POLITICA

LA CATTEDRA DI "STORIA IN NETWORK"
per gentile concessione del direttore Franco Gianola

Lezione del prof. PAOLO DI STEFANO docente di marketing presso l'Università di Perugia

POLITICI LADRI, MILAN A DUE PUNTE,
PROPRIETARI E MANAGER.
PENSIERI IN LIBERA USCITA

1. Tre premesse
Non so come voi la pensiate, ma sono quasi certo che anche per voi il numero "tre" è un numero non soltanto "primo", ma anche "perfetto". Lo dice anche la scienza esatta per antonomasia, la matematica, in uno con la religione e la cabala, che forse non sono scienze ma certamente non sono esatte. Una unità non da poco, in un mondo che vive di divisioni esasperate e che pare sogni di dividersi ulteriormente. Una buona ragione in più per cercare di fare del numero tre la dominante di questo lavoro.

1.1. Premessa prima.
Il nostro Presidente del Consiglio ha avuto occasione di notare, nel massimo possibile della visibilità e della risonanza, come i politici - almeno quelli di professione - siano dei ladri. Pratica del furto resa evidente dalla impossibilità di dimostrare la provenienza delle proprietà di cui essi - i politici di professione - godono, dalla casa alla barca alla automobile ai quadri d'autore (per gli estimatori) ai mobili d'antiquariato (anche questi, per chi li ama) veri o falsi che siano.
Oppure - che è, in fondo, la stessa cosa - dei capitali necessari per l'acquisto. Vergogna, scandalo e irritazione, neppure addolciti dalla consapevolezza che la prova della proprietà è per definizione, da secoli, definita "diabolica"! Inoltre, mancanza di rispetto per la nobilissima professione del politico e, sopra tutto, generalizzazione assolutamente gratuita. Né è valso un ridimensionamento che, pare, sia stato operato: sono ladri i politici di professione di parte avversa, non quelli che stanno con noi. La generalizzazione (gratuita) rimane e, con essa, il rimprovero, neppure temperato dalla notazione che, sembra, la maggior parte degli italiani la pensi praticamente così.
E questo già di per sé giustificherebbe un piccolo trattato sulla generalizzazione: quali ne sono i confini? E, anche: in che misura la generalizzazione può essere considerata una forma di comunicazione adatta al raggiungimento di scopi diversi, quale quello di distrarre l'attenzione da altri, forse più sostanziosi, concreti e immediati argomenti?

1.2. Premessa seconda.
Si afferma generalmente - ecco la generalizzazione che torna - che le aziende e le imprese siano di proprietà di qualcuno il quale ha dunque quel jus utendi et abutendi che del diritto di proprietà è il contenuto. Poi, ci si trova di fronte alla Cirio o alla Parmalat (o ad uno qualsiasi dei casi simili sui quali i media non si sono soffermati per ragioni, forse, di dimensioni) e ci si mostra sorpresi e scandalizzati. E si dicono un mucchio di cose, anche relative al comportamento dei manager, i quali vengono in qualche modo giustificati dall'asserita "impossibilità di opporsi al padrone".
E la stessa cosa accade per i consulenti assunti per occuparsi a fondo dei bilanci, della revisione dei conti e della gestione, (e della organizzazione, anche, e di qualsiasi altro settore) i quali, in fondo, affermano che, nella loro posizione, non potevano che giudicare dalle carte messe a disposizione dal padrone. Che in ultima analisi significa: lui è il proprietario; io dipendevo da lui, quindi non potevo che fare quello che lui voleva.
Fino al momento in cui scrivo questi pensieri in libertà, non mi risulta che nel fiume di parole gridate, sussurrate, scritte, scambiate nei mille salotti della tv sia giunto l'affluente della "cultura del manager e dell'etica professionale che lo riguarda".

Che è un altro dei modi per generalizzare. Esattamente come si generalizza quando si sostiene che "il padrone" può far tutto. Oppure quando si afferma che il compito delle imprese è creare il massimo profitto, talvolta, ma non sempre, aggiungendo un attributo "possibile" che, in realtà, consente di abbattere ogni limite. Poiché "possibile" può voler dire così "entro i limiti stabiliti dalle leggi, dalla morale, dalle contingenze", come "secondo le proprie capacità di cogliere le opportunità, indipendentemente da ogni altra considerazione morale o giuridica." Salvo riservarsi il diritto di perseguire il perdente penalmente ed eticamente (molto meno, questa opzione morale, sopra tutto nei fatti economici: noi ancora insegniamo nelle nostre scuole e nelle nostre università che una cosa è l'economia ed altra, diversa e solo eventualmente incidente, l'etica), dal momento che il vincente ha sempre ragione.

Che è un altro modo di generalizzare. Sembra che il concetto stesso di "perdente" si sia modificato nel corso della storia, spostandosi dal piano della guerra (in ogni accezione), della lotta, dei rapporti di forza a quello della "attuale disponibilità dei simboli di stato e capacità di mantenere i legami costituiti". Che significa, in pratica: non è perdente colui che delinque, bensì colui che si è fatto scoprire e costituisce quindi una mina vagante nel vasto e oscuro mare delle connivenze". Quanto meno nel mondo della economia e della politica, mondi senza dubbio alcuno paralleli, dotati di corridoi di osmosi numerosi e facilmente praticabili. In genere, ad una sola condizione: il silenzio.

1.3. Premessa terza.
Quanto segue vuol essere soltanto un contributo alla elaborazione teorica di quella pratica largamente diffusa (sopra tutto, curiosamente, tra Operatori Culturali e Ricercatori, da un lato, e Manager Privati e Pubblici, Presidente del Consiglio compreso, dall'altro) che va sotto il nome di generalizzazione.
E l'interesse alla materia è dovuto sopra tutto a quanto questa comporta nella modifica della cultura, dell'insegnamento, dell'apprendimento e, dunque, nei mezzi che consentono tutto questo, con effetti dirompenti sui mercati.
E' grazie ad essa che si é determinata la morte, ad esempio, del docente così detto tradizionale e la sua sostituzione con un Operatore Culturale Esperto in Comunicazione Multimediale. Che si tratti di una reazione al predominio espresso in forme talvolta esagerate di quella specializzazione che tanto male ha fatto alla cultura ed agli affari? E che ai nostri giorni ha subito un ulteriore impoverimento grazie allo sviluppo disordinato quanto improvviso delle possibilità offerte dall'informatica, le cui risorse consentono a chiunque di comporre saggi complessi su qualsiasi materia, indipendentemente o quasi dalla conoscenza di essa. Basta un "clik", e le biblioteche elettroniche diventano non soltanto libri aperti, ma anche capitoli e capitoli di un'opera in una materia della quale l'autore sa quasi nulla, ma che ciò nonostante rischia di essere ricca e interessante.

