POLITICA

ASCESA E DECLINO DELL'EUROCOMUNISMO 
CAUSE ENDOGENE ED ESOGENE DEL FENOMENO

 MAURO BRUSCAGIN - Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano . Facoltà di Scienze Politiche  
Tesi di Laurea in Scienze Politiche - Relatore: Ch.mo Prof. Scipione Riccardo Maria Novelli

Introduzione


La ricerca ha come oggetto l’ Eurocomunismo, ovvero quel particolare ’dislocamento’ ideologico e politico che ha interessato i partiti comunisti italiano, spagnolo e francese nella seconda metà degli anni ’70.

La tesi è relativa allo studio della evoluzione dei tre partiti sotto diversi aspetti, a cominciare da quello storico-ideologico, per proseguire con quello politico nazionale e per concludersi con il profilo politico internazionale. Vengono messe in evidenza le differenze storiche e culturali dei tre partiti comunisti mediterranei, il loro diverso approccio nei rapporti con l’U.R.S.S. e con il movimento comunista internazionale e il loro grado di inserimento nelle rispettive società politiche.

Durante la fase politica dell’Eurocomunismo questi partiti, pur in modi differenti tra di loro, si sono posti l’obiettivo di edificare nei rispettivi Paesi un tipo di società socialista molto distante da quelle costruite fino ad allora, ed in particolare fortemente dissimile dal modello sovietico. Con questo nuovo tipo di società gli eurocomunisti avrebbero voluto coniugare il socialismo con le grandi conquiste democratiche del mondo occidentale.

Obiettivo di questo lavoro è dimostrare che la ragione principale per la quale l’Eurocomunismo ha fallito nel suo progetto è stata l’eccessiva differenza di impostazione ideologica fra i tre partiti, fatto che ha reso molto precaria la loro unità di intenti nei momenti decisivi. In particolare, ritengo che la causa principale della debolezza del progetto eurocomunista sia stata la troppo approssimativa svolta liberale portata avanti dal P.C.F., troppo improvvisa e, quindi, non ben valutata in tutte le sue possibili conseguenze. Considerata la forza e la rilevanza che ancora conservava il partito francese negli anni ’70, questa sua approssimazione politica e ideologica ha determinato, fin da subito, un forte limite alla compattezza del fronte eurocomunista.
Gli strumenti bibliografici utilizzati in questa ricerca sono stati essenzialmente testi di politologi e di giornalisti politici italiani e stranieri, riviste di scienza politica, pubblicazioni dei partiti e interventi di leader politici.

INDICE ARGOMENTI


CAPITOLO PRIMO
* Cos’è l’Eurocomunismo. 
* I protagonisti dell’Eurocomunismo. 
Quando è nato l’Eurocomunismo. 
* L’ Eurocomunismo nelle definizioni dei leader dei tre partiti.
* I punti fondamentali dell’Eurocomunismo. 
* Gli incontri bilaterali e il vertice di Madrid: le dichiarazioni congiunte.


CAPITOLO SECONDO
 * Differenze storiche e sociologiche nei partiti eurocomunisti: 
i riflessi nell’integrazione politica e culturale nei rispettivi Paesi. 
* L’influenza del Comintern e dello stalinismo sulla fisionomia di P.C.I., P.C.F. e P.C.E.. 
* Le conseguenze nella storia dei tre partiti dei diversi contesti sociali, politici ed istituzionali. 
* La composizione sociale dei tre partiti. - Il ruolo degli intellettuali nei tre partiti. 
* L’influenza di Gramsci sull’Eurocomunismo
 

CAPITOLO TERZO
* La struttura organizzativa dei tre partiti eurocomunisti: tradizione leninista ed evoluzione democratica. 
* La questione della democrazia interna: la trasformazione del principio del centralismo democratico. 
* Trasformazione ideologica e nuova concezione del ruolo del partito nell’ Eurocomunismo. 
* L’apparato organizzativo dei tre partiti eurocomunisti. 
* La contestazione all’interno dei tre partiti eurocomunisti.


CAPITOLO QUARTO
* La strategia politica nazionale del Partito Comunista Italiano. 
* La proposta del Compromesso storico: novità e continuità con il passato. 
* Le critiche al Compromesso storico. 
* La situazione sociale e politica dell’Italia degli anni ’70. 
* Le proposte di riforma politica del P.C.I. negli anni del Compromesso storico 


CAPITOLO QUINTO
* La politica nazionale del Partito Comunista Francese.
* Il difficile rapporto tra comunisti e socialisti: l’Union de la Gauche e l’Union du Peuple Français.
* I tentativi del P.C.F. di porsi come forza di governo.
* Le proposte di riforma politica avanzate dal P.C.F..

CAPITOLO SESTO
 * La politica nazionale del Partito Comunista Spagnolo negli anni dell’Eurocomunismo. 
* La situazione politica spagnola all’epoca dell’Eurocomunismo. 
* Le difficoltà del P.C.E. dopo la riacquistata libertà. 


CAPITOLO SETTIMO
* L’Eurocomunismo di fronte alla crisi dell’economia occidentale. 
* L’analisi degli eurocomunisti della crisi economica. 
* Le proposte di riforma avanzate dal P.C.I. e dal P.C.E.. 
* Il caso del P.C.F.: la difficoltà di formulare proposte di riforma adeguate ai problemi correnti. 
* Il rapporto tra i partiti eurocomunisti e le organizzazioni sindacali a loro affini 


CAPITOLO OTTAVO
* U.S.A. e U.R.S.S. di fronte all’Eurocomunismo. 
* L’importanza della distensione internazionale nell’emergere dell’ Eurocomunismo. 
* I timori sovietici riguardo all’ Eurocomunismo 
* Stati Uniti ed Eurocomunismo. 


CAPITOLO NONO
* La crisi di rapporti tra gli eurocomunisti e i partiti dell’Est europeo. 
* La crisi dell’internazionalismo proletario. 
* Il difficile rapporto dell’Eurocomunismo con il socialismo sovietico. 
* Eurocomunismo e politica estera sovietica 


CAPITOLO DECIMO
 * Eurocomunismo e processo di integrazione europea. 
* Il giudizio dei partiti comunisti occidentali sul processo di integrazione europea durante la sua prima fase.
* La valutazione sulla C.E.E. da parte di P.C.I., P.C.F., e P.C.E. durante l’Eurocomunismo. 
* Le differenti proposte di riforma delle istituzioni comunitarie formulate dagli eurocomunisti. 

CONCLUSIONI
* Le ragioni del progressivo declino dell’Eurocomunismo.
* Bibliografia. 
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Capitolo Primo


Cos’è l’Eurocomunismo

I protagonisti dell’Eurocomunismo.
I partiti che hanno dato vita a questa nuova stagione del comunismo sono principalmente il Partito Comunista Italiano (P.C.I.), il Partito Comunista Spagnolo (P.C.E.) e il Partito Comunista Francese (P.C.F.), ma il fenomeno ha interessato anche altri partiti comunisti come quello britannico, quello belga e quello greco dell’interno, tutti partiti di piccole dimensioni, il cui contributo originale all’Eurocomunismo è stato molto circoscritto. Da notare infine che anche il partito giapponese si è trovato nella seconda metà degli anni ’70 su posizioni politiche e dottrinali molto vicine a quelle dei tre partiti europei contribuendo così a rendere ancora meno idonea la definizione stessa di Eurocomunismo come fenomeno riguardante esclusivamente i partiti comunisti europei.

Quando è nato l’Eurocomunismo.

Il termine “Eurocomunismo”, è stato coniato per la prima volta non da un leader comunista ma da un giornalista jugoslavo, Frane Barbieri, su un quotidiano le cui posizioni ideologiche e politiche erano opposte a quelle di un partito comunista, «Il Giornale Nuovo» di Indro Montanelli.
L’articolo è del 26 -6- 1975 ed è intitolato “Le scadenze di Brezhnev” e il nuovo termine viene ad indicare il piano di Carrillo di voler conformarsi sempre meno alla visione strategica di Mosca, aprendo contemporaneamente alla Comunità Europea. Nell’inten-dimento di Barbieri il termine “Eurocomunismo” è stato preferito a “neo-comunismo” perchè ritenuto definito dal punto di vista geografico e indefinito da quello ideologico, mentre il secondo è apparso concetto ideologicamente troppo impegnativo.

Secondo Barbieri il carattere fondamentale di questo nuovo tipo di comunismo è proprio la sua fluidità, mentre la componente ideologica, pur presente, non va esagerata [Bettiza, 1978, 83].
Sulla paternità di questo neologismo è sorta una piccola disputa, essendovi alcuni, anche se non molti, più propensi ad attribuire l’origine del termine ad Arrigo Levi, anch’egli giornalista di matrice liberale, che lo avrebbe preferito a “neo-comunismo”, termine che presupporrebbe un salto di qualità ancora da verificare, a parere di Levi [Levi, 1979]. E’da notare che questo nuovo modo di intendere

il comunismo descrive per il momento l’evoluzione politica solo del P.C.E. e del P.C.I., mentre per il partito francese si dovrà attendere fino al novembre 1975, quando, improvvisamente, il suo leader Georges Marchais orienterà il partito da posizioni ortodosse e filosovietiche come l’episodio della solidarietà espressa al Partito Comunista Portoghese e al suo tentativo, in puro stile vetero leninista, di prendere il potere, verso gli smarcamenti politici e ideologici del P.C.I. e del P.C.E..
 
L’Eurocomunismo nelle definizioni dei leader dei tre partiti.

L’origine non comunista del termine ha creato non pochi imbarazzi ai leader dei tre partiti, con l’eccezione del segretario del P.C.E., Santiago Carrillo, l’autentica avanguardia di questo movimento.
In effetti è trascorso quasi un anno dall’articolo di Barbieri quando Berlinguer, per primo tra i segretari dei partiti eurocomunisti, pronuncia, virgolettandolo, il neologismo, in occasione della manifestazione comune tra il P.C.F. e il P.C.I. a La Villette, nei pressi di Parigi, il 3 giugno 1976. Il segretario del P.C.I. accenna soltanto al grande interesse di molti circoli della stampa internazionale ”borghese” attorno a questo ”Eurocomunismo”, definendolo genericamente come termine che si riferisce a certe posizioni convergenti di alcuni partiti comunisti [Berlinguer E., 1976c].
Qualche ragguaglio maggiore Berlinguer lo fornisce in occasione della Conferenza paneuropea dei partiti comunisti, tenutasi a Berlino Est il 29 - 30 giugno 1976:

“....E’ assai significativo che alcuni altri partiti comunisti e operai dell’Europa Occidentale siano pervenuti, attraverso una loro autonoma ricerca, a elaborazioni analoghe circa la via da seguire per giungere al socialismo e circa i caratteri della società socialista da costruire nei loro Paesi. Queste convergenze e questi tratti comuni si sono espressi recentemente nelle dichiarazioni che abbiamo concordato con i compagni del P.C.E., del P.C.F., del P.C. di Gran Bretagna. E’ a queste elaborazioni e ricerche di tipo nuovo che taluni danno il nome di “Eurocomunismo.””[Berlinguer E., 1976e].

In una precedente occasione, altrettanto importante, il XXV Congresso P.C.U.S. a Mosca, il 27 febbraio 1976, Berlinguer, senza utilizzare la parola, ne definisce comunque quelli che il P.C.I. considera i principi fondamentali, ovvero che i rapporti tra partiti comunisti devono essere improntati allo spirito di amicizia e di solidarietà, con un aperto e franco confronto delle diverse esperienze e posizioni, ovvero riconoscimento e rispetto della piena indipendenza di ogni partito comunista, e che la costruzione di una società socialista deve essere:
“il momento più alto dello sviluppo di tutte le conquiste democratiche e deve garantire il rispetto di tutte le libertà individuali e collettive, delle libertà religiose e della libertà della cultura, delle arti e delle scienze.” [Berlinguer E., 1976a].

Il leader del P.C.E., Carrillo, pronuncia per la prima volta il termine Eurocomunismo, lui pure virgolettandolo, in occasione della Conferenza di Berlino. Anch’egli proclama che il principio dell’internazionalismo va profondamente modificato:
“Per lunghi anni Mosca fu la nostra Roma e la grande rivoluzione socialista di Ottobre il nostro Natale. Era il periodo della nostra infanzia. Oggi siamo diventati adulti....
...la nostra vocazione è di essere una forza che esce dalle catacombe, e che aspira ad arrivare al governo là dove non c’è ancora riuscita...”
“...Ma è indiscutibile che oggi i comunisti non fanno capo ad alcun centro dirigente, non ubbidiscono ad una disciplina internazionale. Noi non accetteremo un ritorno alle strutture e alle concezioni dell’internazionalismo secondo le formule del passato.” [Carrillo, 1976].

Anche per Carrillo l’Eurocomunismo sottintende a una nuova concezione della democrazia:
“Recentemente, in ambienti lontani dai nostri, si è parlato di “Eurocomunismo”. Il termine non è esatto. Non esiste un Eurocomunismo. Ciò nonostante è evidente che i partiti comunisti dei Paesi capitalistici sviluppati, devono affrontare una problematica particolare, devono affrontare esigenze specifiche allo sviluppo della lotta di classe nel nostro ambiente.
Questo ci conduce verso vie e forme di socialismo che non saranno uguali a quelli di altri Paesi...
L’egemonia delle forze del lavoro e della cultura non sarà utilizzata attraverso forme dittatoriali, ma nel rispetto del pluralismo politico e ideologico, senza partito unico, e con un riferimento costante al risultato del suffragio universale.” [Carrillo, 1976].

Carrillo, infine, sarà anche autore di un libro intitolato “Eurocomunismo y estado”, pubblicato nell’aprile del ’77, opera che sarà al centro di forti critiche, specie da parte sovietica.
Infine il P.C.F., che si mostra il più prudente nell’adozione del nuovo termine. Il partito francese infatti è l’ultimo ad entrare nel nuovo movimento, anche se è quello che lo fa nel modo più clamoroso ed enfatico, abbandonando improvvisamente e in modo spettacolare il principio della dittatura del proletariato, e accogliendo quindi una nuova concezione di democrazia, in occasione del suo XXII Congresso nel febbraio 1976.
Alla Conferenza di Berlino il segretario Marchais, senza mai pronunciare il nome Eurocomunismo, ne afferma i principi:
“...noi seguiamo una via originale, indipendente, di lotta per il socialismo. Più in generale, il nostro partito definisce la sua politica, i suoi obiettivi e i suoi metodi d’azione nella più completa indipendenza... Al tempo stesso il nostro partito tenta di avere rapporti di amicizia, fraternità e cooperazione con tutte le forze democratiche e popolari che lottano contro l’imperialismo.” [Marchais, 1976b].

La Dichiarazione delle Libertà, pubblicata il 15 maggio 1975, è il documento che indica che anche una nuova concezione della libertà è stata fatta propria dal P.C.F. [Baudouin, 1978].
Tre sono le ragioni della maggiore reticenza del P.C.F. ad accettare il neologismo.
Innanzitutto ragioni geografiche: il caso del Partito Comunista Giapponese, anch’esso orientato, in quegli stessi anni, verso un’evoluzione democratica e liberale. 
In secondo luogo ragioni politiche: un partito che ha basato la sua strategia politica sulla volontà di costruire una via nazionale originale al socialismo, non può ora contribuire a fondare un nuovo centro sovranazionale del comunismo.
Infine ragioni di convenienza: il timore molto forte che l’Eurocomunismo sia l’inizio di una nuova eresia [Baudouin, 1978, 167]. Paradossalmente il P.C.F., così riluttante a utilizzare il gergo eurocomunista quando il fenomeno è su tutte le prime pagine dei giornali del mondo, si troverà ad essere l'unico partito a proclamarsi tale quando l’Eurocomunismo sarà praticamente morto.

I punti fondamentali dell’Eurocomunismo.

Le novità che l’Eurocomunismo propone nell’ambito del panorama comunista internazionale concernono tre diversi piani di analisi: internazionale, nazionale e interno al partito.
Sul piano internazionale, si propone una nuova concezione dell’internazionalismo, definitivamente depurato dai retaggi cominternisti e stalinisti. Non si riconosce più un centro internazionale del comunismo, nè un partito o uno stato sono più considerati un modello da seguire. I partiti eurocomunisti perseguono un obiettivo di più marcata autonomia da Mosca e dal comunismo di marca sovietica. Non vale più l’identità “antisovietismo = anticomunismo”. Anzi, sempre più spesso i partiti eurocomunisti prendono una posizione critica nei confronti dell’U.R.S.S. per i suoi gravi limiti nella democrazia, per il trattamento dei dissidenti, per le inquietanti mancanze nell’ambito dei diritti umani, o per il suo apparato burocratico sclerotizzato che paralizza ogni autentico processo di trasformazione sociale nel mondo, in particolare nei Paesi capitalisti occidentali [Timmermann, 1981, 112].

Inoltre il P.C.I. in modo particolare concepisce l’Eurocomunismo anche come tentativo di superamento dell’antica divisione delle forze operaie risalente alla creazione della III Internazionale, auspicando un internazionalismo non solo proletario, ma che concerne una pluralità di forze democratiche, anche non comuniste [Segre, 1977, 19]. In questo senso molti politologi e giornalisti hanno visto l’Eurocomunismo come una transizione, uno smarcamento reale dal comunismo sovietico, ma non ancora divenuto socialdemocrazia [Levi, 1979, 65].
Sul piano nazionale i tre partiti eurocomunisti elaborano analisi convergenti sulla crisi che ha colpito le società capitaliste avanzate dell’Europa Occidentale a partire dallo shock petrolifero. La crisi è definita globale, perchè non riguarda solo l’economia ma tutti gli aspetti della società, comprese la politica e la morale. Secondo i tre partiti la crisi è quindi strutturale e per uscirne occorre imboccare la via del socialismo. Ma la costruzione di questo nuovo tipo di società sarà del tutto originale, non si seguiranno modelli di Paesi che hanno già realizzato il socialismo, men che meno il modello sovietico.

Libertà e democrazia non sono più considerate vuote formule borghesi ma valori universali “indissolubili dal socialismo”.
Il dogma della dittatura del proletariato viene abbandonato anche dal P.C.F. durante il suo XXII Congresso, mentre il P.C.I. e il P.C.E. hanno compito questa svolta già da tempo. La democrazia diviene democrazia tout court, priva di connotazioni di classe; l’adesione ad essa non è più concessione tattica, come in Lenin, ma un valore fondamentale. Accettando il principio che ogni minoranza può divenire maggioranza e viceversa, secondo il voto sovrano dei cittadini, si ha la sostanziale rinuncia alla rivoluzione come mezzo per acquisire il potere [Flores d’Arcais, 1979].
Sul piano interno al partito, infine, pur restando strutturati secondo il principio del centralismo democratico di tradizione leninista i tre partiti eurocomunisti, sollecitati sia dai propri militanti che dall’ambiente esterno si aprono a riforme in senso più democratico, anche se in maniera molto differente tra loro. In particolare i cambiamenti del P.C.F. saranno molto timidi.
E’ questo il prezzo da pagare per fornire una prova convincente della veridicità della loro evoluzione democratica.

Ciò che ha reso possibile l’emergere dell’Eurocomunismo è stata tutta una serie di fattori che hanno agito in modo spesso concomitante e che verranno in seguito singolarmente analizzati.
Essi sono: -la cultura europea e il suo sviluppo economico.
-la distensione nei rapporti U.S.A. - U.R.S.S..
-lo sviluppo negli ultimi anni della C.E.E..
-la crisi generale del leninismo e l’appannamento dell’immagine dell’U.R.S.S. e del suo modello di socialismo.
-le difficoltà e la crisi, in politica estera dell’altra superpotenza, ancora molto scossa dalla sconfitta nel Vietnam.
-infine la già citata crisi economica che attanaglia l’Europa Occidentale dal 1973.

