Carlo Cattaneo in "Alcuni Scritti", raccolti da lui stesso (1846-1860) ci parla della "Cina".
Scritti pubblicati poi nel 1883 da Le Monnier con il titolo "Opere edite ed inedite di Carlo Cattaneo"
In altre pagine, sempre di Carlo Cattaneo riportiamo "L'insurrezione di Milano 1848 " ("Le 5 giornate" ecc.)
E in altre pagine "Psicologia delle menti associate".

LA CINA
( il testo è integrale originale - quindi non segnalatici gli errori grammaticali e di stile )

 

"Mentre l'Italia or si conforta nel pensiero d'un'era al tutto novella, che la virtú d'eroici figli le promette, or si turba nel sospetto che ogni tale sua speranza possa ancor solamente risolversi nell'aggiungere un nuovo volume a una lunga istoria d'inganni e di dolori: essa non dovrebbe non mirare con intensa cura un'altra nazione, assai piú grande e piú antica, agitarsi parimenti tra la speranza di scuotere un giogo barbaro, e la tema di cadere sott'altro giogo non meno pernicioso perché imposto a nome della civiltà e del fraterno commercio dei popoli.

Quando vediamo i tre piú grandi governi d'Europa intrudersi nella China e nelle vicine regioni, con quelle medesime arti, di ambasciatori armati, di mercanti conquistatori, di soldati rapaci e di turbolenti missionari, colle quali vennero già spogliati e avviliti cento e piú millioni di uomini nell'India; quando li vediamo apportare sempre nuove insidie e nuove ferite al diritto delle genti in Oriente, poca fiducia possiamo concepire nei destini di quelle nazioni dell'Occidente che dovessero mai rassegnarsi alla giustizia e all'umanità dei potenti.
Data questa qualsiasi similitudine di condizioni fra l'India e la China, quella gente lontana e singolare, che a parecchi fra noi nemmen quasi sembra cosa di questo mondo sublunare, diviene immantinente oggetto d'utile e doveroso studio. Possiamo colà contemplare in ampie proporzioni, e in prospettiva meno intorbidata da domestiche illusioni, le arcane cause per le quali, nulla ostante il numero e la civiltà e la ricchezza, una nazione può lasciarsi trarre nel vortice dell'impotenza e della servitú.

Non è che manchi ai Chinesi la coscienza d'esser nazione; poiché già una volta scossero il dominio straniero dei Mongoli; e già da più generazioni, già fin dal principio del nuovo dominio dei Manciuri, colà milioni d'uomini vivono ascritti a ereditaria e perpetua congiura; e una vasta ribellione, discesa dalle ancora indomite regioni montuose, contende da parecchi anni ai dominatori le piú fertili province. Né si può dire che manchi loro fierezza di propositi, coraggio e devozione, quando si vedono popolose città interamente desolate dalle guerre civili e straniere, e i loro difensori, anziché lasciare in potere dei nemici le famiglie, trucidarle di propria mano, e gettarle nelle fiamme.

Il pregiudicio che attribuisce sommariamente la debolezza di quei popoli a inerzia mentale, all'odio d'ogni utile innovazione, al nessuno contatto con altre genti, involge alcune parti di vero; ma nel suo complesso è un grave inganno. La debolezza loro dipende veramente da cause che sono assai meno lontane da quelle per le quali siamo caduti noi medesimi, per si lungo tempo, in si basso e indegno stato. (Come dirò in fondo a questo scritto -siamo Chinesi a nostro modo anche noi!)

La civiltà chinese, iniziata splendidamente venti e piú secoli prima della fondazione di Roma, e quando la superba Europa era ancora tutta barbara e in gran parte selvaggia, fu sempre e assiduamente progressiva. E se non neghiamo i fatti piú evidenti e solenni, lo è ancora ai nostri giorni. I Chinesi, senza noi, e prima di noi e a nostro ammaestramento e vantaggio, trovarono la cultura del riso e quella del cotone, dello zucchero, del té, del limone, dell'arancio, quella della canfora, del rabarbaro e d'altre piante salutari. Trovarono dal principio al fine tutta l'arte di raccoglier la seta, di filarla, di tesserla, di tingerla in colori che sono ancora un secreto per la nostra chimica. Essi, già nei tempi di Marco Polo, or sono sei secoli, avevano scoperto l'uso del carbon fossile, che a quell'illustre viaggiatore parve una pietra. Essi trovarono pur da principio a fine tutta l'arte di comporre e colorare porcellane di mirabile delicatezza; e di fare carta di seta, di gelso, di bambú, d'aralia; di trarre tele e stuoie da specie a noi ignote di palme, d'ortiche, di canapi, di giunchi; e ricavare pur dal regno vegetale sevo, cera, sapone, vernici, lacche; di preparare finissimi inchiostri e acquerelli. Essi inventarono prima di noi la polvere da foco, e la stampa; trasmisero per mezzo degli Arabi agli Italiani la prima invenzione della bussola. Essi, prima di noi, ridussero ad arte la concimazione, la pescicultura, la selvicultura, la costruzione dei giardini, non solo in terra, ma persino sopra zattere galleggianti; essi furono maestri agli Olandesi, agli Inglesi, ai Francesi nella piú gentile delle arti, la floricultura. Essi condussero le acque a irrigare, non solo i piani, ma il pendio delle colline; essi scavarono fin dai remoti tempi il piú largo e lungo di tutti i canali navigabili del mondo; costrussero sovra un braccio di mare un ponte di trecento pile; e con argini di fiumi e tagli di paludi, acquistarono all'agricultura province che noi chiameremmo grandi regni.

Né il Chinese rifiutò in questi ultimi anni di accettare utili esempi; adottò largamente le tre culture americane, della patata, del maiz e del tabacco; accolse docilmente l'innesto del vaccino, combattuto si lungamente in Europa; e purtroppo da soli sessant'anni si sottomise al fatale uso e al piú fatale commercio dell'oppio.

Ma la piú manifesta prova d'un immenso progresso, operato in queste ultime generazioni su tutta la superficie della China, è questa. Mentre le memorie dei secoli più lontani attribuiscono alla China solo tredici milioni d'abitanti; e quelle del principio dell'éra nostra sessanta milioni, questo numero nel principio del secolo passato saliva a cento; verso la fine del secolo a trecento. E se prestiamo fede alle ultime notizie officiali fatte raccogliere dal governo francese, sarebbe giunto nel 1812 a 367 milioni; e nel 1860 al prodigioso numero di 530 milioni; che fa incirca il doppio della popolazione di tutta Europa; quasi la metà del genere umano. Onde li scrittori ufficiali francesi, li scrittori d'un governo a cui mancò appunto sempre l'arte di moltiplicare le sussistenze, si fanno maraviglia che su tutta la vasta superficie della China, comprese le piú inospitali montagne, possano vivere 157 abitanti per chilometro quadro, e nelle province basse 262 abitanti, mentre la Francia su tutta la sua superficie ne ragguaglia incirca 60. « Aucune grande nation n'est parvenue à faire vivre une quantité d'hommes aussi considérable; - magnifique résultat, obtenu par des pro grès continus depuis deux siècles ».

Noi non crediamo che il sommo della sapienza civile sia quello di gettar sulla superficie del globo milioni di miserabili, non intendiamo disputare se un si rapido incremento di popolazione sia un assoluto bene o un assoluto male. Ma diciamo che una nazione la quale in 150 anni trovò modo di far vivere, sovra una terra già popolata da cento milioni d'uomini, quattrocento milioni di più, senza avere usurpato il valore d'un centesimo alle altre nazioni della terra, non può esservi riuscita senza un immenso sviluppo di lavoro, di capitale e d'ingegno; e che, chi la giudica da lontano una gente inerte e decrepita, è un insensato.

Non sappiamo poi come la nazione chinese possa dirsi avversa ad ogni contatto con gli stranieri. La China propria ha una superficie d'un milione di miglia quadre, che fa dieci volte l'Italia; ma vi sono altre province abitate da Turchi, Mogoli, Manciuri e Tibetani; tutto l'imperio chinese fa quasi il quadruplo della China, fa quasi quaranta volte l'Italia. E inoltre essa tenne sempre intime relazioni colla Corea, col Giappone, col Tonchino, colla Cocinchina, col Bhotan, col Nepal; spinse le sue armi fino al mar Caspio; fece parte dell'imperio dei Mogoli allorché questo abbracciava l'India e la Persia e la Mesopotamia e l'Asia Minore, e la Russia già da secoli cristiana.

Istituzione certamente straniera è il culto di Budda che, oriundo dell'India, trovò asilo nella China. E sebbene aborrito e deriso dai grandi e dai dotti, fu lasciato diffondere liberamente nel popolo, sicché divenne la piú numerosa di tutte le sétte religiose di quell'imperio e di tutto il mondo, nel tempo medesimo che le sue chiese e le sue torri divennero il piú notevole ornamento delle città chinesi. Questa fu bene una grande e profonda innovazione. Nulla era piú opposto alle prische dottrine chinesi, secondo le quali la vita dell'uomo è tutta terrestre, poiché la sua vita futura si aggira intorno ai luoghi ove la sua famiglia sopravvive; ma il buddismo, benché simile per tanti aspetti al papismo, si divaga nella piú astratta spiritualità, professando di considerare tutte le cose terrestri come una vana forma del nulla.

Infine sono solamente vent'anni, dacché il maestro rurale, Hungsieu-tsiuen, avendo ricevuto, presso un mercante inglese di Canton, dal cristiano chinese Le, alcune idee bibliche, ed essendosi per certe sue visioni antecedenti figurato d'essere il fratello secondogenito di Cristo, si rifugiò nelle montagne a ponente di Canton, fra quelle tribú aborigene, non ancora assoggettate al costume e alla lingua dell'imperio. Quivi si fece alcune miliaia di seguaci, che posero in comune i loro averi; poi li condusse qua e là, spezzando le immagini di Budda, e insultando i santuari di Confucio.