2. La nobilissima scienza della generalizzazione. Una esperienza pratica e comune.
Se vi chiedessero quale é l'invito più frequentemente rivolto e rispondeste "quello a non generalizzare", sareste certamente nel giusto e senza alcun dubbio vi aggiudichereste il premio in palio, quale che sia. Ed è proprio questo uno dei tanti argomenti a favore della generalizzazione come consolidata prassi di analisi scientifica: il fatto che un sacco di gente reputi che non sia opportuno farne uso basterebbe da solo a garantirne l'affidabilità.
Parafrasando la affermazione di un Illustre Maestro, poiché non si é mai vista una verità conclamata da tutti, il fatto che tutti dicano che generalizzare é un male significa che non é questa la verità. Mentre é certamente una bugia quella secondo la quale la scienza non generalizzerebbe mai. Guardate alla statistica, che pure vanta nobilissime ascendenze matematiche e che si avvale di attrezzature e metodologie tra le più moderne e sofisticate. Non é forse vero che la generalizzazione é l'anima della statistica?
Oppure, la statistica non è una scienza.
Ma attenzione: prima di decidere in proposito, riflettete bene. Sulla statistica si basa una quantità enorme di decisioni in un numero quasi infinito di materie, e certamente più di un fatto acquista credibilità perché statisticamente dimostrato. E se essa non è una scienza...... So quel che pensate, c'é scienza e scienza, e nelle scienze vere, quelle con la "S" maiuscola, quelle universali, la generalizzazione non ha diritto di cittadinanza. Provate a generalizzare in medicina, per esempio!
Non io ci provo, bensì i medici stessi, e perché non hanno via d'uscita.

Generalizzare é l'unico modo di arrivare ad una conclusione, in medicina, e di avere qualche speranza di guarire il paziente, o almeno di lasciarlo morire in pace e quando é giunto il momento. E questo perché "generalmente" quei determinati sintomi si manifestano in presenza di quella determinata malattia la quale, a sua volta, rischia persino di sparire, e "generalmente" lo fa se e quando il paziente venga trattato con quei determinati farmaci.
Sempre "in generale", alla scomparsa della malattia il paziente é dichiarato guarito, e ciò accade nei tempi e nei modi previsti, sempreché le condizioni generali del soggetto siano quelle "generalmente" definite buone. Tutto questo perché il paziente "generalmente" muore per ragioni diverse da quelle di un intervento in sé perfettamente riuscito o di una patia dalla quale poteva essere considerato felicemente uscito, fatto del quale era stato reso edotto - lui ed i suoi familiari - tra sorrisi di modestia orgogliosa. D'altra parte, é proprio la teoria e pratica della generalizzazione che consente ad un qualsiasi medico delle strutture pubbliche di diagnosticare per telefono la malattia di un interlocutore lontano, appena conosciuto, pressoché impossibile da mettere a fuoco ed identificare.

Il che potrebbe anche cominciare a far sorgere il dubbio se per caso il generalizzare non possa costituire "ideologicamente", "filosoficamente", un metodo di lavoro concretamente utilizzabile con risultati importanti in più di un'occasione. E la cosa pare trovare un conferma anche troppo immediata e semplice nella consultazione dello Zingarelli, secondo il quale generalizzare significa "risalire dai casi particolari ad una affermazione generale" e realizza, dunque, il coronamento e l'essenza di ogni e qualsiasi processo induttivo.
Tutto ciò conferisce al Maestro Generalizzatore almeno una parte della dignità dello scienziato, del fascino del filosofo e, perché no?, del lirismo dell'artista, poiché si tratta di qualcuno capace di "inferire da osservazioni ed esperienze particolari i principi generali in esse impliciti" (é sempre lo Zingarelli che parla).

E' certamente per questo che la stragrande maggioranza dei Dirigenti d'Impresa - a un tempo facitori e fruitori di quella cultura d'impresa assunta come massima espressione della intelligenza dell'Uomo - veste abiti di orgogliosa dignità e discreta superiorità e tende ad apporre, accanto al proprio nome ed alla qualifica della funzione, e in aggiunta al titolo di studio, le sigle auree MG: Maestro Generalizzatore, appunto. Dalla propria, individuale, limitatissima (per materia) esperienza di venditori di lacci da scarpe o di assistente meccanico in una officina di periferia, si trova nella invidiata posizione di chi può tranquillamente inferire i principi generali della gestione e in quella, ancor più prestigiosa, di poter infierire su di essi.
E anche su questa base, non é difficile pronosticare il riconoscimento della abilitazione all'esercizio della professione di MG ai tanti Vucumprà che, passo dopo passo nelle nostre strade, vanno esercitando la pratica della gestione d'impresa. D'altronde, fatte le debite proporzioni, é proprio sicuro che , al confronto dei manager europei, giapponesi, americani, una buona parte di quelli italiani non debba fregiarsi del titolo di VC (Vu Cumprà) ?
Pensate: l'italico dottor ingegner Putifarre Maria Sindacò, ex Vice Direttore Generale di una multinazionale non secondaria, potrebbe esibire un carta da visita così concepita:

Dr.Ing.Putifarre Maria Sindacò VDG, MG, VC

nella quale le sigle aggiungerebbero quel tanto di mistero che fa immagine e che per un manager italiano è essenziale.
Altrimenti, dovrebbe giustificare se stesso e il lavoro che dice di svolgere. Con conseguenze in più di un caso rovinose.