Gli incontri bilaterali e il vertice di Madrid: le dichiarazioni congiunte

Se il termine Eurocomunismo nasce con l’articolo di Barbieri del giugno ’75, la sua vera stagione inizia quando ne vengono fissati i principi comuni nei vertici bilaterali tra i partiti. Il primo di questi incontri è del luglio ’75, a Livorno, tra il P.C.I. e il P.C.E., all’epoca ancora fuorilegge. Nella dichiarazione congiunta si afferma che: 
“...i comunisti italiani e spagnoli dichiarano solennemente che, nella loro concezione di un’avanzata democratica al socialismo, nella pace e nella libertà, si esprime non un atteggiamento tattico, ma un convincimento strategico, il quale nasce dalla riflessione sull’insieme delle esperienze del movimento operaio e sulle condizioni storiche specifiche dei rispettivi Paesi, nella situazione europeo-occidentale...”
“...La prospettiva di una società socialista nasce oggi dalla realtà delle cose e ha come premessa la convinzione che il socialismo si può affermare, nei nostri Paesi, solo attraverso lo sviluppo e l’attuazione piena della democrazia. Ciò ha come base l’affemazione del valore delle libertà personali e collettive e della loro garanzia, dei principi della laicità dello stato, della sua articolazione democratica, della pluralità dei partiti in una libera dialettica, dell’autonomia del sindacato, delle libertà religiose, della libertà di espressione, della cultura, dell’arte e delle scienze.” [Valli, 1977, 217].

Il secondo vertice è quello tra il P.C.I e il P.C.F., del novembre 1975. E’indicativo che entrambe le dichiarazioni siano state fatte in Italia, come a suggellare il ruolo primario del P.C.I. in questa intesa tra i principali partiti comunisti occidentali. Nella dichiarazione comune si afferma:
“...I due partiti conducono la propria azione in condizioni concrete differenti, e per questo fatto ciascuno di essi realizza una politica che risponde ai bisogni e alle caratteristiche del proprio Paese. Al tempo stesso, lottando in paesi capitalistici sviluppati, essi constatano che i problemi essenziali che stanno loro di fronte presentano caratteristiche comuni e richiedono soluzioni analoghe...”
“...il socialismo constituirà una fase superiore della democrazia e della libertà; la democrazia realizzata nel modo più completo. In questo spirito, tutte le libertà, frutto sia delle grandi rivoluzioni democratico-borghesi, sia delle grandi lotte popolari di questo secolo, che hanno avuto alla loro testa la classe operaia, dovranno essere garantite e sviluppate...”
“...I comunisti francesi ed italiani si pronunciano per la pluralità dei partiti politici, per il diritto all’esistenza e all’attività dei partiti di opposizione, per la libera formazione e la possibilità dell’alternarsi democratico delle maggioranze e delle minoranze, per la laicità e il funzionamento democratico dello stato, per la libera attività e l’autonomia dei sindacati. Essi attribuiscono un’importanza essenziale allo sviluppo della democrazia nelle aziende, in modo che i lavoratori possano partecipare alla loro gestione con diritti effettivi e disporre di ampi poteri di decisione...”
“...Una trasformazione socialista presuppone il controllo pubblico sui principali mezzi di produzione e di scambio, la loro progressiva socializzazione, l’attuarsi di una programmazione economica democratica a livello nazionale...” [Valli, 1977, 218 - 219].

La differenza principale tra le due dichiarazioni è senza dubbio il doppio accenno all’essenzialità dello sviluppo della democrazia nelle aziende e alla socializzazione progressiva dei mezzi di produzione, temi entrambi molto cari al partito francese.
suggello definitivo alle convergenze tra i tre partiti è stato il vertice di Madrid del 2 - 3 marzo ‘77, considerato il primo, ma anche l’unico, vertice dell’Eurocomunismo. In realtà questo summit più che l’apogeo dell’Eurocomunismo ne rappresenta l’inizio della parabola discendente. I segretari dei tre partiti (in particolare Marchais e Berlinguer) sono infatti più preoccupati di affermare che il vero scopo del vertice è portare solidarietà al P.C.E., ancora formalmente non legalizzato, piuttosto che dare consistenza a questa ipotesi di nuovo centro del mondo comunista. Anzi, un’eccessiva prudenza, soprattutto nei giudizi sul comunismo sovietico, segna indubbi e sensibili arretramenti rispetto alle precedenti acquisizioni di autonomia:
“...I tre Paesi conoscono attualmente una crisi che è insieme economica, politica, sociale e morale...”
“...La crisi del sistema capitalistico richiede con ancor maggiore forza che si sviluppi la democrazia e si avanzi verso il socialismo.
I comunisti spagnoli, francesi e italiani intendono operare per la costruzione di una nuova società nel pluralismo delle forze politiche e sociali e nel rispetto, la garanzia e lo sviluppo di tutte le libertà individuali e collettive...”
“...Questa volontà di costruire il socialismo nella democrazia e nella libertà ispira le concezioni elaborate in piena autonomia da ognuno dei tre partiti. I tre partiti intendono sviluppare anche in avvenire la solidarietà internazionalistica e l’amicizia sulla base della indipendenza di ogni partito, dell’uguaglianza dei diritti, della non ingerenza, del rispetto della libera scelta di vie e soluzioni originali per la costruzione di società socialiste corrispondenti alle condizioni di ogni Paese...” [Segre, 1978, 213 - 214].

Capitolo Secondo 

Differenze storiche e sociologiche nei partiti eurocomunisti:
i riflessi nell’integrazione politica e culturale nei rispettivi paesi.


L’influenza del Comintern e dello stalinismo sulla fisionomia di P.C.I., P.C.F. e P.C.E..
L’influenza del Comintern, ovvero la III Internazionale, e dello stalinismo si è fatta sentire, anche se in misura differente, su tutti e tre i partiti, tanto da averne determinato a lungo la linea politica. La stessa nascita dei partiti comunisti, del resto, è stata frutto della III Internazionale, che, con le celebri 21 condizioni, ha provocato tra il 1920-21 le scissioni dai partiti socialisti, rimasti invece legati alla II Internazionale. Il collegamento con Mosca è stato anche accentuato dalle particolari vicende politiche nazionali, come il fascismo in Italia o la dittatura di Franco in Spagna a conclusione della guerra civile, situazioni che hanno obbligato alla clandestinità i partiti comunisti e condotto a Mosca molti dei loro leader. In questo modo i quadri dirigenti del P.C.I. e del P.C.E. si sono formati quasi interamente all’ombra del Cremlino.

Per quanto concerne il P.C.F., esso si è sempre distinto come il più fedele interprete della politica estera sovietica in Occidente, tanto da venirne considerato, con un paragone con la Chiesa francese, “il figlio prediletto”. Paradossalmente, infatti, l’impronta stalinista è rimasta più impressa nel partito francese, che ha conservato a lungo lo stile e la rigida impostazione di partito tipica del periodo cominternista, accumulando così un notevole ritardo rispetto alla evoluzione di partiti come lo spagnolo e, soprattutto, l’italiano. Lo stalinismo è stata una componente così fondamentale per il P.C.F., che esso è rimasto come shockato dalle denuncie del XX Congresso del P.C.U.S., al punto da inventare la favola del “rapporto attribuito al compagno Krusciov”, andata avanti fino al 1978, e di bollare il progetto togliattiano della “via nazionale al socialismo” come una svolta riformista [Buci-Glucksmann, 1979, 130].

Sicuramente una grossa parte di responsabilità per questa forte matrice stalinista è da attribuirsi a Thorez , leader del partito per oltre trent’anni, fino al ’64, molto amato dai militanti ma incapace di elaborare un progetto originale per la costruzione del socialismo in una società occidentale come la Francia, e soprattutto colpevole di aver accolto di buon grado ogni ordine di Stalin, compreso l’accordo con Hitler del ’39, restando a lungo impassibile mentre la Francia veniva attaccata e sconfitta dalla Germania nazista. Solo con il suo successore Waldek-Rochet il P.C.F. ha intrapreso la via per uscire da quel ghetto in cui esso stesso si era cacciato, prendendo due decisioni storiche come il sostegno alla candidatura di Mitterand alle presidenziali del ’65 e la “riprovazione” manifestata in seguito all’intervento sovietico a Praga nel ’68, la prima volta nella storia del P.C.F. in cui il partito ha condannato un atto politico dell’U.R.S.S. [Baudouin, 1978]. Ma anche in questa fase lo stalinismo non è scomparso dal partito, al punto che nel ’66 Marchais afferma a proposito della dittatura del proletariato che: “...abbandonarla sarebbe scivolare sul terreno della democrazia borghese, poichè il contenuto di classe dello Stato che deve costruire il socialismo sparirebbe.” [Daix, 1978, 54]. Infine, in piena epoca eurocomunista, il P.C.F. si proclama ancora partito rivoluzionario della classe operaia e d’avanguardia, nella più pura tradizione leninista [Laot, 1977].

Il P.C.E., pur costretto alla clandestinità dopo la sconfitta nella guerra civile del ’36, ha saputo sviluppare nel corso degli anni una forte autonomia nei confronti del P.C.U.S., grazie soprattutto alle forti personalità di Carrillo e di Dolores Ibarruri, la leggendaria “Pasionaria”, anche se ha dovuto subire una piccola scissione di una frazione prosovietica guidata da un altro eroe della guerra civile, Enrique Lister, in occasione della condanna della repressione sovietica della primavera di Praga.

La posizione del P.C.I. è complessa, con un Togliatti dapprima fedele e potentissimo emissario di Stalin in Occidente e poi, con la svolta di Salerno e la creazione del “partito nuovo” e con l’elaborazione della teoria della “via nazionale al socialismo”, uno dei leader comunisti più innovatori. Anche se l’appoggio alla politica estera sovietica resta praticamente incondizionato, come testimonia la condanna dell’insurrezione ungherese del ’56, l’autonomia da Mosca si sviluppa soprattutto nella nuova concezione di principi come libertà e democrazia, che vengono considerati contenuti imprescindibili del socialismo [Berlinguer L., 1985], nella riscoperta dell’individuo e nell’abbandono della convinzione che l’uguagli-anza possa essere imposta dalla volontà di un principe illuminato, ovvero il partito di massa operaio della teoria gramsciana [Berlinguer L., 1985]. Infine, ciò che ha contribuito in maniera importante all’emergere di una elaborazione originale del P.C.I. all’interno del mondo comunista, è stato sicuramente la presenza di una personalità come quella di Gramsci, di certo colui che meglio ha cercato di applicare il modello leninista all’Occidente, correggendolo e rendendolo più adatto a un tipo di società profondamente diversa da quella russa del 1917. Il suo pensiero è considerato da alcuni, come si vedrà in seguito, l’ispiratore dell’Eurocomunismo.

Le conseguenze nella storia dei tre partiti dei diversi contesti
sociali, politici e istituzionali.

Francia, Italia e Spagna, oltre a molte affinità, come la comune cultura latina e cattolica e una storia spesso interconnessa, presentano anche alcune differenze significative, risalenti soprattutto alle vicende storico-politiche dell’ultimo secolo, che hanno inciso nell’esperienza storica dei tre partiti e che li hanno resi tra loro differenti, anche in modo rilevante.
Così la difficoltà incontrata dal P.C.F. di creare una rete organizzativa capillare si spiega col fatto che in Francia vi è sempre stato un basso grado di istituzionalizzazione delle divisioni sociali, cosa che ha determinato un basso grado di politicizzazione e particizzazione delle subculture [Bartolini, 1983, 168]. Inoltre, mentre il P.C.I. ha ricevuto un’eredità ricca e articolata dalla tradizione socialista italiana, il partito francese ha avuto in dote la struttura ectoplasmatica della S.F.I.O. (Section Française de l’Internationale Ouvrière) [Bartolini, 1983, 171]. Ulteriore differenza si è avuta nella formazione dei quadri dirigenti. Quelli del P.C.F. sono stati selezionati esclusivamente dalla classe operaia, quelli del P.C.I., invece, dalla lotta interclassista contro il fascismo, quelli del partito spagnolo, infine, si sono formati in condizioni di clandestinità, fatto che ha prodotto una certa burocratizzazione dei quadri stessi, in quanto ha limitato il rinnovamento dei dirigenti e ha portato i funzionari a instaurarsi in modo permanente nell’amministrazione del partito, essendo per loro impossibile accedere a delle responsabilità pubbliche [Alami, 1978, 75].

Diversa è stata anche l’impostazione della concezione stessa del partito. Il P.C.I. immediatamente dopo la guerra si è trasformato da partito di rivoluzionari professionisti in partito di massa, non ostacolando l’afflusso dei nuovi iscritti, malgrado potessero essere impreparati. I comunisti francesi, invece, hanno assunto queste connotazioni solo verso la fine degli anni ’60, restando a lungo legati, come si è visto, al dogma leninista del partito-avanguardia [Tarrow, 1976, 370]. Carattere peculiare del P.C.F. è, poi, lo spiccato spirito nazionalista, che deborda a volte in un mal celato razzismo, il cosiddetto Gallocomunismo, di ascendenza giacobina [Duhamel, 1979, 265]. Questo nazionalismo, così forte da prevalere a volte sullo stesso carattere comunista del partito, ha portato spesso il partito sulle stesse posizioni dei gollisti, come nel caso delle relazioni con l’Alleanza Atlantica, della concezione della Comunità Europea o dell’atteggiamento verso la cosiddetta “force de frappe”, l’arsenale atomico francese.

Differente è stato anche l’impatto dei partiti italiano e francese nei confronti della contestazione giovanile del ’68 e dei movimenti da essa nati. Qui è possibile confrontare solo P.C.I. e P.C.F., poichè in Spagna non si è sviluppato un vero movimento di protesta a causa della severa dittatura franchista. Se è vero che entrambi i partiti sono stati sorpresi dalla protesta e soprattutto dalla sua entità, il P.C.I. è comunque stato in grado di controllarla meglio e di trarre un grande beneficio elettorale da questa contestazione nei confronti del potere, riuscendo a farsi percepire come la sola forza politica capace del cambiamento. Viceversa per il P.C.F. il ’68 ha significato soprattutto la riattualizzazione brutale della rivoluzione, il timore di essere scavalcati a sinistra e di non essere più il solo partito rivoluzionario francese. Questa paura ha rallentato il processo di inserimento nella politica nazionale del partito, e ne ha bloccato l’espansione elettorale, facendo intravedere anzi un piccolo ma significativo arretramento; inoltre, considerando i contestatori come nemici di classe, il P.C.F., di fronte alla protesta sociale più ampia che la Francia abbia conosciuto nel secondo dopoguerra, non ha fatto nulla per svilupparne le forti potenzialità anticapitalistiche.

E’ poi doveroso considerare i differenti sistemi di governo operanti in Francia e Italia a partire dal dopoguerra. Infatti, mentre il partito italiano si trova in un contesto istituzionale che esso stesso ha contribuito a creare, il P.C.F. vive dal 1958 in un assetto costituzionale da esso non voluto e con un sistema elettorale particolarmente punitivo nei suoi confronti [Bartolini, 1983].

Diversa è, infine, l’analisi della società capitalista occidentale degli anni ’70. Per i comunisti francesi si è entrati nello stadio del capitalismo monopolistico di Stato, caratterizzato da una sempre più forte concentrazione centralizzata del capitale, con le imprese più grandi che controllano una parte decisiva del mercato e si accaparrano progressivamente tutti i mezzi economici e politici necessari a perseguire e accelerare l’accumulazione di nuovi capitali [Laot, 1977, 87]. Vi è inoltre una sempre più ampia connessione tra il capitale industriale e finanziario e lo Stato, che diviene così strumento di dominio da parte dei monopoli [Timmermann, 1981, 340] e, come tale, è orientato verso una forma sempre più autoritaria e repressiva.
Per il P.C.I. e per il P.C.E., invece, si è ormai superata la fase del dominio di classe garantito dalle istituzioni, anzi in questa fase queste possono venire utilizzate dalle masse per demolire le antiche strutture di classe [Timmermann, 1981, 342].

La composizione sociale dei tre partiti.

Tutti e tre si definiscono partiti della classe operaia, anche se la loro composizione sociale è venuta a modificarsi nel corso degli anni. 
Caratteristiche distintive dei comunisti transalpini restano comunque l’operaismo estremo, la difesa ad oltranza e quasi esclusiva degli interessi della classe operaia (ma solo francese), rivendicazioni che fanno del P.C.F. più una corporazione della società civile che un partito [Roucaute, 1981, 163]. Questo determina due conseguenze importanti: innanzitutto il fatto che certe fasce sociali, come i lavoratori immigrati, non vengono per nulla rappresentate dal P.C.F., e in secondo luogo il fatto che le rivendicazioni sociali di questo partito sono legate a certe analisi dei bisogni dei lavoratori ormai superate, come la richiesta quasi ossessiva di un incremento quantitativo del settore pubblico o l’attaccamento incondizionato al modello staliniano produttivista, che gli aliena l’appoggio degli ecologisti [Baudouin, 1978, 642]. I comunisti francesi si mostrano molto scettici nei confronti delle rivendicazioni qualitative, bollate quasi sempre come misure riformiste e non in grado di abbattere il sistema capitalista.

Particolare è anche il modo in cui viene inteso il comunismo da gran parte degli stessi militanti francesi, una sorta di comunismo popolare, in cui il partito è visto come lo strumento che denuncia i problemi dell’uomo comune, e viene così ad assumere una dimensione più sociale che politica, quasi una “religione del popolo” [Lavau, 1976, 86].

A partire dalla fine degli anni ’60 il P.C.F., perseguendo il fine di farsi accettare dall’opinione pubblica come possibile alternativa, ha tenuto una posizione di estrema prudenza riguardo a problematiche come il femminismo, l’ecologia, le condizioni nelle carceri, la droga, temendo che l’assunzione di una posizione eccessivamente aperta potesse respingere dal partito le classi popolari, e finendo così per accogliere l’ideologia dominante. Esemplare è la concezione della donna, definita “lavoratrice, cittadina e madre” [Lavau, 1979, 207].

Difficile è anche il rapporto tra il P.C.F. e la Chiesa, sempre a causa del suo dogmatismo esasperato. Sono pochi i militanti credenti, e nessuno ha posizioni rilevanti all’interno dell’apparato, nè sono noti intellettuali cattolici comunisti. L’unico, infatti, Roger Garaudy, già membro dell’Ufficio Politico, è stato espulso dal partito nel 1970, prima della sua conversione religiosa. 
Nella composizione sociale del partito negli anni ’70, si può notare una distorsione tra l’influenza elettorale stagnante e il numero degli iscritti, in costante aumento fino al 1978 [Pudal, 1989, 294]. In secondo luogo è significativo l’aumento degli iscritti non operai, soprattutto studenti e tecnici, anche se, salendo nella gerarchia del partito, la componente operaia resta di gran lunga maggioritaria. Indicativo è anche lo scarso peso, nei centri direttivi del partito, delle donne, malgrado la loro percentuale tra gli iscritti sia prossima al 50 % [Buci-Gluksmann, 1979].
Un ulteriore aspetto importante è costituito dalla volatilità degli iscritti, due terzi dei quali hanno aderito al partito dopo il 1968, cosa che facilita il controllo della base da parte del vertice, i cui membri si sono formati politicamente in piena epoca staliniana, negli anni ’40 e ’50 [Pfister, 1979, 165].
Infine è da notare il basso grado di omologazione politica del P.C.F. nella società francese, il suo costante proclamarsi partito anti-sistema, anche durante l’epoca eurocomunista, il rifiuto di ogni strategia gradualista di integrazione e il proposito costante, anche nel momento dell’alleanza con il partito socialista, di determinare u-na rottura drastica del sistema capitalista [Timmermann, 1981, 14].

