POLITICA

LA CATTEDRA DI "STORIA IN NETWORK"
per gentile concessione del direttore Franco Gianola

Lezione del prof. ROBERTO MORO docente nell'Università degli studi di Milano
(Nota della redazione di "Storia in net": questa Cattedra è apparsa nel N° 66 dell'aprile 2002.
La riproponiamo ai lettori per una riflessione alla luce degli attuali avvenimenti).

Cronache di post-Manhattan III

LA GUERRA, LA PACE
E I NUOVI ORIZZONTI DELLA POLITICA


Che cosa rimane delle grandi metafore del mutamento storico e dell'innalzamento della storia che hanno segnato il corso della modernità e offerto coperture rassicuranti ed entusiasmanti all'azione sociale? E' ancora possibile nell'ordine della globalizzazione e nel mondo nuovo che esso annuncia parlare di rinascita, riforma e rivoluzione per por mano, in modo consapevole, alla regolazione e al controllo del tempo e del potere? Ed è ancora possibile mutuare dalle scienze della natura o dall'esperienza artistica i modelli interpretativi di un ordine nel quale la natura stessa è mediata nei nostri confronti dagli apparati tecnologici e dall'emergenza della tecnica? Come affrontare il governo del tempo alla così alta velocità con cui scorre liberamente nell'universo digitale? come progettare e realizzare il futuro dell'organizzazione umana e di quel che resta della polis senza più alcun motore capace di interpretare e regolare il mutamento storico?
Una guerra strana, sporca e poi misteriosa - Un evento debole, una deriva possente -
Guerra fredda… - …e globalizzazione - Mille e non più mille - Rinascite -
Riforme
- Rivoluzioni - L'impero governa ancora? -
Nuovi orizzonti oltre i confini
- Lo spirito del terrorismo
Una guerra strana, sporca e poi misteriosa.

La prima guerra del XXI secolo si è finalmente conclusa: i media non ne parlano più. Anche Bin Laden è morto e non certo per insufficienza renale (evenienza più risibile che sorprendente), è morto di informazione: anche di lui non si parla più. Abbiamo cambiato canale e le Torri gemelle sono scomparse definitivamente dal paesaggio di New York e dalle nostre emozioni; sono un semplice, sbiadito ricordo collettivo. Nel nostro Paese, avido consumatore di tutto e soprattutto di notizie e di mode, dai drammi dell'Afganistan si è passati alla cronaca nera casereccia: piccoli omicidi, remake della mucca pazza, rosario di morti e feriti di quello che sembra essere diventato uno sport nazionale e cioè l'investimento con fuga di inermi passanti. Il forum di Porto Alegre, presentato a metà tra un carnevale e un raduno scautistico, ha tenuto banco per poco e sembra essere dimenticato per eccesso di informazione. Visto dalle finestre di casa nostra, il mondo sembra più minacciato dallo smog che non da rischi di futuri, imminenti conflitti: viviamo in pace e le notizie circa il dislocamento di truppe, azioni poderose di riarmo, nuovi possibili fronti di guerra paiono semplice routine, annunci ferroviari. Neppure il conflitto israelo-palestinese riesce a forare. Si direbbe quasi che la guerra ha stufato.

Eppure nessun conflitto come quello afgano è stato a tal punto mediatico. Nessuno aveva le premesse per aspirare a fare storia più di questo, conclamato come la "guerra dei cento anni" e di tutto un secolo. Nessun evento politico-militare dalla modernità era stato annunciato come un conflitto permanente e universale oltre ogni linea di frontiera e ogni possibile fronte. Forse siamo ancora in guerra davvero e neppure lo percepiamo più. Assuefazione.

In una inchiesta di qualche settimana fa, il settimanale Panorama ha tracciato un sommario bilancio del vero e del falso, cioè dei misteri irrisolti, di questo conflitto nel suo breve ciclo temporale dall'11 settembre alla fine remota di bin Laden. Se ne conclude che l'insieme delle notizie scaricate dai media in tempo reale con una terrificante intensità hanno mescolato il falso e il vero, le leggende metropolitane e gli eventi reali, le informazioni e le illazioni, senza più alcuna possibilità di districarli: l'informazione, la controinformazione, la tattica e la strategia di costruzione degli eventi, la censura e la necessità dello scoop, l'uso dell'informazione a scopi di depistaggio e/o propagandistico, la politica del segreto e quella della trasparenza hanno creato le condizioni per un globale quanto inedito collasso dell'informazione stessa che si è ripiegata su se stessa dandosi scacco, si è divorata da se. Insomma una manipolazione senza manipolatori, una galassia di eventi senza centro di gravità, un insieme di racconti privi di senso.

Di questa guerra alla fine non sappiamo nulla, nulla di coerente almeno. Non quanti in realtà sono stati i morti di Manhattan, non quanti quelli in Afganistan; non sappiamo nulla dell'antrace e del terrorismo biologico, nulla delle cause prossime e remote, nulla delle strategie passate, presenti e future. Anche i terroristi rimangono ombre confuse; l'organizzazione del movimento nemico è un mistero; i ricercati sono introvabili, quelli arrestati sono inghiottiti dai servizi segreti. Neppure sappiamo se questa guerra è stata vinta o persa: non ci sono eroi, non bandiere, non conquiste e neppure nemici. Pare ci siano solo deportazioni (quelle dei talebani a Cuba, dei nostri soldati a Tora Bora). Leggo da qualche parte che il costo dell' "intervento" (lo si chiama ormai così facendo cadere l'aggettivo "bellico") è stato, solo per le finanze USA, il doppio di quello ramazzato dai paesi donatori per la "ricostruzione"; leggo altrove che gli stanziamenti per gli armamenti sono stati aumentati (sempre negli USA) a livelli superiori rispetto a quelli dei tempi più duri della Guerra fredda; e ancora che la mobilitazione, lo stato di all'erta prevale sull'ipotesi di abbassare la guardia.

Strana questa guerra mi era parsa fin dall'inizio (del tutto estranea e asimmetrica rispetto ai conflitti del passato) e ora mi sembra del tutto misteriosa, impossibile da raccontare e dunque senza storia (cioè il racconto di "fatti veri e realmente accaduti"). Così pare a me come a tutti del resto: non ne parliamo più perché ci è impossibile farne un racconto coerente e univoco sorretto da emozioni profonde e dai giudizi morali che le rendono tali. Sulla nostra pelle, nelle nostre emozioni e nei nostri ricordi paradossalmente l'evento non ha lasciato alcun segno.

Un evento debole, una deriva possente.

Non mi risulta che sul conflitto siano stati fatti documentari di grido, l'onda degli instant book (per lo più dedicati al folclore etnografico afgano) si è presto esaurita, tavole rotonde e spettacoli televisivi non hanno avuto audience; di farci su qualche film non se ne parla e non sembra vi siano le premesse per qualche romanzo di grande successo. Dallo "scontro di civiltà" si è passati al totale silenzio e l'Islam non fa più cassetta. Si diceva "tutto ormai non sarà più come prima" (e probabilmente è anche vero), ma nonostante il suo aspetto misterioso e le immense lacune questa vicenda, che potrebbe aver cambiato la storia del mondo, non sembra attrarre gli storici e neppure i curiosi. L'evento insomma, pur così clamoroso sul piano mediatico, appare "debole" sia sotto il profilo narrativo che sotto il profilo storico: non appassiona e non crea immaginario, non legittima alcuna epopea né alcuna mitologia. Perché?