2.1. Generalizzazione e inconscio.
Una cosa ancora, a proposito della generalizzazione: si tratta di un metodo scientifico così talmente sofisticato e perfetto da raggiungere il massimo della funzionalità e della efficacia proprio nella fase "inconscia" dell'utilizzo generalizzato da parte dei suoi più accaniti detrattori.
E mi spiego.
Non esiste al mondo individuo il quale, preso atto di una qualsiasi verità condivisibile ed effettivamente da lui stesso condivisa , non affermi con immediatezza ammirevole che l'argomento di cui al momento si tratta costituisce un caso particolare. L'espressione utilizzata è "si, ma da noi é un'altra cosa", con le varianti del caso ( "é diverso.."; " fatte le debite differenze.."; "occorre distinguere.." ; etc.), e chi se ne serve ritiene in buona fede di aver dato un colpo mortale alla generalizzazione. In pratica, intende dire: "Lei sta generalizzando. Anche ammesso - e non concesso - che Lei abbia ragione, il nostro caso é diverso, e non può quindi essere trattato alla stessa stregua degli altri". Se si tratta di un dirigente d'impresa e se si sta esaminando un problema di gestione, alla frase citata si aggiunge un corollario pressoché immutabile, rituale: "non siamo cioccolatai". E il discorso si chiude senza che il vostro antagonista si sia reso conto non solo di aver generalizzato, ma di aver raggiunto addirittura il vertice del metodo a parole confutato. "Io e i fatti miei siamo un caso particolare " é il traguardo massimo al quale la generalizzazione può aspirare: tutti gli esseri umani, in tutte le epoche, sotto qualsiasi cielo hanno pensato e pensano di essere un caso particolare, unico, e come tale si comportano. Il che é già il massimo di ogni possibile generalizzazione.

Ed é una affermazione di carattere generale quella secondo la quale gli individui non sono generalizzabili. Una affermazione indimostrata poiché se é vero che esistono casi particolari non facilmente sussumibili sotto categorie generali, non è affatto vero che, nella generalità delle situazioni, i casi non siano simili ed assimilabili, e dunque trattabili esattamente come milioni di altri casi. E i cioccolatini e i cioccolatai sono fatti generali, non particolari. Voglio dire che, ammesso e non concesso che sotto il profilo gestionale esista una reale differenza ideologica tra il prodotto portaerei e il prodotto diagnosi medica o il prodotto servizio di trasporto o il cioccolatino, appunto; ammesso e non concesso, dicevo, che una differenza esista, essa é puramente di carattere fisico, e non é detto che questo abbia un ruolo determinante nella e sulla gestione, e neppure é scontato che lo abbia su altri fatti. Il che non vuol dire che non sia possibile che qualcosa muti, tutt'altro! Ma ciò che non é assolutamente automatico é una diversità concettuale nei principi della gestione, e il cioccolataio che gestisce correttamente il prodotto cioccolatino fa esattamente le stesse cose che fa ( sia pure in modo diverso, almeno in alcuni casi) il gestore del prodotto astronave o della tenda alla veneziana o del servizio di navigazione lacustre. O della politica e dei prodotti di questa.

2.2. La generalizzazione come metodologia trasversale.
Infine, una annotazione non priva di importanza: la generalizzazione può essere definita come una metodologia trasversale. Anzi, essa appare come la più efficace delle metodologie di questo tipo. Attraversa, e attraversando unisce, a un tempo tutte le scienze e le arti e le tecniche e le filosofie sì che, seguendone le trame, diviene relativamente facile giungere all'essenza della natura umana, avvicinarsi alla conoscenza dell'anima, al mistero dell' Universo e della Creazione.
Il Maestro Generalizzatore é il gran sacerdote del sapere scientifico, il Massimo Celebrante dei riti del pensiero e dell'intelligenza e dell'anima.
Come dire: beati coloro che generalizzano, poiché a loro é più facile conoscere Dio.
E io generalizzo.

2.3. Sugli effetti della generalizzazione.
Ma posso abbandonare il tema senza un accenno ai fenomeni che, sul mercato, la scienza della generalizzazione ha indotto?
Si pensi alla Comunicazione in genere ed a quella sua branca che va sotto il nome di Formazione - qui in rilievo - ma ragionamenti molto simili potrebbero essere fatti per quanto riguarda la Informazione o anche la Persuasione ( il carattere distintivo tra le quali ultime dovrebbe essere la oggettività della prima contro la soggettività dell'altra, che realizza, poi, la pubblicità).
Dunque, la Formazione. Chi di noi non ricorda come, fino a pochi anni orsono, al Docente si richiedevano, oltre a doti non trascurabili di simpatia, di empatia, di capacità di comunicazione con i discenti, grandi e profonde caratteristiche di preparazione culturale, di conoscenza della materia, di elasticità e rapidità dei collegamenti interdisciplinari, proprietà di linguaggio e di controllo delle forme non verbali di comunicazione. E altro ancora, forse.
Ora non più. Al docente si richiede soltanto la capacità di manovrare tastiere e telecomandi, al massimo inframmezzando frasi minuscole per un collegamento che non sia puramente meccanico. E per far questo, intanto, non c'é alcun bisogno di quelle doti che venivano, un tempo, raccolte ( e in qualche verso generalizzate) sotto la categoria della cultura vasta e profonda .

C'é, invece, la necessità di disporre dei mezzi - hardware e software (macchine e programmi ) - in grado di mettere in moto archivi e gestirne i dati; di raccogliere, leggere, ordinare ed elaborare informazioni; di rendere visibili fonti e risultati; di operare analogie; di consentire interventi di modifica e di creazione di realtà più o meno virtuali.
E questo vuol dire mercato, e fatturato, e profitto.
E tanto maggiore é questa necessità quanto minore é l'apporto culturale e personale del docente. Il quale, pertanto, é bene sia ignorante il più possibile e dotato quanto meno possibile così di comunicativa come di voglia di partecipazione. Più crassa è l'ignoranza del docente, maggiore é il mercato.
E maggiore é il mercato, maggiori i profitti, almeno quelli sperati.
In quanto al potere.