Il Partito Comunista Spagnolo vive una forte concorrenza interna con il P.S.O.E., il partito socialista guidato da Felipe Gonzales e da altri giovani uomini politici, nati dopo la guerra civile e cresciuti insieme a tutta la società spagnola degli anni ’60 e ’70. Il P.C.E., invece, corre il rischio di una lacerazione tra il vertice, formato da persone non più giovanissime, testimoni della guerra e vissute per anni in esilio, e la base, molto giovane e, per certi versi, estremista [Pierini, 1977].
Difficoltà ulteriore è il rapporto con i cattolici, in quanto più della metà degli Spagnoli nel 1977 ritiene impossibile essere contemporaneamente buoni cattolici e comunisti [Linz, 1978], mentre Carrillo descrive la Chiesa come un apparato ideologico dello Stato, anch’essa coinvolta nella crisi globale della società capitalista [Carrillo, 1977, 30], anche se aggiunge che voci nuove, di autentico rinnovamento, si sono levate negli ultimi anni dalla Chiesa stessa.

La composizione sociale del partito negli anni ’70 mostra che, sebbene si mantenga una forte matrice operaia (il 55 % degli iscritti nel 1977), il numero degli intellettuali e dei tecnici è in grande progresso [Tiersky, 1981].
Per quanto riguarda l’omologazione sociale del partito, pur con tutte le difficoltà connesse al lungo periodo di illegalità, il P.C.E., a differenza dei “fratelli” francesi, ha assunto una strategia gradualista di integrazione nazionale, non domandando, nel suo programma elettorale, nè molte nazionalizzazioni, nè rotture drastiche con la società capitalista e nemmeno la chiusura immediata delle basi americane in Spagna.
La politica estera, poi, con il mutato atteggiamento verso la C.E.E., è il momento trainante del processo di inserimento nella vita politica nazionale, mentre per il P.C.F. essa è soltanto una variabile dipendente della strategia politica generale [Timmermann, 1981, 21].
Per marcare maggiormente il suo rinnovamento, il P.C.E. dichiara durante il suo IX Congresso, nel ’78, di non considerarsi più l’unico rappresentante della classe operaia, nè la sua avanguardia [IX Congreso del Partido Comunista d’España, 1978]. Questo, però, pone a rischio l’identità stessa del partito, tanto che Carrillo deve affermare:
“Noi non cerchiamo di tendere la mano al capitalismo imperialista decadente, bensì di accelerarne la liquidazione; non passiamo dalla parte della socialdemocrazia, che continuiamo invece a combattere ideologicamente; vogliamo agire come marxisti, come comunisti, nei paesi sviluppati nei quali ci troviamo ad operare, negli anni settanta.” [Carrillo, 1977, 19].


Il P.C.I., infine, a differenza del P.C.F., ha da sempre sviluppato una strategia di omologazione sociale, privilegiando il carattere nazional-popolare del partito. In questo modo è riuscito a costruire una forte organizzazione, con oltre 1 800 000 iscritti, vale a dire tre volte il numero di iscritti del P.C.F., una rete capillare presente in tutto il tessuto sociale del paese, attenta a ogni novità della società civile (femminismo, ecologia, movimenti pacifisti), un partito che resta in prevalenza operaio, ma aperto senza discriminazioni anche ai ceti medi, costantemente alla ricerca del dialogo costruttivo con i cattolici e con una forte presenza cattolica tra i suoi intellettuali, come Rodano, per citarne uno.
La capacità del partito di porsi contemporaneamente come partito di opposizione e di governo, ha fatto sì che i temi politici avessero sempre un’importanza superiore rispetto alle rivendicazioni esclusivamente economiche, cavallo di battaglia del P.C.F. [Tarrow, 1976, 369]. In particolare i comunisti italiani hanno saputo elaborare scelte originali sia in politica interna (la Via nazionale al socialismo, il Compromesso storico) che in politica estera (il mutato atteggiamento, nel corso degli anni, nei confronti della Comunità Europea, la svolta sulla N.A.T.O.), che hanno attratto i voti non solo della classe operaia, ma anche dei ceti medi, forse anche perchè i moduli d’azione del P.C.I. si sono mostrati spesso molto più simili a quelli di un grande partito socialdemocratico che non a quelli di un partito comunista [Timmermann, 1981, 14].
Dei tre partiti eurocomunisti quello italiano è certamente quello meglio integrato nella propria realtà nazionale. Il successo del P.C.I. al di fuori della classe operaia è spiegabile anche grazie alla reputazione di “buon amministratore” goduta dal partito per via dei buoni risultati ottenuti nelle città e nelle regioni da esso governate.

Il ruolo degli intellettuali nei tre partiti.

Significativa è l’attitudine dei tre partiti nei confronti degli intellettuali.
Nel P.C.E. circa un terzo degli iscritti sono intellettuali e il loro ruolo è importante al punto che i comunisti iberici definiscono il loro come un “partito operaio e delle forze della cultura”.
Nel P.C.I. il ruolo degli intellettuali è tanto rilevante da creare problemi di vario genere, come sensi di estraneità, a volte, tra i militanti operai o anche problemi di disciplina interna [Tarrow, 1976, 374].
Il P.C.F. ha invece problemi opposti, in quanto lo scarso numero di intellettuali crea maggiori difficoltà di adattamento alla vita politica in una democrazia borghese. Ma è soprattutto il modo in cui vengono considerati gli intellettuali all’interno del partito a fare la differenza con i comunisti italiani e spagnoli. Per il P.C.F., infatti, la figura dell’intellettuale è vista con un alone di scetticismo e di dubbio, come un potenziale eretico, ed è pensato nell’immaginario collettivo dei militanti come una persona che se ne sta beatamente a lavorare su una scrivania, mentre gli operai faticano in fabbrica.
Il P.C.I., invece, ha avuto un attenzione costante verso gli intellettuali fin dai tempi di Gramsci. Ciò ha procurato indubbi vantaggi ai comunisti italiani, offrendo loro la possibilità di un maggiore dibattito interno e facendo in modo che le svolte politiche e dottrinali non fossero solo imposizioni dei vertici [Timmermann, 1981, 375].

L’influenza di Gramsci sull’Eurocomunismo.

Secondo i leader dei partiti eurocomunisti, Gramsci é stato il padre spirituale di questa nuova strategia comune. In realtà egli ha certamente avuto una funzione decisiva ponendo la questione della nazionalizzazione del bolscevismo, ma poi si è creata una tensione tra l’eredità gramsciana e la nuova strategia dei tre partiti, che è quella di superare l’esperienza sovietica [Salvadori, 1978, 41]. In effetti Gramsci non si è spinto fino al punto di abbandonare il principio della dittatura del proletariato, ma l’ha solo elaborato nel concetto di “egemonia”. Gli eurocomunisti si troverebbero allora più vicini agli avversari di Lenin, come Kausky, il quale affermava una linea politica volta ad allargare il sistema parlamentare fino a dargli un contenuto palese di partecipazione democratica [Salvadori, 1978]. In questo modo allora l’Eurocomunismo separerebbe ciò che nel leninismo e nel gramscismo era unito. Qualcuno, del resto, anche all’interno del P.C.I., ha ammesso che il plura!
lismo organico, fondato sul concetto di egemonia, creerebbe a volte problemi di inconciliabilità con la vera democrazia, e c’è chi, come Ingrao ha suggerito di inserire momenti di democrazia di base nel sistema rappresentativo [Rizzo, 1977, 92].
E’ innegabile comunque che un insegnamento ai tre partiti eurocomunisti Gramsci lo ha dato, quello per cui lo Stato lo si conquista occupando la società civile. Questa sarebbe la rivoluzione adatta all’Occidente, non quella violenta del modello bolscevico [Bettiza, 1978, 96].

Capitolo Terzo

La struttura organizzativa dei tre partiti eurocomunisti:
tradizione leninista ed evoluzione democratica.


La questione della democrazia interna: la trasformazione del
principio del centralismo democratico.

Il tratto distintivo della struttura organizzativa di ogni partito comunista è certamente il centralismo democratico. Ideato e forgiato da Lenin per assicurare la disciplina nel partito dei “rivoluzionari professionisti”, affinchè: “delle migliaia di uomini avanzino come un solo uomo quando il Comitato Centrale dà un ordine”, questo tipo di struttura ha due funzioni principali. La prima è quella di assicurare, teoricamente, il più ampio grado di discussione democratica dalla più piccola cellula o sezione fino al Comitato Centrale. La seconda, invece, una volta che quest’organo abbia deciso la linea politica generale, dopo aver vagliato le varie proposte, fa in modo che questa venga seguita fedelmente da ogni militante, senza reticenze, cosicchè la minoranza sconfitta assecondi in tutto e per tutto la decisione ufficiale del partito. 

Tutti i partiti comunisti nati sull’onda del successo della Rivoluzione Russa hanno adottato il centralismo democratico, probabilmente uno strumento indispensabile per garantire la loro stessa esistenza, in un’epoca in cui essi erano costituiti esclusivamente da quadri ed erano inseriti in contesti sociali molto ostili, tanto da essere spesso costretti alla clandestinità. L’epoca stalinista ha visto, non solo nel P.C.U.S., un accentuarsi così forte del carattere centralista e burocratico del centralismo democratico al punto che, per lungo tempo, dopo la morte di Stalin, il centralismo democratico è stato considerato dagli avversari politici dei partiti comunisti occidentali e dai partiti socialisti e socialdemocratici come un’ingombrante eredità stalinista e, pertanto, antidemocratica.

Negli anni ’70, con la strategia eurocomunista, le incongruenze tra il grado di democrazia interno al partito e la nuova concezione della democrazia e del pluralismo politico emergono palesemente.
L’evoluzione democratica dei partiti comunisti occidentali sembra sempre più allontanarli dall’originale matrice leninista, al punto che a volte i loro leader sono costretti a rivendicare l’immutata adesione a certi principi di Lenin, pur con gli opportuni distinguo.
Per quanto concerne il centralismo democratico, il P.C.I. rifiuta decisamente la tesi secondo cui esso è incompatibile con un partito democratico, e afferma:
“Questo principio non vuole assicurare unanimismo preventivo, ma è il metodo per garantire alla fine, dopo un confronto democratico di tutte le possibili alternative, l’indispen-sabile unità nell’orientamento e nel lavoro concreto del partito.” [Berlinguer E., 1978].

Si riconoscono, tuttavia, i rischi burocratici e le tendenze autoritarie che un uso sbagliato di questo metodo possono generare. L’obiettivo di ampliare il grado di democrazia all’interno del partito è del resto molto vivo, in quegli anni, nel P.C.I., tanto che nella 15ª Tesi per il XV Congresso si afferma: 
“...Il partito deve innanzitutto sviluppare una profonda democrazia di massa, metodi di libera discussione e di libera espressione delle posizioni di critica e l’iniziativa di ogni membro. Contemporaneamente deve rafforzare lo spirito di unità nelle relazioni tra i membri e il rifiuto del metodo delle “correnti” che provoca divisioni e corrompe la vita del partito, rendendo impossibile una vera dialettica democratica.” [Pribicevic, 1981, 176].

In realtà, tuttavia, all’interno dei partiti eurocomunisti, con la parziale eccezione del P.C.F., il principio dell’unità monolitica è ormai decaduto, e la legittimità delle differenti posizioni è accettata e, in alcuni casi, anche ufficialmente riconosciuta. Così nel P.C.I. si ha la componente della destra interna, che ha in Amendola il suo leader, e che, pur trovandosi sovente vicino alle posizioni dei partiti socialdemocratici europei su questioni come la C.E.E. e le riforme economiche, ritiene sempre essenziale per l’identità del partito il riferimento alla “Patria della Rivoluzione”, e la componente della sinistra, guidata da Ingrao, molto critica nei confronti dei Sovietici ma nello stesso tempo decisa avversaria di ogni “sbandamento socialdemocratico” in materia economica. Nel mezzo il “centro” di Berlinguer a far da mediatore.

Tra gli eurocomunisti il partito che conduce più in profondità la riflessione sul problema della democrazia nella vita del partito è senza dubbio il P.C.E.. In occasione del suo IX Congresso, nel 1978, il Partito Comunista di Spagna persegue, anche se con pochi risultati soddisfacenti, una linea volta a coinvolgere maggiormente l’insieme dei militanti, promuovendo una rielaborazione più moderna del centralismo democratico, in modo da assicurare la partecipazione democratica a tutti i livelli. Una testimonianza del nuovo grado di democrazia all’interno del partito è fornita dalle modalità stesse con cui si svolgono le discussioni al Congresso: voto in seduta plenaria e presenza di tutte le posizioni alternative che abbiano ottenuto più del 30 % di adesioni nei lavori di preparazione al congresso, cosa che pone implicitamente fine al principio dell’unità monolitica del partito [Calamai, 1978]. La riaffermata adesione al principio del centralismo democratico, nel caso del P.C.!
E., è anche legata al fatto che si tratta di un partito reduce da quarant’anni di clandestinità, la quale, tra le molte cose negative, ha prodotto, nel corso degli anni, anche una divisione dell’autorità nel partito tra la direzione che viveva in esilio e i quadri permanenti rimasti in Spagna [Alami, 1978].

Il P.C.F., dei tre partiti eurocomunisti, è certamente quello che è rimasto più statico nella concezione del centralismo democratico. Ancora nel ’77 un importante esponente del partito lo definisce: “essenza rivoluzionaria del partito d’avanguardia” [Tiersky, 1981]. Nel P.C.F. permane fortissima l’impronta stalinista. Il Comitato centrale, più che organo legislativo del partito, appare come l’organo ratificatore ed esecutivo dell’Ufficio Politico. Ogni evoluzione politica o dottrinale parte dal vertice, e la stessa proposta di abbandonare il principio della dittatura del proletariato è stata comunicata dal segretario Marchais durante un’intervista televisiva a meno di due mesi dal XXII Congresso, che ha poi proceduto solo ad una formale ratifica, senza una seria discussione tra i militanti [Alami, 1978].
Il peso dell’apparato, molto forte già nel P.C.I. e nel P.C.E., è addirittura opprimente nel partito francese. Esso è definito: “...macchina finalizzata a produrre unanimità” [Tiersky, 1981, 317], e tende a rendere praticamente nulla la forza della base militante nell’elaborazione della linea politica, oltre che ad atomizzare le critiche di eventuali oppositori.

Straordinari strumenti di controllo detenuti dal vertice del partito sono poi le “commissioni delle candidature”, organi che hanno la funzione di vagliare ogni promozione all’interno del partito, selezionando i candidati in numero uguale ai posti da ricoprire, così da rendere virtualmente superfluo il voto delle varie assemblee del partito [Duhamel, 1979, 93].
Molto dura, nel P.C.F., è poi la condizione del militante, il quale, certo, ha piena libertà di criticare il partito a livello di cellula, può dare pubblicità nazionale al suo disaccordo attraverso la tribuna di discussione che si apre su «L’Humanité» prima di ogni Congresso e proporre emendamenti al progetto iniziale, ma non può nè redigere un testo alternativo, nè unire altri militanti intorno alla sua mozione, nè tentare di fare approvare la sua tesi dal Congresso [Baudouin, 1978, 400].

Il P.C.F. si mostra molto inflessibile anche riguardo alla questione dell’ammissibilità delle correnti all’interno del partito. I suoi leader affermano: “...Il P.C.F. non è la Torre di Babele... Esso è un punto di riferimento per cittadini che condividono gli stessi ideali e gli stessi fini.” [Pribicevic, 1981, 177]. Inoltre essi difendono l’organizzazione centralizzata asserendo che le tendenze possono portare al congelamento delle discussioni fissando le divergenze e possono presentare il rischio di compromessi permanenti e, in ultimo, quello dell’indecisione nella linea politica generale del partito [Baudouin, 1978, 400 - 401]. Molto indicativa è la posizione di Elleinstein, punta di diamante dello smarcamento eurocomunista del P.C.F.: “La democrazia senza centralismo è l’anarchia interna”.
Secondo molti politologi l’attaccamento così indefesso dei comunisti francesi al centralismo democratico è anche spiegabile come un tentativo per rinforzare la specificità della propria identità comunista, appannata dalla stagnazione elettorale e dalla prodigiosa crescita dell’alleato socialista [Tiersky, 1981, 329]. 

Trasformazione ideologica e nuova concezione del ruolo del
partito nell’Eurocomunismo.

La stagione eurocomunista produce anche importanti novità nell’ambito ideologico, dove si registra la scomparsa del vecchio carattere dogmatico in riferimento alla dottrina marxista-leninista.
Nei nuovi documenti statutari del P.C.I. si afferma che il partito, da un lato, sa porsi nella condizione di poter misurare e verificare la validità dei suoi orientamenti teorici e politici, e quindi di aggiornare le formulazioni entro cui vivono i principi trasmessi dai suoi maestri rivoluzionari. Dall’altro lato, è un partito che vuole aprirsi e costruire un sistema di rapporti, di alleanze politiche e sociali e di confronti ideali molto vasto. Sul leninismo Berlinguer dichiara nel corso di un’intervista del 1978:
“Se con il termine leninismo (o con la locuzione “marxismo-leninismo”) si vuole intendere una specie di manuale di regole dottrinali staticamente concepite, un blocco di tesi irrigidite in formule scolastiche, che si dovrebbero applicare acriticamente in ogni circostanza di tempo e di luogo, si farebbe il massimo torto a Lenin... Noi non siamo leninisti a questo modo... [Berlinguer E., 1978].

Cambia anche in modo essenziale la concezione del ruolo del partito. Il P.C.I. ha da tempo abbandonato la definizione di avanguardia, preferendo il termine “partito-guida” e lo stesso ruolo di direzione è ora condiviso con altre forze, che sono considerate su un piano di eguaglianza [Pribicevic, 1981, 170]. Allo stesso modo il P.C.I. non considera più il suo modulo organizzativo come un prototipo della nuova società socialista, nè per aderire al partito è più necessario professarne l’ideologia. Questa nuova concezione laica del partito ha permesso un forte afflusso di cattolici, in precedenza bloccati dal carattere palesemente ateo del P.C.I.. Tuttavia, sul fatto che il P.C.I. sia divenuto un partito fino in fondo laico alcuni nutrono dei dubbi. Innanzitutto è singolare che il P.C.I. giunga, con cinquant’anni di ritardo, ad elaborare i medesimi principi del socialismo democratico, rivendicandoli come nuovi, ma è addirittura paradossale che, una volta ricongiuntosi alla tradizione socialista, senta immediatamente il bisogno di differenziarsene, riproponendo il mito della continuità con la tradizione comunista e quello della diversità da ogni altro partito [Salvadori, 1979].

Molto importanti sono anche i cambiamenti dottrinali che avvengono durante questa fase nel P.C.E.. Esso, in occasione del suo IX Congresso, si definisce come:
“...un partito marxista, rivoluzionario e democratico che si ispira alle teorie dello sviluppo sociale elaborate dai fondatori del socialismo scientifico, Marx e Engels. L’apporto di Lenin è ritenuto, in tutto ciò che conserva di valido, fondamentale, anche se è da ritenersi superato il concetto secondo cui “il leninismo è il marxismo della nostra epoca.”” [Tesi n° 15 del IX Congreso del Partido Comunista d’España, aprile 1978].

La nuova concezione non più ideologica della teoria di Marx porta il P.C.E. a ripensare il proprio ruolo e ad essere: “...favorevole all’unità d’azione delle forze di tendenza sia marxista sia socialdemocratica... e alla cooperazione fra questi su base d’uguaglianza” [Tesi n°15], nonchè ad operare per la costruzione di uno stato non ideologico ma laico, che non sia una copia del partito, il quale costituisce solo una parte della struttura della società.

Nel P.C.F., infine, i tiepidi segnali di rinnovamento si trovano proprio nei mutamenti ideologici, come l’abbandono del principio della dittatura del proletariato, giustificato dal partito con il fatto che il termine “dittatura” evoca automaticamente i regimi fascisti ed esprime quindi la negazione stessa della democrazia, mentre il termine proletariato non rappresenta più, nella seconda metà degli anni ’70, la totalità della classe operaia nè, tantomeno, l’insieme dei lavoratori. Inoltre, nel corso del XXIII Congresso del 1979, la formula “marxismo-leninismo” viene rimpiazzata, come principio-guida del partito, da: “Socialismo scientifico fondato da Marx e da Engels e sviluppato da Lenin” [Wright, 1981, 115], mentre Kanapa, membro dell’Ufficio Politico, ha affermato in precedenza che “una teoria scientifica non è una verità assoluta”.
Per quanto riguarda la concezione del ruolo del partito, si può notare che anche se l’attaccamento alla vecchia idea di partito d’avanguardia è molto forte, come si è già detto, ed è rivendicato con particolare veemenza nei confronti dei socialisti, in alcune occasioni i comunisti francesi tendono a smorzare un po' i toni, limitandosi a indicare come essenziale un ruolo dirigente del partito nella lotta per la trasformazione della società [Marchais, 1976a].