Questo evento è debole perché sappiamo che non può essere raccontato, sappiamo che quel che viene detto è di breve momento, fuorviante, manipolato e occasionale. La pluralità e i tempi dei racconti creano un vortice violento quanto passeggero, come un turbine e un tornado che lascia terra bruciata. Sappiamo ormai che l'informazione gira a rovescio; intensità ed estensione, quantità e qualità, informazione e controinformazione hanno raggiunto il punto di rottura: strutturano una sorta di vuoto informativo. Tutto qui. Sappiamo, lo sappiamo tutti, che questo evento è pallido rispetto a un secolo nel quale si muovono (si muovono fisicamente) forze possenti come il miliardo e mezzo di cinesi, il miliardo di indiani, i cinque miliardi di dannati della terra. E tutti sappiamo che il conflitto passeggero e misterioso è debole perché è, al pari di molti altri a venire, è semplicemente la cifra di un processo di redistribuzione del potere a livello mondiale al qual forse non si è mai assistito nel corso della storia della civiltà umana. Non sappiamo solo quanto costerà questa nuova prova, in che modo, entro quali tempi e con quali esiti avverrà perché è questo il segreto del nostro tempo che ha spezzato ogni contiguità tra passato e futuro. Benvenuti nel XXI secolo!

E così se questo evento è debole, e perciò stesso difficile da raccontare, la sua deriva è forte, anzi possente. Abbiamo voltato pagina rispetto ai canoni narrativi della storia universale praticata fin qui e le metafore del mutamento che la modernità ha pazientemente elaborato nei suoi cinque secoli non servono più. Parlare di apocalissi, rinascita, declino, riforma, rivoluzione, di alba o tramonto delle civiltà, di nuovo e di vecchio, non basta più, non offre un adeguato palinsesto interpretativo né allo storico, né al narratore. Forse quel che manca al narratore abituato a scrivere di storia è il soggetto del racconto, il tema profondo della ricerca: l'uomo, sia esso suddito o cittadino, popolo o nazione, eroe o semplice comparsa, e con esso è venuto meno il motore emozionale della storia: il bene e il male, il giusto e l'ingiusto e, insomma, la morale della fiaba. La vera novità di questo conflitto e del pensiero strategico che lo ha generato è appunto che esso non ha nulla di eccezionale: è preventivo e difensivo, dunque una procedura permanente. Il tutto si è ridotto a confusi problemi di sicurezza. Sicurezza di chi? Della comunità internazionale nell'era della globalizzazione, si risponde.

Vi è ormai tutta una abbondante, e inquietante, letteratura su questi temi che rappresentano il nuovo orizzonte, la nuova fase, gli indicatori della svolta epocale del XXI secolo e segnano il confine tra moderno e postmoderno, tra vecchio e nuovo, tradizione e innovazione. I modelli interpretativi si sprecano e per lo più si assomigliano tutti. La vicenda afgana, al pari di molte altre che si concentrano nel corso degli ultimi venti anni, viene presentata come il segno di un passaggio epocale e non più dal XX secolo al XXI, ma di tutto il corso storico della modernità ad altra dimensione temporale per la quale la regola del rapporto causa-effetto non funziona più e neppure quella del passaggio dinamico (dialettico) di una realtà e un tempo che si costruiscono da soli perché dotati di un loro motore (il risolversi delle contraddizioni con il loro stesso superamento) e di un programma di sviluppo coerente. All'apparenza è del tutto evidente che nessuna relazione "ragionevole" sussiste tra il crollo delle Torri e il bombardamento di Kabul, così come appare difficile istituire rapporti di causa effetto tra il crollo della Enron e il possibile bombardamento di Bagdad o tra la deportazione clandestina di massa e la repressioni di reti terroristiche che operano in Internet o ancora tra le politiche di sostegno dello sviluppo e la creazioni di reti spionistiche e di controllo con i fondi messi a disposizione della comunità internazionale.

Ma queste azioni politico-militari di carattere "preventivo" e "difensivo" nascono da un pensiero strategico del tutto nuovo rispetto al passato che si muove in un ambiente inedito, quello della globalizzazione, dell'istantaneità e pluralità dell'informazione e dunque dell'emergenza tecnologica. Si tratta di un ordine di pensiero che ha rotto i ponti con tutto il passato e che si serve di un linguaggio e di strumenti comunicativi (quelli dell'era digitale) con i quali è costretto a dialogare senza più alcuna mediazione. I vagoni di questo nuovo convoglio semantico non hanno alcuna relazione con i vocabolari del passato.

Guerra fredda…

A corto raggio storico la frattura tra il prima e il dopo si istituisce, secondo i più, nella distanza inattesa che separa, sul piano della strategia internazionale, la Guerra fredda dalla Globalizzazione (data cardine il 1989); un poco più in là il crinale del radicale mutamento si sposta tra la morfologia del XX secolo e quella del XXI. Ma forse si deve andare molto più in là.
Thomas Friedman in un saggio il cui titolo italiano è già tutto un programma del rovesciamento e del paradosso (Le radici del futuro) ha censito il convoglio semantico della globalizzazione come nuovo ordine politico, sociale e morale in contrapposizione a quello tradizionale della Guerra fredda al quale eravamo abituati.

"La guerra fredda aveva una sua struttura di potere: l'equilibrio fra Stati Uniti e Urss. Aveva le sue regole: in affari esteri, nessuna delle superpotenze doveva invadere la sfera di influenza dell'altra; in economia, i paesi meno sviluppati erano concentrati a favorire le industrie nazionali; i paesi industrializzati, a incentivare una crescita fondata sulle esportazioni; i paesi comunisti sull'autarchia e quelli occidentali sugli scambi regolamentati. Aveva le sue idee dominanti: lo scontro fra comunismo e capitalismo, la distensione, il non allineamento e la perestrojka. Aveva le sue tendenze demografiche: i movimenti da est a ovest erano in buona parte congelati dalla cortina di ferro, ma quelli da sud a nord erano abbastanza costanti.

Aveva una sua visione delle cose: il mondo era uno spazio diviso fra il campo comunista, il campo occidentale e un campo neutro; ogni nazione rientrava completamente in un solo campo. Aveva le sue tecnologie fondanti: le armi nucleari e la seconda rivoluzione industriale erano dominanti, ma in molti paesi in via di sviluppo falce e martello non erano solo un simbolo, bensì strumenti di lavoro quotidiano. Aveva le sue unità di misura: la gittata delle testate nucleari. E, infine, aveva la sua ossessione dominante: quella della distruzione nucleare. L'insieme degli elementi costitutivi del sistema della guerra fredda influenzava la politica interna, l'economia e le relazioni estere di tutti i paesi del mondo. Il sistema non dava forma a tutto, ma, certamente, agiva su buona parte della realtà".
Rispetto a questo scenario del recente passato fatto di solide strutture, di un suo linguaggio strategico e di valori che lo sostenevano, il presente immediato del nostro quotidiano manifesta dissimmetrie che sono fratture radicali e irreversibili.

…e globalizzazione

La prima copia di concetti opposti che segna il passaggio e il rovesciamento è quella tra un mondo "storicamente" diviso e la presunzione attuale di assoluta unità-contemporaneità delle azioni umane. Separazione/integrazione fa la linea di confine tra i due ordini planetari che hanno investito una sola generazione e divengono vere e proprie cosmologie alternative per opposizione. Vi erano, in un tempo ormai remoto (e cioè poco più di venti anni fa), sistemi ideologici i quali davano senso all'informazione e al suo trattamento, la rendevano "morale" dunque vera e "politica"; al di qua del confine l'informazione è divenuta operativa, ha valore in se e non è coerente a un solo sistema di valori: siamo passati dal telefono rosso garante della pace tra i due imperi al libero accesso di Internet con i suoi miliardi di canali liberamente navigabili. Da un sistema di autarchia economica relativa e protetta delle sfere di influenza, siamo ora passati a una fase di diffusione anarchica del capitalismo di mercato che scavalca ogni limite territoriale e politico (stati nazionali, unione di stati, confederazioni, organizzazioni internazionali, ecc.).