Sul principio del 1850 essendosi rifugiati colà molti corsari perseguitati dalle navi britanniche, osò con essi assalire le milizie imperiali. Allora si trovòin lega con la secreta società della triade (San-ho-hui), che da duecento anni cospirava a cacciare i regnanti di nazione manciura (Tsing), e riporre in seggio quelli dell'antica stirpe chinese dei Ming; costrinse quei settarii a trasferire in lui medesimo l'omaggio di sudditanza; e riconoscerlo capo della nuova dinastia della Sonuna Pace (Taiping). Le milizie, avvilite dai disastri della guerra cogli Inglesi, fuggirono avanti a quei ribelli, che, scesi dai monti, in numero ormai di sessantamila, presero d'assalto la gran città di Nanking, trucidando tutti i difensori e le loro famiglie, e gettando i cadaveri nel fiume. Poi col soccorso della società secreta dei pugnali, occuparono il ricchissimo porto di Shang-Hai.

Tutte queste agitazioni erano fomentate dai mercanti e missionarii cristiani. Leggiamo nei citati volumi della Commissione francese - « Les missionaires attachent leur espoir à la cause des rebelles » (pag. 568). « D'indignes marchands occidentaux introduisaient dans la ville, à plusieurs cargaisons, la poudre de guerre, les canons et les revolvers. Ils aidaient les insurgés de leurs conseils; mais quand le danger approchait trop, ils se retiraient à l'ombre des pavillons inviolables de l'Angleterre et des Etats Unis. Telle était leur neuctralité dérisoire » (pag. 574).

Codesto sanguinoso intreccio di tribú libere, di corsari che sfidano il cannone europeo, di profugi, di cospiratori, fra i quali uno spruzzo d'idee bibliche genera d'improvviso una nuova religione, un esercito, un regno, non è indizio per certo d'una gente esausta e decrepita, ma d'anime appassionate e d'immaginazioni accese come fra le piú vigorose nazioni dell'Occidente. E come in Occidente, l'impotenza del popolo discende dalle regioni del potere; il quale, stringendo nella gelosa e incerta mano le forze e le ricchezze di cinquecento milioni d'uomini, non sa poi vincere o pacare sessantamila ribelli, né respingere alle loro navi ventimila stranieri.

Senonché quando in Europa le moltitudini rassegnate o incuranti aspettano ogni loro salute dai potenti, questa in loro è servile ignavia e corruttela e oblio dei diritti che le tradizioni additano e che le leggi più assolute non rinnegano apertamente, mai; poiché riconoscono instituzioni e magistrati i quali sono supposti rappresentare la volontà e il giudicio dei popoli. Ma nella China è credenza morale e religiosa che la volontà e la ragione dei popoli risiedono nel supremo imperante, e ne' suoi ministri. Perciò le leggi e le dottrine chinesi parlano bensí altamente dei doveri; e tanto a principi e magistrati quanto al piú povero cittadino; ma non parlano mai di diritti. La legge chinese confida unicamente nella ragione del giudice; e non accetta difensori.

Ciò fa parte d'un ampio sistema sociale e scientifico il quale ebbe la potenza d'assimilare e immedesimare tutte le idee che la ragione dei popoli nel corso di cinquemila anni venne trovando e deducendo: e di dominare tutte le sétte indigene, anche armate e ribelli, e quante filosofie e teologie e teocrazie penetrarono colà dal Tibet, dall'India, dalla Persia, dall'Arabia, dalla Palestina, dall'Europa: ed eziandio d'imporsi ai conquistatori, che sottomisero piú volte la terra di quel popolo, ma non la sua legge e la sua mente.

Al primo albore delle memorie, i popoli della China, sebbene divisi in piú Stati, che erano però colonie e propagini d'un solo stipite comune, appaiono già congiunti dall'unità della lingua, delle leggi e di tutte le usanze e le idee. Si conoscono fra loro, e ignorano o non curano il rimanente del mondo, come se appartenessero ad un altro pianeta. Posta fra le solitudini d'un oceano innavigato e i deserti dei barbari, e un labirinto d'alpi nevose, le più eccelse della terra, la China è la regione media (Tciung Kue), destinata a dimora dell'uomo civile e morigerato, in un semicerchio di genti eslegi e brutali; è l'imagine del cielo che le sovrasta; è l'imperio cieliforme; è il sotto-cielo (Thian-hia). Il suo sovrano, predestinato ad essere l'artefice dell'ordine celeste, è il figlio del cielo (Thian-tseu), è il mediatore fra le potenze del cielo e della terra. Egli deve tener congregati i popoli in una famiglia; difenderli dai barbari, e reggerli come un padre regge i suoi figli.

L'istituzione della civiltà nella China, appunto come nell'India, nella Irania, nella Babilonia, nell'Egitto, fu agevolata dalla forma del territorio. Esso è fecondato e unificato da due fiumi, pari ciascuno in lunghezza di corso a dieci e piú volte il Po. Nascendo vicini, poi divergendosi l'uno verso settentrione, l'altro verso mezzodí, poi novamente accostandosi, dopo aver d'ogni parte adunato innumerevoli confluenti, vanno a formare colle loro alluvioni una delle piú larghe e feraci pianure del mondo. La provincia di Kiangsu, ove ambo i fiumi mettono foce, ha 54 milioni d'abitanti, sovra una superficie (115,000 chilom. q.) ch'è poco piú d'un quinto della Francia! La natura aveva disposto; la mano dell'uomo ha compiuto.

Il maggiore di questi fiumi, detto Kiang, cioé appunto il fiume, ovvero Yan tse kiang, cioé figlio del mare, o piccolo mare essendoché alla sua foce è largo diciotto miglia, è così piano e profondo che il riflusso del mare vi si sente fino a duecento cinquanta miglia entro terra, sicché le navi possono pervenire fin colà veleggiando. Il fiume settentrionale è alquanto minore, ma precipitoso e torbido, ond'ebbe nome di fiume Giallo (Hoang-ho), e si chiama mar Giallo (Hoang-hai) il seno poco profondo ove sbocca. Barrow calcolò che vi apporti ogni ora due milioni di piedi inglesi di terra; il che corrisponde a un mezzo centesimo del suo volume d'aqua. Fa, se non erriamo, cinquecento miliardi di metri cubi ogni anno; ond'è a credersi che nella China primitiva, cinquanta e piú secoli addietro, molte delle province ora abitate fossero maremme e lagune e golfi. Molti e vasti laghi rimangono tuttavia sparsi nelle pianure.

Il popolo chinese si accrebbe dunque, tanto per l'espansione delle sue colonie lungo i due fiumi e le loro convalli, e per la continua assimilazione delle tribù montane, quanto per le alluvioni che allargavano assiduamente le terre maritime, e colmavano laghi e lagune. Ma l'uomo fin da remoti tempi pensò a difendere con argini le pianure, e le fecondò con canali irrigatorii, derivati da molti fiumi e in un numero che oggidí non è minore di 350. E inoltre congiunse i piú grandi fiumi con un magnifico canale navigabile, che scorre parallelo al mare per poco meno d'un migliaio di miglia. E siccome è nella direzione da settentrione a mezzodí, cosí giova a permutare i prodotti d'una gran varietà di climi e di culture.

Or siccome la vita delle immense moltitudini che possono crescere sovra tali feraci pianure dipende interamente dalle assidue cure poste dai magistrati intorno agli argini e ai canali, e dalla sicurezza in cui vivono li agricoltori, i regnanti, anche stranieri e barbari, ebbero troppo imperioso interesse a osservare costantemente negli atti loro certe norme di ragione e di saviezza. La China fu dunque fin da lontani tempi uno Stato artificiale. E il paragone perpetuo che colà si suol fare tra l'ordine del governo e l'ordine della famiglia, non è in tutto una vana metafora.
Il regnante, come figlio del cielo e suo ministro, possiede tutta la terra e la divide fra li agricoltori. Anzi egli è supposto essere il primo agricoltore del suo regno. Ogni primavera, dopo grandi oblazioni al cielo, alla terra, ai geni dei monti e dei fiumi e alle anime degli antenati, egli pone mano all'aratro, apre la terra, e vi sparge la prima semente.
I grandi dello Stato hanno ampi poderi; ma in ragione dei loro officii, e con possesso rare volte ereditario, e che molto facilmente si perde; poiché il padre li può diseredare come figli; e non v'è dignità che sia esente dal castigo. I regni e principati, che ressero a principio le diverse colonie e conquiste, e che, anche aboliti, a intervalli di tempo, risorsero, finirono col ridursi a poco a poco in province uniformi.

Tutto adunque nello Stato sembra a primo aspetto dipendere dai voleri del regnante. Dalla sua mano il lavoro e la vita dei poveri; dalla sua mano li offici e le dovizie dei grandi. Ma la necessità di dar continuità e sicurezza a tale immensa azienda, condusse a stabilire un sistema generale di regole e d'osservanze. Le quali, siccome erano membra d'un ordine divino che doveva conformare la terra al cielo, così vennero considerate come cose sacre; ed ebbero nome di riti. I riti antichi sono tremila e trecento.

Essendosi figurato nel principe il padre universale della nazione, si figurarono nei magistrati delle provincie i padri dei popoli. E per assicurare l'obbedienza loro a codesti padri metaforici, si corroborò l'autorità dei veri padri sui figli, dei mariti sulle donne, dei fratelli maggiori sui minori, dei padroni sui servi; s'immedesimò lo Stato colla casa. Come il re fu padre dello Stato, cosí il padre fu re della famiglia. Si diede ai padri una vera giurisdizione di magistrato su i figli; e una si esagerata responsabilità, che i delitti dei figli vennero puniti nei genitori; e insieme coi padri vennero mandati a morte i figli, benché minorenni.

Tutto ciò travolgeva e snaturava il concetto dell'educazione. Ma intanto l'educazione universale divenne oggetto supremo della legislazione. Quando si pensa, che, fin da secoli remoti, ogni villaggio chinese ebbe la sua scola, si vede perché, vedendo i soldati e marinai delle navi d'Europa quali sono purtroppo, i Chinesi giudicarono che venissero da una terra di barbari.