3. Formazione e potere.
Sempre il nostro presidente del Consiglio, Grande Comunicatore e Maestro Indiscusso, pare aver dato in diretta tv istruzioni precise all'allenatore della squadra di calcio di cui è proprietario. Vergogna e scandalo! Non soltanto per quanto concerne il modo con il quale le istruzioni sono state trasmesse, ma anche - oh guarda guarda! - per la mancanza di rispetto per la professionalità di uno dei maggiori trainer di cui l'università dello sport italiano dice di disporre. Come se il rispetto ed il riconoscimento della professionalità costituissero norme di condotta generalmente accettate e rispettate. Questo a parte, a me sembra che il proprietario della squadra si sia comportato in modo coerente alla formazione che, direttamente o indirettamente, ha ricevuto e che si ispira ai valori propri della nostra società e del nostro sistema economico.
Tra gli altri, quello che recita "la propriété est le droit de jouir et disposer des choses, pourvu qu'on n'en fasse pas un usage prohibé par les lois ou par les règlements". (Codice Napoleone, articolo 544), mutuato dalla affermazione del Digesto di Giustiniano, "dominium est ius utendi et abutendi, quatenus iuris ratio patitur" E pare che nessuno contesti - al di là, ripeto, di certi aspetti ritenuti puramente formali - che la legge o i regolamenti non proibiscano - e quindi permettano - di dire all'allenatore cosa deve fare e come.
Non soltanto da parte dei milioni di allenatori di cui l'Italia del pallone è costituita, ma che non hanno alcuna voce in capitolo e che comunque non sono proprietari di nessuna squadra, ma anche e sopra tutto da parte dei Presidenti i quali, invece, voce in capitolo l'hanno e della squadra sono proprietari, quanto meno in gran parte. Voglio dire: non esiste italiano - e neppure occidentale al mondo - che non ragioni in termini di "sono padrone io; è roba mia; ne faccio quello che voglio". Vale per la casa, e per l'automobile e per tutto quanto si possa immaginare come oggetto di proprietà. Figli e mogli compresi, almeno a giudicare dal numero di minori e di mogli maltrattati, oggetto di violenza in nome (anche e soprattutto) di un diritto di proprietà affermato e riaffermato sempre e comunque e considerato indiscutibile nei contenuti così come nelle forme. E ciò vale anche per le imprese, naturalmente.

Mentre il "diritto di proprietà" (ad esempio) sui figli è stato a volte contestato e sul suo contenuto comunque non v'è certezza, che l'azienda sia "oggetto di proprietà" non è mai stato messo in discussione, nel nostro sistema economico e, con essa, l'intera impresa. Che risalga ad un privato, ad una famiglia, ad un insieme di soggetti chiamati soci oppure ai manager il diritto di proprietà dell'impresa per definizione fa capo a qualcuno. Se si vuole, in maniera più o meno diretta, ma un proprietario c'è sempre.
Il che è bello ed istruttivo, perché l'azienda è un insieme di beni e dunque "oggetti" di un diritto di proprietà e l'impresa non è da meno. La circostanza che nell'impresa sia rilevante l'aspetto umano non modica in niente l'assunto. Anzi. E così, la squadra di calcio ed il club di appartenenza sono di proprietà di qualcuno (in genere, un presidente); le aziende e le imprese che le posseggono sono a loro volta proprietà di un dominus la cui natura, a questo fine, è assolutamente irrilevante. E il dominus dispone del jus utendi et abutendi, la sostanza del potere. Che è una volta ancora bello ed istruttivo, ma dimentica un punto fondamentale. Questo: l'impresa è un individuo che nel mondo del diritto e in quello della economia si muove come soggetto diverso dalle persone fisiche che a qualsiasi titolo siano in contatto con essa.

4. Figli e impresa.
L'impresa - individuo è veramente una "persona altra da noi", un soggetto che ha una sua propria vita, indipendente da quella dei singoli. Per qualche verso, ogni impresa riduce alla funzione di "organi" le persone fisiche che ne fanno parte. E, per chi l'ha costituita, l'impresa è esattamente nella posizione di un figlio: una persona diversa da noi che da noi prende origine, che per molto tempo da noi dipende, del quale siamo noi ad esprimere gli interessi e le volontà. Ma non è noi e noi non siamo lui. Ogni figlio è un soggetto diverso, con bisogni, interessi e motivazioni suoi propri, esclusivi, e la cui soddisfazione e tutela sono a un tempo la ragione e la condizione della sua vita presente e futura.

E dunque, si parli pure di proprietà, ma così come sulla "proprietà" di un figlio e sul suo esercizio qualche dubbio ce lo facciamo venire e qualche limite ce lo poniamo, anche per l'impresa forse bisognerebbe rivedere la nostra cultura e i nostri comportamenti. E così come l'obbligo ( e l'interesse) fondamentale di un genitore è costituito dall'educare e crescere il figlio in modo che questi possa godere di un futuro il più affidabile e felice possibile, l'obbligo e l'interesse fondamentale di un proprietario d'impresa dovrebbe essere costituito dall'educare la struttura e dotarla di tutto quanto possa esserle utile per godere di una vita futura per quanto possibile sicura e felice. E indipendente dai singoli individui che la compongono. E' vero che si può sostenere che un imprenditore (ammesso che sia anche il proprietario dell'impresa) agisce per divenire più ricco e che, di conseguenza, non "metterebbe su" un'impresa se non avesse questa certezza (o almeno questa speranza).
Ma è anche vero che arricchire l'eventuale proprietario "non è" la causa ultima di una impresa che è costituita, invece, dal "vivere il più a lungo possibile producendo utilità". Significa che una impresa ha innanzitutto bisogni da soddisfare, proprio per la sua natura di "individuo" vivente sul mercato. Poi, che questi bisogni possono essere inseriti nelle categorie della sopravvivenza, della sicurezza, del riconoscimento, dell'affermazione e infine della autorealizzazione, secondo una piramide disegnata molti anni orsono da Maslow. Esattamente come per un essere umano. Che è quanto la scienza e la pratica del diritto ha elaborato ed evidenziato molti secoli orsono parlando di "persona giuridica" ed attribuendo ad essa diritti e doveri e capacità e incapacità esattamente come accade per ciascuno di noi, persone fisiche vive ed operanti in un sistema organizzato.

4.1. Le persone giuridiche e quindi le società e le imprese.
L'argomento mi ha ricondotto ai miei anni giovanili, quando studiavo diritto e avevo Maestri illustri sia per la profondità del pensiero che per le capacità di insegnamento e comunicazione come pure per la - conseguente - disponibilità a mettersi continuamente in discussione, a non dare nulla per scontato, a discutere anche con gli studenti su di un piano di parità. Confesso di aver sofferto quando, nel corso di una discussione di tesi nell'Università nella quale insegno - il tema era "I diritti umani" - una malguidata candidata ha svolto la trattazione come se i diritti umani fossero una creazione dell'America moderna, totalmente dimenticando l'apporto (tra gli altri) dei grandi elaboratori del diritto romano e degli studiosi costruttori dei sistemi giuridici del nostro mondo. Il fatto è che la disattenzione risaliva alla docente relatrice, peraltro in linea perfetta con un buon numero dei docenti di oggi. Ma questa è un'altra storia.