I fenomeni migratori, un tempo filtrati e controllati, tra Est e Ovest, nell'ordine della globalizzazione assumono il tratto di un riequilibrio demografico ed economico dell'intero pianeta. Dalla logica dell'amico/nemico si è inavvertitamente passati a quella di "concorrenti", dalla metafora monolitica della società di massa a quella di una società "digitale" fondata sulla fluttuante velocità dell'innovazione. La corsa (o "concorsa" di tutti quanti insieme) all'integrazione non trova dunque più freno perché all'idea di un mondo "storicamente" diviso dal peso della tradizione, si è sostituita la generale consapevolezza dell'innovazione come radice, non del presente, ma del futuro. Quel che più conta è che nell'idea di innovazione così come viene praticata e vissuta, non si registra né si percepisce più la dicotomia tra nuovo e vecchio: l'idea di innovazione si insedia solo nel "nuovo" e ne diviene la linfa vitale, la garanzia di una sorta di immortalità o non decadenza del presente. Il che comporta fatalmente ampie azioni di archiviazione e oblio.

Sul piano della civiltà materiale e dell'habitat ambientale e tecnologico, il nuovo ordine appare di specie e genere affatto diverso e non sembra in nulla figlio del precedente. La catena evolutiva assicurata dall'idea di progresso si è spezzata. Clima, paesaggio, colori e suoni, sono cambiati. Rispetto alla terza rivoluzione industriale (quella postfordiana dell'automazione e del nucleare, per intenderci) che ha caratterizzato la Guerra fredda il nuovo ordine della Globalizzazione assume fondamenti tecnologici diversi e sono proprio questi che ne fanno il motore e ne costituiscono la linfa vitale. Informatizzazione, miniaturizzazione, digitalizzazione, comunicazione satellitare, fibre ottiche e Internet non solo operano in via autonoma l'integrazione a livello planetario, ma ne dettano il ritmo istantaneo, hanno creato un nuovo linguaggio e un habitat narrativo che si alimenta da se in continui anelli di retroazione per i quali la continuità della sequenza storica non ha più valore. L'ordine enciclopedico a base ideologico-politica è divenuto così una sfera fluttuante di informazioni, il sapere gerarchico, graduale e selettivo uno zapping continuato e un plasma permanente della socialità. Non vi è dunque da stupirsi che in questo nuovo habitat il pensiero strategico abbia assunto connotazioni e funzioni del tutto diverse da quelle che hanno presieduto all'interpretazione e al controllo dell'ordine proprio alla Guerra fredda.

Per il tempo della globalizzazione si è parlato di "era dell'accesso" (all'informazione e alla rete), di "terza fase" (di comunicazione del sapere e della cultura), di "rivoluzione digitale" (dei canali stessi della comunicazione umana); il ricorso ai vocaboli per quanto forti di era, fase, rivoluzione appare tuttavia insufficiente e debole per avviare una narrazione di questa possente e inattesa deriva.
Lo stesso vale, a mio parere, per i vocaboli di internazionalizzazione, integrazione, mondializzazione che hanno già fatto il loro tempo e vengono risucchiati da quello di globalizzazione, decisamente più forte e a temperatura più elevata, che si è definitivamente imposto perché nuovo e potenzialmente esplicativo di un evento inatteso, cioè senza precedenti storici. Insomma se comparato con il più recente passato (l'ordine della Guerra fredda) tutti abbiamo la piena consapevolezza di un mutamento di vasta portata e tale da renderci incomprensibili e inesplicabili gli eventi e il pensiero strategico che dovrebbe interpretarli e governarli.

Mille e non più mille.

A più grande distanza la frattura che separa l'ordine della globalizzazione dal corso storico che la ha preceduta e che rende problematica la narrazione dell'evento afgano, è stata letta come una fase necessaria di passaggio-transizione tra cicli secolari. Si tratta indubbiamente di una procedura più familiari agli storici abituati a celebrare i riti di passaggio del tempo e il suo continuo superamento da parte della storia stessa. Gli storici, si sa, guardano al futuro come un innalzamento rispetto al passato e celebrano lo scorrere del tempo mediante anniversari.
Nel corso delle innumerevoli celebrazioni storiche del XX secolo, il Novecento ne è uscito per lo più con le ossa rotte: il giudizio è stato complessivamente negativo (moralmente negativo) sul ciclo delle due guerre mondiali, dei totalitarismi e dell'Olocausto che hanno fatto il canone interpretativo del "secolo breve". Vi si è visto una sorta di derapage della modernità, non un declino ma uno sviamento, insomma, un corso storico depistato rispetto ai suoi stessi obiettivi. Quanto su questa costruzione di un canone interpretativo abbia influito la deriva declinista degli anni 1880-1920 resta un problema da indagare, ma nell'insieme mi pare che al Novecento si sia coralmente imputato il tradimento delle grandi forze motrici della modernità: il Secolo avrebbe tradito le idee di rinascita, riforma e rivoluzione che hanno costituito le metafore positive del mutamento storico nei secoli della modernità. Incapace di realizzare una vera rinascita dei valori dell'humanitas, il Novecento avrebbe tradito il senso stesso della rivoluzione come procedura di innalzamento della storia e quello di riforma come adeguamento del tempo storico al mutarsi dell'habitat della civile convivenza. C'est la faute a Voltaire!

Personalmente mi schiero dalla parte di coloro che ritengono che il Secolo sia la deriva coerente (e a mio parere positiva) del ciclo storico della modernità. Io penso (e provocatoriamente lo ho anche scritto) che il Novecento sia un "secolo inutile", che esso sia stato progettato e clonato dal secolo che lo ha preceduto e che il suo programma storico, il suo software, sia stato pazientemente (e positivamente) progettato in un lasso lungo di tempo, davvero una intera era della vicenda umana. Insomma, a mio parere il "secolo breve" realizza e conclude (nel bene e nel male) le aspirazioni di rinascita, riforma e rivoluzione che hanno segnato l'epopea della cultura occidentale (dunque mondiale) dei secoli XIV-XIX, le esaurisce e le archivia. Il bilancio storico-morale del XX secolo non dovrebbe dunque essere negativo, ma conclusivo e in questa prospettiva radicale e di lungo termine anche il confronto tra Guerra fredda e globalizzazione, per segnare i confini del mutamento in essere, appare un esercizio interpretativo e narrativo debole, forse fuorviante per la valutazione degli eventi del quotidiano che sembrano aver perso l'aggettivo di "storico" nel significato abituale del termine.

A ben guardare i timori dell'anno Mille sembrano essere appartenuti a tutti i mille anni che hanno preceduto il 2001: nel nuovo millennio ci siamo entrati, se non con entusiasmo e speranza, con la rilassatezza di tutte le celebrazioni un po' scontate, rituali e di ruotine. Le angosce di fine imminente della civiltà suscitate e coccolate dal XX secolo per effetto del rischio nucleare, appaiono sbiadite e residuali come l'idea stessa dell'era nucleare che ha già fatto il suo tempo. In realtà il Novecento ha definitivamente concluso quel processo di laicizzazione (rispetto al monoteismo giudaico cristiano che si è imposto per mille anni) e di progressiva affermazione-emancipazione dell'uomo rispetto alla natura al quale aveva posto mano la cultura umanistica, e la centralità dell'Olocausto alla coscienza degli abitatori del "secolo breve" rende viva più che mai quella dignità dell'uomo che Pico della Mirandola aveva proclamato come obbiettivo centrale dello sviluppo morale e culturale della specie.