Le prime origini della civiltà chinese salgono a un personaggio ideale, detto Pu-hanku; il quale si dipinge vestito di foglie; e figura i primi istitutori delle genti selvagge. Deve appartenere a una remotissima antichità; poiché, tremila anni prima dell'era nostra, appare un'altra persona, forse parimenti ideale, la quale rappresenta già un progresso mentale e morale, che non poteva essersi compiuto se non nel corso di molte generazioni. Questi vien chiamato Fu-hi; e vien detto inventore dei numeri e della musica, la quale costituì sempre una parte importante dei riti chinesi. Vien creduto inoltre autore del Libro delle Forme o metamorfosi (Y-king). Questo tratta di cosmogonia e di divinazione; poiché l'ordine terrestre, per conformarsi all'ordine celeste, deve corrispondere ai segni che ne dànno indizio; ma comprende anche dottrine di morale e di metafisica molto astratta; e il tutto viene significato con simboli e combinazioni di lettere e linee di senso oscurissimo. Il Libro delle Forme chiama virtuosi li uomini che si sottomettono alle leggi del cielo e della terra, e malvagi i ricalcitranti; promette ai primi i sei beni della terra e minaccia ai secondi i sette mali; ma non vi si vede alcuna menzione di premi o di pene d'un'altra vita; né d'un'anima distinta dal corpo, né d'un Dio distinto dal cielo visibile.

Intorno a ciò arsero lunghe controversie tra i domenicani inquisitori e i missionari gesuiti, ch'erano accusati a Roma d'essersi fatti popolari alla China professando le dottrine e i riti chinesi; e che per giustificarsi in Europa erano costretti a provare, che quegli antichi libri insegnavano la vita futura e l'esistenza di Dio. Il fatto si è che, siccome il re medesimo faceva le incruente offerte al cielo e alla terra per mano sua o de' suoi ministri, la China primitiva non ebbe sacerdoti.

Nel secolo XXVII avanti l'era nostra, o propriamente nell'anno 2698, primo del re Hoang-ti, cominciano le date certe della cronologia chinese. D'allora in poi quei dotti tennero diligenti memorie delle eclissi e del principio dei regni; cioè di quelli ch'erano a niente loro i piú grandi eventi del cielo e della terra.
Dal secolo XXII ha principio il libro degli Annali (Shu-king) di Ki-tseu, nel quale leggiamo i nove precetti per ben governare i regni. E sono: 1° perfezionar sé stesso; 2° riverire i sapienti; 3° amare i parenti; 4° onorare i supremi dignitarii; 5° vivere in buona concordia con tutti li altri magistrati; 6° trattare il popolo come un figlio; 7° attrarre presso di sé i dotti e li artefici; 8° accogliere cortesemente li uomini che vengono da lontano e li stranieri; 9° trattar con amicizia i principi vassalli.

Per ciò che riguarda li stranieri, la glosa del Tciung Yung (cap. XX art. 11) aggiunge, che li stranieri summenzionati sono: i mercanti forestieri (shang), i trafficanti (ku), li ospiti o visitatori (pin), e li stranieri al paese (liu). E l'articolo 13° soggiunge, secondo la traduzione del dottissimo sinologo Pauthier: « Reconduire les étrangers qùand ils s'en vont, aller au devant de ceux qui arrivent pour les bien recevoir, faire l'éloge di ceux qui ont de belles qualités et di beaux talens, avoir compassion de ceux qui in manquent, voilà les moyens de bien recevoir les étrangers. » Ciò rispondi a coloro che credono l'inospitalità un principio fisso e originario di quella nazione.

Verso quei tempi, cioè settecento anni prima di Mosé, regno Yu, che aveva meritato il regno lavorando molti anni a liberar le terre dalle acque; tanto antiche sono le opere idrauliche presso quella venerabile nazione! Pertanto, sacrificatore e ingegnere, il re Yu spiega il significato primitivo della voce pontifex presso i nostri antichi padri italiani. Cosí le memorie delle nazioni reciprocamente s'illustrano.

Noi non facciamo qui l'istoria della China; un intervallo di quindici secoli ci porta al secolo sesto avanti l'era nostra, al tempo in cui l'Asia Minore produssi Talete, e in Italia fiorirono li Eleati. Due scole allora sorgono nella China, suddivisa in piú Stati e comparativamente libera; la scola metafisica di Lao-tseo, e la scola politica e sociali di Khong-tseo, detto conforma latina Confucio.
La dottrina prima è chiamata anche di Tao; voce chi in senso proprio significa via, e in senso figurato: « la grande voie de l'univers, dans laquelle marchent et circulent tons les étres. - C'est li premier principi du mouvement universel, la cause, la raison première de tout: du monde idéal it du monde réel, de l'incorporeo et du corporel, de la virtualité it du phénomène. Nous ne pouvons nous empècher de signaler ici un trait caractéristique de la philosophie chinoise à toutes les époques de son histoire; c'est qu'elle n'a aucun terme propre pour désigner la première cause, it que Dieu n'a pas de nom dans cette philosophic.
En Chine, où aucune doctrine ne siesta jambs pose commi revelèe, l'idée aussi bien que le nom d'un Dieu personnel, sont restes hors du domaine de la speculation. » (Pauthier, Philosophic des Chinois; nel Dictionnaire des Sciences Philosophiques. Paris, 1844).
Lao-tseu non ebbe molti seguaci; il padre dei dotti chinesi fu per venticinque secoli. ed è ancora oggidí, Confucio. Nato l'anno 55 avanti l'era nostra, cioè al tempo degli ultimi re di Roma, egli visitò i vari Stati, in cui s'era divisa la China; predicò ai regnanti e ai loro ministri la giustizia, l'umanità e lo studio; lasciò dieci allievi perfetti, settantadue discepoli e tremila seguaci, molti dei quali magistrati e principi; onde in breve la sua parola ebbe autorità presso tutta la nazione. Quanto mai di bene si operò per tutti questi secoli nella China, venne sempre attribuito dai popoli agli insegnamenti di Confucio; il quale, piuttosto che ammirazione d'uomo dotto, n'ebbe culto d'uomo santo. Molti templi sono dedicati al suo nome.

Un paio di secoli, o poco più, dopo la morte di Confucio (A. C. 255), i principi del regno di Thsin per forza d'armi soggiogarono sei degli altri regni confederati; diedero a tutto l'imperio il nome che poi prevalse, prima in India (Teina), poi presso i Romani (Sinae), li Arabi (Tsin), e tutti i popoli moderni. Chiusero la frontiera settentrionale con un bastione a doppio muro; munito di torri, e lungo mille e duecento miglia. E impazienti d'un'autorità morale, che era una memoria di tempi più liberi, e un limite al despotismo e un rimprovero, fecero ardere tutti li esemplari dei libri di Confucio e degli altri filosofi.

Tutto come in Occidente!

Ma sul principio del secolo successivo (A. C. 202), venuta per favore dei popoli all'imperio la famiglia degli Han, fece diligentemente raccogliere le reliquie dei manoscritti antichi; e ordinò che si leggessero in tutte le scole. Dotò di vasti poderi e di privilegi la famiglia di Confucio; la quale divenne nel corso delle generazioni una numerosa tribù, sicché contava nel secolo scorso undicimila persone. Decretò sacri onori a Confucio, come a uomo saggio e santo, e patrono perpetuo dei popoli contro la tirannide, e dei principi contro le proprie passioni e li adulatori. Oggidí non v'è città nel vastissimo regno, che non abbia dedicato un santuario al nome e all'imagine paterna di Confucio. E i popoli onorarono quella generosa dinastia, assumendo il suo nome, e ancora oggidì, dopo venti secoli, chiamandosi uomini degli Han (Han jin).

Confucio non professò di dare una scienza nuova, ma ristaurò e continuò la tradizione primitiva e popolare: - « Il savio disse: io commento; io dilucido; ma non compongo opere nuove; io ho fede negli antichi e li amo. - Il savio disse: io non nacqui col dono della scienza; io son uno che amo li antichi, e si sforza di far tesoro del loro sapere. » (Colloquj, VII, 1, 19).
Perciò egli raccolse e ordinò i quattro vetustissimi libri delle Forme, degli Annali, dei Versi (Shi King), e dei Riti (Li-ki). Il primo era antico a' suoi tempi quanto Socrate ai di nostri; antico già di venticinque secoli.

Nulla egli scrisse; ma i discepoli fecero raccolta dei suoi insegnamenti e ne composero i quattro libri classici (Sse Shu), che sono tuttora il testo di tutte le scole chinesi.
Il primo si chiama il Grande Studio (Ta hio); ma consiste in due sole pagine, seguite da breve commento di Thseng Tseu, allievo di Confucio. - Il secondo si chiama l'Invariabil mezzo (Tciung Yung), e fu scritto dal suo nipote Tseu Sse. - Il terzo è il libro dei Colloqui di Confucio (Lun Yu). - Il quarto è il piú lungo; e fu scritto dal suo seguace Meng Tseu, nome la cui forma latina è Mencio (Mencius).

«La mia dottrina è semplice e facile», dice Confucio nei Colloqui. E il suo discepolo Thseng Tseu soggiunge: - « La dottrina del maestro consiste tutta nell'avere l'animo retto E AMARE IL SUO PROSSIMO COME SÉ STESSO ». (Lun Yu, IV, 15). E' un altro suo allievo, Tseu Khung, riduce la dottrina dell'umanità a questa formula: «giudicar li altri, paragonandoli a noi; e operare verso di loro come vorremmo ch'essi operassero verso di noi» (Lun Yu, VI, 28).

Questi insegnamenti furono communi a Confucio con altri antichi. Quello che appartiene a lui si è: « che ogni uomo ricco o povero, illustre od oscuro ha egual dovere di emendare e perfezionare sé stesso, per farsi capace di promuovere il perfezionamento altrui.»
Questa dottrina sublime forma un capitolo dell'Invariabil Mezzo; del quale offriamo uno squarcio, onde porgere un esempio del modo concatenato e deduttivo col quale le scole chinesi si sforzano di recare a forma scientifica e ad esercizio dimostrativo le loro idee: - « Nel mondo, i soli uomini veramente perfetti possono conoscere intimamente la propria natura, la legge del proprio essere e i doveri che ne derivano. Potendo conoscere intimamente la propria natura, la legge del proprio essere e i doveri che ne derivano, possono perciò conoscere intimamente la natura degli altri uomini, la legge del loro essere, e additar loro tutti i doveri che hanno a osservare per compiere l'ordine del Cielo. Potendo conoscere intimamente la natura degli altri uomini, la legge del loro essere, e additar loro tutti i doveri che hanno a osservare per compiere l'ordine del Cielo, possono perciò conoscere intimamente la natura degli altri esseri viventi e vegetanti, e fare che compiano la legge vitale secondo la natura loro. Potendo conoscere intimamente la natura degli esseri viventi e vegetanti, e fare che compiano la legge vitale secondo la natura loro, possono perciò col proprio alto intendimento secondare il Cielo e la Terra nella trasformazione e conservazione degli esseri, affinché questi conseguano il pieno loro svolgimento. Potendo secondare il Cielo e la Terra nella trasformazione e conservazione degli esseri, possono perciò costituire UN TERZO POTERE INSIEME COL CIELO E COLLA TERRA» (Cap. XXII).