L’apparato organizzativo dei tre partiti eurocomunisti.

Anche nella fisionomia organizzativa si possono notare molte affinità tra il P.C.I. e il P.C.E., mentre il P.C.F. conserva una struttura di tipo tradizionale.
Il partito comunista spagnolo e, soprattutto, quello italiano tendono a privilegiare la sezione, a scapito della cellula, come primo momento di aggregazione nel partito, fatto che indica una volontà di non apparire come partito esclusivamente della classe operaia e, come tale, fortemente ideologizzato, come è il caso del P.C.F., ma piuttosto come forza politica aperta anche a chi non si professa marxista. In questo modo si spiega anche la grande attenzione portata dal P.C.I a tutti i nuovi movimenti nati sull’onda della contestazione sessantottina, comportamento molto diverso dal partito transalpino, che si mostra invece molto freddo con questi, ad eccezione del Movimento per la Pace [Tarrow, 1976, 377].

Un’ulteriore differenza tra i due principali partiti è costituita dal rapporto fra gli amministratori locali comunisti e i rispettivi partiti. Per ciò che riguarda il P.C.F. tutte le alleanze locali vengono vagliate dai dirigenti dipartimentali e, a volte, nazionali. Gli amministratori locali del P.C.I., invece sono più politicizzati rispetto ai colleghi degli altri partiti italiani, ma sono meno legati nei confronti del partito rispetto ai comunisti francesi [Tarrow, 1976, 385]. Infine è molto differente la penetrazione territoriale dei due partiti nelle rispettive società. Mentre il P.C.F. è organizzato quasi esclusivamente nella regione parigina e in pochi altri dipartimenti a prevalenza industriale, il P.C.I. attua una strategia di presenza in tutto il territorio italiano e in tutti i settori della società, grazie a una rete organizzativa capillare che dispone, fra l’altro, di una casa editrice (la Editori Riuniti), di pubblicazioni quotidiane, settimanali e mensili a vasta tiratura, di scuole di partito e di una solida base economica, grazie al collegamento alla Lega delle Cooperative.

La contestazione all’interno dei partiti eurocomunisti.

La contestazione all’interno del P.C.I. è stata storicamente più limitata che nel P.C.F. e, soprattutto, nel P.C.E.. Prima di tutto i comunisti italiani non hanno praticamente mai conosciuto nella loro storia scissioni autentiche, nè pro-cinesi, nè pro-sovietiche, fino a quella tra P.D.S. e P.R.C in anni piuttosto lontani da quelli dei quali si sta parlando. La compattezza del partito non è mai venuta meno, forse anche grazie al carisma e all’abilità dei suoi leader, da Togliatti a Berlinguer. L’unica scissione di un certo spessore si è avuta nel 1969 ad opera dei dissidenti de «Il Manifesto», che criticavano aspramente la linea politica del partito, giudicato ormai “riformista”. Durante la stagione eurocomunista le contestazioni riguardano principalmente due questioni, l’appoggio del partito alla politica di “austerità” dei governi di solidarietà nazionale, critica mossa soprattutto dalla componente sindacalista del partito (Trentin, Garavini), e la condanna che il partito !
ha mosso nei confronti dell’U.R.S.S. all’indomani dell’invasione dell’Afghanistan e dei fatti polacchi del dicembre ’81. In questa occasione la componente filosovietica di Cossutta dissente fortemente dalla linea della Direzione e soprattutto dalla posizione di Berlinguer secondo cui si sarebbe ormai verificato: “...l’esaurimento della spinta propulsiva nata dalla Rivoluzione d’Ottobre.” [Berlinguer E., 1981].

Il P.C.E., al contrario, ha conosciuto di frequente nella sua storia dolorose scissioni, a cominciare dal 1963, con la creazione del Partido Comunista Español di tendenza maoista, e, soprattutto, nel 1970, con la formazione di un partito di stretta osservanza filosovietica, per qualche tempo concorrenziale al P.C.E. stesso, guidato da un eroe della guerra civile, il generale Lister.
La riacquistata libertà all’indomani della fine della dittatura non produce la sperata unità e i segni della divisione sono ben visibili durante il IX Congresso, con la contrapposizione tra “eurocomunisti” e “leninisti”, segno di un malessere assai diffuso nel partito, e con la vibrante richiesta di maggiore democrazia nel partito, soprattutto sotto forma di un maggior diritto all’iniziativa, alla discussione e alla critica da parte di ogni militante. Molto forte è anche il confronto tra le vecchie e le nuove generazioni [Calamai, 1978].

I segnali negativi presenti al IX Congresso si mostrano in tutta la loro drammaticità al X Congresso, nel 1981, ricordato come il congresso delle divisioni. Se la componente vicina al P.C.U.S. risulta meno consistente del previsto, ben più significativa si dimostra la forza del gruppo degli “eurocomunisti rinnovatori”, che non si riconosce nella relazione del segretario sul partito. 
In questo modo, anche se la linea eurocomunista del P.C.E. è riconfermata a larghissima maggioranza, l’impressione che se ne ricava è quella di un partito spaccato, con un segretario rieletto soltanto dal 70 % dei delegati e che risulta appena il 15° tra gli eletti al Comitato Centrale. Le principali proposte degli eurocomunisti rinnovatori si concentrano sulla forma del partito, che si vorrebbe con una struttura federale che garantisse piena libertà di espressione per le correnti d’opinione, pur permanendo la norma del centralismo democratico. Tuttavia queste richieste non vengono accettate dal congresso.
Questa spaccatura all’interno del partito non è più ricomposta, al punto che nel novembre ’82 Carrillo si dimette da segretario generale e, all’inizio del 1984, esce dal partito [Waller, 1987].

Infine il P.C.F., esso pure immune da scissioni nel corso della sua storia, ma alle prese, a partire dalla rottura con i socialisti nel settembre ’77, con una forte contestazione interna, agevolata anche dalla parziale liberalizzazione del partito avvenuta dopo il XXII Congresso. La contestazione in realtà era già nell’aria immediatamente dopo la conclusione del congresso stesso, come confermano le dimissioni verificatesi in molte cellule, e soprattutto le critiche di Althusser, strenuo difensore della validità del principio della dittatura del proletariato e grande accusatore dei metodi per nulla democratici utilizzati dal partito per eliminare il principio stesso [D’Eramo, 1976]. Le prospettive, però, di una partecipazione al governo ormai ritenuta prossima, fanno passare in secondo piano la potenziale forza dirompente della contestazione, che cova sotto la cenere e che esplode dopo la sconfitta elettorale del marzo 1978.

Caratteristica principale dei “ribelli” è quella di essere quasi tutti degli intellettuali che, pur partendo da posizioni ideologiche anche distanti, convengono sulla richiesta primaria di una maggiore democrazia nel partito [Baudouin, 1980, 82].
Le critiche mosse alla Direzione sono svariate. Si rimprovera, tra l’altro, il settarismo tenuto nei confronti del P.S., l’eccessivo operaismo spinto fino al miserabilismo. Ma è ancora Althusser a formulare la critica più dura, quella per cui è il P.C.F. il vero responsabile della sconfitta, in quanto, vistosi scavalcato dal P.S., ha preferito far perdere la sinistra intera piuttosto che tentare di rovesciare il rapporto di forza ad esso sfavorevole [Baudouin, 1980, 85]. Molte critiche concernono anche il problema della circolazione delle idee all’interno del partito e l’eccessivo verticalismo che estranea il militante dalle decisioni del vertice. Si richiedono profonde revisioni nell’organizzazione del partito, come la valorizzazione delle assemblee di sezione rispetto a quelle di cellula, si critica il sistema cooptativo della equipe dirigente, si domanda l’abrogazione della commissione delle candidature e la rappresentanza proporzionale, nelle varie assemblee del partito, della minoranza.
Il problema dei contestatori, divisi tra “althusseriani” ed “eurocomunisti” e a loro volta distinti in sottogruppi, è, però, la loro eccessiva frammentazione. In questo modo l’apparato pressoché monolitico del partito ha buon gioco a spuntarla, riuscendo prima del XXIII Congresso del 1979 ad annichilire ogni contestazione [Baudouin, 1980, 94].

Interessante è analizzare il modo con cui il partito riesce a controllare questo fenomeno. Nessuna epurazione di staliniana memoria, ma una precisa strategia composta di tre fasi, tesa a screditare i contestatori. Innanzitutto un momento tradizionale di intimidazione burocratica, seguito poi da una fase di banalizzazione ideologica capace, grazie a concezioni sulla dottrina e sulla democrazia interna più teoriche che reali, di smussare l’originalità rivendicativa dei critici e di riportare sui dirigenti il monopolio dell’innovazione. Infine una discreta ma efficace fase di normalizzazione amministrativa [Baudouin, 1980, 96].

Capitolo Quarto

La strategia politica nazionale del 
Partito Comunista Italiano. 

La proposta del Compromesso storico: novità e continuità 
con il passato.

Il Compromesso storico è la proposta lanciata per la prima volta da Berlinguer, a conclusione di tre articoli pubblicati su Rinascita tra il 28 settembre e il 9 ottobre 1973, all’indomani della tragica fine del presidente cileno Allende e del suo governo di Unidad Popular. Proprio prendendo a lezione i fatti cileni, il segretario del P.C.I. afferma che l’errore politico più grave che la sinistra potrebbe compiere in un paese capitalista occidentale è quello di puntare al 51 % dei suffragi, pensando che sia sufficiente per la sinistra ottenere la maggioranza assoluta anche risicata per poter intraprendere quelle trasformazioni essenziali per guidare le società occidentali verso il socialismo. Questa condotta porterebbe, al contrario, ad una saldatura stabile ed organica tra il centro e la destra, con il deleterio risultato di spaccare in due il Paese e di mettere in moto pericolose reazioni da parte della destra eversiva:
“...Questo è stato lo sbaglio fatale commesso da Allende, e questo non deve ripetersi in Italia. E’ indispensabile un nuovo grande “compromesso storico” tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano.” [Berlinguer E., 1973a].

Questa alleanza è ciò che il segretario comunista definisce “una nuova tappa della rivoluzione democratica e antifascista”.
Un rapporto di tipo nuovo con il partito dei cattolici viene considerato come un passaggio fondamentale per consentire l’isolamento delle forze reazionarie e dare così il via alle riforme strutturali del sistema politico ed economico italiano. Così scrive Berlinguer su «Rinascita»:
“Il compito nostro essenziale è quello di estendere il tessuto unitario, di raccogliere attorno ad un programma di lotta per il risanamento e rinnovamento democratico dell’intera società e dello Stato la grande maggioranza del popolo, e di far corrispondere a questo programma e a questa maggioranza uno schieramento di forze politiche capaci di realizzarlo. Solo questa linea e nessun’altra può isolare e sconfiggere i gruppi conservatori e reazionari, può dare alla democrazia solidità e forza invincibile, può far avanzare la trasformazione della società.” [Berlinguer E., 1973b].

La Democrazia Cristiana è vista come un partito nel quale esistono profonde contraddizioni, certamente legato agli interessi dei grandi gruppi economici e alle posizioni di rendita parassitarie ma anche una forza politica che, per la composizione del suo elettorato, deve tenere conto delle aspirazioni popolari, fatto questo che la rende diversa da tutti gli altri partiti borghesi occidentali, in quanto non assimilabile ad un partito di tipo conservatore [Vacca, 1978].

Su molti temi importanti le posizioni tra comunisti e cattolici sembrano farsi più vicine, o, per lo meno, i toni si fanno meno accesi. Così, in occasione del referendum sul divorzio, voluto fortemente da Fanfani, come a suggello della propria linea politica centrista, il comportamento tenuto dal P.C.I. durante la campagna elettorale è volto a sostenere in modo deciso ma non estremista le ragioni del “no”.

Sull’aborto vi sono alcune dichiarazioni di leader comunisti molto vicine alla posizione dei cattolici. Così si esprime infatti Bufalini: “Per noi l’aborto non è un diritto nè una libertà nè un mezzo di emancipazione della donna” [Bufalini, 1975]. La linea ufficiale del partito sostiene che:
“...è prioritario, per vincere o almeno circoscrivere questa piaga, farla emergere dalla clandestinità che l’aggrava e che ne accentua il duplice carattere discriminatorio contro le donne e contro i poveri.” [Berlinguer G., 1977].

Della nuova legge i comunisti difendono soprattutto l’intervento sociale, che dovrebbe consentire ai medici funzioni di accertamento e di valutazione congiunte con la donna, per rimuovere le cause che l’hanno condotta a prendere questa grave decisione [Berlinguer G., 1977]. E’ anche da notare che la difesa della legge, da parte del P.C.I., non è arroccata, ma si riconosce che è una norma sottoponibile a continua verifica.
Un momento fondamentale nel dialogo con i cattolici è certamente costituito dalla lettera indirizzata dal massimo leader comunista al Vescovo di Ivrea, mons. Bettazzi, in risposta a una precedente missiva dell’alto prelato. In essa Berlinguer specifica che il P.C.I. è: “...un partito laico e democratico e, come tale, non teista, non ateista e non antiteista” e che esso vuole uno Stato allo stesso modo laico e democratico. [Berlinguer E., 1977c].

Nell’idea berlingueriana la collaborazione con la D.C. non deve essere circoscritta ad un accordo tra i vertici ma deve funzionare innanzitutto a livello locale, in quanto offre una doppia opportunità, sia come momento di legittimità politica, sia come occasione per dimostrare la superiorità dell’efficienza comunista nell’ammi-nistrazione pubblica [Allum, 1977].
Riguardo agli eventi che hanno portato all’elaborazione della strategia del compromesso storico, oltre ai fatti del Cile ve ne sono altri, in particolare l’esaurimento della formula del centro-sinistra e il grave momento di crisi economica e sociale, fatti entrambi che danno luogo a una forte richiesta di cambiamento del modo di funzionare del sistema, così da emarginare i settori più improduttivi e parassitari [Ripa di Meana, 1974].

Secondo Allum sono possibili due letture opposte della nuova strategia del P.C.I., una difensiva, secondo la quale il partito non vorrebbe provocare nè una rottura nella pratica politica italiana, nè una spaccatura nella D.C., per timore di gravi conseguenze sulla fragile struttura costituzionale italiana, tenuto anche conto della delicata situazione del Paese negli anni ’70, l’epoca del terrorismo. Secondo una visione offensiva del Compromesso storico, invece, il vero punto di partenza di questa strategia sarebbe fornito dalla contestazione degli anni ’68 - ’69, cui il partito vorrebbe dare una risposta, mentre gli avvenimenti cileni costituirebbero solo l’occasione propizia per la presentazione del disegno. Premessa di questa seconda lettura è che in Italia vi sarebbero le condizioni per introdurre il socialismo senza incontrare particolari difficoltà [Allum, 1977].

In realtà di problemi il P.C.I. è ben consapevole di trovarne, e a chi obietta che di fronte a una maggioranza così ampia, composta non solo da democristiani e comunisti ma da tutte le forze democratiche, scomparirebbero quasi le forze di opposizione, Berlinguer replica in questo modo:
“...il giorno in cui le forze democratiche intraprendessero insieme un’effettiva azione di rinnovamento della società e della vita pubblica, non mancherebbe davvero l’opposizione dei gruppi privilegiati.” [Berlinguer E., 1974b].

Del resto nel P.C.I. si è convinti che per consentire l’instaurazione di profonde riforme e per sostenerle non sia necessario avere un’ideologia socialista. Si può giungere ad approvare e sostenere misure di tipo socialista anche muovendo da altre concezioni, in particolare:
“...ricavando dall’esperienza la constatazione che l’attuale sistema, così com’è, si dimostra incapace di risolvere problemi quali quelli posti dalla crisi odierna.” [Berlinguer E., 1974b].

Una vivace discussione si sviluppa poi, fuori e dentro il partito, a proposito della continuità del Compromesso storico con la tradizione comunista italiana.
Secondo la direzione del partito vi è una specie di “fil rouge” che lega il progetto dell’attuale segretario con l’elaborazione togliattiana della Via italiana al socialismo e, soprattutto, con Gramsci, per il quale il socialismo deve fondarsi sul consenso. Quest’ultimo, in particolare, è considerato, anche dagli avversari politici, come colui che per primo ha indicato la via per la conquista del potere. Egli infatti ha elaborato concetti che sono diventati patrimonio ideologico del P.C.I., come società civile, blocco storico ed egemonia. In Gramsci è centrale l’importanza della società civile, vista come complesso delle relazioni culturali, non più economiche come era in Marx. Attraverso la sua conquista si arriva ad occupare lo Stato, e, secondo l’intellettuale cattolico Del Noce, è proprio ciò che il P.C.I. sta perseguendo. Tuttavia nel partito vi sono alcuni che mettono in evidenza come vi siano problemi nel conciliare il pluralismo organico gramsciano con la vera democrazia, e per questo si formulano proposte, soprattutto da parte della sinistra di Ingrao, volte a inserire strumenti di democrazia di base nel sistema rappresentativo [Rizzo, 1977].

Anche fuori dal P.C.I. molti mettono in evidenza il fatto che, sebbene il partito continui a proclamarsi fedele continuatore dell’eredità gramsciana, vi sono ormai sensibili differenze tra il partito degli anni ’70 e le elaborazioni teoriche dell’intellettuale sardo. Così il concetto di egemonia è diverso, in quanto il P.C.I. si concepisce non come un Partito - Principe che guida le altre forze politiche verso il socialismo, ma come componente di un blocco di forze sociali e di partiti anche di diversa ideologia, che convengono sul progetto di trasformare la società.

Diversa è pure la concezione della forma di democrazia di base, intesa ora come momento di partecipazione al sistema democratico dello Stato e non più come fondamento rivoluzionario di contropotere [Salvadori, 1977, 61].

Ormai è chiaro al P.C.I. che lo stabilirsi di una larga coalizione politica è la condizione indispensabile per la buona riuscita del nuovo progetto.
Anche la pretesa continuità con la elaborazione togliattiana della Via italiana al socialismo è aspramente criticata dai non comunisti. Con essa infatti, si obietta, il rapporto di principio tra comunismo e democrazia restava ancorato allo schema leninista, mentre la dittatura del proletariato rimaneva la forma di transizione per attuare il socialismo e, infine, non si escludeva la via rivoluzionaria per la presa del potere. Inoltre, secondo Flores d’Arcais, vi era una certa doppiezza in Togliatti circa la concezione della democrazia, in quanto il metodo parlamentare era visto solo come strumento alternativo alla rivoluzione per la conquista del potere, avvenuta la quale avrebbe esaurito il suo compito. Negli anni ’70, invece, il P.C.I. segue sostanzialmente una strategia riformistica, vicina di fatto a quella della socialdemocrazia europea [Flores d’Arcais, 1979].

Ma tutta l’elaborazione del Compromesso storico non starebbe in piedi senza un adeguato supporto internazionale. Non è un caso se Berlinguer lancia il suo progetto in un momento in cui la distensione internazionale è all’ordine del giorno. La conferenza di Helsinki per la sicurezza e la cooperazione in Europa è in avanzata preparazione, mentre Brezhnev e Nixon hanno da poco raggiunto un secondo accordo per il controllo degli armamenti, il S.A.L.T. II.