Tornando all'argomento di base, il mio viaggio nel passato mi ha portato a rileggere una pagina di Alberto Trabucchi (Istituzioni di Diritto Civile, Cedam, Padova, 1960). Questa: "Che cosa è una persona giuridica? E' un organismo unitario che viene considerato dall'ordinamento giuridico come soggetto di diritto, come un ente, cioè, fornito di capacità giuridica propria e distinto dalle persone fisiche che concorrono a formarlo. (omissis) Il concetto della persona giuridica ha subito un'evoluzione complessa e si trova pure nel diritto pubblico. Anzi, la dottrina moderna vede nello Stato la persona giuridica per eccellenza, dalla quale traggono vita gli enti territoriali, comuni, provincie e regioni, nonché tutti gli altri enti pubblici. (omissis) Vediamo di renderci conto del grave problema che riguarda la natura della persona giuridica, intorno al quale ampio è il dibattito delle teorie. Secondo un primo gruppo di teorie esiste solo l'uomo: la persona giuridica sarebbe pure creazione del diritto, fatta allo scopo di conseguire alcuni fini che trascendono le possibilità individuali. Queste teorie, che si fondano su di una stretta superata concezione individualistica, vogliono spiegare con una finzione - e quindi effettivamente non spiegano - il fenomeno giuridico di un patrimonio che pur deve trovare un soggetto per i rapporti attivi e passivi. Infatti, l'interesse in senso stretto sarà sempre di singole persone fisiche, ma noi dobbiamo spiegare il fatto che anche l'ente ha una vita propria, propri distinti rapporti economici e diritti soggettivi.
Altre teorie opposte affermano la realtà anche della persona giuridica, nel senso che gli uomini spesso si debbono unire in organici aggregati per il raggiungimento dei più diversi scopi. L'associazione è un fenomeno naturale e, anzi, l'uomo isolato non esiste che in astratto. Fino dall'antichità classica il fenomeno era stato osservato per gli aggregati politici (ricordiamo l'apologo di Menenio Agrippa), e la vita moderna è necessariamente più intessuta di relazioni tra uomini le quali spesso danno origine a gruppi che hanno una propria esistenza.
E' innegabile che il diritto non crea ex nihilo la persona giuridica: c'è una realtà che il diritto riconosce e insieme riplasma per mezzo del crisma della giuridicità.
(omissis)
Nella classificazione delle persone giuridiche una distinzione molto importante si fa tra associazioni (che tradizionalmente si chiamano anche corporazioni) e fondazioni (o istituzioni).
Le associazioni sono di origine romana, le fondazioni hanno origine medioevale; la distinzione appare fondata sulla prevalenza delle persone nelle associazioni e del capitale nelle fondazioni.
(omissis) Lo scopo nelle associazioni è interno e proprio dell'ente, che è costituito per il suo fine di dare vantaggio agli stessi associati, come avviene ad esempio per i sindacati e le società di mutuo soccorso; nelle fondazioni, invece, l'interesse che si cura è esterno e l'ente ha solo la funzione di realizzare un vantaggio per gli altri, come avviene per un monte di pegno. Circa la volontà, nelle fondazioni essa è esterna all'ente in quanto proveniente dal fondatore; nelle associazioni è interna, in quanto deriva dagli stessi membri dell'ente che dispongono circa la costituzione, il governo e la fine della persona giuridica. Ne consegue che gli organi diretti nelle associazioni sono dominanti, nelle fondazioni sono sottoposti alla volontà di chi ha costituito l'ente.
Esempi di associazione: lo Stato, le provincie, i comuni, i consorzi, le società commerciali, i sindacati, ecc.; tipi di fondazione sono gli enti con scopo di beneficenza, istruzione ed educazione....."

Inutile dire, forse, che il Trabucchi prosegue con altre considerazioni di grandissimo interesse. Per esempio, quelle relative alla differenza tra "persone pubbliche" e "persone private", naturalmente vissute (le persone) dal punto di vista del giurista puro, dell'uomo che "fa la legge", "interpreta" il diritto su di una base culturale di assoluto rispetto e non, come sembra accadere sempre più spesso, sul fondamento della nasometria applicata e della spannometria istituzionale. A proposito delle quali vale la pena di formulare qualche pensiero.

5. La spannometria nasometrica.
Le due tecniche accennate possono esser trattate in un unicum costituito dalla spannometria nasometrica: un vantaggio sopra tutto per chi legge, il cui impegno può, forse, essere alleggerito dalle considerazioni che seguono e che rispecchiano la gran parte della metodologia di lavoro degli altri, capi, colleghi e, sopra tutto, collaboratori e sottoposti in genere.
La spannometria nasometrica è la definizione colta della approssimazione, la tecnica più applicata in assoluto, se si eccettua la generalizzazione. In alcune discipline, la spannometria nasometrica regna incontrastata: si pensi alla politica e alla gestione d'impresa. Il fenomeno sembra più congeniale alle popolazioni che abitano la parte centro meridionale del pianeta ed è quindi probabile che si possa riscontrare un qualche parallelismo tra le situazioni climatiche e ambientali in genere e la propensione all'uso di questa metodica. Ed anche le abitudini alimentari svolgono probabilmente un ruolo sul cui peso mancano dati affidabili ma che da più parti si assume come determinante.
L'uso intensivo dell'olio di oliva è tra gli indizi più promettenti.
Certo è che tra la vivacità intellettuale (della quale inventiva e fantasia pare siano fattori primari) vantata dal meridione del pianeta e la spannometria nasometrica esiste una strettissima relazione. Tanto stretta che, pur non essendo questa tecnica oggetto di insegnamento e studio specifico, costituisce ciò non di meno il criterio ispiratore dell'insegnamento di tutte le materie nelle scuole di ogni ordine e grado. Si veda, a riprova, quanto accade nel sistema scolastico italiano, il Paese che al momento appare come il più avanzato tra quelli interessati al fenomeno e che, grazie all'uso intensivo di questo metodo, appunto, ha raggiunto un sistema politico nella sostanza stabilmente democratico e una situazione economica e industriale valutata tra le più importanti nel mondo cosiddetto civile.