Questo ultimo anello della catena è veramente aureo e prezioso. E la piú alta cosa che sia detta intorno alla natura umana, considerata nella sua perfettibilità; considerata come una potenza che conserva e trasforma li altri esseri viventi su la terra.
Un tal modo di connettere i pensieri, che si potrebbe figurare colla statua d'un Giano bifronte, si vede adoperato altrove con doppio procedimento d'andata e ritorno, o d'ascesa e discesa. Ad esempio recheremo una delle due pagine del Grande Studio. «I principi antichi, che amavano fomentare e ravvivare nei regni loro il lume di ragione che riceviamo dal Cielo, attendevano prima a governar bene i regni loro. Quelli che amavano governar bene i regni loro, attendevano prima a ordinar bene le loro famiglie. Quelli che amavano ordinar bene le loro famiglie, attendevano prima ad emendare sé stessi. Quelli che amavano emendare sé stessi, attendevano prima a rettificare il loro animo. Quelli che amavano rettiti; are il loro animo, attendevano prima a render pure e sincere le loro intenzioni. Quelli epe amavano render pure e sincere le loro intenzioni, attendevano prima a perfezionare le loro nozioni morali. Perfezionare le nozioni morali consiste nel penetrare e scandagliare il principio delle azioni. »

E qui comincia il ritorno:
« I principii delle azioni essendo penetrati e scandagliati, le nozioni morali vengono recate a somma perfezione. Le nozioni morali essendo recate a somma perfezione, le intenzioni si rendono pure e sincere. Le intenzioni essendo pure e sincere, l'animo si riempie di rettitudine. L'animo essendo pieno di rettitudine, la persona viene ad emendarsi e perfezionarsi. La persona essendo emendata e perfezionata, la famiglia viene ad essere ben regolata. La famiglia essendo ben regolata, il regno è ben governato. Il regno essendo ben governato, il mondo è in pace e in armonia! »

Con questo duplice sorite, Confucio ha immedesimato la politica e la morale.
Piú sovente il pensiero chinese procede da un particolare ad un altro particolare, per via d'esempio, o d'analogia, o anche di mera similitudine poetica, che poi volentieri attinge da taluna delle odi antiche. - « Il Libro dei Versi dice: l'augello dorato, dal canto flebile, fa il nido nelle ombrose rupi. Il savio dice: l'augello conosce il luogo del suo destino; e non potrà l'uomo saper quanto l'augello? » (Commento al Grande Studio, 111, 2).
Talora codeste sentenze sono espresse in modo affatto triviale: - « Se fossimo tre viandanti, io potrei aver due maestri: l'uomo dabbene, per imitarlo; e il malvagio, per emendarmi. »

Ma talora sono dettate dal più generoso ardimento, come quando Meng Tseu dice al re di Liang: - « Il popolo muore di fame per le vie; e tu non apri i pubblici granai. Quando vedi li uomini morir di fame, tu dici: non è colpa mia; è la sterilità della terra. Non sei tu come colui che avendo trafitto uno colla spada, dicesse: non son io; è la mia spada?... Uccidere l'uomo colla spada o col mal governo, che divario tu vi trovi?... Le tue cucine ridondano di vivande, e le tue stalle son piene di cavalli ben pasciuti; ma il popolo ha su lo scarno volto il pallor della fame, e i campi sono sparsi di cadaveri... Dover tuo sarebbe reggere lo Stato, come se tu fossi il padre e la madre del tuo popolo» (Meng Tseu, I, 3 4).

Cosí parlavano e scrivevano, cinque secoli prima dell'era nostra, questi sacerdoti della ragione e dell'umanità. Era dunque naturale che i despoti ardessero i loro libri; ed è giusto che i popoli consacrino ancora al nome loro statue e santuari.
Noi crediamo che il piú sicuro modo di conoscere a fondo e apprezzare una gran nazione, sia quello di addentrarsi cosí nei secreti del suo pensiero. Perciò ne sia concesso citare un altro passo dell' Invariabil Mezzo, che ben potrebbe nei nostri libri di filosofia valere ad esempio del potere dell'analisi. «Se leviamo li occhi al cielo, vediamo a prima giunta solamente uno spazio scintillante di lumi; ma se potessimo sollevarci fino a quello spazio luminoso, lo troveremmo immenso. Il sole, la luna, le stelle, i pianeti vi pendono come da un filo; tutti li esseri dei mondo ne sono coperti come d'una tenda. Che se di là volgeremo li occhi alla terra, crederem sulle prime di poterla stringere nella mano; ma se la percorreremo, troverem ch'è vasta e profonda, perché sostiene li eccelsi Monti Fioriti (nel Shen-si) e non cede al peso; abbraccia nel suo grembo i fiumi e i mari, e non ne viene sommersa; e contiene tutti i viventi. E quei monti sembrano un frammento di rupe; ma quando esploriamo l'ampiezza loro, li troviamo alti e vasti; e vi allignano erbe e arbori; e augelli e quadrupedi vi fanno dimora; e vi si rinchiudono inesplorati tesori. E l'acqua, che da lungi miriamo, sembra poter colmare appena una lieve tazza; ma se scendiamo alla sua riva, non possiamo scandagliare la sua profondità; e nel suo seno vivono grosse testudini e cocodrilli e idre e pesci d'ogni forma; e vi nascono preziose gioie. » (Tciung Yung, XXVI, 9).

Ma per somma sventura della sua nazione, e, non esitiamo a dire, del genere umano, il venerabile Confucio, o per dare autorità alle sue dottrine, o per avvalorare l'autorità delle leggi, le immedesimò colle antiche costumanze, che poi non distinse dai sacri riti. - « Si può con una vera e sincera osservanza dei riti reggere un regno.» (Colloq., IV, 13).
E questa inviolabilità coperse in perpetuo tutte le vanità della vita profana, li augurii, i saluti, li inchini, i titoli, le parole, i gesti, le vestimenta, i pennacchi, i bottoni! E' prescritto nei libri rituali in quali modi, non altrimenti, e per quanti giorni, e non meno, né piú, debba il magistrato di tale o tal grado ritirarsi a piangere la morte de' suoi genitori; e dimorare nei luoghi ove sono i loro sepolcri; e in quali modi debba farne annua commemorazione nel sacrario domestico dedicato agli antenati.

Nulla dunque resta al libero e sincero affetto. I riti e le cerimonie essendo uniformi per tutte le persone del medesimo grado, mentre i sentimenti dell'animo variano secondo l'indole dei vivi e il merito dei morti, ciascuno è costretto dalla legge a dissimulare ciò che sente, a simulare ciò che non sente. I figli delle varie donne, che un concubinato legale ammette nella famiglia chinese, devono, giusta i riti, considerarsi tutti come figli della moglie grande, della matrona, come avrebbero detto i nostri Romani antichi; e perciò anche quelli che non sono i figli di lei, devono piangere piú lungamente la sua morte che non quella della vera loro madre.

Adunque tutti li atti publici e privati cadono sotto la giurisdizione del tribunale dei Riti (Li-pu); e quindi sotto quella del tribunale delle Pene (Hing-pu). Le gravi trasgressioni dei riti sono anche nei piú grandi personaggi punite col bastone, o coi tormenti, colla perdita dei pennacchi e bottoni d'onore, degli officii, dei beni, coll'esilio nei deserti, colla morte. Ognuno vive in continuo pericolo di cadere in fallo, in pena, in miseria; nessuna famiglia è sicura della sua fortuna. La trasgressione d'un inchino o di altra mera cerimonia, essendo pareggiata dalla legge a quella dei supremi doveri morali, ne viene gran confusione nella mente e nella coscienza dei popoli. Domina in tutta la nazione, come nelle nostre corti, una continua dissimulazione, coperta da una gentilezza affettata e compassata; al paragone della quale, i modi aperti e spontanei dei naviganti e trafficanti europei devono con molta ragione apparire al popolo chinese inculti e barbari.

Ma, per converso, questa cortigianesca e servile disciplina pesa piú sulle famiglie potenti che non su le umili e povere; e opprime con maggior ingombro di riguardi e di doveri la famiglia imperiale, ch'è soggetta ad un Consiglio di vigilanza (Tsong-iin-fa). L'imperatore medesimo soggiace alle impuni rimostranze dei censori (Tu-cia-yuan). Inoltre egli non può prendere alcuna risoluzione se non col consenso del Consiglio intimo (Ne-i-ko); né può emanare alcun comando se non per mezzo del Consiglio dei magnati (Kiun-hi-ta-cin). Le ordinanze di questi si diramano a sei tribunali: dei Riti, delle Pene, delle Leggi civili, della Guerra, delle Finanze, delle Opere pubbliche, e all'officio delle Provincie barbare e degli Affari esteri. E tutti questi magistrati non si prestano a far cosa che contravvenga ai riti, essendo poi essi soggetti ad altri censori (Luko). In questo labirinto ministeriale vanno ad affondarsi oscuramente le forze d'una nazione ingegnosa, studiosa, industre e ricca, che ha tanto numero quanto due volte l'Europa, e che trovò tutto da sé; e nulla imparò da popolo del mondo.

Tutto come in Occidente.

Infine, nessuno può divenir magistrato, o come noi sogliam dire, mandarino, se non consegui nelle stole il grado di dottore (tsinsse) o di licenziato (kin-jin). Alle scole presiede l'istituto degli Han-lin; i cui membri sono uomini distinti nelle lettere e nelle scienze, ovvero discendenti di Confucio e di Mencio; e sono rivestiti del secondo fra i nove gradi della decananza chinese. Questi gradi sono contradistinti con un ricamo quadrato che si porta sul dorso e sul petto, o con un bottone che si porta sul beretto officiale, e ch'è una gemma o un corallo o un cristallo d'uno o d'altro colore.