Il P.C.I. sa che la questione della distensione è la più importante per la riuscita del suo piano di avvicinamento al governo del Paese. Più la situazione internazionale è tesa, più il partito comunista è avvertito dall’opinione pubblica moderata come partito antisistema e, quindi, antidemocratico. Per questo i comunisti italiani sono, per tutto il corso degli anni ’70, i più accesi sostenitori del dialogo tra Americani e Sovietici.

Le critiche al Compromesso storico.

Molto numerose sono le critiche mosse alla proposta di Berlinguer, sia da politologi che da uomini politici.
I socialisti temono che un eventuale accordo politico tra comunisti e democristiani finisca per rendere di fatto accessorio il loro contributo quantitativo nella grande alleanza tra le forze democratiche italiane. Inoltre muovono due obiezioni ai comunisti. La prima afferma che è quanto meno ingenuo pensare che chi lascia la D.C. per aderire ai partiti operai possa trovarsi a suo agio in una strategia che ha come scopo ultimo l’alleanza con la stessa D.C..
La seconda obiezione prende le mosse dalla considerazione di come è organizzato il sistema di potere democristiano, in particolare al Sud. E’ un’illusione, quella del P.C.I., di abbattere le clientele parassitarie stando al governo con i democristiani, senza che questi vi si oppongano [Lombardi, 1974].

Tra gli intellettuali cattolici vi è chi, come Del Noce, mette in guardia dal vero fine che sta sotto la strategia comunista. Se davvero il P.C.I. persegue fino in fondo gli insegnamenti di Gramsci, allora, secondo Del Noce, il Compromesso storico non rappresenterebbe altro che lo strumento più idoneo per annullare la cultura cattolica, entrando in essa e permeandola della nuova mentalità, quella della “nuova chiesa”, il comunismo [Del Noce, 1974].

Tra i politologi Pasquino coglie l’errore essenziale del Compromesso storico nella distorsione tra il momento in cui nasce, quando vi è una forte paura per la tenuta democratica dello Stato, e la fase politica che segue, che vede, al contrario, una forte espansione democratica. Il problema sarebbe allora costituito da una strategia concepita come difensiva, ma che si deve applicare ad un momento storico di altissimo potenziale di mobilitazione civile e democratica [Pasquino, 1983, 46].
A una conclusione simile giunge anche Tarrow, secondo il quale più il P.C.I. mette in risalto i rischi di un aggravamento della crisi italiana, più diventa per esso arduo ottenere il via libera per operare profonde riforme, in quanto i suoi alleati possono agevolmente rispondere che proprio la serietà della crisi non consente di introdurre riforme sociali troppo dispendiose [Tarrow, 1981].

Ancora secondo Pasquino, l’analisi che Berlinguer fa della D.C. è troppo ottimistica, in quanto se è vero che il partito democristiano non è solo il rappresentante del grande capitale ma è soprattutto un partito popolare, ciò non significa necessariamente una predisposizione della Democrazia Cristiana verso una politica di riforme [Pasquino, 1983].
Dall’analisi condotta da D’Angelillo risulta che l’errore più grave del P.C.I. è quello di vedere una piena coincidenza tra austerità e rinnovamento, quando vi sarebbe invece una netta divaricazione. Altro sbaglio è l’iniziale convinzione della possibilità di fare della crisi un’occasione per la trasformazione del Paese, illusione che crolla nel 1978, quando ci si rende conto che l’urgenza dei problemi economici e del terrorismo non permette di operare nel senso di un’evoluzione strutturale del sistema [D’Angelillo, 1986, 20].

Secondo Bonanate la contraddizione di fondo sta invece nel non preoccuparsi, da parte del P.C.I. degli effetti che avrebbe sul sistema geopolitico internazionale una riuscita del suo piano politico, in pratica si rimprovera una visione troppo ottimistica della distensione [Bonanate, 1978, 136].
Le critiche più aspre sono però quelle avanzate da Fisichella, per il quale il Compromesso storico sarebbe soltanto uno strumento usato dal P.C.I. per cautelarsi da due rischi. Quello per cui un crollo improvviso del regime dei partiti potrebbe travolgere anche lo stesso partito comunista, in quanto ritenuto o la vera causa dei guai del regime, o suo complice, e quello per cui le forze politiche tradizionali riescano a superare la crisi e facciano ricadere il P.C.I. nell’isolamento [Fisichella, 1979, 8]. Secondo Fisichella, inoltre, il carattere non ideologico attribuito dai comunisti al tipo di Stato che vorrebbero costruire, non è una prova di acquisita democrazia, tanto più che nella società immaginata dal P.C.I. un partito può competere non per il successo del proprio modello sociale, ma solo per collaborare alla trasformazione completa verso il socialismo. Infatti la condanna del Partito Comunista Italiano contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia è stata dovuta!
esclusivamente al fatto che si è giudicato un tragico errore l’intervento armato, in quanto il processo di revisione della società era saldamente nelle mani dei comunisti, e il ruolo primario del partito non era minimamente messo in discussione [Fisichella, 1979, 54].

La situazione sociale e politica dell’Italia degli anni ’70.

La situazione sociale italiana in questo decennio è segnata da due problemi fondamentali, il terrorismo e l’emergenza economica. 
Sono gli anni di piombo, iniziati con la strage di Piazza Fontana a Milano nel 1969, l’epoca degli opposti estremismi, prima rosso e poi nero, la strategia della tensione. Forse proprio l’idea del Compromesso storico, con il possibile incontro tra i due grandi partiti di massa italiani, provoca un incremento delle azioni terroristiche, determinate a colpire sempre più in alto, fino a giungere alla strage di via Fani, con il sequestro e l’assassinio di Moro. In quella che viene ricordata come la “notte della Repubblica”, il P.C.I. prende una netta posizione contro il terrorismo e a sostegno delle istituzioni democratiche dello Stato. Il partito è molto critico verso quegli intellettuali, alcuni dei quali assai vicini allo stesso P.C.I., che dichiarano: “nè con le Brigate Rosse, nè con lo Stato”. In un articolo su Rinascita Vacca definisce questo atteggiamento come pericoloso e:
“...segno di sfiducia qualunquistica contro questo Stato... Pertanto deve essere confutato tenacemente anche sul piano culturale perchè altrimenti si corre il pericolo che la gente veda lo Stato esclusivamente come macchina coercitiva, estranea ai cittadini, per di più gravata da pesanti disfunzioni.” [Vacca, 1978].

Si afferma apertamente che nella lotta contro il terrorismo è in gioco la difesa dello Stato italiano, che ha una sua peculiarità rispetto a tutte le altre nazioni occidentali, in quanto suo fondamento è l’antifascismo.
La crescita del Partito Comunista, costante dal 1948, raggiunge alle amministrative del ’75 e alle politiche del ’76 il suo apice. Un italiano su tre vota per il P.C.I. e di ciò devono tener conto tutte le altre forze politiche italiane.
Vi è sicuramente un’evoluzione nell’immagine che gli italiani hanno del P.C.I., in quanto sempre di meno lo considerano un pericolo per la democrazia e sempre di più ritengono utile una sua partecipazione al governo del paese. Ciò che ha contribuito a questo cambiamento nel corso del tempo sono alcuni fattori, primo dei quali la convinzione che il P.C.I. ha saputo trasmettere circa la realizzabilità di una “Via italiana al socialismo” completamente diversa dalle precedenti esperienze. Inoltre vi sono l’immagine del “buon amministratore”, i mutati rapporti con i cattolici e, infine, il successo tra i giovani [Lange, 1976]. Tutto ciò porta, tra il 1976 e il 1979, alla fase dei governi di “solidarietà nazionale”, con il P.C.I. che, proprio nel giorno del rapimento di Moro, entra a far parte della maggioranza di governo, pur non avendo alcun suo rappresentante nell’esecutivo presieduto da Andreotti.

Ma il terrorismo non è la sola emergenza di quegli anni. La debolezza dell’economia italiana, una delle più fragili tra quelle capitaliste, è messa a nudo, all’inizio degli anni ’70, da due eventi molto vicini nel tempo. La fine degli accordi di Bretton Woods, cioè della parità tra dollaro e oro e, soprattutto, il primo shock petrolifero. Gli anni del boom economico sono ormai lontani, e la crisi e la disoccupazione sono all’ordine del giorno. I primi anni ’70 sono segnati dai grandi scioperi operai, come se la contestazione giovanile di fine anni ’60 si fosse trasferita nelle fabbriche.
Il crollo degli investimenti, la fuga dei capitali, la speculazione sulla moneta, tutte queste cose hanno, secondo il leader comunista, un’origine:
“...nella mancanza di indirizzi generali chiari, nell’instabilità politica, nel dissesto della pubblica amministrazione e nel dilagare delle pratiche corruttrici e clientelari. Ciò costringe sovente gli operatori economici in ogni campo, già stretti dalla crisi, a sottoporsi al pagamento di tangenti per ottenere licenze o servizi che dovrebbero essere normalmente assicurati da un corretto funzionamento degli uffici statali.” [Berlinguer E., 1976b].

Dunque per il P.C.I. il riassestamento dell’economia del Paese passa obbligatoriamente attraverso il risanamento del settore pubblico per mezzo di una politica economica di programmazione e una generale opera di moralizzazione della politica.

Le proposte di riforma politica del P.C.I. negli anni del Com-
promesso storico.

Nel precisare in che cosa consiste il suo progetto, Berlinguer dichiara costantemente che esso darebbe il via a importanti riforme in tutti i settori, nei rapporti di produzione, nella distribuzione del reddito, nei consumi e nelle abitudini di vita, nella natura del potere, introducendo nel funzionamento generale della società alcuni elementi propri del socialismo, anche se: “...non si tratta di porre come obiettivo ravvicinato la società socialista.” [Berlinguer E., 1976b].
Tra le proposte di riforma avanzate dal P.C.I. si segnalano quelle concernenti le istituzioni, in particolare il Parlamento, il quale, pur conservando il ruolo di centralità nel sistema politico italiano, come la Costituzione prescrive, dovrebbe razionalizzare il proprio lavoro, iniziando una progressiva ripartizione dei compiti tra le due Camere, che, per un verso, tenda ad una differenziazione delle loro funzioni, con prevalenza per l’una dell’attività legislativa e per l’altra dell’attività di controllo, mentre, per altro verso, porti ad aumentare i casi in cui le due Camere procedono in seduta comune, come la discussione della fiducia al governo. Inoltre si auspica in campo legislativo un serio snellimento, in modo che il Parlamento resti impegnato solo sulle leggi più importanti, lasciando alle Regioni le altre competenze.

Proprio le regioni costituiscono il secondo cavallo di battaglia del P.C.I.. Berlinguer, in più di un’occasione, afferma:
“Occorre battersi perchè le Regioni esercitino pienamente tutti i loro poteri legislativi e amministrativi... Le Regioni devono essere considerate come un’articolazione democratica necessaria, come una delle istituzioni alle quali compete l’elaborazione e l’attuazione di parti fondamentali di una nuova programmazione dello sviluppo economico.” [Berlinguer E., 1974b].

Nel P.C.I. è forte la convinzione che si ha il pieno sviluppo della democrazia rappresentativa quando la si abbina alla democrazia decentrata. In questo modo le Regioni diventano un nuovo modo di concepire e gestire la spesa pubblica e la programmazione. Del resto quest’ultimo strumento di politica economica è ritenuto dal P.C.I. essenziale per promuovere lo sviluppo sociale ed economico del Mezzogiorno, al fine di utilizzare correttamente, senza sovrapposizioni autoritarie, le stesse leggi di mercato [Berlinguer E., 1976b]. Altre richieste di cambiamento riguardano l’istituto del referendum, di cui si chiede un aumento del quorum dei cittadini necessario per promuoverlo, e di meglio definire le materie ad esso non sottoponibili.

Si propone una riforma del Consiglio supremo della difesa, che dovrebbe consentire una più ampia rappresentatività, integrando la sua composizione con membri designati dal Parlamento.
Infine il P.C.I. ritiene necessaria una riforma dei servizi di sicurezza, i quali dovrebbero essere distinti in due soli servizi fondamentali, uno che si occupi della difesa della sovranità nazionale e l’altro con compiti di difesa dell’ordine democratico. Entrambi dovrebbero essere posti sotto la direzione politica di un organismo collegiale, formato dal Presidente del Consiglio e dai ministri competenti, che periodicamente riferisca al Parlamento [Berlinguer E, 1974b].
Unica cosa che non deve mutare è il sistema elettorale, che deve restare rigorosamente la fotografia reale delle opinioni diffuse nel Paese, e quindi proporzionale puro.

Capitolo Quinto

La politica nazionale del Partito Comunista Francese negli anni ’70.

Il difficile rapporto tra comunisti e socialisti: 
l’Union de la Gauche e l’Union du Peuple Français.

I rapporti tra i due principali partiti della sinistra francese sono sempre stati piuttosto tesi. Fin dalla nascita del P.C.F., nel 1920, con il congresso di Tours, i socialisti della S.F.I.O. sono stati considerati come dei rinnegati, dei traditori del socialismo, come coloro che erano scesi a patto con il capitalismo imperialista.
Solo nella seconda metà degli anni ’30 le relazioni tra i due partiti migliorano, e l’accordo raggiunto tra Thorez e il leader socialista Blum segna l’inizio dell’esperienza del Fronte Popolare, che, vinte le elezioni, dà vita ad un governo a guida socialista appoggiato dai comunisti.
Dopo la guerra, quando il P.C.F. è diventato il primo partito francese, le due anime della sinistra si ritrovano unite nel governo di coalizione che guida la ricostruzione del paese. Ma i venti della Guerra Fredda giungono anche in Francia, e i comunisti vengono estromessi dal governo, proprio con il contributo determinante dei socialisti. Tra P.C.F. e S.F.I.O. cala nuovamente il gelo, che permane fino alla morte del leader comunista Thorez, nel 1964.

La segreteria di Waldeck - Rochet dà l’impressione di voler aprire una nuova stagione nei rapporti con i socialisti. A conferma di ciò vi è l’appoggio alla candidatura Mitterand alle presidenziali del ’65. Ma il maggio ’68 e la conseguente riattualizzazione del tema della rivoluzione sconvolgono i piani dei comunisti, e così il dialogo si interrompe nuovamente.

Nel 1972, finalmente, comunisti, socialisti e radicali di sinistra raggiungono un’intesa, non limitata alla sola scadenza elettorale, ma imperniata su un programma di governo di legislatura, il Programma Comune, che ha il compito di porre le basi per la trasformazione della società. Per il P.C.F. è il coronamento di una lunga rincorsa per uscire da quel ghetto politico in cui ha vissuto per venticinque anni.
Del resto, la necessità di perseguire una politica di alleanze, innanzitutto con i socialisti, ma aperte a quanti più possibile, deriva al P.C.F. dall’analisi dei due tentativi di edificazione di una società socialista a partire da una società capitalista, più vicini cronologicamente, quello cileno e quello portoghese. Il P.C.F., pur riconoscendo la sostanziale diversità delle due situazioni, vede una chiave di lettura comune. Secondo i comunisti, infatti, vi sarebbero due pericoli, diversi tra loro ma entrambi molto concreti, quando si dà vita a un governo che si pone l’obiettivo di portare una società dal capitalismo al socialismo,
“il primo è quello di non operare in tempo le trasformazioni democratiche delle strutture economiche e politiche con l’appoggio del movimento popolare, quando ve ne siano le condizioni, mentre il secondo è quello di gettarsi in operazioni avventuristiche che non corrispondono alle possibilità reali del movimento popolare, ma siano semplicemente manifestazioni della velleità di “bruciare le tappe” e conducano le forze rivoluzionarie all’isolamento.” [Marchais, 1976a].

Tuttavia, la soluzione per scongiurare entrambi i pericoli è la medesima, ed è quella formulata da Berlinguer con il Compromesso storico, dare cioè vita ad un movimento popolare sufficientemente ampio da comprendere larghi strati sociali, uniti dall’obiettivo delle riforme. Questa è la prova, secondo il P.C.F., della sincera volontà dei comunisti di perseguire una politica unitaria della sinistra, in quanto “...essa non è per noi una tattica momentanea, ma una componente stabile della nostra strategia.” [Marchais, 1976a].

Ciò che, però, crea, da subito, frizione con i socialisti è, come si è già visto, l’irrinunciabile pretesa del P.C.F. di esercitare un ruolo politico dirigente nella lotta per la trasformazione della società. Nasce da qui la “querelle” sulla proposta socialista del “fronte di classe”, rifiutata nettamente dal P.C.F., in quanto “la classe dei lavoratori ha il diritto di essere se stessa, senza doversi trovare in un magma indifferenziato” [Marchais, 1976a].

All’epoca della stesura del Programma Comune i rapporti all’interno della sinistra sono, in effetti, nettamente a favore dei comunisti, con il giovane partito di Mitterand, nato da appena due anni dalle ceneri della vecchia S.F.I.O., impegnato a costruirsi una propria credibilità. Il leader socialista, in questo frangente, è perciò costretto a fare buon viso a cattivo gioco, accettando, almeno formalmente, questo ruolo dirigente del P.C.F.. Ma a quanti tra i suoi militanti lo criticano per aver stretto l’accordo con i comunisti, Mitterand replica che il suo obiettivo principale è quello di dirottare due dei cinque milioni di voti del P.C.F. verso il P.S.. Quando, votazione dopo votazione, i fatti gli danno ragione, inevitabilmente i rapporti con il P.C.F. si deteriorano sempre di più.

Il partito comunista, del resto, non fa nulla per rendere meno incandescente la polemica, sostenendo con particolare ardore nella primavera del 1975, poco prima della svolta eurocomunista, il tentativo di golpe, in rigoroso stile leninista, del Partito Comunista Portoghese, appoggiato da una parte dell’esercito ma fortemente osteggiato dal Partito Socialista Portoghese. Una posizione, tra l’altro, quella del P.C.F., che lo vede isolato anche tra i partiti comunisti occidentali, essendo sia il P.C.I che il P.C.E. molto critici riguardo l’azione del P.C.P., che essi giudicano un colpo di mano sconsiderato.
Altro comportamento ambiguo tenuto dal P.C.F. è quello sulla “force de frappe”, l’arsenale atomico francese. Dopo un lungo tergiversare, il partito comunista si allinea, infine, sulla posizione gollista, che prevede la creazione e il mantenimento di un autonomo arsenale nucleare francese. Emerge, ancora una volta, il “gallo-comunismo” del P.C.F, il suo atteggiamento dichiaratamente nazionalista e antieuropeo, l’esatto opposto dell’attitudine del P.S. di Mitterand [Tiersky, 1979].

Altro motivo di diverbio, fin dall’inizio, è la questione dell’autogestione delle industrie nazionalizzate, idea fortemente caldeggiata dai socialisti ma molto osteggiata, specie nei primi tempi, dai comunisti, favorevoli ad assicurare una certa autonomia di gestione alle imprese pubbliche e nazionalizzate, ma a condizione che siano governo, sindacati e direzione dell’azienda a stabilire il grado dell’intervento dei lavoratori [Alfa Senior, 1972].
Tutti questi problemi fanno si che l’alleanza tra socialisti e comunisti, dopo il grande risultato delle municipali del ’77, che segnano il sorpasso sulla coalizione governativa, entri in una fase di stallo. Essa è certamente influenzata dal sopravanzamento del P.C.F da parte del P.S., evento che conduce, nell’autunno 1977, prima, ad una tormentata serie di trattative per aggiornare i vecchi accordi e, poi, alla rottura definitiva.

Sulle cause reali che hanno prodotto lo sfascio dell’intesa, si è sviluppato un feroce scambio di accuse tra i due partiti, ma molti, fuori e dentro il P.C.F., sono concordi nell’indicare nel partito di Marchais il principale responsabile. Già dai tempi del suo XXII Congresso, il partito comunista, rendendosi conto dell’ormai incontestabile sorpasso dei socialisti ai suoi danni, tenta di seguire una strategia alternativa, quella dell’Unione del Popolo Francese, volta principalmente a circondare il partito socialista a destra come a sinistra. Si tratta di una sorta di Compromesso storico alla francese, un progetto destinato soprattutto alle classi medie, in particolare ai gollisti delusi da Chirac e ai cristiani, e che vorrebbe relegare i socialisti in una posizione subordinata [Schwab, 1981].
Ma l’inaffidabilità politica del P.C.F. e il suo attaccamento a idee ormai superate e antiecologiche, come il modello economico produttivista, gli aliena l’appoggio degli ambientalisti e di ampi settori delle stesse classi medie [Baudouin, 1978, 644].