Giusto dopo mille anni dall'Evento la sfera religiosa (ma non certo quella irrazionale) si allontanata dal mondo con il suo corteggio di miti e mitologie oppressive e quelli che appaiono come rigurgiti fondamentalisti sembrano più schemi interpretativi residuali e inefficienti (vedi appunto il caso del conflitto oro ora finito) che non reali forze in campo o ostacoli alla innovazione e alla globalizzazione. Il prezzo pagato dal Secolo in termini di vite umane, conflitti, arretramenti morali, politici e materiali, se comparato a quelli dei secoli passati è più che proporzionale ai risultati in termini di sviluppo demografico, crescita economica e tecnologica, emancipazione individuale e di gruppo. Insomma la profezia seducente e corriva del "mille e non più mille" sembra essersi davvero realizzata senza alcuna apocalissi perché siamo giunti al traguardo, a fine corsa: semplicemente abbiamo voltato pagina, cambiato corso e percorso di marcia. E con buona pace dei medievisti l'ordine planetario della globalizzazione che si è affermato non ha nulla di regressivo e nulla ha a che vedere con il ciclo della storia premoderna, preassolutista, pretecnologica, preumanisitica; semmai è un ordine nuovo, un "mondo nuovo" alla Huxley, un ordine postmoderno. Abbiamo cambiato linguaggio e metafore, miti e rappresentazioni, pensiero politico e pensiero strategico, le tecniche della comunicazione e le stesse strutture narrative del discorso.

Che cosa rimane ad esempio delle grandi metafore del mutamento storico e dell'innalzamento della storia che hanno segnato il corso della modernità e offerto coperture rassicuranti ed entusiasmanti all'azione sociale? E' ancora possibile nell'ordine della globalizzazione e nel mondo nuovo che esso annuncia parlare di rinascita, riforma e rivoluzione per por mano in modo consapevole alla regolazione e al controllo del tempo? Ed è ancora possibile mutuare dalle scienze della natura (la biologia per rinascita, l'astronomia per rivoluzione) o dall'esperienza artistica (riformare, ridare forma, rimodellare) i modelli interpretativi di un ordine nel quale la natura stessa è mediata nei nostri confronti dagli apparati tecnologici e dall'emergenza della tecnica?

La risposta a questi interrogativi non è forse irrilevante per orientarci all'analisi di quelli che paiono i lati misteriosi (anomali rispetto al passato) del caso Torri-Afganistan come di molti altri che il nuovo ordine mondiale suscita quotidianamente intorno a noi. Sicuramente è un esercizio che, per opposizione e rovesciamento, può fare da cartina di tornasole del dibattito sulla natura del mutamento in corso, portarvi un contributo e favorire la ricerca della nuova identità che la pratica di vivere in questo ordine impone. Per questo intendo dedicare il mio corso del 2002 al riesame dei concetti fondanti di rinascita, riforma e rivoluzione che hanno caratterizzato le grandi onde del pensiero politico dei secoli XV-XIX e al tempo stesso hanno coasotituito le direttrici di marcia della storiografia occidentale nonché il palinsesto narrativo della storia universale. Proprio a fronte dell'asse globalizzazione-innovazione-terrorismo-sicurezza che sembra fare il canone interpretativo del presente immediato una riflessione e un riesame di questi vecchi reperti si impone.
Naturalmente per cominciare occorre enunciare in estrema sintesi la direttrice di marcia delle mie riflessioni e del corso, occorre aprire il cantiere e predisporre il piano degli scavi. A cominciare dalla metafora stessa di rinascita-rinascite-Rinascimento, certo quella ancor oggi più seduttiva, generosa, entusiasmante.

Rinascite

L'uomo da sempre cerca la sua salvezza dalle forze che lo minacciano (la natura che lo circonda e la sua stessa natura: fragile, mortale, limitante), ma l'uomo occidentale, per paradosso, ha cercato questa salvezza nel suo stesso destino e cioè nella capacità di fronteggiare l'ignoto e i timori che ne derivano superando i limiti della sua natura: è il mito di Prometeo, l'eroico sforzo per strappare il potere del fuoco agli dei e controllarlo. Certo Prometeo esce sconfitto dal confronto con il suo destino e la cultura classica porterà sempre con se il senso del tragico e cioè la sostanziale consapevolezza della minorità dell'uomo rispetto al suo invalicabile limite, il fato imperscrutabile. La vicenda non appare diversa nella fondazione del monoteismo giudaico: Adamo ed Eva perdono il ruolo di privilegio nella gerarchia delle cose create per effetto della volontà-istinto di sapere, conquistare l'onniscienza e con questa l'immortalità (e cioè segnare la differenza vera rispetto a tutte le cose create). Anche qui il dramma si compie con una punizione esemplare: al pari di tute le creature, l'uomo dovrà decadere, soccombere al suo destino mortale.

La specificità del pensiero occidentale è però quella di un dialogo ininterrotto, anche se conflittuale, con dio: un patto instabile che gli assicura il perdono e la speranza della resurrezione dopo la morte. L'idea di morte e di rinascita si radicano profondamente nell'ideologia dell'Occidente europeo. La teoria di una storia universale, sorretta dal disegno provvidenziale e da un programma di funzionamento del tempo storico come un susseguirsi di epoche che costituiscono un ciclo un ciclo compiuto, attraversa tutto il pensiero storico e morale della cultura occidentale e la fine dell'impero romano, la morte del modo antico, ne costituisce il fondamento incontrovertibile. L'idea di una possibile rinascita dell'uomo attraverso la sua stessa storia si afferma così nel Rinascimento e nella speranza degli umanisti di riprendere contatto, ricostruire e rigenerare lo splendore della cultura antica.

Il Rinascimento e la prima e più generosa metafora di interpretazione del mutamento del tempo storico e la tempo stesso il motore primo della modernità. Ricollocato al centro dell'universo, padrone del suo destino (quindi di scrivere il suo futuro), l'uomo occidentale è un uomo che si fa da se nel tempo: artefice della sua fortuna, dotato della ragione e del libero arbitrio, può controllore il tempo, umanizzarlo, scriverne la storia, scoprire le leggi che regolano il mutamento e scrivere la sua storia. Il percorso della modernità nel corso del secoli XIV-XX è indisgiungibile da questo big bang originario, dalla convinzione-speranza che la rinascita, la rigenerazione del tempo e dell'uomo, della cultura e della civiltà sia possibile, sia nella natura stessa delle cose. L'inevitabilità della morte individuale viene vinta dalla rinascita della cultura e della sua effettiva immortalità.