Il governo chinese, per nulla alterato in questi due secoli di dominio straniero e barbaro, fa sistema colle concordi costumanze delle famiglie, coi concordi insegnamenti delle stole, colla filosofia, colla poesia, colla musica, colla lingua, colla scrittura, cose tutte di cui non abbiamo qui spazio a parlare. Confucio è il ristauratore degli antichi e l'educatore dei posteri: egli rappresenta i venticinque secoli che lo seguirono, come i venticinque secoli che lo precorsero e tutti quelli in cui si celano senza memorie le origini della nazione e i primordi della sua civiltà.

La religione, nel sistema di Confucio, oltre all'onorare il cielo e la terra come esseri intelligenti e benefici, consiste in conservar le consuetudini e il culto degli antenati. Come i lari e i penati dei Romani, sono questi li Dei della famiglia, e quasi i soli Dei. Abitano presso i loro posteri; vegliano sulle loro sorti; sono felici di vederli memori di loro' e fedeli ai loro esempli e ai loro avviamenti. Quando uno muore, si dice che andò a raggiungere la famiglia; chi vive, si reputa come assente dal maggior numero de' suoi. Onde la morale dei vivi, quando non siano fedeli di Budda, non s'appoggia nel pensiero d'un luogo di pena o di premi per la vita futura; ma nell'amore e nel rispetto dei genitori, e nel timore di dover dopo morte udire le lagnanze loro e le riprensioni. E la teologia non si affatica a determinare li attributi d'alcuna persona divina; ma riconosce astrattamente una ragione celeste, una necessità causale, una via (tao), un essere impersonale, impassibile, senz' amore, senz'odio, che penetra nella mente degli uomini perfetti, amici dell'umanità e benefattori, sopratutto se sono re o ministri; e per mezzo dei loro insegnamenti, dei loro sentenziosi detti, delle osservanze da loro istituite o ristorate, e della pura ed esemplare loro vita, si spande nei popoli ed effettua in essi l'ordine celeste. La teologia s'immedesimò dunque colla politica, colla legislazione e colla filosofia; non ebbe dottrina sua propria, e distinta da quella dello Stato.

Unica fra tutte le nazioni civili, la China non ebbe altro sacerdote che il padre della gran famiglia e i suoi ministri; e ogni padre di famiglia fu sacerdote nel sacerdozio de' suoi antenati. I morti sono veramente li Dei della China primitiva.

Un mezzo secolo prima di Confucio, era nato Lao-tseu (A. C. 604). I suoi seguaci narrano, che fosse canuto fin dalla natività; e che, prima di nascere, avesse meditato nel seno di sua madre per 81 anni li 81 capitoli del suo libro. Si dice che peregrinasse presso i barbari occidentali (Si-fan); la sua dottrina era adunque forse una derivazione delle stole dei Bramini dell'India o dei Magi dell'Irania. Scrisse il Libro della ragione. La ragione (tao) è per lui la causa prima, eterna, assoluta, incorporea, indefinibile; è l'anima universale, da cui tutte le altre emanano, e a cui le anime dei migliori fan ritorno. In questo sistema, che si accosta alle altre teologie dell'Asia, la famiglia non è avvinta al culto degli antenati, e all'assidua loro vigilanza e custodia. I seguaci di questa dottrina (Tao-sse) fanno sètta piuttosto teologica che filosofica; attendono anche ai sortilegi ed all'astrologia; i confuciani li accusano di tendere all'abolizione di riti, al discioglimento dello Stato e ad un vano idealismo e misticismo.

Assai piú popolare divenne nella China l'antica setta di Budda o Fo, che staccatisi dallo stipite indiano, sei o sette secoli prima dell'èra nostra, dopo avere invano tentato una rivoluzione democratica contro le caste braminiche, perseguitata col ferro e col foco, si rifugiò nell'isola di Ceilan e nelle alpi del Tibeto; e di là pervenne nella China, verso i tempi che fu apportato in Occidente il Cristianesimo. Si propagò largamente presso tutti i popoli dipendenti dall'imperio chinese, o associati alla sua civiltà, come il Tibet, l'Annam e tutta l'India ulteriore, la Mogolia, la Manciuria, la Corea e le isole del Giapone. Si allargò molto anche nelle classi meno colte dei Chinesi; ha un sacerdozio numeroso, con gradi e dignità simili a quelle del papismo, e con innumerevoli conventi d'uomini e di donne. Le sue scole dirozzarono e mansuefecero i barbari del deserto.

Alcuni missionarii gesuiti, penetrando nella China, ove professavano d'essere geometri, astronomi e fonditori di cannoni, facevano colà sembiante d'essere ascritti alle congregazioni dei Buddisti, mentre in Europa vantavano che fossero nuove chiese cristiane da loro fondate con certi riti piú conformi all'indole di quei popoli. Da ciò nacque tra essi e i missionari capucini prima, e li inquisitori domenicani poi, il famoso processo dei riti chinesi; ebbe principio sotto papa Ludovisi (Gregorio XV), istitutore della Propaganda di Roma (1621-1623); durò circa un secolo, e terminò colla missione del cardinale Tournon alla China (1701) e colla sua morte in una prigione a Macao (1710), ov'era stato chiuso per maneggio de' Gesuiti. I quali infine vennero espulsi dal governo chinese, che aspiravano a governare.

Nella milizia, le due nazioni chinese e manciura vengono sempre contrapposte in modo di farsi reciproca soggezione; il che si risolve poi nel soppiantarsi a vicenda; e cosí un governo intruso è sempre debole. I soldati hanno, in luogo di stipendio, assegni di terre; attendono a coltivarle, e poco sanno della milizia; tranne quelli che stanno su le frontiere.
I mandarini militari sono sottomessi a studi e concorsi, ma di lettere piuttosto che d'arte militare; e sono poco stimati. I capitani delle bande di barbari Manciuri, introdotte dagli imperatori nella China a reprimere i popoli mal sodisfatti e tumultanti, ebbero l'accorgimento d'impadronirsi del governo, la cui debolezza non era per loro un secreto; e conformandosi alle instituzioni chinesi, si fecero tollerare dai popoli. Ma non pervennero mai a spegnere in essi la memoria dell'antico Stato. Se si aggiunge l'armamento antiquato e vieto, che in parte consiste ancora in archi e freccie; l'ignoranza delle scienze matematiche e fisiche degli Europei, e il continuo ondeggiare tra una servile imitazione e una gelosa diffidenza degli stranieri; si vede come il piú popoloso imperio della terra, in preda a un governo inetto, non abbia saputo difendersi né, dagli stranieri né dai ribelli.

Dopo le guerre con gli Europei, cominciò nelle provincie marittime della China, e principalmente nelle montagne del Fo-kien, una grande emigrazione d'operai e d'agricoltori verso la California, le Antille, l'Australia, la Malesia. Pare che i Chinesi meridionali, per il loro temperamento, la sobrietà, la indefessa diligenza e la sagacia, siano i soli uomini del mondo che possano fondar colonie d'agricoltori liberi nella zona torrida. La concorrenza loro farà si che la infame schiavitú dei Negri rimanga abolita in forza di quel medesimo interesse che l'ha fin qui promossa. Pare perciò che la stirpe chinese, ch'é già la piú numerosa di tutte le stirpi umane, sia predestinata a popolare altre vaste regioni e fondar nuovi Stati; del che devono ben esser contenti li amici dell'umanità.

La letteratura chinese è d'una ricchezza, che parrà incredibile a chi non pensi ch'è l'opera continua d'una numerosa nazione, la coi civiltà, nel corso di cinquanta secoli, non ebbe alcuna di quelle lunghe e profonde interruzioni che afflissero l'Italia e la Grecia, e spensero interamente i Fenici e li Egizi. Il dotto sinista Pauthier dice, che la gran collezione d'opere scelte, fatta cominciare nel secolo scorso (1773) dall'imperatore Kien Long, contava già nel 1818 quasi ottantamila volumi! E se ne aspettavano altri centomila (Encyct. Nouv., Vol. 111, p. 537).

Oltre alle opere grammaticali, morali, istoriche, la letteratura chinese ha drammi, romanzi, novelle, vite e viaggi. Molte opere hanno forma d'enciclopedie e dizionari, con grandissimo numero di volumi. Molte opere riguardano i Giapponesi, i Tibetani, i Turchi aborigeni e altri popoli; alcune sono tradotte dal sanscrito e da altre lingue; Kien Long fece stampare nel suo palazzo una cronologia, desunta dai documenti. La geografia officiale (Tai Thsing, ce.), una copia della quale adorna la gran biblioteca di Parigi, ha più di trecento volumi.

I conoscitori delle lettere chinesi le accusano di servile imitazione e uniformità, forse perché i piú liberi pensatori, essendo esclusi dal circolo degli studi officiali rimasero facilmente ignorati. Ma noi non possiamo dubitare che siano in gran numero; dacché leggiamo le amare lagnanze che, già prima dell'era nostra, ne muoveva Mengtseo. - «Li scienziati d'ogni provincia professano massime discordi e stravaganti. Le dottrine dei settarii Yang e Mè riempiono l'imperlo!... La setta di Yang riferisce ogni cosa a sé; e non riconosce i regnanti. La setta di Mè, ama confusamente tutti e non riconosce le parentele... Io, paventando i progressi che fanno queste dannose dottrine, difendo la scienza degli uomini santi del tempo antico. lo combatto Yang e Mè; ripudio le loro massime pervertitrici» (VI, 9).

Tutto come in Occidente!

L'imperio chinese deve essere stato istituito a principio da una setta di filosofi, come altri imperi furono istituiti da sètte di teologi, o da squadre di conquistatori. La China, fin da' suoi primi secoli, è una grande scola, alla quale partecipa tutta la nazione.
Per effetto di ciò, ai Chinesi, come per effetto d'altre cagioni a tutte le genti asiatiche anche piú civili, manca il genio della libertà. Ed è perciò che i liberi Greci, nonostante la magnificenza del vivere e lo splendore delle arti, chiamavano barbara l'Asia. Prevalse sempre in tutto l'Oriente la smania di prescrivere e definire ogni atto della vita e ogni pensiero della mente, mentre l'Europa, e nella barbarie e nella cultura, aspirò sempre all'uso libero e indefinito della ragione e della volontà.

Ma li scrittori, anziché spiegar questo fatto, lo ignorarono, lo negarono; dissero che l'Asia era il campo dell'indefinito!