La rottura dell’alleanza dei socialisti, avvenuta, secondo i comunisti, a causa di disaccordi circa il numero di aziende da nazionalizzare, segna in realtà la fine del tentato processo, da parte del P.C.F., di omologarsi alla realtà politica nazionale, nonchè, molto probabilmente, la fine dello smarcamento eurocomunista del partito, anche se, paradossalmente, da questo momento, Marchais rivendica per il P.C.F. proprio questo attributo.

In realtà, però, la vera causa del fallimento dell’Union de la Gauche é da ricercarsi nel carattere esclusivamente elettoralista di un’alleanza in cui ognuno dei due partner ha puntato più a indebolire l’altro che a vincere insieme.
Per quanto riguarda le colpe del P.C.F., si può parlare di un concorso tra una grande paura e un grave errore politico.
L’errore è stato quello di aver giudicato inutile associare la base del partito all’elaborazione del progetto dell’alleanza con il P.S., e di non aver consentito, in conseguenza di ciò, alla formazione di comitati di unità popolare, privandosi, in tal modo, di un formidabile strumento per mobilitare la base socialista contro la presunta svolta a destra del vertice del partito.
Inoltre, le stesse vibranti proteste del P.C.F. contro questo cambio di strategia politica operato dal P.S., sono giunte con circa tre anni di ritardo. Risale, infatti, alle presidenziali del ’74 il momento in cui il programma politico ed economico del candidato socialista Mitterand, per altro pienamente sostenuto dai comunisti, ha cominciato a divergere dal Programma Comune.

La paura, di cui il P.C.F. è accusato sia dai socialisti che da alcuni dei suoi stessi intellettuali, come Althusser, sarebbe stata, invece, dovuta alla circostanza di trovarsi di fronte ad una situazione economica piuttosto difficile, che non consentiva un aumento della spesa pubblica, ma che, anzi, costringeva a dover assumere misure molto impopolari. Ciò avrebbe spaventato i comunisti e li avrebbe indotti a porre fine all’alleanza, prevaricandosi così la sola opportunità praticabile di diventare un credibile partito di governo [Duhamel, 1979].

I tentativi del P.C.F. di porsi come forza di governo.

Secondo Lavau tre sono le esigenze funzionali per un sistema politico. La prima è l’esistenza di una grande forza politica di opposizione capace di convincere i suoi militanti a rispettare certe regole basilari del sistema stesso. In secondo luogo è necessaria una forza politica che agisca come un “tribuno del popolo”, in modo cioè da incanalare verso vie legali e istituzionali la protesta dei cittadini. Infine, è indispensabile l’esistenza di un partito capace di porsi come alternativa credibile.
Negli ultimi anni, a parere del politologo francese, il P.C.F. avrebbe operato per soddisfare queste tre esigenze, non riuscendo tuttavia a farsi completamente accettare come alternativa di governo, proprio per il suo contemporaneo comportarsi da tribuno, malgrado un deciso sforzo per legittimare certi elementi del sistema politico.

Del resto, per il P.C.F., l’unica soluzione per convincere veramente l’opinione pubblica moderata delle proprie buone intenzioni è operare una seria svolta politica. In effetti, nei primi tempi dell’Union de la Gauche, il partito comunista sembra veramente deciso ad avviare la sua trasformazione.
L’enfasi per le grandi conquiste dell’Unione Sovietica e delle democrazie popolari diminuisce un po' di intensità, e le performance del socialismo sono esaltate solo quando qualcuno le mette in dubbio. Anche l’atteggiamento verso l’Alleanza Atlantica muta sensibilmente, venendo sostanzialmente accettata la permanenza della Francia in questa struttura anche nel caso di una vittoria delle sinistre, a patto che ciò non nuoccia alla politica di indipendenza condotta da un governo democratico [Baudouin, 1978].

La Comunità Europea, pur essendo ancora definita: “...la piccola Europa del capitale e dei trust”, viene riconosciuta ormai come una componente stabile e di primo piano del contesto politico occidentale, la quale, pur tra innumerevoli errori, ha ottenuto, nel corso degli anni, buoni risultati in certi settori, in particolare nella difesa dell’agricoltura francese dalla concorrenza statunitense. Una svolta importante si ha anche nel mutato atteggiamento del P.C.F. riguardo alle Istituzioni comunitarie. Esse sono sempre state definite: “...antidemocratiche e asservite al grande capitale”, ma, nell’aprile ’77, il partito comunista si dichiara improvvisamente favorevole alle elezioni a suffragio universale per il Parlamento Europeo, purchè l’assetto dei poteri di questo organismo resti immutato e, quindi, molto limitato. E’ una parziale legittimazione delle Istituzioni comunitarie.
Ma, certamente, la proposta su cui i comunisti puntano tutte le loro ambizioni è l’obiettivo di edificare un “socialismo dai colori della Francia”, come recita lo slogan del XXII Congresso, un tipo di socialismo distinto da tutti i precedenti modelli e, in particolare, da quello sovietico, del quale, anzi, si criticano gli aspetti più burocratizzati e illiberali.

Prima del Congresso il documento più importante che mette in luce la volontà del partito di evolversi in senso “liberale”, è la Dichiarazione delle Libertà del maggio 1975, dove, per la prima volta nella storia del P.C.F., non si fa menzione del termine socialismo. Il P.C.F. si dice deciso non solo a confermare tutte le libertà già garantite dalla Costituzione in vigore, ma anche ad ampliarne il numero, introducendone di nuove, in modo da condurre la democrazia “jusqu’au but”, al suo grado massimo.
La democrazia è ritenuta:
“...il terreno principale della lotta di classe rivoluzionaria per la trasformazione della società, e solo delle riforme democratiche profonde danno alla nazione la piena disposizione del suo sviluppo economico e sociale, assicurando la partecipazione dei lavoratori alla direzione degli affari del Paese.” [Kanapa, 1977].

Per questo la crescita della democrazia, secondo il partito comunista, va sviluppata su tre fronti, innanzitutto quello sociale, ponendo fine alle ineguaglianze che gravano in particolare sulla classe lavoratrice, in seguito quello economico, attraverso le nazionalizzazioni, la partecipazione dei lavoratori alle decisioni economiche delle imprese e la pianificazione democratica, infine il fronte politico.
Nel suo discorso al XXII Congresso Marchais è molto esplicito nell’affermare che non sono tollerabili restrizioni alle libertà e ai diritti della democrazia e che:
“...niente è più estraneo alla nostra concezione del socialismo di ciò che viene chiamato “comunismo da caserma”, che incasella in moduli identici tutto e tutti... Se il carattere di certe libertà è oggi puramente formale è perchè il regime borghese le ha svuotate del loro contenuto.” [Marchais, 1976a].

In particolare sulle regole del gioco democratico il discorso del leader appare del tutto nuovo rispetto alla prassi comunista. Dichiara infatti Marchais:
“Nella battaglia per il socialismo, nulla può sostituire la volontà della maggioranza democraticamente espressa come la lotta e il suffragio universale. Qualunque sia la via al socialismo nel nostro Paese, quali che siano le sue modalità di attuazione, bisogna essere convinti che ad ogni tappa maggioranza politica e maggioranza aritmetica devono coincidere.” [Marchais, 1976a].

Si può agevolmente notare che tra gli insegnamenti di Lenin e le parole di Marchais il salto è notevole.
Tuttavia permangono molti dubbi su quanto dichiarato dal massimo dirigente comunista, soprattutto riguardo al tema del pluralismo politico. Infatti, secondo Marchais, sbagliano quanti affermano che i regimi dei Paesi dell’Est sono tutti a partito unico, perchè, in realtà, in stati come la Bulgaria e la Germania Est, per non parlare della Polonia, vi sarebbero dei veri e propri sistemi multipartitici. Ciò fa supporre che al concetto di pluralismo politico il P.C.F. associ il significato che gli altri partiti politici, nella nuova società socialista, non debbano avere altro ruolo che quello di mera mobilitazione del sostegno popolare al regime guidato dal solo, vero partito rivoluzionario [Schwab, 1981].

Le proposte di riforma politica avanzate dal P.C.F..

Nel periodo di transizione che dovrebbe condurre la società francese dal capitalismo al socialismo, la prima fase è rappresentata dalla democrazia avanzata, nella quale si dovrebbe porre fine al potere dei monopoli, attraverso una profonda riforma democratica della politica e dell’economia [Laot, 1977, 32]. Questa riforma è, però, vincolata al delicato sistema di rapporti in seno alla sinistra. Così, dal momento della firma del Programma Comune fino a tutto il 1974, il P.C.F., convinto della propria superiorità organica e culturale nei confronti dei socialisti, persegue una politica di chiaro stampo giacobino e centralista, imperniata su una strategia di occupazione delle istituzioni chiave dello Stato, senza alcun accenno al decentramento. Ma, dal 1975, e ancor più dopo l’avvenuto sorpasso elettorale, dal 1977, la strategia muta e l’obiettivo dei comunisti diventa la penetrazione dello Stato a partire dalla periferia [Baudouin, 1978, 440].
Questo lo si può rilevare innanzitutto a proposito del diverso atteggiamento del partito verso le municipalità. Non solo il P.C.F. si dichiara estremamente favorevole ad un più ampio decentramento, sia politico che economico, ma mostra interesse anche verso problemi, fino a quel momento, ad esso del tutto estranei, come, ad esempio, il tempo libero [Milch, 1976].
L’offensiva antiburocratica e anticentralista prende ufficialmente il via con il XXII Congresso, dove Marchais proclama:
“...è proprio nel regime attuale che si va sviluppando una burocrazia tecnocratica che pretende dominare ogni aspetto della vita nazionale; è lo Stato del grande capitale che esercita un’assillante tutela sulle collettività locali. Noi lottiamo contro questo autoritarismo, questa soffocante centralizzazione di potere...” [Marchais, 1976a].

Il P.C.F. combatte anche una battaglia per rendere la cultura “...non più un oggetto di mercato e nemmeno di lusso, ma un bene comune a tutti gli uomini”. Da qui la difesa ad oltranza della scuola pubblica, ritenuta una delle poche possibilità che la società capitalista offre alle famiglie lavoratrici [Lavau, 1976, 96].
Sul tema delle riforme istituzionali l’atteggiamento del P.C.F. è molto chiaro.
Antipresidenzialista per eccellenza, il partito comunista vuole una grande riforma costituzionale, che limiti in maniera considerevole i poteri presidenziali, sia per la politica interna che per quella estera. Anche la funzione del governo si vorrebbe ridefinita, in modo da fare di esso solamente un organo collettivo di deliberazione, incaricato di applicare le leggi votate [Baudouin, 1978, 507].
Recuperare il ruolo centrale del Parlamento e ripristinare lo scrutinio proporzionale, sono questi i veri cavalli di battaglia del P.C.F.. Per i comunisti è inammissibile il progressivo depauperamento che l’Assemblea Nazionale ha conosciuto a partire dall’istituzione della V Repubblica. Così si esprime Marchais: “Il funzionamento, le condizioni di lavoro dell’Assemblea Nazionale ne fanno oggi un simulacro, una parodia di Parlamento.” [Marchais, 1976a]. Nei progetti dei comunisti, invece, c’è una repubblica di tipo parlamentare, con trasferimento di molte competenze statali alle regioni e ai dipartimenti.
Per quanto riguarda la riforma del sistema elettorale, è scontata la richiesta comunista di abbandonare il maggioritario, ritenuto da sempre eccessivamente penalizzante per il partito comunista e, fondamentalmente, antidemocratico.

Capitolo Sesto

La politica nazionale del P.C.E. negli anni del- l’Eurocomunismo.

La situazione politica spagnola all’epoca dell’Eurocomunismo

La situazione del Partito Comunista di Spagna, fino al 1977, è radicalmente diversa da quella dei comunisti italiani e francesi, essendo esso costretto alla clandestinità da un regime, che, sebbene in agonia, non attenua per nulla la sua durezza.
Il legame a filo doppio tra il regime e il suo fondatore, indica la palese l’impossibilità per la dittatura di sopravvivere alla morte del Caudillo.
Dopo aver conosciuto un certo sviluppo economico, in particolare nell’industria pesante, negli anni ’50 e ’60, la Spagna vive forse in misura più grave di altri Paesi, la grave crisi economica che ha colpito tutto il mondo occidentale nei primi anni ’70. La protesta sociale e il malcontento crescono, mentre il regime risponde solo con la repressione. Centinaia di persona vengono arrestate, torturate e, a volte, uccise.

L’opposizione, braccata dalla polizia, cerca di mobilitare le masse. Si hanno disordini in un po' tutta la Spagna, in particolare a Madrid, a Barcellona, nelle altre principali città e nelle regioni a forte concentrazione industriale, come le Asturie. La strategia più seguita è quella della penetrazione nelle organizzazioni sindacali del regime per organizzare da lì la protesta dei lavoratori.
Ma la dittatura si fa ancora più oppressiva e la Spagna, negli ultimi mesi di vita di Franco e fino alla sua morte, nel novembre 1975, diventa uno Stato-caserma.
Il P.C.E., molti leader del quale hanno provato in prima persona le durezze della guerra civile, vive con un sentimento di paura mista a trepidazione quest’ultima fase della dittatura. L’opzione del colpo di stato alla maniera portoghese è fuori discussione, in quanto si ritiene che gli Spagnoli, dopo una guerra civile che ha spaccato in due il Paese e dopo quarant’anni di dittatura, non accetterebbero una nuova lacerazione drammatica.

Il P.C.E. vuole abbattere il regime franchista in maniera incruenta, ma in modo che nella lotta per la riconquista della libertà il ruolo dei comunisti sia di primo piano, così da riuscire a convincere l’opinione pubblica della propria affidabilità sul terreno della democrazia.
La stagione dell’Eurocomunismo è in piena fase ascendente durante la transizione della Spagna verso la democrazia. Carrillo è certamente l’avanguardia di questa nuova strategia, per temperamento, forse, ma soprattutto perchè l’Eurocomunismo rappresenta per il partito spagnolo la carta su cui puntare tutto per migliorare la propria immagine. L’obiettivo del P.C.E. è duplice. Innanzitutto rendere evidente che è possibile costruire una società socialista democratica, molto differente dalle esperienze socialiste esistenti, e, in secondo luogo, dimostrare che i partiti comunisti, quando operano in un contesto politico democratico, come nel caso del P.C.I. e del P.C.F., non costituiscono un pericolo per la libertà, ma sono, anzi, un elemento valido ed indispensabile per la crescita complessiva della democrazia.

Non è un caso se Carrillo è il leader che più di tutti desidera dare all’Eurocomunismo una struttura e un’organizzazione stabile, così da farne veramente un nuovo polo del comunismo, e da rendere più palese la presa di distanza da Mosca.
Questa scommessa del P.C.E, di considerare lo smarcamento eurocomunista come lo strumento più adatto per riuscire a diventare protagonista delle profonde trasformazioni in atto nella nuova Spagna, si rivela, tuttavia, col passare del tempo, piuttosto deludente. Carrillo, comunque, non ha di fronte molte alternative. Per il leader spagnolo la via eurocomunista rappresenta un’estensione della democrazia sul piano economico e sociale:
“Allo stesso modo in cui la società partecipa alla direzione della politica dello Stato, si tratta di fare in modo che essa partecipi alla direzione, alla proprietà e ai benefici dell’economia.” [Carrillo, 1977a].

Anche per il P.C.E. i fatti cileni insegnano una lezione, quella per cui, anche se le forze socialiste vanno al governo, non si risolve il problema dello Stato, anzi, si può creare un dualismo molto pericoloso tra il governo socialista e l’apparato dello Stato capitalista, che può portare quest’ultimo a boicottare e, perfino, ad abbattere l’esecutivo. Da ciò deriva, quindi, la necessità di stringere quella che Carrillo chiama “l’alleanza delle forze del lavoro e della cultura”. Il governo che essa esprimerà dovrà garantire, nella fase che conduce alla costruzione della società socialista, la permanenza della proprietà privata media e piccola accanto alla proprietà pubblica, perchè:
“...l’esperienza insegna che la socializzazione radicale a breve termine di tutti i mezzi di produzione e di scambio determina una distruzione e una disorganizzazione delle forze produttive e dei servizi.” [Carrillo, 1975].

La moderazione è sicuramente una costante della strategia del P.C.E., e la testimonianza più eclatante la si ha nella vicenda del riconoscimento della monarchia.
A seguito della scomparsa di Franco, dopo un primo momento segnato dal netto rifiuto dei comunisti di accettare l’istituto monarchico in generale, e la figura di Juan Carlos in particolare come sovrano legittimo, in quanto designato dallo stesso Franco, il P.C.E. riconosce, infine, al giovane re di aver condotto in modo più che dignitoso il Paese durante la difficile fase di transizione verso la democrazia. In effetti, ad eccezione della breve parentesi dei mesi immediatamente successivi alla morte di Franco, quando il governo è formato dai vecchi collaboratori dello stesso dittatore, Juan Carlos ha sempre perseguito una linea politica moderata, di riconciliazione nazionale, chiamando un centrista, Suarez, alla guida dell’esecutivo.

In questa fase, durata circa un anno e conclusasi, nel maggio ’77, con le prime elezioni libere dopo oltre quarant’anni, si sono operati importanti cambiamenti in senso democratico. Oltre alla legalizzazione di tutti i partiti politici, da ultimo il P.C.E., nel marzo ’77, si sono poste le basi per le successive trasformazioni delle istituzioni, in particolare gli organismi regionali e, soprattutto, si è smantellato l’oppressivo regime di polizia.
Per i comunisti, se il 1976 è stato ancora un anno molto difficile in quanto permaneva lo stato di illegalità del partito e continuavano, quindi, gli arresti dei militanti, il 1977 rappresenta la liberazione e la fine della clandestinità. Il primo (e unico) vertice eurocomunista, che si svolge a Madrid all’inizio del mese di marzo del ’77, segna il primo grande atto pubblico del P.C.E.. Nel maggio successivo si svolgono le elezioni politiche. Per il partito comunista, tuttavia, queste si rivelano una mezza delusione, in quanto esso raccoglie meno del 10 % dei consensi, con una punta massima del 20 % a Barcellona.
La sinistra è controllata saldamente dai socialisti di Gonzales, capaci di elaborare un programma probabilmente più vicino alle aspettative di un Paese che vuole sì cambiare, ma non in modo traumatico.

Le difficoltà del P.C.E. dopo la riacquistata libertà.

Le prime elezioni libere vedono il successo di una maggioranza moderata, la coalizione di centro-destra guidata dal confermato premier Suarez. Il dato più importante di questo appuntamento elettorale è, tuttavia, la forte penalizzazione delle due ali estreme dello schieramento politico. Del deludente score del P.C.E. si è già detto, ma ancor peggio va al movimento che maggiormente si richiama ai principi franchisti, l’Alianza Popular di Fraga Iribarne, che non raggiunge nemmeno il 9 %.
Vincitori e vinti concordano, comunque, nel riconoscere che è ormai indispensabile e urgente avviare la Spagna verso la democrazia. Per questo motivo rappresentanti di tutti i partiti si incontrano per definire una tabella di marcia per avviare le riforme più importanti e stabilire i contorni della nuova Costituzione. Questa intesa fra tutte le forze politiche è chiamata Pacto de la Moncloa, perchè raggiunta nel palazzo dove ha sede il governo. Il P.C.E. è, certamente, uno tra i partiti che maggiormente hanno caldeggiato questo accordo, che segna, di fatto, la fine di ogni discriminazione anticomunista.
Tuttavia, il P.C.E. non riesce nemmeno in questa fase a legittimarsi completamente agli occhi dell’opinione pubblica moderata per una serie di ragioni, tra le quali la difficile sintonia con i cattolici, di cui si è parlato in precedenza e, soprattutto, l’arroventato rapporto con i socialisti, verso i quali i comunisti nutrono una profonda diffidenza, molto difficilmente superabile e che, anzi, conosce un’accentuazione nei mesi successivi alle elezioni. Ciò nonostante, nel documento politico finale del IX Congresso del P.C.E., nell’aprile ’78, si dichiara che:
“Il partito comunista persevererà nell’impegno di realizzare la più ampia collaborazione con il P.S.O.E. e con le altre formazioni socialiste, ai fini del consolidamento e dello sviluppo della democrazia insieme con altre forze democratiche.” [IX Congresso del P.C.E., Tesi nº15, aprile 1978].