La spannometria nasometrica é il risultato finale della confluenza di due metodiche sostanzialmente diverse, in origine: la spannometria, che nasce dalla "spanna", la distanza tra la punta del pollice e quella del mignolo di una mano aperta e tesa, della quale le dita citate siano gli estremi; e la nasometria il cui modulo, invece, é costituito dal "naso", la ben nota e variforme appendice del volto.
Entrambe le metodiche, peraltro di grande successo, hanno in comune un fattore di incertezza costituito dalla variabilità del modulo di base, essendo ciascuna mano diversa da una qualsiasi altra , esattamente come accade per il naso, per il quale trovarne due eguali per dimensione, forma e sensibilità è un'impresa non facile. Per queste ragioni, e per cercare di ovviare in qualche modo alle imprecisioni ed incertezze che la applicazione tout court dell'uno o dell'altro sistema comporta, gli scienziati hanno operato su due fronti: da un lato, hanno cercato di standardizzare la lunghezza della spanna; dall'altro, hanno sostituito nella nasometria ai parametri di lunghezza e larghezza quello della sensibilità, del fiuto e, per gli anglosassoni (sempre singolari), del feeling.

Hanno quindi unificato i due metodi ponendo alla base della spannometria nasometrica quella ormai famosa misurazione a fiuto così largamente applicata da imprenditori e da uomini d'affari. E' questo fiuto che ha riempito l'ex Unione Sovietica di affaristi e di imprenditori accorsi da tutto il mondo; ed è lo stesso fiuto che ha consentito alle imprese italiane di trovarsi di fronte alla concorrenza internazionale nelle posizioni ben note fin dai tempi delle forche caudine.
Tra gli altri indiscutibili vantaggi di semplicità e rapidità che il metodo può vantare, si segnala la eccezionale facilità con la quale esso è trasmissibile a dirigenti e funzionari: in pratica, non c'é alcun bisogno di lunghi, sofisticati e costosi corsi di formazione e di aggiornamento. Sembra quasi trattarsi di qualcosa di connaturato all'homo manager.

Dunque, queste le condizioni in presenza delle quali la spannometria nasometrica si sviluppa e dona i suoi frutti migliori:
- area territoriale, centro meridione del pianeta in genere e del continente europeo in particolare;
- ambito di attività, la gestione di impresa, senza limitazioni né di settore merceologico né di caratteristiche pubbliche o private e, sopra tutto, la politica in tutte le sue accezioni;
- qualità del soggetto agente: professionalmente, un manager di qualsiasi livello o anche alto funzionario non dirigente; culturalmente, un laureato o diplomato di scuola media superiore, preferibilmente ad indirizzo tecnico - scientifico; caratterialmente, un uomo pratico con l'hobby del politico e, come corollario, dell'umanista o almeno del colto.

A giudicare dall'uso, fino a non moltissimi anni fa l'espressione più sofisticata della spannometria applicata era costituita da un regolo calcolatore nelle mani di un ingegnere italico tuttologo e manager. Sempre a disposizione, veniva consultato ad ogni domanda. E non doveva necessariamente trattarsi di una domanda in qualche modo matematica. Ingegneri italici serissimi sono stati sorpresi a consultare il regolo per conoscere il proprio nome e cognome oppure l'indirizzo di casa. Vista l'approssimazione delle risposte, tipica dello strumento non a caso chiamato "il circa portatile", non pochi si sono perduti. Per le domande più scientifiche, del tipo quanto fa due più due, dopo una acconcia pausa di riflessione la risposta era "circa quattro". Con un vantaggio non indifferente, però: il regolo calcolatore non ha mai avuto una memoria e, dunque, non registrava i complicati calcoli dei quali era strumento. Vuol dire che sarebbe stato assolutamente inutile distruggerlo, con evidente risparmio.

Oggi, il regolo calcolatore é stato sostituito da meravigliosi nanocomputer, efficientissimi, velocissimi, potentissimi. Gli ingegneri italici tuttologi sono felici e, con loro, i manager. E anche i non ingegneri ed i non manager, per i quali il nanocomputer è un simbolo di stato ed un fattore di immagine. Nessuno conta più che tanto, se non dispone di un personal. Indipendentemente dal saperlo utilizzare o meno.

6. E siamo a Parmalat (et similia)
E' ovvio come l'occuparsi delle vicende della Parmalat e dei suoi dirigenti venga quasi automaticamente suggerito da quanto precede. La Parmalat (come la Cirio, come altre imprese e strutture diverse, probabilmente non escluse quelle definite pubbliche) è un soggetto "economico" che non ha "raggiunto la causa che avrebbe dovuto esserle propria": produrre le risorse necessarie ad assicurarsi una lunga ed autonoma vita sui mercati, assieme ad un "profitto" (trattandosi di impresa privata) e ad una "utilità sociale" trattandosi di persona la cui vita tanto più è facile e piacevole e lunga quanto più è accettata dalla comunità di riferimento e dunque da quello che chiamiamo "mercato". E dunque, quasi in automatico, quanto meglio risponde ai bisogni, alle motivazioni, agli interessi di essa comunità.

Applicando a questa impresa la pratica della generalizzazione, si può affermare che in nulla essa si diversifica da tutte le altre: è stata considerata esclusivamente come mezzo di arricchimento per il "padrone" - e la sua famiglia ed i clientes ed i sodales - ed a questo fine sono state utilizzate così le risorse a disposizione come gli strumenti di gestione. Il "padrone", conscio di essere tale, ha disposto dell'azienda nel suo complesso per arricchirsi: ha fatto quello che il nostro sistema economico e sociale gli ha insegnato e per più di un aspetto gli ha chiesto. E si è avvalso della collaborazione dei "manager" - dirigenti, funzionari, capi e capetti - alla cui professionalità è stato imposto un compito preciso: attaccare il carro là dove il padrone vuole.
E per questo una ulteriore buona ragione: chi perde il posto in nome dell'etica, della professionalità, della dignità personale è per definizione un fallito o, quanto meno, una persona che non è riuscita a raggiungere il successo che, come ognuno sa, si valuta in termini di disponibilità di capitali e di proprietà mobiliari e immobiliari, oltre che del tenore di vita che ne consegue.