Riforme

Un passo più in là, agli inizi de XVII secolo, i frutti di questa rinascita producono un nuovo canone interpretativo del mutamento storico. La rivoluzione scientifica offre alla cultura europea una ulteriore certificazione in merito alla centralità dell'uomo al mondo, alla possibilità di renderlo arbitro di tutte le cose, e di vincere il confronto-scontro con la natura e il suo stesso destino. Vi è un susseguirsi di scoperte "scientificamente fondate" che svelano gli arcana imperii: le leggi di funzionamento dell'universo fisico. Oltre alla umanizzazione-colonozzazione del tempo, prende il via una decisiva campagna di umnizzazione-colonizzazione dello spazio. Nella Nuova Atlantide di Bacone (1627) il processo di dominio e assoggettamento della natura da parte degli apparati tecnologici posti in essere da scienziati e tecnologi può già dirsi virtualmente concluso. Il canone narrativo della vicenda umana non solo è praticabile su tutto il passato, ma anche su tutto il futuro: storia del passato e del futuro consentono all'uomo moderno un potere assoluto e cioè la possibilità e controllo della temporalità e ne fissano il moto in termini di velocità: dalla rinascita si passa alla crescita Che questo potere assoluto e formidabile abbia un nome, un volto e una sua materialità, è appena il caso di ricordarlo: è lo stato con i suoi apparati totali di dominio, di protezione e punizione.

L'idea che si materializza nel pensiero politico europeo, a fronte delle scoperte scientifiche, dei primi successi della tecnologia e della messa a disposizione dei nuovi apparati del potere assoluto, è quella di un continuo e inevitabile processo di innalzamento della storia e della necessità di un adeguamento dei comportamenti e delle istituzioni umane (insomma del dispositivo sociale) al moto delle leggi costanti che governano i fenomeni naturali. Si impone dunque, in virtù di un nuovo linguaggio e di nuove metafore (ordine, equilibrio, spirito e struttura delle leggi, macchina e meccanismo), lo sforzo di ammodernare i comportamenti sociali, così come l'organizzazione che ne deriva e il potere che la governa (un potere tutto umano: lo stato appunto), al nuovo ordine naturale delle cose. Il paradosso dell'età e della politica classica nel XVII, un secolo che per latro costituisce il vero decollo della modernità su scala planetaria, è quello di conciliare stabilità e mutamento, individuo e collettività in un sistema di perfetto equilibrio secolo (e il gusto barocco cerca di interpretarlo con enfasi e ironia ).

Il conflitto a livello di dottrine è quello tra organicismo e meccanicismo ancor oggi irrisolto; ma l'idea dominante è che tutta la realtà sociale possa essere rimodellata, adeguata, riformata alla luce del sapere e delle verità che il buon uso della conoscenza offre al potere. L'idea è quella di un moto di continua rigenerazione, di una attiva politica di riforme che di continuo potrà realizzare il modello perfetto di una società in equilibrio: riformare, adeguare, ammodernare. Il paradosso del Seicento è quello di conciliare una volta per tutte ordine e mutamento, individuo e collettività, pubblico e privato: insomma di impastare gli imperativi estremi della ricerca di identità con il senso dell'appartenenza. Inavvertitamente però questa tensione al controllo dello spazio sociale e del tempo storico, al governo della sua struttura instabilità per mezzo di leggi costanti, impone non tanto la fedeltà verso il passato, quanto piuttosto l'accettazione al mutarsi costante del presente per effetto delle opportunità che il futuro prevedibile e programmabile offre all'uomo moderno.

Rivoluzione

Vi è una contraddizione, una accelerazione e una sorta di giallo semantico. L'idea di rivoluzione è tra le più antiche nel nostro linguaggio scientifico e l'esordio della scienza moderna la ha riportata in vigore. L'idea di rivoluzione però, se indica il moto indica anche l'equilibrio, l'assoluta stabilità del moto stesso, l'eterno ritorno dei corpi celesti là da dove sono partiti per compiere il loro moto. E sino alla Rivoluzione (quella francese) questo concetto è stato la metafora forte della stabilità del tempo e dell'ordine sociale: nel mutarsi del tempo, nel confondersi delle vicende umane era infatti implicita la garanzia del naturale ripristino di un ordine violato, di un necessario, rassicurante rientro nell'ordine naturale delle cose.

In un luogo imprecisato del tempo tre il 1789 e il 1791, questa metafora collassa e cambia dal suo stesso interno di significato: implode. La Rivoluzione, invocata dall'aristocrazia per ripristinare l'ordine sociale e morale violato dall'assolutismo dispotico, diviene segno di rottura radicale, violenta, irreversibile con tutto il passato senza più via di ritorno. Il vocabolo si sottrae al rigore del linguaggio astrofisico per divenire la metafora della creatività umana e cioè del potere prometeico dell'uomo occidentale nel fondare e rifondare consapevolmente la sua storia e spezzare le radici e i vincoli di dipendenza dal passato e ogni obbligazioni verso la natura.

Ne consegue, sul piano storiografico, un paradosso ben noto agli storici: l'Antico regime ha solo una data di morte e non una di origine, mentre la Rivoluzione ha solo una data di inizio e non una di fine. Questo paradosso è stato interpretato da alcuni come il segno di un mutamento nella velocità del tempo o addirittura della sua sostanza e sicuramente questo modello interpretativo una pista la traccia. Costruito nel vaso alchemico della Dichiarazione dei diritti, l'ultimo prodotto antropologico della modernità, il cittadino (ultimogenito della sequenza plurisecolare principe, cortigiano, suddito, homme de lettres, philosophe) ha certamente realizzato una sorta di mutazione del tempo e dello spazio, ne ha compiuto, in modo radicale, il processo di umanizzazione. Un processo il cui esito à stata la definitiva politicizzazione del tempo e dello spazio: la storia, la nazione. Lo spazio è ormai tutto politico e la storia è la ricerca del luogo delle origini prossime o remote di questo spazio; la Rivoluzione è il processo necessario di rendere vero il grande racconto della storia.

Si tratta di un innalzamento (e persino superamento) dell'esperienza storica che ha segnato il corso tardivo della modernità: il motore della rivoluzione come paradigma del mutamento storico ha infatti caratterizzato e per molti aspetti fondato la cultura politico-morale dei secoli XIX e XX. Una procedura che ha fatto dire, e giustamente a Jurgen Habermas che la storia è "il Grande tempo sacro dell'Occidente", il mito in azione che consolida e rende dominante la modernità a livello planetario e globalizzante in virtù di un definitivo dominio-produzione del tempo; e, per converso, ha suggerito a François Lyottard l'idea che la modernità altro non è se non il susseguirsi di metaracconti (leggi ideologie) sino a confondersi con quegli apparati ideologici che avrebbero visto la loro fine nel corso del XX secolo per aprire la strada alla dimensione postmoderna. Appena rafreddata la metafora di "rivoluzione" anche lo spazio e il tempo che essa aveva messi in moto, avrebbero mutato di sostanza e velocità.

Più di recente Jean Baudrillard, nel celebrare la fine del paradigma Rivoluzione (e della storia) in una società deumanizzata per effetto dei media, ha suggerito l'idea di un definitivo superamento del "muro della storia" negli anni '80 del XX secolo. Gli eventi, moltiplicati a dismisura e ormai dotati di vita autonoma, privi di gerarchia e mossi dalla velocità delle reti, non solo sarebbero divenuti inafferrabili da parte degli storici e impossibili da ridurre in un unico, coerente racconto, ma, sovraprodotti e sottoutilizzati, sarebbero "entrati in sciopero".

