versare. Oggi non più; oggi sento l'animo più in pace, la coscienza più tranquilla, perché in compenso ho cercato di riparare col mio comportamento qui nel cielo di Spagna. Qualunque cosa mi possa accadere vi giuro che sarò lo stesso felice e se il destino mi spezzerà le ali avrò sempre fisso nei miei occhi il vostro sorriso di orgoglio, le vostre lagrime di commozione e soddisfazione. Vi giuro che continuerò come sempre a fare tutto il mio dovere di soldato finché avrò una goccia di questo sangue che voi mi avete dato, finché mi batterà questo cuore nel quale voi avete così bene saputo infondere i più alti e sublimi sentimenti di Patria…"


Ancora una volta la grande umiltà di Cozzolino non si smentisce, riferendosi alla medaglia d’argento raccomanda ai suoi la massima discrezione:

" Logrono, 6 Febbraio 1938 - XVI
… riguardo alla medaglia d'argento di cui vi ho scritto, vi scriverò la motivazione ma non voglio che la facciate pubblicare sul giornale, anzi nel modo più assoluto, vi prego di astenervi dal fare una cosa simile, perché la ritengo un atto di esibizionismo, dato che qui non si fa come in Africa, ma le cose sono tante più serie e si combatte veramente e senza brama di ricompense… Siate sicura di me, io farò tutto il mio dovere sempre e contribuirò col mio coraggio, e sia pure col mio sacrificio a che il dominio del cielo sia nostro, solo nostro. Vi scrivo queste parole la sera prima di un lungo e fortissimo ciclo di azioni, azioni che intimoriranno il mondo. A proposito voglio raccontarvi che pochi giorni fa è caduto un pilota russo nelle nostre linee. Si è rifiutato di parlare con gli italiani, perché diceva che i piloti italiani sono tutti pazzi o ubbriachi. Si riferiva al nostro eroismo che, secondo lui, solo i pazzi o gli ubbriachi possono avere…"


E inizia il “lungo e fortissimo ciclo di azioni”. Cozzolino è come sempre tra i primi. Non si risparmia. Anche la morte sembra impaziente, aspetta il suo “fidanzato”. E il 21 febbraio 1938 lo sfiora. Solo un miracolo lo salva. Scrive dell’episodio al fratello Attilio, a cui è più legato, pregandolo di non dir niente ai genitori:

“Logrono, 23 Febbraio 1938 - XVI
…Attilio gioisci alla mia rinascita, ridi con me, Iddio ha voluto che mi salvassi...... e sono salvo infatti, sì, salvo da non crederlo nemmeno io. Certo che è stato un miracolo, un vero miracolo. L'altro ieri, 21 - 2 alle ore 15,15, sono partito per un'azione di guerra, ma appena in decollo mi si sono piantati due motori. Ho atterrato fuori campo poggiando le ruote a 10 centimetri da un burrone a picco di 300 m. di profondità… L'equipaggio salvo! L'apparecchio completamente incolume! Pensa che avevo a bordo 6 uomini, 1000 Kg. di bombe e 3000 litri di benzina..... senza contare le munizioni per le mitragliatrici. Eccoti tutto descritto. Tu per quanto potrai pensare non riuscirai mai ad immaginare la scena… Anche quando tutto è passato, sai che cosa ti resta dinanzi alla mente? Ti pare di sentire l'apparecchio che scende....scende.... il rombo dei motori che si fa sempre più rabbioso, sempre più irregolare; guardi il manometro della pressione, ma uno solo è su, gli altri sono giù molto; dinanzi a te ti si presenta una collina con un po' di spiazzale.... e giù un burrone a precipizio..... Più niente..... vedi.... senti che scendi inesorabilmente...... Su, Attilio mio, non impressionarti, vedi sono salvo, salvo al punto di scriverti… non ho fatto nulla per salvarmi, sono stato calmo e non ho mai perduto per un solo attimo il controllo. Lassù sono stato portato da una forza superiore a qualunque forza umana..... certamente dalla mano di Dio. Ho scritto a te, solo a te, perché avevo bisogno di dirlo a qualcuno che mi comprendesse… Promettimi di non dirlo alla mamma perché le faresti un grande male. Però dille di ringraziare la Madonna, quella che essa prega, di ringraziarla anche a nome mio perché oggi per la prima volta ho veramente creduto alla sua protezione e alla esistenza di un Dio grande.... tanto Grande. Vedi gli aviatori italiani come credono in Dio?... Caro Attilio ora voglio darti una bella notizia. Nello stesso momento che a me succedeva la disgrazia ora descrittati, le truppe nazionali entravano in Teruel. Povera, bella eroica città! Non posso descriverti con quanta soddisfazione io ti dia questa notizia. Oramai questa città è un po' come una mia creatura. L'ho vista mille volte dibattersi nella lotta. L'ho vista circondata dai barbari rossi..... l'ho vista sotto il fuoco delle artiglierie nazionali. Per essa ho tanto combattuto.... ho tante volte attraversato intensi sbarramenti contraerei; per essa ho tanto sofferto! Oh, Teruel città martirizzata, ti vedrò sempre col tuo volto sofferente! Ti sentirò sempre con orgoglio nel mio cuore perché tu sei l'indice della Gloria, dell'Eroismo, del Sacrificio! Il sangue che è stato sparso e che ha bagnato la tua terra, sarà sempre vivo nel cuore di tutti e in special modo nel cuore di chi ha lottato per te! Attilio tu comprendi con quanta soddisfazione ti ho data questa notizia?… Il Colonnello farà una proposta di Encomio da scriversi nelle mie carte personali.... “