L’obiettivo dei comunisti è infatti quello di:
“...realizzare una nuova formazione politica a cui partecipino i partiti che si ispirano al socialismo che, pur rispettando la personalità e l’indipendenza di ognuno dei suoi componenti, riunisca le forze di tutti e costituisca una reale alternativa di governo ai partiti borghesi, in grado di realizzare il socialismo nella democrazia.” [Tesi nº15].

Il progetto si dimostrerà però, nei fatti, impraticabile.
Altri problemi sorgono nel P.C.E., come la delusione di molti militanti comunisti di non essere riusciti ad abbattere la dittatura, pur avendone pagato il prezzo più alto, e di assistere quasi in modo passivo alla fase di transizione alla democrazia, dove il controllo del potere è nelle mani della borghesia [Alf, 1979].
Questo periodo storico si rivela, in effetti, del tutto diverso da quello immaginato dal P.C.E., perchè non si verifica alcun crollo improvviso delle vecchie istituzioni franchiste, ma, al contrario, i settori più aperti del regime si dimostrano capaci di gestire molto bene la progressiva costruzione dello Stato democratico [Calamai, 1978].

Alcuni militanti rimproverano inoltre al partito di essersi impegnato in modo contraddittorio di fronte ai difficili compiti di questo momento politico, rilevando un notevole ritardo di analisi e di comprensione del processo in atto. Non è un caso che proprio le tesi sulla natura del processo di transizione e sul ruolo del partito in questo momento chiave, siano tra le più discusse e le più modificate di tutto il Congresso. Un grande problema del P.C.E. è proprio il fatto di non essere riuscito a porsi compiutamente come partito con una prospettiva di governo, oltre che di lotta, cosa che è stata in grado di fare il P.C.I., anche se, occorre riconoscerlo, agendo in piena libertà da più di trent’anni, e non da soli pochi mesi [Alf, 1978].
Infine, l’ultima difficoltà per i comunisti spagnoli è quella di trovarsi di fronte ad un alto rischio di competizione a sinistra, proprio a causa della scelta eurocomunista [Linz, 1978].

Capitolo Settimo

L’Eurocomunismo di fronte alla crisi dell’economia occidentale.

L’analisi degli eurocomunisti della crisi economica.

Secondo un ex esponente di primo piano del P.C.E., Fernando Claudin, la crisi economica che ha colpito in modo drammatico il mondo occidentale, alla metà degli anni ’70, sarebbe da considerare, insieme alla crisi politica dell’Europa meridionale e alle difficoltà della socialdemocrazia europea, una delle condizioni che hanno favorito l’emergere dell’Eurocomunismo.
Questa crisi è l’effetto di una serie di situazioni negative che hanno preso il via con l’abbandono, nell’agosto 1971, del regime di cambi fissi di Bretton-Woods, evento che ha decretato la fine della parità tra oro e dollaro e che ha determinato la svalutazione di quest’ultimo, e che hanno raggiunto l’apice con il primo shock petrolifero, originato dall’improvviso triplicarsi del prezzo del greggio a seguito della guerra del Kippur tra Egitto e Israele nell’ottobre 1973. Entrambi questi avvenimenti hanno generato un fortissimo incremento dei prezzi di tutti i prodotti e, dunque, un preoccupante aumento dell’inflazione, con conseguenze molto negative soprattutto per l’occupazione.

Secondo le analisi condotte dai tre partiti eurocomunisti, tuttavia, questi due eventi sarebbero soltanto delle cause secondarie, mentre la vera radice del problema sarebbe costituita dalla grave crisi strutturale del capitalismo. Le conseguenze di questa crisi si sono fatte sentire maggiormente nell’Europa del Sud, in quanto essa rappresenterebbe l’anello più debole del sistema capitalista.
Inoltre, secondo alcuni leader eurocomunisti, l’Occidente starebbe anche scontando gli effetti della fine del colonialismo e, perciò, si troverebbe costretto a pagare a prezzo di mercato ciò che prima non costava praticamente nulla [Berlinguer E., 1973d].

Secondo il P.C.F. il nocciolo del problema starebbe nella palese impossibilità, per il sistema capitalista, di sostenere un ritmo di sviluppo accettabile. Preso atto di ciò, i grandi trust e i monopoli vorrebbero obbligare lo Stato a piegarsi alle loro esigenze, per dar vita a quella fase dell’imperialismo che è chiamata “capitalismo monopolistico di Stato”.
A parere del P.C.E., nella Spagna post-franchista vi sarebbero segnali di una pericolosa alleanza tra il grande capitale finanziario e le forze reazionarie della vecchia aristocrazia ai danni della classe operaia e della piccola borghesia, una situazione che fa dello Stato, come afferma Carrillo, “un semplice gestore del grande capitale” [Holland, 1979].

L’analisi del P.C.I. si concentra, in particolare, sui risvolti nazionali della crisi, anche perchè il partito ritiene che l’Italia sia il paese del mondo capitalistico più seriamente colpito. Il segretario Berlinguer delinea i grandi errori economici e anche politici che sarebbero all’origine di questa difficile situazione. Innanzitutto l’abbandono della difesa del suolo e di migliaia di ettari di terra, cosa che ha portato l’Italia a dover importare prodotti agricoli per migliaia di miliardi. In secondo luogo, l’aver fatto della produzione di autovetture private l’elemento trainante dello sviluppo industriale e della spesa pubblica per infrastrutture, a discapito di altre strutture, come i trasporti pubblici.
Infine, una politica energetica:
“... che ha visto da una parte il pullulare di raffinerie ben oltre il fabbisogno del Paese, per di più nelle mani di privati, e dall’altra parte un insufficiente numero di centrali elettriche e di elettrodotti che colpisce in modo particolare lo sviluppo economico del Mezzogiorno.” [Berlinguer E., 1973d].

Il segretario comunista indica qual è la prima cosa da fare per avviare il risanamento del Paese:
“Un’autentica politica di moralizzazione civile deve essere combattuta per liquidare le pratiche della corruzione e delle clientele e per far funzionare correttamente le pubbliche amministrazioni.” [Berlinguer E., 1976b].

Molte critiche sono mosse anche ai criteri con cui gli strumenti economici dello Stato sono utilizzati. Dichiara Berlinguer:
“Non l’effettivo bisogno o il merito sono i requisiti per stabilire i destinatari dell’intervento dello Stato, ma l’arbitrarietà, la casualità, lo sperpero, il clientelismo e l’influenza esercitata dai gruppi economici dominanti.” [Berlinguer E., 1975a].

Il P.C.I. vede una possibile soluzione della crisi nella ristrutturazione dei consumi delle famiglie, e ciò è una conferma dell’importanza che l’influsso keinesiano ha avuto sul modo di analizzare i problemi dell’economia da parte dei comunisti italiani [Holland, 1979].
Questa caratteristica del P.C.I. è riconoscibile, in particolare, nell’elaborazione degli obiettivi economici che esso vuole raggiungere a breve e media scadenza, traguardi certo più consoni a un partito socialdemocratico che non a una formazione di matrice leninista. Infatti, secondo Berlinguer:
“...le esigenze primarie sono: il contenimento dell’inflazione, la riduzione progressiva del deficit della bilancia dei pagamenti, la difesa e lo sviluppo dell’occupazione e delle attività produttive.” [Berlinguer E., 1974b].

La stampa non comunista parla di “comunismo manchesteriano”, mentre, in questi anni, la parola d’ordine in campo economico è “austerità”. Berlinguer è molto chiaro su questo punto. Essa non deve essere considerata come un normale strumento di politica economica che si propone di superare le difficoltà congiunturali del sistema capitalistico e consente, così, la ripresa e il ristabilimento dei vecchi meccanismi economici e sociali. Per il P.C.I. l’austerità:
“... è il mezzo per attaccare alla radice un sistema che è entrato in una crisi strutturale e per porre le basi per il suo superamento... Austerità vuol dire regole, efficienza e giustizia... Dunque, lungi da essere una concessione agli interessi dei gruppi dominanti, l’austerità può divenire una scelta politica con un alto contenuto di classe.” [Berlinguer E., 1977a].

Negli intendimenti del P.C.I. si vuole aprire una nuova fase dello sviluppo dell’economia italiana, che superi i vecchi modelli di comportamento segnati da un individualismo esasperato e socialmente discriminante.
Tuttavia, secondo alcuni esponenti dei movimenti di estrema sinistra, il presentare, da parte del partito comunista italiano, questa crisi economica come catastrofica per lo Stato democratico e potenzialmente assai pericolosa per le conquiste della classe operaia, determina la trasformazione dello stesso partito in “un fattore di ordine”, che lo porta a guadagnarsi, certamente, la riconoscenza della classe media, ma che lo allontana progressivamente dagli interessi reali della classe lavoratrice [Mandel, 1977, 41].

Le proposte di riforma avanzate dal P.C.I. e dal P.C.E..

Le riforme economiche portate avanti dal P.C.I. si muovono lungo tre direzioni: pianificazione democratica, autonomia decisionale delle singole imprese e maggiore partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese. Secondo il partito italiano:
“...un’effettiva programmazione democratica dello sviluppo permette di sottrarre alle concentrazioni monopolistiche, ai grandi gruppi finanziari e alle società multinazionali il potere di determinare gli indirizzi dello sviluppo generale del Paese.” [Berlinguer E., 1974b].

L’obiettivo principale, secondo il P.C.I., deve essere quello dello sviluppo economico e sociale del Mezzogiorno. Esso è perseguibile solo attraverso lo strumento della programmazione, il quale:
“...non deve sovrapporsi meccanicamente e autoritariamente alle leggi di mercato... ma deve utilizzare nel modo giusto le stesse leggi di mercato, per effettuare uno spostamento massiccio di mezzi finanziari verso l’agricoltura e la ricerca scientifica.” [Berlinguer E., 1974b].

Il partito comunista italiano, del resto, è fermamente contrario alla soppressione del mercato e dei suoi rapporti di produzione, come è avvenuto in U.R.S.S., ma vuole impedire che siano solo pochi monopoli a dettare legge, sia per ciò che riguarda i prezzi, sia per quanto concerne la struttura dei consumi e della produzione, sia, infine, per l’utilizzazione e la distribuzione delle risorse. La pianificazione, secondo il P.C.I., va intesa come capacità di innovazione e di competizione, è prevista su base regionalista e va collegata alla riforma dei finanziamenti delle amministrazioni locali [Holland, 1979].

In termini concreti, i settori economici che il P.C.I. ritiene necessitino di un’accurata pianificazione sono, prima di tutto, i trasporti pubblici, sia per lo sviluppo della loro produzione che per la riorganizzazione del traffico nelle città. In secondo luogo, i comunisti reputano necessario un piano per assicurare la copertura del fabbisogno energetico del Paese. Infine è considerata indispensabile una pianificazione dell’agricoltura, che si proponga l’obiettivo del recupero delle terre abbandonate e la difesa del suolo [Berlinguer E., 1973d].

Un punto su cui la strategia dei comunisti italiani diverge di molto da quella dei francesi è l’incremento delle industrie pubbliche. In effetti, i principali esponenti del partito italiano hanno più volte ripetuto che la questione non è tanto di aumentare il numero di settori industriali nazionalizzati, cavallo di battaglia del P.C.F. e pomo della discordia con il P.S., quanto, piuttosto, di risanare e riordinare l’economia pubblica attraverso:
“...una conduzione della spesa pubblica fissata da criteri di severità e di rigorosa selezione, tagliando dove c’è da tagliare e favorendo invece l’accrescimento della spesa nei settori produttivi e in quelli di grande interesse sociale.” [Berlinguer E., 1974b].

Per questo motivo il P.C.I. porta avanti con decisione una battaglia contro i parassitismi e le rendite, in particolare quella finanziaria, la quale è però considerata, in modo erroneo, soltanto un sovrareddito lucrato dalle banche e non anche un essenziale servizio di collegamento tra risparmiatori e produttori [D’Angelillo, 1986, 156].
Il P.C.I. propone, inoltre, un riordino del sistema fiscale, che passi innanzitutto attraverso la tassa patrimoniale:
“...per introdurre finalmente criteri di elementare giustizia nella distribuzione del reddito e per impedire le scandalose evasioni che oggi si verificano.” [Berlinguer E., 1975a].

Infine è interessante notare la posizione del P.C.I. a proposito delle multinazionali. I comunisti, infatti, non desiderano che queste imprese se ne vadano dall’Italia, qualora essi dovessero partecipare ad un governo o guidarlo. A queste imprese si riconoscono addirittura degli elementi positivi, come l’internazionalizzazione dei processi economici, l’unificazione dei mercati mondiali, la diffusione dei capitali. Il P.C.I. propone di regolamentare la loro attività sul modello canadese, vale a dire piena libertà per le multinazionali a condizione che esse mostrino di arrecare un beneficio rilevante all’economia nazionale [Luciani, 1977, 62].

Di tutte queste proposte di riforma, tuttavia, il P.C.I. riesce a metterne in opera ben poche, ed è anzi costretto a fare parecchie concessioni sulle conquiste sociali già acquisite, come nel caso dell’accordo Lama-Agnelli del gennaio ’75, che fissa un nuovo meccanismo per il calcolo della contingenza. Allo stesso modo, quando il partito comunista italiano entra nella maggioranza del Governo detto di “Solidarietà nazionale”, è costretto ad accettare le severe misure economiche proposte dallo stesso per combattere l’inflazione. Questa, allora, viene immediatamente presentata dal Comitato Centrale dell’ottobre ’76 come “il pericolo più grave per le masse”, in forza della quale è legittimo chiedere dei sacrifici [D’Angelillo, 1986, 12]. Tutto ciò provoca, però, un certo disagio tra i militanti, e genera, soprattutto, le aspre critiche da parte dell’estrema sinistra, che ritiene che i dirigenti comunisti stiano scivolando verso analisi pericolosamente prossime a quelle dei grand!
i industriali, in particolare verso quella che reputa l’aumento dei salari come una delle cause principali dell’inflazione [Mandel, 1978].

Anche le proposte di riforma economica avanzate dal P.C.E. sono oggetto di forti perplessità da parte di esponenti politici dell’estrema sinistra e di molti stessi comunisti.
In effetti il programma economico elaborato per le elezioni politiche del ’77 è certamente un esempio di moderazione. Si chiede la nazionalizzazione immediata soltanto per le grandi banche e per le industrie che agiscono in monopolio, mentre la piccola e la media proprietà verrebbero garantite ancora per lungo tempo [Holland, 1979]. Questa linea politica moderata è giustificata dal vertice del partito con la ragione che il fragile cammino della Spagna sul terreno della democrazia non deve conoscere scarti improvvisi e potenzialmente molto pericolosi, ma deve procedere in modo tranquillo e lineare.

Il caso del P.C.F.: la difficoltà di formulare proposte di riforma 
adeguate ai problemi correnti.

Se moderazione e gradualità negli obiettivi da raggiungere sono le principali caratteristiche della strategia politica del P.C.E. e del P.C.I., il Partito Comunista Francese fa dell’intransigenza la sua linea politica. Le rivendicazioni sociali, a differenza del partito italiano, non sono pressoché mai di natura qualitativa e sono volte, quasi esclusivamente, ad ottenere aumenti salariali e il mantenimento dei posti di lavoro [Baudouin, 1978, 463].
Per il P.C.F. è indispensabile un incremento quantitativo dell’intervento dello Stato sull’economia e, difatti, le nazionalizzazioni rappresentano la disposizione centrale del Programma comune. Marchais in più di una occasione afferma:
“I grandi mezzi di produzione e di scambio dovranno diventare proprietà della società... Non esiste socialismo se questa condizione non viene realizzata.” [Marchais, 1976a].

Ciò è all’origine dei contrasti con il P.S., il quale privilegia più la democratizzazione del settore pubblico che non la sua estensione. Del resto, le nazionalizzazioni per il P.C.F. non rappresentano solo una battaglia ideologica, ma sono soprattutto un atto di affermazione della sovranità nazionale. “Fabbrichiamo francese e compriamo francese” è, infatti, lo slogan ricorrente dei comunisti nella lotta contro le multinazionali [Baudouin, 1978, 475]. Sulle nazionalizzazioni un accordo tra i due partiti della sinistra francese è comunque raggiunto, e prevede che esse siano immediate per le banche e gli istituti di credito, più graduali, invece, per le risorse minerarie e per le industrie aerospaziali e farmaceutiche. Inoltre, si dovrebbe pervenire, entro breve termine, ad una regolamentazione dei trust siderurgici, petroliferi e dei trasporti aerei, mediante una partecipazione dello Stato con quota maggioritaria [Alfa Senior, 1972]. E’ significativo il fatto che proprio sulla questione del numero delle imprese da nazionalizzare, si consumi la rottura dell’alleanza tra i due partiti nel settembre 1977.

Un altro motivo di contesa con i socialisti è rappresentato dalla questione dell’autogestione. Per il P.C.F. essa è da affrontarsi solo dopo che si è proceduto alle nazionalizzazioni, quando si risolverebbe semplicemente con l’elezione dei consigli operai sulla base delle rappresentanze sindacali riconosciute [Holland, 1979]. Alcune intese programmatiche sono, in ogni caso, raggiunte con i socialisti anche su questo punto. Così, ad esempio, entrambi i partiti concordano nell’affermare che l’intervento dei lavoratori nella gestione delle imprese debba venire stabilito da un consiglio composto da rappresentanti del governo, dalla direzione dell’azienda e dai rappresentanti degli operai, intesi esclusivamente come i sindacati ufficialmente riconosciuti.
Riguardo alla proprietà sociale, il P.C.F. dichiara che essa non sarà costituita esclusivamente dalle nazionalizzazioni, ma che
“... essa rivestirà forme diverse, come la proprietà cooperativa, municipale, dipartimentale, regionale. Nello stesso tempo, in tutta una serie di campi, la piccola proprietà privata (artigianale, commerciale e industriale), la proprietà agricola a carattere famigliare permettono una migliore soddisfazione dei bisogni e saranno perciò mantenute anche in una Francia socialista.” [Marchais, 1976a].

E’, comunque, molto eloquente l’omissione della garanzia del mantenimento della media proprietà, esplicitamente riconosciuta da P.C.I. e P.C.E..

Il rapporto tra i partiti eurocomunisti e le organizzazioni sindacali a loro affini.

I profondi cambiamenti ideologici e politici in atto nei tre partiti che danno vita all’Eurocomunismo, si riflettono anche sui movimenti sindacali che fanno riferimento alle loro medesime posizioni politiche.
Il sindacato comunista francese, la C.G.T. (Confederation General du Travail), oltre ad essere l’organizzazione più grande e rappresentativa del Paese, è anche l’unica ad appoggiare in modo esplicito il Programma Comune. Si può perfino dire che la strada che ha condotto all’intesa tra P.C.F. e P.S. sia stata preparata da un analogo accordo firmato, nel ’66, tra la C.G.T. e la confederazione sindacale di matrice socialista, la C.F.D.T. (Confederation Française Democratique du Travail), per una piattaforma rivendicativa comune.