Sia come sia, mi sembra si debba prendere atto che la metafora "rivoluzione" sia stata defintivamente archiviata dalla revisione del XX secolo. Acqua passata. E nel vortice vien preso e trascinato nell'oblio anche tutto il corteggio di "progetti" e "utopie" del quale la rivoluzione si era posta al servizio. I grandi progetti del nuovo secolo e dell'ordine della globalizzazione altro non sono che la conseguenza di un moto proprio dell'emergenza tecnologica, non hanno luogo e nessun radicamento sociale, non nascono dalla sfera del politico di questa o quella comunità, ma dall'espansione sovranazionale e multinazionale del circuito ad alta velocità degli infiniti canali informativi. E allora mi pare anche legittimo che ci si possa chiedere: come affrontare il governo del tempo alla così alta velocità con cui scorre liberamente nell'universo digitale, come progettare e realizzare il futuro dell'organizzazione umana e di quel che resta della polis senza più alcun motore capace di interpretare e regolare il mutamento storico? Il che propone un'altra domanda.

L'impero governa ancora?


Nell'ordine della globalizzazione gli obiettivi biologici non sono quelli di sconfiggere la morte, ma di prolungare indefinitamente la vita come promettente settore di investimento. La morte è stata censurata, è vero, ma nessuno si fa l'illusione di una possibile rinascita. La metafora di un possibile Rinascimento non trova luogo in una cultura che, sotto il peso dell'innovazione, celebra il presente e falcia le sue radici con il passato. Rinascere da che se non vi è stata la morte, la morte del tempo passato? L'innovazione infatti non prevede decadenza né possibile rischio di consunzione e si rigenera automaticamente. Anche l'ipotesi di una possibile riforma dell'organizzazione sociale e di un suo adeguamento alla sua vera natura pare problematica: la mediazione tra noi e la natura imposta dalla tecnica esclude questa procedura e l'idea di innovazione rende il mutamento necessario e automatico: le riforme, gli adeguamenti, gli ammodernamenti, più che "progettati", voluti e dibattuti, sono subiti.

Quanto all'idea, cara ai nostri progenitori, di rotture radicali e violente con tutto il passato per costruire un ordine nuovo, un mondo perfetto per esseri altrettanto perfetti, dobbiamo anche qui prendere atto del fatto che l'impulso dell'innovazione costruisce da se i mondi artificiali e virtuali sui quali gli utopisti hanno speso lacrime e sangue. Al pari delle rivoluzioni anche le utopie hanno prodotto più incubi che sogni e il "mondo nuovo" è il prodotto di un moto che va ben oltre il "muro della storia"; oggi l'utopia-incubo della città ideale (la megalopoli dell'ordine globalizzato) è un dono della tecnica che neppure si può rifiutare.

Archiviate queste grandi metafore del pensiero storico-politico della modernità non solo non è possibile scrivere la storia di questa guerra, ma neppure coglierne il senso "storico" e valutarne la forza di evento base, di capolinea o principio di qualsivoglia racconto di "fatti veri e realmente accaduti". Piaccia o non piaccia, occorre cambiare la struttura e lo schema narrativo e interpretativo, andare oltre.

Proprio in questi giorni Jean Baudrillard è tornato sul tema che gli è caro (quello della contrapposizione tra reale e virtuale, evento e storia, comunicazione e informazione, coscienza profonda e rappresentazioni simboliche) e che sicuramente sta nell'occhio del problema. "Gli eventi hanno smesso di scioperare.", scrive, "E ci troviamo di fronte, con gli attentati di New York, all'evento assoluto, alla "madre di tutti gli eventi", all'evento puro che racchiude in se tutti gli eventi che non hanno mai avuto luogo". Un'altra storia comincia, un nuovo corso non del tempo, ma dell'istantaneità del tempo, una storia in sé senza narrazione: il mondo reagisce alla mondializzazione e la contrasta istantaneamente. "L'Occidente, in posizione di Dio (di onnipotenza divina e di legittimità morale assoluta), diviene suicida e dichiara guerra a se stesso". Più il potere si concentra e più diviene vulnerabile: " la condanna morale, l'unione sacra contro il terrorismo, sono commisurate al giubilo prodigioso che nasce dal veder distruggere la superpotenza mondiale, meglio ancora dal vederla autodistruggersi, suicidarsi in bellezza".

Insomma, attraverso un susseguirsi rapido di immagine e di pensieri, Baudrillard giunge alla conclusione finale: la globalizzazione genera i suoi stessi anticorpi, il terrorismo è consusatnziale alle strutture del nuovo potere mondiale, è un endemica malattia virale che crea un imprevedibile equilibrio di forze. L'impero del Bene (il mondo Occidentale privo ormai del nemico sovietico) coesiste con il Male che sta nel suo essere stesso e non può più essere esorcizzato: "l'atto repressivo percorre la stessa spirale imprevedibile dell'atto terroristico, nessuno sa dove si fermerà né i rivolgimenti che ne seguiranno".

Fin dall'11 settembre, mi era parso di poter affermare che l'evento materializzava in se la fine della potenza USA nel mondo e paragonavo Bush a un nuovo Gorbaciov liquidatore di imperi. Le vicende che si sono da allora susseguite confermano, a mio parere, questo assunto.

Il XXI secolo sembra ormai sfuggito alla sfera di influenza del potere americano, e non certo per effetto dell'attacco proditorio alle Torri di New York, quanto piuttosto per la definitiva liquidazione dell'american way of live, dell'archiviazione del sogno americano di una inesauribile frontiera, del concreto mutarsi dell'etnografia stessa del continente nord americano, della metamorfosi urbana che è conseguita alla fine della terza rivoluzione industriale. Tutti eventi dei quali la cultura americana ci da univoca testimonianze a partire dal ciclo 1980-2000. Il processo di mondializzazione, e l'ordine della globalizzazione che ne è conseguito, ha modificato, proprio in prima istanza, radicalmente modificato le strutture politiche e sociali degli USA, e la democrazia americana scoperta da Tocqueville altro non è ora che un reperto archeologico, un racconto del potere (e delle speranze della cultura occidentale) e una "storia" del XIX secolo. Storia passata.

Certifica questa metamorfosi il livello di aggressione della politica USA su scala planetaria, il crescente e incontrollato intreccio tra affari e politica che caratterizza le nuove amministrazioni centrali e periferiche, il dilatarsi della soglia di povertà, l'endimico livello di violenza e il crescente mito di una permanete insicurezza che suscita un timore trasversale del contagio, della perdita di identità "nazionale". Chi viaggia negli USA percepisce, oltre il fascino confusivo del movimento ad alta velocità, una frantumazione da fortezza assediata. Sappiamo con assoluta certezza che nel giro di dieci, quindici anni la Cina e l'India conquisteranno il ruolo di prime potenze del mondo proprio grazie alla globalizzazione. L'impero planetario, già fin d'ora, non è più a stelle e a strisce. Anche qui la sequenza passato, presente-futuro si è spezzata: l'ordine attuale del mondo è una dimensione nuova, inattesa e imprevista.

Questo nuovo impero senza confini e senza nemici, che è una sorta di plasma comunicativo a dominanza tecnologica e un insieme di reti mosse dalle onde dell'innovazione, non ha ancora dei tratti definiti proprio perché non ha precedenti. Di esso si sa e si dice che è l'Impero: esso redistribuisce e al tempo stesso assorbe il potere, non ha confini e non ha limiti e… non ha storia. Ben diversamente dalle strutture di potere che ci sono familiari (gli stati moderni, gli stati-nazione, le confederazioni di stati e le stesse organizzazioni internazionali) fondate nella storia, oggetto e soggetto del processo storico, il concetto di Impero infatti supera la dimensione del tempo storico, sospende la storia e riassume il passato e il futuro nel proprio ordine giuridico; in altri termini l'impero rappresenta il proprio ordine come un che di permanente, eterno e necessario.