Teruel è dunque ripresa e i nazionalisti avanzano, l’intero fronte è adesso in movimento. A marzo i falangisti danno inizio ad una nuova grande offensiva in Aragona. L’aviazione legionaria è alla testa delle colonne avanzanti. Così scrive di quei giorni esaltanti:
" (?), 14 Marzo 1938 - XVI
… non posso descrivervi lo slancio col quale si combatte, non vi parlo poi dell'aviazione che ha superato tutte le aspettative ed è stata riconosciuta dal nemico come la più bella e potente arma del mondo. Le nostre truppe avanzano fulmineamente. Da un momento all'altro si aspetta la conquista di Alcaniz, città molto avanzata e distante dal mare una ottantina di chilometri. Tutti hanno un entusiasmo ed un morale altissimo. Questa volta si vince sul serio! Abbiamo lavorato tanto e stiamo lavorando ancora…"


Verso la fine del mese di marzo c’è però una più decisa reazione da parte delle forze repubblicane. Le loro difese contraeree adesso sono diventate veramente micidiali, a causa dei nuovi pezzi inviati dalla Russia e delle modernissime centrali di tiro donate dalla Francia, che ipocritamente è e resta ufficialmente neutrale.
L’ultima lettera di Federico porta la data del 27 marzo:

“Logrono, 27 Marzo 1938 - XVI (dall'aerodromo ore10)
... cara mamma la nostra avanzata continua e non vi è un solo minuto di sosta. Ora si trova abbastanza resistenza; ce ne accorgiamo noi, che dall'alto passiamo tra mille colpi di cannonate antiaeree. Ieri sera sul tramonto un nostro apparecchio che stava sulla mia sinistra è stato leggermente danneggiato appunto da una di quelle famose cannonate. Ma niente incidenti, tutto è andato benissimo. Si lavora come non mai, senza alcun riposo. La mattina appena sull'albeggiare, quando appena si dileguano le ombre della notte, le eliche sono già in moto......si parte. Niente demoralizzazione, niente stanchezza. Il nostro cuore generoso di aviatori è forte, il nostro sguardo è stanco, ma non si vede la stanchezza perché vi si legge un solo pensiero: quello di vincere, vincere a tutti i costi, magari col sacrificio della vita…Ho bisogno del vostro affetto, del vostro amore, delle vostre preghiere…”


All’alba gelida del 28 marzo 1938 dall’aeroporto di Logrono partono gli SM 79 per le consuete azioni di guerra. Alla guida di uno dei velivoli il sottotenente pilota pluridecorato Federico Cozzolino da Scafati, di anni 25. Ignora che è il suo ultimo giorno e che va verso un appuntamento con il destino, da cui non rientrerà. Volano a bassa quota gli SM 79, per poter meglio individuare e colpire il nemico. Ma il cielo di Fresneda quel giorno è punteggiato dai precisi colpi della contraerea. Due SM 79 vengono centrati, a nulla valgono gli sforzi dei piloti per salvare i velivoli. E’ giocoforza, per i superstiti, lanciarsi col paracadute. Toccano terra il sergente Bertocci, il tenente Meyer e i sottotenenti Spadaccino, Poggi e Cozzolino. I primi tre riescono fortunosamente a rientrare tra le linee falangiste, gli ultimi due invece vengono catturati dai miliziani repubblicani.

Il fato decreta che spetta a Federico Cozzolino dimostrare come sanno morire i legionari italiani e che quelle medaglie non sono state appuntate invano sul suo petto. Ancora sanguinante e dolorante per le ferite riportate, gli viene chiesto, sotto la minaccia delle armi, di abiurare gli ideali per cui combatte. Potrebbe cavarsela, come hanno fatto altri, pronunciando con la bocca delle parole, che non sono quelle del cuore. Non ci sarebbe niente di male. Ma lui no, è un intrepido giovane testardo, che vuole mantenere fede ad un giuramento fatto. Per meglio farsi comprendere dal nemico, gli grida in faccia in spagnolo “Arriba Italia”. Firma così la sua condanna a morte e viene brutalmente massacrato sul posto.

Alla memoria del sottotenente Federico Cozzolino verrà concessa la medaglia d'oro al valor militare con la seguente motivazione.
"Ufficiale pilota…partecipava a numerose azioni belliche in condizioni atmosferiche spesso avverse e su obiettivi fortemente difesi, dando reiterate prove di ardimento non comune e di profondo attaccamento al dovere. In un rischioso bombardamento contro munitissime posizioni, veniva durante violenta reazione contraerea, abbattuto dall'artiglieria avversaria e costretto a lanciarsi col paracadute. Sceso inerme in territorio nemico, veniva circondato da un'orda di miliziani, che pretendevano abiurasse ai principi che lo avevano indotto a partecipare alla nobile missione e, consapevole che il rifiuto gli sarebbe costata la vita, non esitava ad immolare fieramente la sua giovane esistenza…
Cielo di Spagna, Novembre 1937 - Marzo 1938 - XVI".


Anche l'Università di Bologna si ricorderà di quel suo impavido studente e gli conferirà, sempre alla memoria, la Laurea in Giurisprudenza Honoris Causa. La Spagna nazionalista, una volta vittoriosa, lo onorerà con ben tre medaglie, tra cui la Medalla Militar. Poi la seconda guerra mondiale. La guerra perduta. Federico Cozzolino diventa un eroe scomodo. Buio e silenzio per oltre sessant'anni. E quella tomba in uno sperduto cimitero spagnolo. Infine il ritorno. Tutta la sua Scafati ad aspettarlo, mentre qualche anziano riandava con la mente a versi già scritti per Federico, un giorno lontano: com’aquila con la fronte nel sole.

Testo di Orazio Ferrara

 

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