La China ebbe molte guerre civili, e fughe e uccisioni di regnanti; ma le ribellioni furono solamente castigo ai principi malvagi, non furono occasione ai popoli di far valere i loro diritti. In compenso, dominò sempre nella China l'idea dell'eguaglianza degli uomini, ignota alle caste dell'India, negata sempre, anche al cospetto dell'evangelio, in Europa.

La China non ebbe mai caste; li alti officii, appunto come in una grande scola, si riputarono dovuti al merito, e sopratutto alla dottrina; non alla violenza, né alla ricchezza, né all'eredità, e nemmeno al voto sovente cieco della moltitudine.

In China, nemmeno ne' piú remoti secoli, vediamo vestigia d'antropofagia, né di sacrifici umani, né di auti-da-fe. Nella China primitiva non vediamo l'idolatria, che regna in India, in Egitto, in Fenicia, in Babilonia, in Grecia, in Italia. Vediamo tolleranza dei culti stranieri (buddisti, ebraici, musulmani), se non in quanto coprissero ambizioni straniere.
Nel gesuita, i Chinesi espulsero il facendiero, non il sacerdote.

La China non separò mai la fede dalla ragione. Essa incivilì le nazioni finitime; fu loro benefica, non malefica. Se una famiglia di regnanti perseguitò la filosofia; un'altra la ripose in seggio; le decretò divini onori. Mentre la civiltà europea s'inizia coi misteri di Samotracia e d'Eleusi, col secreto di Pitagora, coll'antro della Ninfa Egeria, colle fosche selve dei Druidi, la scienza chinese non ebbe mai arcani: « Voi discepoli miei tutti quanti, diceva Confucio, credete forse ch'io abbia per voi dottrine occulte? Io non ho dottrine occulte per voi. » (Colloq., VI, 23).

Mentre noi siamo giunti al libero insegnamento popolare a forza di sanguinose rivoluzioni, e sulla ruina della feudalità prelatizia e baronale, l'arte di scrivere, ignota ai tempi d'Omero, e tornata nel medio evo ad essere un privilegio e quasi un secreto, fu sempre commune nella China a tutto il popolo, benché fosse nata colà sotto forme immensamente più difficili. Leggiamo nella prefazione di Tciu-hi al Grande Studio:
« Dopo la fine delle tre prime dinastie, le istituzioni ch'esse avevano fondate, si propagarono gradatamente. E cosí avvenne che nei palazzi dei re, come nelle città grandi, ed anche nelle minori ville, non vi era luogo ove non s'attendesse agli studi. Quando li adolescenti avevano tocco li otto anni di età, fossero figli di re o di principi o di plebei, andavano tutti allo Studio minore (Sao hio)... Si insegnavano loro anche li usi del mondo, i riti, la musica, l'arte dell'arciero e dell'auriga, lo scrivere, il computare. Quando avevano tocco i quindici anni, allora tutti, dall'erede dell'imperio e dagli altri figli dell'imperatore sino ai figli dei principi, dei ministri, dei governatori, dei letterati, e
a quanti figli del popolo primeggiavano per ingegno, andavano allo Studio maggiore (Ta
hio), ove s'insegnava loro il modo di penetrare i principii delle cose, rettificare i moti dell'animo, emendarsi, perfezionarsi e regolare li altri uomini.»


Queste istituzioni fiorirono presso i Chinesi fin dai tempi d'Omero! Se essi le conservano ancora oggidí, non v'è ragione per chiamarli immobili; poiché d'allora in poi trovarono molte altre cose, che noi imparammo da loro.
Ma il sistema chinese, come tutti i sistemi d'idee che non si trovano in contatto intimo con altri sistemi, poté bene svilupparsi e propagarsi; non poté emanciparsi dal suo principio. I sistemi sono come le piante, la cui vegetazione è sempre quale primamente uscì dal germe; né muta aspetto se non per innesto d'altra pianta. La permanenza dei suo principio non tolse però al sistema chinese un proporzionato sviluppo dello spirito inventivo; onde generò da sé solo continuomente e perennemente arti e studi. Non gli tolse lo spirito espansivo; onde abbracciò nella China e nelle regioni vicine uno spazio di quattro milioni di miglio e cinquecento milioni d'uomini. Nessun altro sistema teologico o militare giunse mai a tanto.

Noi vediamo presso i Chinesi molte idee antiche d'economia publica, di sanità, e di beneficenza. Il lavoro è onorato e promosso, non vituperato, come nei servi della gleba dei feudi europei, o nei Negri delle nostre colonie. Il lavoro con opportune istituzioni, antiche nella China, nate ieri in Europa, viene accomodato ai ciechi, ai vecchi derelitti.

Mencio oltrepassa i nostri economisti, che vedono in un uomo solamente un paio di braccia; egli vede nello studio una forzo produttivo equivalente alla fatica. Egli dice:
"Li uni lavorano colla mente, li altri colle broccia. » (V. 4).
Nell'Esprit des Lois, il vecchio Montesquieu fa dire ad uno degli imperatori Thang: « I nostri padri pensavano che per ogni uomo che non zoppo, e per ogni donna che non fila, qualcuno nell'imperio deve patire lo fame e il freddo; e perciò fece chiudere molti conventi di Bonzi » (Esprit des Lois, VII, 6). Codesti bonzi sono i frati del Buddismo.

Chi reputa immobile lo China, se consulterà le istorie, la vedrà in agitazione continuo. Lo vedrà dissodare primieramente un vasto territorio, arginare fiumi, scavar canali, diffondere lungo le mille volli dei due fiumi colonie d'agricoltori, città innumerevoli; assorbire le tribú barbare dei monti; abbracciar tutti i suoi popoli in una solo civiltà col vincolo di una solo lingua; inventar leggi, arti e scritture; e tutto ciò, quando l'Europa stavo pertinacemente selvaggia e impotente.

Poi scomporsi in piú regni federati; e in quella comparativa libertà, svolgere popolari e varie filosofie; poi rannodarsi, oro in un imperio, oro in due, il Catai e il Mangi di Marco Polo: soffrir come l'Italia due volte la conquista dei barbari; la prima volta cacciarli; la prima e la seconda ammansirli e aggregarli alla sua civiltà. Intonto un assiduo lavoro mentale propagava da una porte lo filosofia socratica di Confucio, lo filosofia astratta di Lao Tseo, la metafisica in veste teologica dei Buddisti; infine in pochi anni, sotto i nostri occhi, trasse dalla lettura della Bibbia il fornite d'una nuova rivoluzione.

Herder negò ai Chinesi il genio inventivo e progressivo: - « Questa progenie mongolica, anche durando migliaia d'anni, non poteva, per qualsiasi istituzione artificiale, smentir mai la sua natura. - Essa ha dato quanto l'organizzazione poteva dare; e altro non si può da essa pretendere. »

Noi pensiamo: se quando Carlomagno sottomise la barbara Sassonia alla civiltà latina, alcun Romano o Bizantino avesse sentenziato che quella stirpe semigotica non poteva, per qualsiasi istituzione artificiale, smentir mai la sua natura; e ch'essa aveva dato quanto poteva dare: un tale oracolo si troverebbe smentito anche solo dal fatto dell'apparizione in Germania dello stesso Herder.

E' piú da filosofo il credere che i riti e le cerimonie e le altre istituzioni artificiali repressero nei Chinesi la forza geniale e spontanea. In istoria naturale e in etnografia, i Chinesi, per il loro aspetto, poterono venir classificati coi Mongoli, come gli Ostrogoti con gli Ateniesi; ma per questo non si può indurre una necessaria, indelebile, eterna confomità tra le idee dei Chinesi e dei Tartari, degli Ateniesi e degli Ostrogoti. Prova ne sia la lingua, forse per effetto del precoce uso della scrittura, rimasta monosillaba presso i Chinesi, quando ebbe largo e libero tempo di svolgersi e divenir polisillaba presso i Mongoli.

E cosí pure la vita nomade dei Mogoli, e l'indole sedentaria dei Chinesi, e il nessun amore di questi per la pastorizia, e la possibilità che presso di questi l'agricoltura sia precorsa alla pastorizia, come presso i Messicani, o le sia stata meramente accessoria, come presso i Peruviani.

Gli ultimi eventi tendono a introdurre, per forza d'armi e di commercio, nuovi principii nel sistema chinese, e ad aprir nuovi campi alla sua forza espansiva. Nelle nostre colonie i Chinesi si vanno mescolando principalmente colla libera stirpe anglobritannica. Non è possibile che questa non le comunichi le sue idee dominanti; e sono appunto quelle che mancano al sistema chinese. Esse tendono: - a sciogliere le famiglie dai riti antichi, dall'eccessiva autorità paterna, dalla poligamia dei grandi, che avvilisce la donna e soffoca nel seno delle madri i generosi sentimenti dei figli; - a istituire la proprietà intera, e libera, non avvinta a concessione di principe; - a fondare comunità, municipi e altre società deliberanti; a riformare un sistema di scrittura che, oltre a isolar la nazione, le fa consumare nelle scole un tesoro inapprezzabile di tempo e di fatica; - a spalancarle i confini dell'antico suo mondo; - ad iniziarla nella nuova scienza sperimentale, questa grande rivelazione moderna, tanto consona alla filosofia di Confucio, ch'è la dottrina della ragione e della perfettibilità.

Le "istorie universali" che, come quelle del Bossuet e del Leo e d'altri parecchi, non tengono nessun conto di questa grandissima e degnissima parte del genere umano, meglio si direbbero "storie parziali". Il Petavio, benché gesuita, fa menzione una sola volta di questo popolo, a proposito del processo dei riti chinesi (Rationarium temporum, Append. X).

Tutto come in Oriente! Siamo Chinesi a nostro modo anche noi ! "

Carlo Cattaneo 1860

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BIOGRAFIA DI CARLO CATTANEO

Nacque il 15 giugno 1801 in Milano e morì il 6 febbraio 1869 in Castagnola, presso Lugano. 

Studioso di problemi economici, sociali, discepolo di Gian Domenico Romagnosi, ispirò la sua attività al proposito di promuovere gradualmente, attraverso il progresso scientifico, l'evoluzione politica dell'Italia. Così egli si adoperò assiduamente per realizzare un miglioramento delle condizioni economiche e sociali del Lombardo-Veneto al fine di assicurarne l'autonomia in seno all'Impero asburgico. 