Ben diversamente da tribù, etnie e popoli in faticosa marcia attraverso il loro tempo e la loro storia, l'Impero è la soluzione finale del tempo e della storia e intende assicurare l'ordine definitivo delle convivenze umane tutte ricomprese all'interno dei suoi confini oltre i quali la storia ha cessato di esistere. In questo senso la forma imperiale appare l'unica forma di potere possibile in un ordine temporale, quello della globalizzazione, che non dispone più dei tradizionali paradigmi interpretativi del mutamento storico quali appunto le metafore di rinascita, riforma e rivoluzione.

Dire poi, come si afferma da parte delle correnti più estreme e romantiche (ma anche nichiliste) dell'opposizione all'ordine neoimperiele. che la globalizzazione è la malattia senile del capitalismo, o che essa altro non è che il mito del XXI secolo, un mito "necessario" per mascherare il processo finale di estensione del capitalismo oltre ogni possibile controllo, o che essa sia una pura costruzione ideologica attraverso la quale politici e governanti disciplinano i propri cittadini perché rispondano ai requisiti del mercato globale, significa a mio parere scegliere un percorso interpretativo inattuale, ripiegare verso una visione declinista e apocalittica del tempo storico, spingere il XX secolo e la modernità oltre i suoi naturali confini.

Al contrario il processo di globalizzazione può anche essere interpretato come un balzo temporale, come la grande liberazione e l'opportunità di emancipazione promessa dalla modernità nel corso di tutta la sua fatica.
Il problema semmai è quello di cogliere il significato davvero politico di questo inatteso emergere della dimensione imperiale e di chiedersi per quale ragione, proprio al suo insorgere, essa si configuri come minacciata, fragile, incapace di governo e dotata di un pensiero strategico (ma forse anche politico) difensivo, repressivo, infine velleitario. E ancora chiedersi perché il nuovo Impero, frutto dell'emergenza tecnologica, di un sistema di comunicazioni istantaneo e planetario, dell'integrazione di tutti i sistemi e di tutti gli esseri del mondo, si dimostri, fin da subito, incapace di governare e di ottenere il consenso dei suoi sudditi.

Nuovi orizzonti oltre i confini.

Anche qui nulla di nuovo: le analisi si sprecano e probabilmente, in termini diagnostici, tutto è stato già detto. L'aspetto inquietante di questo nuovo mondo è la sua capacità di cumulare intere biblioteche in pochi secondi rendendo nei fatti impossibile la conoscenza per effetto della sua stessa istantanea comunicazione: Ma tant'è: propongo qui solo alcune sollecitazione e metto in ordine riflessioni che sarà bene approfondire durante le lezioni del corso. L'orientamento interpretativo più avanzato e condivisibile, in merito agli effetti storico-politici della globalizzazione, è quello che vede e denuncia una crisi profonda dello stato nazionale e più in generale dell'idea stessa di sovranità come fondamento dello stato moderno.

Lo sfondamento del muro della storia da un lato, la compressione del tempo e dello spazio per effetto della velocità delle comunicazioni, l'universalizzarsi delle informazioni e dei linguaggi, la produzione incontrollata di eventi, hanno in pratica dissolto lo spazio e il tempo sul quale lo stato moderno (quello pensato da Bodin fin dal 1576) si era incaricato di governare. Assistiamo quotidianamente a un arretramento del suo originario potere assoluto. Le nuove dimensioni del tempo e dello spazio gli hanno sottratto il monopolio del potere punitivo (e protettivo). Sfondati i confini, azzerata per effetto di un processo radicale di integrazione ogni specificità storica, perso ogni controllo sulla definizione dei mercati (quindi della produzione), snervata la figura stessa del cittadino e l'idea della cittadinanza in virtù di un incontrollabile cosmopolitismo, la crisi del modello stato come attore della sovranità (il potere assoluto, perpetuo, indivisibile di rendere giustizia e assicurare l'equilibrio delle organizzazioni umane) risulta evidente. Nuovi poteri multinazionali, sovranazionali, regionali e locali erodono e minacciano lo stato di diritto a base storica. Si parla di crisi, superamento, eutanasia, arretramento dello stato e della sovranità rispetto a nuovi insorgenti poteri: in realtà sono proprio questi nuovi poteri a costituire il tessuto connettivo della forma Impero che si va delineando all'orizzonte politico della globalizzazione economica e culturale.

In questo processo di mutazione (cominciamo a parlare di "metamorfosi") della morfologia del potere, del suo lessico e dei suoi codici "storici", quel che accade ed è percepito ovunque, è che il crinale tra la legalità dello stato (dello stato a legittimità storica) con le sue leggi invalicabili e universalmente valide per i cittadini e le molteplici forme di legalità esterne allo stato (ciò che chiamiamo illegalità) si confondono, coesistono, convivono e patteggiano tra loro. Dallo stato di giustizia (dei secoli XVI-XVII) a quello di finanza (del secolo XVII-XIX) allo stato-provvidenza (del XIX-XX secolo), si è passati a una sorta di plasma pluralistico di poteri tra loro concorrenti, comunicanti e mossi dalle onde imprevedibili e incontrollabili dell'innovazione tecnologica. E questi nuovi poteri istituzionali e non, formali e informali, trasversali e multinazionali agiscono in proprie sfere di "legalità" concorrenti anch'esse a quello dello stato sovrano.

Dalla separazione dei poteri quale garanzia di equilibrio dalla sovranità, si è passati inavvertitamente alla pluralità dei poteri senza più sovranità e neppure in conflitto tra loro, ma semplicemente concorrenti nella conquista del rapporto privilegiato ed esclusivo (quanto illusorio) con la tecnologia e i doni provvidenziali che essa offre. Cosicché paradossalmente il potere, fonte e base dell'ordine e dell'aggregazione sociale, è divenuto un vettore di anarchia. Forse la metafora più appropriata per esprimere il moto del nuovo ordine della globalizzazione è quella di una "metamorfosi". Niente di meno, niente di più.

A fronte del liberismo estremo che pare incontrollabile, si è parlato di una fase anarchica, terminale e permanente del capitalismo, di un anarco-capitalismo, ma questo paradigma interpretativo non mi convince: in primo luogo perché il capitalismo, in quanto software della modernità, in se non ha nulla di anarchico; in secondo luogo perché, nell'ordine post-storico della globalizzazione, è lo stesso capitalismo a rischio di metamorfosi per effetto della emergenza tecnologica da un lato e dell'arretramento della sovranità statuale dall'altro. L'innovazione tecnologica, il processo di integrazione e concentrazione dei mercati e finanziaria, i cicli-crisi sempre più veloci della produzione, mettono in scacco ogni sistema gestionale e operativo della produzione capitalistica (la scienza economica non prevede più), cosi come il fondamento stesso sul quale il capitalismo moderno e "storico" si è retto: il sistema di impresa.

In luogo di essere la cellula creativa di autogenerazione e rigenerazione dell'intero sistema capitalistico (come insegnano gli storici economici e gli studiosi delle rivoluzioni industriali degli ultimi due secoli), l'impresa è una mobile e casuale pedina mossa da regole del gioco che non si controllano più; l'imprenditore e l'imprenditore manager si configurano ormai non come avventurosi eroi fondatori di imperi, ma come capitani di ventura e mercenari al soldo di apparati che vivono e muoiono di vita propria. Le "leggi" del mercato non le ha dettate infatti la natura delle cose, non sono "lois naturelles", ma sono il risultato della regolamentazione umana, delle leggi positive poste in essere dai poteri degli stati nazionali e delle loro strategie di espansione "storica": oggi la situazione paradossale è che l'innovazione non ha alcuna regola possibile e la tecnologia esprime appunto quale unica legge quella dell'innovazione.