Tanto è vero che, mentre - avendo l'imprenditore inciampato in qualcosa - condanniamo il padrone (almeno a parole), troviamo più di una giustificazione per il comportamento dei manager: non essendo proprietari dell'impresa, non potevano non comportarsi come si sono comportati. Non hanno colpe. Dovevano obbedire. Hanno obbedito. Una parentesi ed una associazione di idee: ma non è stata forse questa la difesa degli ufficiali nazisti accusati di strage? O degli statisti e dei militari che hanno operato perché gli ebrei fossero sterminati? Avete mai notato come esistano strutture nelle quali è assolutamente impossibile risalire al vero responsabile?
Allora, forse, si può immaginare una profonda carenza nella formazione manageriale. Ammesso e non concesso che ai così detti manager si insegnino approfonditamente gli elementi tecnici del settore di interesse, ci si dimentica di insegnare loro come il manager non sia, per definizione, un mero esecutore di ordini e come, sopra tutto, quando lo si intenda come tale (mero esecutore) quel "lato oscuro che chiamiamo dignità" dovrebbe portarli prima ad una motivata contestazione e poi alle dimissioni, se non esiste altra soluzione che non sia, appunto, l'attaccare il carro dove vuole il padrone.

Tra i miei ricordi personali uno in particolare riguarda l'ingegner Putifarre Maria Sindacò ed i suoi rapporti con il responsabile delle ricerche di marketing: quando quest'ultimo, armato dei tabulati (allora esistevano quei pesantissimi e numerosissimi fogli di carta rigata in grigi alternati) si recava dal Vice Direttore Generale, se i risultati non erano in linea con quanto Putifarre Maria intendeva sostenere, era costretto - senza fatica, a dire il vero - a "rivedere i calcoli". E così il Putifarre Maria VDG finiva con il disporre delle prove delle proprie affermazioni. La circostanza del fallimento della società è, ovviamente, del tutto incidentale e trascurabile. Mentre non lo è che sia l'uno che l'altro siano andati in pensione con congrui e soddisfacenti assegni mensili. E neppure che l'ingegnere abbia conservato incarichi di consulenza, anzi! Quale consulente migliore di un ex dirigente abituato a fare quanto ordinatogli dal padrone? Ma perché un consulente dovrebbe rifiutarsi di fare quanto gli si chiede, considerato che, se si comporta così, perde il cliente? E un consulente in tanto è considerato bravo e di successo in quanto abbia un interessante numero di clienti disposti a pagarlo un interessantissimo mucchio di danaro.
E allora ecco che, sì, al manager qualche responsabilità può anche essere imputata ma, poveretto: cos'altro poteva fare?
Che è esattamente quello che pensa la gente, la quale di un padrone ha bisogno. Un bisogno assoluto, irrefrenabile, di tipo assolutamente primario: chi non ha un padrone, muore.
Ed ecco, allora, certi comportamenti in politica, giustificati dalla conoscenza dei bisogni della gente e della loro gerarchia.

7. Tre conclusioni
Mentre sono sicuro che anche il numero sette sia un numero primo, non me la sento di giurare che sia anche perfetto. Mi sembra però di ricordare che il sette sia un numero importante per la cabala, e reputo una fortuna il poter concludere questa "cattedra" con un "punto sette". E siccome il vecchio adagio recita "aiutati che Dio ti aiuta", mi sembra opportuno e di buon auspicio dividere in tre parti le mie conclusioni. Anche perché tre erano le premesse. Con l'avvertenza che, forse, non si tratta di vere e proprie conclusioni quanto piuttosto di "spunti di meditazione", di stimolo a qualche pensiero di approfondimento in più.

7.1. Conclusione prima
La gente pensa che i politici siano dei ladri, che la politica sia una cosa sporca, che si fa politica solo per arricchirsi. Forse non tutta la gente è di questo parere; forse lo è soltanto una parte e neppure maggioritaria. Ma certo è che quella parte sembra essere un serbatoio di voti sufficiente a garantire la conquista del potere. Esattamente come quella parte dell'elettorato che ritiene giusto cercare di non pagare le tasse quando abbia l'impressione che la pressione fiscale sia eccessiva. Ed anche questo è stato richiamato dal Presidente del Consiglio. E dal momento che, almeno in democrazia, nella conquista e nel mantenimento del potere per qualche verso il consenso popolare è importante, ecco acquisito un credito: lui, almeno, ha avuto il coraggio di dire quello che anche io penso e pensano quelli come me. E allora gli do il mio voto. E non dimentichiamo che uno dei tanti principi del marketing è costituito dalla opportunità di identificare i bisogni e di produrre quanto è in grado di soddisfarli. In un mondo nel quale della politica e dei politici è sempre più difficile fidarsi, pensare che qualcuno, almeno, è sincero vuol dire riconoscergli un vantaggio.
E qui si potrebbe inserire un lungo e complicato discorso circa l'immagine. Non ho nessuna intenzione di propinarvelo, ma una cosa va detta: l'immagine essendo il modo con il quale un prodotto, una persona, una circostanza vengono vissuti, sul "modo" di vedere qualsiasi fenomeno inferisce il livello di cultura del singolo e, generalizzando, del pubblico di riferimento. E a me pare che la politica attuale per più di un aspetto sia perfettamente in linea con la cultura generale.
Che poi questo sia positivo, è un altro discorso.
Non di immagine, quindi, parlerò, ma un accenno a quel "principio fondamentale di comportamento " che recita "cogliere le occasioni (e farlo prontamente)" bisognerà pur farlo. E non c'è dubbio alcuno che tra i tanti meriti da riconoscere al nostro capo del governo c'è quello di saper cogliere al volo qualsiasi occasione la nasometria applicata gli suggerisca come capace di far parlare e di distrarre l'attenzione da questioni più importanti. Si può non condividere; si può discutere; si può giudicare negativamente e riprovare, ma è incontestabile che gli avversari politici utilizzano una spannometria nasometrica assolutamente inadeguata e comunque mille miglia al di sotto. Forse, bisognerebbe abbandonare questa metodologia per utilizzare una corretta pianificazione di gestione. Della politica e dei prodotti della politica. Ma questo sconvolgerebbe il concetto stesso di politica che, hic et nunc (ma anche altrove e prima di adesso) sembra essere il prototipo e il luogo ideale a un tempo della più bieca delle spannometrie nasometriche possibili.