Un analogo processo di sviluppo politico nelle altre parti d'Italia avrebbe dovuto condurre, infine, alla formazione di una federazione italiana indipendente.

Di formazione e di cultura positivista, nutrì un'assoluta fiducia nel progresso tecnico-scientifico come mezzo di elevazione materiale e morale dei popoli. Lasciò numerosi scritti, spesso frammentari. Le opere più famose sono Notizie naturali e civili su la Lombardia (1844) e Dell'insurrezione di Milano nel 1848 e della successiva guerra (1849)
(che riportiamo qui in originale, integralmente digitalizzato)

La vicenda pubblica di Cattaneo comincia nel 1820 quando fu nominato professore di grammatica latina e poi di umanità nel ginnasio comunale Santa Marta. Seguiva ogni tanto la scuola privata di Gian Domenico Romagnosi e si laureò in diritto presso l'Università di Pavia nel 1824. Nel 1835 lasciò l'insegnamento (e si sposò); da quel momento svolse l'attività di scrittore, occupandosi di ferrovie, di bonifiche, di dazi, di commerci, di agricoltura, di finanze, di opere pubbliche, di beneficenza, di questioni penitenziarie, di geografia, ecc., insinuando tra questi argomenti anche qualcuno di quelli che "hanno viscere", com'egli diceva, di letteratura ed arte, di linguistica e di storia, di filosofia. Richiesto nel 1837 dal governo britannico, scrisse sulla politica inglese in India e sui sistemi di irrigazione applicabili all'Irlanda.

La sua attività di pubblicista cominciò ben presto a procurargli dei problemi con il governo austriaco di Milano. Lui che s'era tenuto estraneo a sette e congiure e che aveva cercato con la sua opera di accrescere il prestigio e il decoro e di elevare nell'animo dei cittadini la coscienza dei loro diritti, si trovò, in breve, a causa della sua idea di conquista graduale di riforme politiche e civili che ridessero al Lombardo-Veneto l'indipendenza, ad essere bersaglio della diffidenza dell'Austria.

In verità Cattaneo, oltre ad aver serratamente criticato il programma di Gioberti, non fu contrario a lasciare l'Austria nel Lombardo-Veneto, a patto che concedesse riforme liberali. L'obbiettivo principale del suo programma - che precisò meglio solo dopo il 1848 - era la fondazione di tante repubbliche da unire in una Federazione. Non era favorevole, a differenza di Mazzini, ad una Repubblica unitaria; temeva che l'accentramento avrebbe sacrificato l'autonomia dei Comuni, delle regioni e delle zone più povere, soprattutto il Mezzogiorno.

Il raggiungimento di una vera libertà e di una reale indipendenza era possibile, secondo lo storico ed economista milanese, solo attraverso l'educazione delle masse lavoratrici e l'eliminazione delle grandi ingiustizie sociali, delle troppo marcate differenze tra ricchi e poveri. Al problema politico Cattaneo abbinava cioè anche la questione sociale.

Il dibattito si allargava coinvolgendo nuovi gruppi, più vasti settori di opinione pubblica: solo nel 1848, tuttavia, fu possibile fare il primo decisivo passo avanti sulla via dell'unità e dell'indipendenza. Le Cinque Giornate trovarono in lui un leader naturale: nei tre giorni dal 19 al 21, Cattaneo fu Capo del Consiglio di guerra, non mercanteggiando con nessuno ma teso solamente alla vittoria. Il suo motto era "A guerra vinta". Prevalsi però gli avversari politici, angosciato per gli eventi, lasciò Milano nell'agosto di quell'anno e si recò a Parigi.

Nel 1859, pur lieto della guerra, non volle, tenacemente fermo nelle sue idee federali, partecipare al nuovo ordine economico delle cose e tornò a Milano il 25 agosto esclusivamente per parlare di filosofia. Sul finire di quell'anno fece risorgere il Politecnico, un importante strumento utilizzato come "difensore" d'ogni progresso materiale e morale del paese; lo lascerà nel 1864.

Nel 1860 fu a Napoli con Garibaldi, ma se ne allontanò quando vide la impossibilità di imporre la soluzione federalista. Eletto più volte deputato, non andò in Parlamento per non prestare giuramento alla corona.

Eletto deputato a Sarnico, Cremona, e nel V collegio di Milano, optò per questo ma non entrò mai in Parlamento, non volendo prestare giuramento contro la sua fede repubblicana. Abbandonò anche, nel 1865, con atto di fiera onestà, la cattedra di filosofia al liceo di Lugano, unica sua risorsa economica. Nel marzo del 1867 fu rieletto deputato a Massafra e al I collegio di Milano: optò per la città natale, fu più volte al Parlamento di Firenze, ma non seppe mai piegarsi ad un giuramento formale.


un'altra pagina su CARLO CATTANEO di Alessandro Frigerio

UN PADRE DELLA PATRIA
Federalista, liberale tutto d'un pezzo, è stato la coscienza critica del Risorgimento

CARLO CATTANEO,
L'ANTI-ITALIANO

A duecento anni dalla nascita, Carlo Cattaneo ha riconquistato un posto d'onore tra i fondatori dell'Italia. Mostre, ristampe e dibattiti ne propongono la figura di studioso e pensatore, di liberale individualista e di intellettuale multidisciplinare, attento più allo sviluppo culturale e civile degli italiani che alla lotta politica in cui a suo tempo, di sfuggita, si trovò ad essere coinvolto.

Destino curioso quello della sua eredità recente. Lodato come intransigente federalista "lumbard" quando un decennio fa si iniziò a dibattere di decentramento e autonomia amministrativa, oggi Cattaneo viene presentato come un moderno professionista del progresso. Deideologizzata e razionale, la sua figura appare come la più indicata per riempire di contenuti, dopo le utopie e gli estremismi del Novecento, il secolo che si è appena iniziato a frequentare.

Coscienza critica del Risorgimento, Cattaneo come al solito, si presta volentieri a questa nuova lettura, perché in fondo è la complessità della sua stessa biografia a farne un personaggio singolare. Nato a Milano nel 1801 da famiglia della media borghesia, da ragazzo studiò al seminario perché il padre, che era orefice, ne voleva fare un prete. La vocazione non arrivò mai. Anzi, come riferirono gli amici, fu sempre "cercatissimo dal bel sesso". Si formò, quindi, seguendo i corsi di diritto tenuti da Gian Domenico Romagnosi e giovanissimo conquistò una cattedra di grammatica latina al ginnasio. Nel 1824 si laureò in diritto (o meglio, "Dottore in Ambe le Leggi") nell'allora "facoltà politico-legale" di Pavia. Nel 1832 cominciò a pubblicare sugli Annali Universali di Statistica.

Nel 1835 lasciò l'insegnamento, si sposò con una ragazza anglo-irlandese, Anna Woodcock, e da quel momento iniziò a dedicarsi all'attività pubblicistica, occupandosi di ferrovie, bonifiche, dazi, commerci, agricoltura, finanze, opere pubbliche, beneficenza, legislazione e geografia, senza disdegnare puntate nell'ambito della letteratura, della storia, della filosofia, della linguistica e dell'arte. È del 1839 la fondazione, con un ristretto gruppo di amici, de Il Politecnico, cui dedicherà le sue migliori energie al fine di farne il riferimento per il progresso tecnico e civile della borghesia del Lombardo-Veneto.

Fino al 1848 di politica ne fece poca o punto, anche perché, sulla scia del Romagnosi, sosteneva che prima di farla, bisogna costruire la coscienza degli uomini che poi saranno destinati ad occuparsene. Dopo le Cinque Giornate di Milano, che lo videro schierarsi con gli insorti nel Consiglio di guerra, riparò in Svizzera, a Castagnole, presso Lugano, da dove avrebbe assistito ai successivi sviluppi del 1859. Fece ritorno brevemente in Italia dopo l'Unità, fu eletto deputato, ma, causticamente ostile allo stato centralizzato dei Savoia, e profondamente deluso per la mancata applicazione dei suoi ideali federalisti, rientrò in Svizzera dove morì, nel 1869, in austero e volontario esilio.

Il credo federalista ha caratterizzato tutta l'esistenza di Cattaneo. Il federalismo era una tendenza per lui così naturale sulla via dell'incivilimento che non necessitava di ulteriori evidenze. "L'Italia - scriveva nel 1850 ad un amico - è fisicamente e istoricamente federale". Di più, la questione federale "è la questione del secolo; è per la prima volta al mondo una questione di tutto il genere umano: o l'ideale asiatico, o l'ideale americano: aut aut". Dove per ideale asiatico si intendeva il vecchio centralismo amministrativo, dispotico e assi poco liberale, e per quello americano il nuovo orizzonte della federazione e della libertà.

Cattaneo giustificava la necessità di un'ampia autonomia amministrativa nel nome supremo della libertà. "I molteplici consigli legislativi, e i loro consensi e dissensi, e i poteri amministrativi di molte e varie origini, sono condizioni necessarie di libertà. [Al contrario] quando ingenti forze e ingenti ricchezze e onoranze stanno raccolte in pugno di un'autorità centrale, è troppo facile costruire o acquistare la maggioranza d'un unico parlamento: la libertà non è più che un nome; tutto si fa come tra padrone e servi". E poi, con saggezza quasi popolare, aggiungeva: "Meglio vivere amici in dieci case che discordi in una sola".

A differenza di Mazzini, Cattaneo riteneva che federalismo e repubblicanesimo dovessero marciare di pari passo, proprio come negli Stati Uniti. Tante piccole repubbliche avrebbero dovuto costituire l'ossatura di una più grande e forte repubblica federativa. "Quanto meno grandi e meno ambiziose saranno in tal modo le repubblichette - scriveva nel 1850 -, tanto più saldo e forte sarà il repubblicone, foss'egli pur vasto, non solo quanto l'Italia, ma quanto la immensa America". "Uomini frivoli - aggiungeva pochi anni dopo, polemizzando vigorosamente con moderati e neoguelfi - dimentichi della piccolezza degli interessi che li fanno parlare, credono valga per tutta confutazione del principio federale andar ripetendo che è il sistema delle vecchie repubblichette. Risponderemo ridendo, e additando loro al di là d'un Oceano l'immensa America, e al di là d'altro Oceano il vessillo stellato sventolante nei porti del Giappone".