In questa situazione non vi è da stupirsi che la sfera del politico, luogo puramente umano di costruzione e tutela dei valori della civile convivenza, sia divenuta un mercato aperto del potere deregolamentato e mossa da interessi la cui velocità di aggregazione e la cui rapidità di obsolescenza esprimono il ritmo della comunicazione digitale e satellitare e non hanno più uno stabile centro di gravità.
L'ordine neoimperiale, se davvero è in via di costruzione, si situa in questa metamorfosi oltre gli orizzonti della modernità, è privo di un pensiero politico e si struttura in virtù di un pensiero strategico mobile, frutto dell'istantanea produzione degli eventi, vittima della loro rapida obsolescenza comunicativa, della loro archiviazione automatica e del loro rapido oblio. Per questo e non per latro la strategia imperiale, che non conosce né confini né nemici, appare, fina dal suo sorgere, difensiva, repressiva e dominata dall'imperativo elementare della sicurezza preventiva e cioè dall'impulso alla aggressione. Si tratta di una opzione fatalmente terroristica nel significato attuale del termine.

Lo spirito del terrorismo: legalità, illegalità

Si chiamava l'equilibrio del terrore ed era la politica della deterrenza. A fronte del rischio nucleare, la politica mondiale e le relazioni internazionali che la materializzavano aveva costruito un sistema di valori efficiente e il rischio era stato archiviato da un provvidenziale telefono rosso, un filo diretto tra i sovrani, un apparato tecnologico ormai caduto in disuso. Oggi degli arsenali nucleari delle superpotenze disseminati in tutto il pianeta non si parla neppure più; acqua passata.

In compenso la domanda di sicurezza, a fronte del nuovo habitat tecnologico, è cresciuta nell'ultimo decennio a dismisura, è divenuta pervasiva, universale, dominante e prioritaria come se la tecnologia volesse limitare se stessa, autonormarsi. Dallo scaldabagno, all'impianto domestico della corrente elettrica, alla sicurezza della firma digitale, alle nuove tecnologie di produzione delle auto, alle tecniche di costruzione, alla sorveglianza sull'uso delle materie prime, sui prodotti alimentari e la loro distribuzione, l'accesso alla tecnologia comporta una istantanea domanda-offerta di sicurezza. La metamorfosi del cittadino in consumatore di prodotti tecnologici e di informazioni, ha comportato un'attività parossistica di dibattiti e legislazione nei paesi avanzati che destabilizza il vivere quotidiano. E neppure ci rendiamo conto, chiusi ne cerchio magico di questa ossessione che, girato l'angolo, la sicurezza sull'ambiente, sul lavoro, sulla salute, su e sulla quasi totalità dei prodotti altro non è che uno slogan, uno spot pubblicitario. L'innalzamento della soglia di sicurezza ha un che di automatico, genera essa stessa una corsa ai consumi (di prodotti, beni e servizi che si certificano da se sempre più sicuri), genera una sorta di fondamentalismo securitario e propaga un clima di insicurezza collettivo.

L'ordine della globalizzazione, che scuote gli stati nazionali e sovrasta ogni sovranità, promette la sicurezza dell'innovazione e della novità: un paradosso. E la formula neoimperiale ne dovrebbe garantire la strategia operativa: un'impresa difficile perché appunto l'Impero non ha un potere, ma si colloca al centro di un mercato aperto del potere, non ha cittadini e sudditi; semplicemente fronteggia e coordina libere organizzazioni che agiscano in funzione di flussi tecnologici mossi dal vento incostante dell'innovazionee e deve di continuo patteggiare con molteplici sistemi di legalità-illegalità di queste organizzazioni umane sottratte alla sovranità degli stati e tra loro concorrenti.

Le radici di ciò che chiamiamo terrorismo e lo spirito del terrorismo nel suo attuale significato, vanno forse ricercate a partire da questi paradossi visibili nel caos quotidiano dell'informazione, dei linguaggi, della concorrenza aperta tra la sfera della legalità e quella della illegalità. Ben visibili soprattutto nel nostro paese nel quale (è il caso di Genova) la soluzione terroristica sembra essere stata un'opzione del governo più che un dato di realtà; nel quale le sfere della legalità e della illegalità sembrano fronteggiarsi (e confondersi) nelle stesse strutture istituzionali; nel quale il mito della governabilità (e cioè della sicurezza individuale e collettiva a base democratica) si identifica con un processo di deregolamentazione delle garanzie dei cittadini; nel quale infine i conflitti tra i poteri dello stato rischiano di trasformare la sfera dell'agire politico in un mercato incontrollabile di casuali interessi frutto di competizione tra organizzazioni non più soggette alla legge comune.

Ma anche a più ampio raggio e a un livello superiore, oltre i confini nazionali ormai sistematicamente violati dall'ordine della globalizzazione gli eventi (che siano in sciopero o no a questo punto poco conta) propongono gli stessi paradigmi. Intere comunità nazionali falliscono e si disgregano in America latina, in Africa e in Asia generalizzando un clima di insicurezza per il quale la spinta dell'innovazione, lungi dall'essere un impulso al mutamento è un azzeramento della civile convivenza. Per effetto delle campagne medianiche e della loro velocità informativa l'onda dell'insicurezza si propaga in tutto lo spazio senza confini e senza filtri dell'Impero. E così non è difficile dire che vi è una sorta di simmetria, di contagio emozionale dell'insicurezza-terrore tra il clima di chi vive a Bagdad e quello di chi vive a New York, tra chi vive a Telaviv e chi vive in Palestina, tra chi sta nella Corea del Nord o in quella del Sud, tra la CIA che manovra i movimenti criminali e questi ultimi che si fanno consapevolmente manovrare, tra chi siede nei consigli di amministrazione delle multinazionali e gli azionisti che attendono a piè fermo le assemblee, e questo clima è ciò che chiamiamo terrore: il terrore della sicurezza e il terrorismo della controsicurezza o riassicurazione.

Non affermo con consapevolezza che la globalizzazione genera il terrorismo o che quest'ultimo è consusatanziale alla prima, no. Mi limito per ora a registrare il fatto che la crisi delle istituzioni statuali, il prosciugamento della sovranità, la pluralità dei poteri concorrenti e l'emergenza tecnologica che li muove (in una sola parola la globalizzazione) genera un endemico e strutturale stato di insicurezza per effetto della confusione tra legale e illegale e di una destrutturazione del tempo e dello spazio nel quale ci è toccato di vivere. Che, con ogni probabilità, le grandi metafore del pensiero storico-politico della modernità, rinascita, riforma, rivoluzione oggi non assicurano più circa la possibilità di controllare e spiegare un mutamento-creazione del tempo da parte della cultura e del pensiero politico. E che infine l'uomo occidentale che cercava la salvezza attraverso il suo stesso destino oggi si trova proprio privo della sua storia futura, ne è semplicemente inghiottito in un processo di "metamorfosi" rispetto al passato, un processo che occorre indagare.
Da queste prime riflessione parte il corso di quest'anno accademico ed esse giustificano il titolo che ho scelto per il ciclo della nostre lezioni.

LA CATTEDRA
Lezione del prof. ROBERTO MORO
docente nell'Università degli studi di Milano

Sito del prof. Moro www.lastoria.org.


"Storiologia" ringrazia per l'articolo
(concesso gratuitamente)
il direttore Gianola di Storia in Network

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