7.2. Conclusione seconda
Il nostro è un mondo nel quale la gerarchia dei valori pare assolutamente certa. In testa, il profitto e l'individuo. E subito lì - ma non sono sicuro che venga al secondo posto, potendo anche immaginarsi che li preceda - il potere. A grande distanza, tutti gli altri, perduti in una nebbia fitta e umidiccia, dalla quale ciascuno di noi non vede l'ora di uscire e nella quale ciascuno di noi intravede cose diverse unite solo dalla indeterminatezza. E in questa nebbia è l'etica. L'etica in toto, quella individuale così come quella degli affari e quella della politica e della professione, relegata a livello di "utile rifugio", di "falso scopo". Nessuno oserà mai darvi torto, quando parlerete di etica e la invocherete a difesa o a giustificazione o ad accusa di un qualsiasi comportamento. Tutti vi ascolteranno con ostentata attenzione. Ma dall'atteggiamento di compunta condivisione si alzerà quasi unanime un sussurro che, dopo rapida verifica dei numeri, diverrà grido: "sì, lei ha ragione, ma..." Che in qualche modo significa "ed ora parliamo di cose più serie".

Una possibilità è ravvisabile quando il giudizio etico riguarda il comportamento di un altro. Meglio, quando qualcuno si trova nella posizione di giudice della rispondenza del comportamento ai canoni etici della professione. Allora l'etica diviene un parametro di assoluta certezza, e tirare le conseguenze un obbligo irrinunciabile. Che ha tra l'altro un vantaggio: consentire al "tutore dell'etica" di continuare a perseguire il proprio personale interesse ed a consolidare il proprio potere. La possibilità alla quale ho accennato (forse, una delle possibilità) potrebbe essere costituita dalla istituzione di un sistema di controllo della rispondenza dei comportamenti dell'eletto (o del candidato: una questione più che altro di tempi) ai principi etici, almeno a quelli che l'eletto dovrà dovrebbe tutelare. E in questo una seria indagine sull'immagine, condotta da istituti al di fuori di ogni e qualsiasi sfera di interesse, potrebbe contribuire non poco.

E, anche, di un sistema di garanzia a favore della struttura chiamata a giudicare dell'etica. Non si tratta di percorrere strade ignote e di ricorrere a fatti innovativi. Basterebbe assicurarsi della esistenza di un limite certo alla rieleggibilità, là dove questo limite non esiste, e (forse) stabilire che di fronte ad un limite di partecipanti alle votazioni non raggiunto, l'eventuale elezione sia dichiarata nulla e la votazione come non avvenuta. Qualora - e la cosa è accaduta, accade e accadrà - il fatto si dovesse ripetere, si potrebbe anche concludere che la struttura è inutile o ritenuta tale dagli aventi diritto al voto. Con le conseguenze del caso, compresa l'abolizione della organizzazione. Un esempio? Se gli iscritti ad un qualsiasi ordine professionale - poniamo, quindici o ventimila - votano in circa millecinquecento e la cosa si ripete da più legislature, non sarebbe opportuno concludere che di quell'ordine non interessa assolutamente nulla a nessuno e, di conseguenza, procedere alla sua abolizione o ad una radicale riforma? Oppure, stabilire la nullità dei risultati ogniqualvolta i votanti non raggiungano almeno il trenta per cento (o il quaranta o il cinquanta più uno o quello che si vuole, purché il numero esprima una qualche maggioranza) degli aventi diritto.
Possibile obiezione: ma di fronte a tanti gravi problemi, che senso ha occuparsi di una piccola cosa? Rispondo: è la soluzione dei piccoli problemi che consente quella dei più grandi. Finché continueremo ad occuparci solo dei destini del mondo o, se va bene, della nazione, non cambierà nulla.
E invece, occorre cambiare. Con la massima urgenza e determinazione.

7.3. Conclusione terza
E se la smettessimo di ragionare quasi esclusivamente in termini di specializzazione, tornando a generalizzare un poco di più? Non ci aiuterebbe, questo, a risolvere una parte dei problemi della gestione, così delle imprese come della politica? Forse, ricominciando a pensare in modo generale si potrebbe anche scoprire che sì, il calcio è certamente un gioco di interesse nazionale ma, forse, c'è qualcosa di più importante ai fini della vita e dello sviluppo della società. E che, forse, allo sport in genere ed al calcio in particolare bisognerebbe almeno guardare come ad un fenomeno che può anche generare affari e profitti, ma del quale gli affari ed il profitto non sono la causa ultima. O non dovrebbe esserlo. E comunque, se di affari e di profitti si tratta, le società dovrebbero comportarsi come vere e proprie imprese, ed attenersi ai canoni della buona gestione. E la buona gestione comprende anche la "economicità" degli acquisti e la "razionalità" degli stipendi e dai salari, a tutti i livelli. Con questo in più, almeno nel caso del calcio: l'impatto sociale di questo sport è talmente forte e sentito che le società dovrebbero avere chiaro il limite "etico", costituito almeno (ma a mio parere non soltanto) da quella etica sportiva della quale in più di una occasione ci riempiamo la bocca.
E potrebbe finanche giungersi a pensare che, forse, è un bene che le Università preparino risorse umane per le imprese, a qualsiasi livello, ma che non è questo il fine ultimo degli atenei. L'Università dovrebbe preparare uomini di cultura in grado di appropriarsi delle specializzazioni di volta in volta richieste dalle imprese, ma, innanzitutto, di essere uomini colti, dotati di tutti gli strumenti che consentono alla società nel suo complesso di avanzare intellettualmente. E, sopra tutto, dotati di creatività. Che non è, la creatività, una dote innata (o almeno non è soltanto questo), bensì la capacità di utilizzare in modo nuovo e diverso il materiale di cui si dispone.

LA CATTEDRA
Lezione del prof. prof. PAOLO DI STEFANO
docente di marketing presso l'Università di Perugia

"Storiologia" ringrazia per l'articolo
(concesso gratuitamente)
il direttore Gianola di Storia in Network

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