A far fallire i suoi progetti contribuì forse anche il suo atteggiamento duro e irremovibile, contrario ad ogni compromesso. Carattere aspro e intransigente, Cattaneo, del resto, non le mandava a dire a nessuno. E litigava spesso, e con tutti. Per colpa di una naturale indisposizione al compromesso la sua vita è costellata da dimissioni da cariche pubbliche o istituzionali, dall'abbandono di cattedre di insegnamento, da contese e litigi con gli stampatori delle sue numerosissime opere (per dissapori con l'editore non esitò ad abbandonare anche la sua creatura più famosa, Il Politecnico). In breve, un personaggio a dir poco intrattabile, testardo nella vita di tutti i giorni così come quando si trovò a ragionare di politica.

Ma il carattere, in fondo, è solo la cornice di un uomo la cui singolarità apparve subito evidente nelle vicende preunitarie in cui venne coinvolto. A partire dalle Cinque Giornate milanesi del '48, che gli valsero, in modo del tutto involontario, l'assunzione nel Gotha dei Padri del Risorgimento. Cattaneo, infatti, nonostante avesse giudicato rischiosa l'insurrezione, e con i suoi abituali modi bruschi avesse mandato a dire che "quando la ragazzaglia scende in piazza, le persone serie stanno a casa", alla fine accettò di guidare la rivolta. Ma lo fece più che altro per amore verso la sua città, e soprattutto per impedire che a Milano arrivasse Carlo Alberto, e con lui il gretto centralismo rappresentato allora da casa Savoia. Per tale atteggiamento il podestà Casati, che lo aveva voluto nel Consiglio, lo definì "una canaglia"; dal canto suo Cattaneo qualificò Casati come "un ciambellano pronto a farsi in due per servire contemporaneamente la Corte di Vienna e quella di Torino".
Del resto, la monarchia, e di riflesso il papato, erano per Cattaneo le due istituzioni che maggiormente si opponevano al progresso della società e dei ceti medi cittadini. "Dove sta dunque - si chiedeva Cattaneo nel 1850 - la forza della nazione italiana? Sta dove è sempre stata. Il popolo delle sue città, senza alcuna scienza di guerra, è più forte che gli eserciti dei suoi monarchi. La monarchia in Italia è una pianta esotica e debole, è una cosa contro natura. Il papato che oggi civetta con la libertà e domani chiama tutti i curati d'Europa ad assistere i suoi sgherri, il papato è il secreto della debolezza d'Italia".

Quando però rivendicava la superiorità del "popolo delle città", Cattaneo non pensava alle masse diseredate del quarto stato. La sua era una concezione schiettamente premarxista. Il popolo era perciò un'entità concettuale che inglobava ceti e classi diverse mosse da un unico fine politico o storico. La lotta di classe non esisteva nell'orizzonte politico cattaneano. Il suo atteggiamento davanti al formarsi della classe operaia era quello paternalistico dell'epoca. Capitale e lavoro dovevano armonizzarsi, magari con l'aiuto di opere caritatevoli o con la costituzione di società operaie di mutuo soccorso. "Il vero progresso - scriveva nel 1854 - non mira a precipitare nel fango le sommità sociali, ma bensì a redimere dal fango, e sollevare ai godimenti della proprietà, dell'intelligenza, dell'onore, quelle condizioni che ne erano ancora diseredate".

L'ottimismo del suo pensiero liberale non prevedeva lo scontro di classe, anche perché il nerbo del popolo era per lui costituito dalla borghesia cittadina, cuore di un incivilimento che affondava le sue radici nell'Italia dei liberi Comuni. È borghese, scriveva, chi persegue "la libertà negli studi, nei commerci", colui che pratica i principi del liberismo economico e la dottrina liberale nella pratica della propria attività lavorativa e a livello politico, in una corsa verso il progresso e l'incivilimento.

Non a caso Cattaneo è stato definito, se non il leader politico, lo storico e l'ideologo della borghesia italiana, il teorico delle élite di governo. Scriveva nel 1854, in un saggio sulla storia d'Italia, a proposito dell'età comunale: "Dall'Italia partì l'impulso per quella eroica rivoluzione comunale da cui ebbe principio il mondo moderno. L'Italia può quindi chiamarsi la culla della borghesia, e pare a noi che solo considerata sotto questo aspetto la storia italiana possa acquistare un carattere razionale".

Ma sarebbe sbagliato vedere in lui anche un artefice dell'idea nazionale italiana. "Cattaneo - ha scritto Indro Montanelli - non sentiva la 'nazione' e odiava il Piemonte, per il suo regime accentrato e statalista, più dell'Austria che nazione non era. […] All'Italia Cattaneo non pensava affatto. Il suo sogno non era l'unità nazionale, ma un Commonwealth mitteleuropeo a guida austriaca, in cui il Lombardo-Veneto prendesse il suo posto come Land dotato di ampia autonomia. Tant'è vero che quando gl'insorti gli proposero come testata del loro giornale (che non fece in tempo ad uscire) L'Italiano, lui la cambiò ne Il Cisalpino. Cattaneo non accettò mai l'Italia qual era e quale non poteva non essere, visto il modo in cui si era fatta".

La borghesia in cui tanto credeva fu forse la prima a tradirlo. Quando nel '48 le masse fecero la comparsa sul palcoscenico della storia, il ceto medio, intimorito da possibili svolte rivoluzionarie, scelse la via dell'unità per il tramite dell'esercito e della diplomazia sabaude. La classe borghese non colse l'opportunità di guidare il popolo in un Risorgimento dal basso e alla fine l'Italia fu fatta all'ombra dei Savoia e grazie a Cavour, che del connubio tra borghesia cittadina e monarchia fu il vero tessitore.

Si comprende così anche il motivo di un'altra singolarità del personaggio Cattaneo, cioè il suo netto rifiuto a prendere parte agli avvenimenti che tra il 1859 e il 1861 portarono all'unità del paese, e a prendere invece posizione contro i suoi padri. Già in passato, a proposito di Carlo Alberto, indeciso e assai poco convinto artefice della prima guerra d'indipendenza, aveva scritto che si era apprestato a firmare lo Statuto, "in cui gli adulatori dell'Opinione e del Risorgimento raffigurarono poi le tracce di diciotto anni di sapienza e di meditazione […] come altri si sarebbe preparato alla morte". Ma gli strali maggiori si appuntarono, ingiustamente, su Mazzini e Cavour. Sul primo perché nel nome dell'unità nazionale, e per sete di protagonismo, accettò di annacquare il suo repubblicanesimo e di turarsi il naso di fronte alla monarchia ("Mazzini ha sempre saputo mettersi sull'altare. Ha il merito della probità, della perseveranza, e del sapersi sedere sulla prima scranna. Ma non sa variare. È una predica continua"). Su Cavour perché lo considerava solo un faccendiere di Vittorio Emanuele. Cattaneo etichetterà impietosamente con la definizione di "teatro" le sottili trame politiche e diplomatiche tessute dallo statista piemontese, e qualificherà come un "castello di carte" la sua opera complessiva.

Il fatto è che l'atteggiamento del Cattaneo nei confronti del fare politica fu sempre quello, un po' moraleggiante, del disgusto e del rifiuto. In tempi più recenti lo si sarebbe forse definito un "qualunquista". "La politica - scriveva - è puro odio e lotta perpetua", un misto riprovevole di corruzione, falsità, ambiguità e continui compromessi con le proprie idee. Cattaneo, ha notato acutamente lo storico Umberto Puccio, ha un'idea "ancora settecentesca di quello che dovrebbe essere la politica: egli la considera come una scienza e nel politico vede lo scienziato, l'esperto, il tecnico dell'amministrazione. I partiti politici sono per lui fazioni, congreghe radunate intorno a interessi particolari, egoistici, settoriali. Compito dell'uomo politico dovrebbe essere invece quello non di porsi all'interno di questo contrasto di interessi, facendosi portavoce degli uni contro gli altri, ma, ponendosi all'esterno di esso, di mediarli dall'alto, forte della sua scienza e della verità di essa, forte del diritto e della legge".

Si spiega così il suo successivo rifiuto per la politica italiana anche una volta raggiunta l'unità. Il suo atteggiamento pedagogico, il suo intellettualismo esasperato non gli consentirono di trovare una mediazione con l'arte, talvolta rozza e poco gratificante, del mestiere di governo. "Hanno voluto fare un'Italia politica - scrisse nel 1860. Dovevano [invece] lasciare ad ogni paese liberato la sua assemblea". Il sogno federale di stampo americano e svizzero si era infranto contro lo scoglio dell'ideale asiatico. L'Italia nasce senza, ed anzi contro di lui, come ha scritto lo storico Giorgio Rumi con un'efficace sintesi che ci piace riportare a mo' di conclusione. "Nasce unitaria e monarchica, con un grosso esercito erede della tradizione sabauda, opposto al sistema delle milizie che Cattaneo aveva ipotizzato. Nasce, necessariamente, centralizzata, perché il self government (a tacer del cantonalismo) è rinviato sine die, visto che le Calabrie non sono il Kent e Girgenti non è Appenzell. La congrega patrizia ha vinto, Cattaneo resta ancora e sempre un uomo contro, coerente al suo federalismo individuale per cui ciascuno in definitiva risponde delle sue azioni e delle sue scelte, critico dell'Italia reale, fedele agli studi che non tradiscono, privo di cristiana speranza. Attorno, ha i monti e le acque della sua Lombardia che tanto bene conosce e che vorrebbe diversa da quella che irreparabilmente intravede diventare".


ALESSANDRO FRIGERIO
Bibliografia
* Carlo Cattaneo, una biografia, di G. Armani - Ed. Garzanti 1997
* Cattaneo, un federalista per gl'italiani, di R. Bracalini - Ed. Mondadori , 1995
* Carlo Cattaneo e il "Politecnico", di AA. VV - Ed. Angeli 1993
* L'altro Risorgimento. L'ultimo Cattaneo tra Italia e Svizzera, di C. Moos - Ed. Angeli 1992
* Introduzione a Cattaneo, di U. Puccio - Ed. Einaudi 1977

Questa pagina
(e solo per Storiologia)
è stata offerta da Franco Gianola
direttore di http://www.storiain.net

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In altre pagine, sempre di Carlo Cattaneo riportiamo "L'insurrezione di Milano 1848 " ("Le 5 giornate" ecc.)
E in altre pagine "Psicologia delle menti associate".


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