Buoni rapporti tra le due organizzazioni dei lavoratori permangono fino alla rottura tra comunisti e socialisti, anche se differenze di analisi e di strategia sono evidenti. Così, la C.G.T. definisce suo scopo ultimo il porre fine allo sfruttamento capitalista per mezzo della socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio. Quest’ultima è poi ritenuta essere lo strumento più importante per l’instaurazione del socialismo, considerazione in piena sintonia con l’analisi condotta dal partito comunista. Il parallelismo tra partito e sindacato prosegue anche sul terreno dell’autogestione, tema molto caro alla C.F.D.T., e ritenuto, invece, dalla C.G.T. questione da prendere in considerazione solo a nazionalizzazioni avvenute, anche se si riconosce l’importanza di assicurare la promozione della responsabilità dei lavoratori [Laot, 1977, 76].

L’intesa del ’66 rappresenta certamente un evento storico, in quanto la caratteristica principale del sindacalismo francese è sempre stata la sua estrema divisione, fatto che, insieme ad altri, ha contribuito a renderlo particolarmente debole. Per tutti gli anni ’70, invece, le analisi condotte dalle due confederazioni sulla crisi economica della società capitalistica, e sugli strumenti per superarla, sono simili. Ad esempio, sia la C.G.T. che la C.F.D.T. analizzano la condizione dei lavoratori in termini di sfruttamento, dominio e alienazione, anche se il sindacato comunista pone l’accento sul ruolo della proprietà privata come origine dello sfruttamento, relegando in secondo piano dominio e alienazione, mentre per il sindacato socialista le tre cause si trovano tutte sullo stesso piano.

Nell’analisi della crisi la C.G.T. si avvicina, tuttavia, maggiormente alla tesi del P.C.F. del capitalismo monopolista di stato, in quanto la causa ultima della congiuntura economica negativa sarebbe l’accumulazione di capitali da parte dei grandi monopoli, che genererebbe una polarizzazione dei rapporti sociali tra la piccolissima minoranza sfruttatrice e la stragrande maggioranza sfruttata [Laot, 1977, 112].

Da entrambe le formazioni sindacali lo Stato è visto contemporaneamente come amministratore, istituzione e apparato di repressione. Inoltre, tutte e due le confederazioni criticano le esperienze socialdemocratiche, considerate capaci solo di gestire il sistema capitalista e non di instaurare una vera società socialista, che resta, invece, il loro obiettivo.
La nazionalizzazione resta, per il sindacato comunista come per il P.C.F., il mezzo più idoneo per procedere all’appropriazione collettiva dei mezzi di produzione e scambio, mentre la C.F.D.T. è più cauta.

Per quanto riguarda la pianificazione, altro cavallo di battaglia della C.G.T., il sindacato di orientamento socialista si dice disponibile ad essa, purchè sia garantito un alto grado di decentramento democratico [Laot, 1977, 183].
Sul rapporto sindacato-partito politico esiste, invece, una netta differenza tra le due confederazioni. Per la C.G.T. il sindacato non deve impegnarsi sul terreno politico oltre una certa misura, ma deve lasciare tale compito ai partiti, i quali hanno un ruolo e una responsabilità più grandi nell’operazione di trasformazione della società. I sindacati devono portare il loro contributo limitatamente ai settori economici e sociali che influiscono sulle condizioni di vita dei lavoratori. La C.F.D.T. è assolutamente contraria a questa impostazione del sindacato, ridotto a poco più di un supporto del partito politico, perchè ritiene che ciò pregiudichi l’autonomia del sindacato. Entrambe le organizzazioni rifiutano, comunque, il principio di un legame organico con un partito [Laot, 1977, 192], anche se, nel caso della C.G.T. è da rilevare la completa fusione, a livello di impresa, tra la cellula del P.C.F. e la sezione sindacale. [Tiersky, 1976].

Per ciò che riguarda l’Italia, l’entrata del P.C.I. nell’area di governo, nel periodo ’76 - ’79, segna in modo molto netto la strategia della C.G.I.L.. Berlinguer formula un auspicio sull’unità delle tre confederazioni sindacali italiane, ritenendola indispensabile nel particolare momento di grave tensione sociale vissuto dal Paese:
“Un movimento sindacale unitario che intervenga, oltre che sulle questioni rivendicative salariali che riguardano i lavoratori dipendenti, anche sui grandi obiettivi della democrazia e del progresso economico e sociale di tutto il Paese, è una forza della democrazia repubblicana.” [Berlinguer E., 1974b].

In effetti la seconda metà degli anni ’70 registra, oltre ad un elevato grado di convergenza delle strategie di C.G.I.L., C.I.S.L. e U.I.L., una marcata riduzione della conflittualità sindacale, che è resa ben evidente dalla dichiarazione di Lama sul “salario come variabile dipendente” [D’Angelillo, 1986, 13].
>Nella Spagna, infine, la linea strategica tenuta dalle Commissioni Operaie, legalizzate come il P.C.E. solo nel 1977, è improntata alla moderazione e alla collaborazione con gli altri sindacati spagnoli.
>A livello europeo le tre organizzazioni dei lavoratori di matrice comunista sembrano trovare, durante la stagione eurocomunista, vaste convergenze nelle rispettive rivendicazioni. Del resto, tra i sindacati italiano e francese una buona collaborazione è già in corso da anni, in quanto C.G.I.L e C.G.T. sono, infatti, entrate insieme, nel ’66, nel comitato economico e sociale della C.E.E. [Lambert, 1979].
Durante l’Eurocomunismo una sostanziale identità di vedute viene espressa a proposito di molti eventi, come lo sviluppo positivo della distensione, la possibilità di attuazione di importanti cambiamenti sociali nell’Europa meridionale e, infine, il buon andamento delle relazioni tra le grandi federazioni sindacali dell’Est e dell’Ovest.

Una convergenza si rileva anche nelle critiche rivolte alle democrazie popolari dell’Europa orientale per i gravi attentati portati alle principali libertà e alla democrazia e, in particolare, per l’assoggettamento dei sindacati al partito - stato. Si deplora, inoltre, la sostanziale sterilità della Federazione Sindacale Mondiale, l’organizzazione che riunisce i sindacati si ispirazione comunista, nell’elaborazione di un’esauriente analisi della crisi economica dell’Occidente, che vada oltre i desueti slogan propagandistici. [Moynot, 1981, 275-276].

Tuttavia, come per il P.C.F., così anche per la C.G.T. il completo superamento delle vecchie convinzioni si rivela un obiettivo molto arduo da raggiungere. Così, mentre la C.G.I.L. già nel ’74 viene ammessa nella Confederazione Sindacale Europea, l’organizzazione che riunisce i sindacati di orientamento socialdemocratico, la C.G.T. inizia, a partire dal 1978, un lento processo involutivo.
Il sindacato italiano, al contrario, prosegue in modo convinto nella critica alla Federazione Sindacale Mondiale, dimettendosi, nel 1978, da tutte le responsabilità direttive e conservando solo il titolo di membro associato [Moynot, 1981, 281].

Anche le Commissioni Operaie mantengono solo questo status all’interno dell’organizzazione, e condividono gran parte delle critiche rivolte dai colleghi italiani.
Le successive prese di posizione del sindacato francese su eventi come la questione dell’allargamento della C.E.E. e l’invasione sovietica dell’Afghanistan non faranno che aumentare l’isolamento della stessa C.G.T., la quale, nel giugno ’80, vedrà perciò respinta la sua richiesta di adesione alla Confederazione Europea Sindacale [Moynot, 1981, 291].

 

Capitolo Ottavo

U.S.A. e U.R.S.S. di fronte all’Eurocomunismo

L’importanza della distensione internazionale nell’emergere dell’Eurocomunismo.

La condizione che più di ogni altra consente al nuovo tipo di comunismo di prendere forma è, senza dubbio, il positivo clima di distensione che si è creato tra le due superpotenze.
Il P.C.I., in particolare, grazie alla nuova situazione internazionale, può elaborare, come si è visto, anche il progetto del Compromesso storico, cosicchè la coesistenza pacifica diventa per il partito italiano fondamentale sia per la sua strategia internazionale che per la sua politica nazionale.
Il disgelo tra Mosca e Washington offre ai partiti comunisti occidentali la possibilità di un nuovo modo di interpretare la politica internazionale, per lungo tempo ritenuta una cornice immutabile e tale da non permettere l’elaborazione di linee politiche troppo originali all’interno dei due contrapposti schieramenti. L’Eurocomu-nismo tenta, invece, una nuova strada, ricercando la compatibilità tra la nuova struttura del sistema politico internazionale e il perseguimento di una via nazionale al socialismo [Bonanate, 1978, 136].
Secondo il P.C.I. è possibile costruire, in prospettiva:
“...un’Europa Occidentale democratica, che non sia nè antiamericana nè antisovietica, e che costituisca un fattore di pace e di sicurezza per tutto il mondo.” [Berlinguer E., 1974a].

I comunisti italiani si rendono comunque conto che solo un’iniziativa dei singoli Paesi membri delle due alleanze improntata ad una politica di pace e di collaborazione, può portare all’avanzata della distensione e, in un futuro più o meno prossimo, allo scioglimento dei blocchi:
“Considerare, invece, l’obiettivo della dissoluzione dei blocchi come un prius, significherebbe relegarlo tra le cose impossibili e complicare e rallentare la distensione e la cooperazione.” [Berlinguer E., 1974a].

Per gli eurocomunisti è importante non creare disequilibri all’interno delle due alleanze. Per questo il P.C.I. si dice contrario ad un’uscita unilaterale dell’Italia dalla N.A.T.O. nel caso di una sua partecipazione al governo, in quanto ciò nuocerebbe al processo distensivo. In realtà, come si vedrà, sono altre le ragioni che portano i comunisti italiani ad una svolta nel loro atteggiamento riguardo al Patto Atlantico.
Le analisi condotte sulla distensione dai tre partiti eurocomunisti presentano anche delle differenze tra di loro. Mentre, infatti, il P.C.I vede in questa fase della politica internazionale un momento in cui Stati Uniti e Unione Sovietica svolgono in modo pienamente legittimo il loro ruolo di garanti dell’ordine pacifico mondiale, il partito spagnolo scorge nella coesistenza pacifica le prove evidenti dell’assoluta inutilità di N.A.T.O. e Patto di Varsavia al fine della conservazione di un equilibrio strategico:
“Esso è mantenuto solo dal possesso delle armi nucleari, mentre N.A.T.O. e Patto di Varsavia sono piuttosto degli strumenti di influenza politica che riducono l’area d’indipendenza dei vari Paesi membri.” [Carrillo, 1977a].

Tuttavia, anche il P.C.E. è cauto riguardo a una dissoluzione immediata dei blocchi, poichè, come afferma Carrillo, “non si tratta di sconvolgere l’attuale equilibrio mondiale di forze, nè di passare dall’influenza americana a quella sovietica.” [Carrillo, 1977a].
Per il P.C.F., infine, la coesistenza pacifica deve essere messa in relazione alla lotta di classe mondiale, ed è inaccettabile pensare alla distensione come al semplice mantenimento dello statu quo all’interno dei due blocchi [Lavau, 1981].
Secondo Bonanate, la chiave di volta su cui poggia il sistema eurocomunista è la presunzione dell’immutabilità del sistema internazionale al suo massimo grado, cioè a livello delle due superpotenze, unita alla possibile e legittima mutabilità all’interno dei due sistemi [Bonanate, 1978, 574]. A parere di tutti e tre i partiti, del resto, proprio la via aperta dalla Conferenza di Helsinki mostrerebbe come i nuovi rapporti tra U.S.A. e U.R.S.S. siano ormai entrati in una nuova fase, reputata ormai incontrovertibile.

Molti, però, giudicano questo un grave errore di valutazione da parte degli eurocomunisti. In realtà, ciò che ha reso possibile la conferenza e il suo buon esito sarebbe stata la tacita accettazione da parte sovietica della teoria kissingeriana dei “consolidamenti reciproci”, proposito che, certo, non persegue il superamento dei blocchi [Olivi, 1978]. Venendo meno questo primo tassello, risulta perciò erronea tutta l’analisi eurocomunista del sistema politico internazionale. Inoltre, vi sarebbero anche evidenti errori di valutazione della reale forza della potenza americana, ritenuta in grande difficoltà e costretta quasi a scendere a patti con il socialismo.

Secondo gli eurocomunisti, poi, U.S.A. e U.R.S.S. si sarebbero spinte a tal punto nel processo di distensione, da essere ormai quasi costrette ad accettare la prosecuzione del progetto di comunismo democratico elaborato da questi partiti, pena un ritorno alla Guerra Fredda.

Ciò che gli eurocomunisti non prendono minimamente in considerazione è la possibilità che la coesistenza pacifica segni, in realtà, una fase di arresto di ogni potenziale dinamismo del sistema politico internazionale. Sarebbero proprio le esigenze di consolidamento del Socialismo Reale a produrre una situazione molto difficile per i tre partiti comunisti occidentali, stretti tra un imperialismo pacifico e, quindi, più saldo e un socialismo ormai anti-internazionalistico [Bonanate, 1978, 563]. Infine, sempre secondo Bonanate, la contraddizione di fondo dell’Eurocomunismo consiste nel fatto che i partiti che ne hanno dato vita non si rendono per niente conto degli effetti sconvolgenti che la conquista del potere da parte loro avrebbe sul sistema geopolitico internazionale [Bonanate, 1978].

I timori sovietici riguardo all’Eurocomunismo.

Le ragioni per cui Mosca mostra di non gradire affatto la nuova strategia dei tre partiti comunisti dell’Europa Mediterranea sono molte, e tutte molto valide dal suo punto di vista.
Innanzitutto il Cremlino teme che possa venire fortemente compromesso il suo ruolo di guida del movimento comunista internazionale. Per questo motivo distingue tra “via nazionale al socialismo”, pienamente legittima e “modello di socialismo”, che, invece, era e rimane uno solo, quello leninista di stampo sovietico.
In secondo luogo i sovietici hanno paura che il proposito eurocomunista di “un’Europa non subordinata nè agli U.S.A. nè all’U.R.S.S.” si materializzi in un’Europa sostanzialmente antisovietica [Fracassi, 1978].

Ma la più grande preoccupazione di Mosca concerne il rischio che le teorie eurocomuniste agiscano da catalizzatori sul dissenso all’Est, minando la già precaria legittimità di questi regimi e innescando processi che possono col tempo portare a incontrollabili conseguenze [Brown, 1979].
Secondo alcuni osservatori, in effetti, i dirigenti sovietici non temono tanto di veder scemare la loro influenza sui comunisti occidentali, quanto piuttosto di perdere il controllo esercitato sui partiti e sui popoli dell’Est, a causa dei forti sentimenti antiburocratici che l’Eurocomunismo suscita [Mandel, 1977].

Secondo Marcou tre sono i tipi di critica rivolti dagli ideologi del P.C.U.S. ai comunisti occidentali. In primo luogo la critica teorica, che vede i dottrinari del partito sovietico impegnati a difendere a spada tratta la piena attualità delle concezioni leniniste, come la rivoluzione, la democrazia proletaria, la dittatura del proletariato e così via. Il secondo tipo di critica è quella organica, e prende le forme di conferenze scientifiche su temi riguardanti i principi marxisti. Infine, ed è la più importante, la critica pubblica, che consiste in pubbliche manifestazioni di inimicizia nei confronti dei presunti “eretici”. E’ questo il caso del duro attacco condotto dalla rivista sovietica «Novoe Vremia» (Tempi Nuovi) contro il leader spagnolo Carrillo, in risposta ad alcune affermazioni di quest’ultimo contenute nel suo libro “Eurocomunismo y estado”. L’attacco ha un duplice scopo, in primo luogo isolare il segretario dal resto del suo partito e, soprattutto, mettere in guardia P.C.I. e P.C.F. che le stesse accuse ora rivolte al partito spagnolo potrebbero, un domani, essere indirizzate a loro stessi. Mosca gioca d’azzardo, anche rischiando di accrescere in modo incolmabile la frattura con gli eurocomunisti, ma è convinta che nè il P.C.I. nè, tantomeno, il P.C.F. sono pronti a tagliare definitivamente i ponti con la Patria dell’Ottobre. I fatti danno ragione al Cremlino. Molto tenui sono, infatti, le reazioni dei due partiti. Il P.C.I. tiene una posizione piuttosto ambigua, che implicitamente sembra scaricare Carrillo. Si critica, infatti l’articolo sovietico solo per l’eccessiva asprezza dei toni, ma si riafferma la natura socialista dell’Unione Sovietica negata, invece, dal segretario del P.C.E.. Un comportamento quasi analogo è tenuto dai comunisti francesi, che deplorano più la sostanza che la forma della requisitoria sovietica [Rizzo, 1977]. Il Cremlino ha ottenuto quanto cercava, e la solidarietà eurocomunista è irrimediabilmente inc!
rinata.

Stati Uniti ed Eurocomunismo.

Un requisito fondamentale affinchè il progetto eurocomunista possa avere buon esito, è rappresentato dalla necessità di stabilire, da parte dei tre partiti in questione, dei rapporti per lo meno distesi, se non proprio cordiali, con gli Stati Uniti e la struttura politico-militare che ad essi fa capo, l’Alleanza Atlantica. L’obiettivo è fortemente cercato sia dal P.C.E. che, soprattutto, dal P.C.I., mentre il P.C.F., per ragioni più nazionalistiche che ideologiche, nemmeno in questa fase smorza la sua accesa polemica con gli U.S.A., limitandosi solo a promettere che la permanenza della Francia nell’ambito dell’Alleanza Atlantica proseguirà, anche se, a dire il vero, in modo molto diluito, anche durante un’esperienza di governo di sinistra.

Al contrario, il P.C.E. si sforza di convincere gli americani del proprio leale attaccamento alle strutture democratiche e alle libertà fondamentali, e Carrillo, nel corso di un suo viaggio negli Stati Uniti, il primo compiuto da un segretario di un partito comunista occidentale, pur non incontrando nessun rappresentante ufficiale dell’Amministrazione Carter, ha modo di presentare nelle università e nei convegni a cui partecipa, i programmi futuri del suo partito e i principi cardine dell’Eurocomunismo. Inoltre i comunisti spagnoli, pur essendo contrari ad un ingresso del loro Paese nel Patto Atlantico, si dicono disposti a mantenere la presenza di basi americane in territorio spagnolo, almeno fin tanto che le truppe sovietiche restano dislocate, quasi come un esercito di occupazione, in Paesi come la Cecoslovacchia.

Ma l’apertura maggiore è, senza dubbio, quella operata dal P.C.I.. Anch’esso, come il partito spagnolo, si pone l’obiettivo di fare conoscere i propri programmi, la propria storia e le proprie caratteristiche oltre oceano. Per questa ragione, personalità di primo piano del partito, come Napolitano, si recano negli U.S.A. a tenere conferenze nelle più prestigiose università.
Anche la stampa del partito, durante questa fase, cambia tono a proposito della politica della Casa Bianca. Si segue con molto interesse la corsa alla presidenza tra i due candidati Ford e Carter, e si nutrono prudenti ottimismi nei confronti di quest’ultimo, un democratico che pare molto attento agli sviluppi politici che avvengono in quegli anni in Europa Meridionale.

Tuttavia, è soprattutto il nuovo atteggiamento verso la N.A.T.O. a costituire una svolta storica. Quanto afferma Berlinguer nella celebre intervista rilasciata a Pansa, in occasione di una Tribuna Politica per le elezioni legislative del giugno ’76, non è semplice propaganda elettorale, ma la conclusione di un lungo processo che ha preso avvio già qualche anno prima.
Il leader comunista, interrogato riguardo alle alleanze politiche dell’Italia afferma:
“Io penso che, non appartenendo l’Italia al Patto di Varsavia, da questo punto di vista c’è l’assoluta certezza che possiamo procedere lungo la via italiana al socialismo senza alcuna condizione.” [Berlinguer E., 1976d].

La N.A.T.O., secondo Berlinguer, può essere uno scudo utile per costruire il socialismo in libertà:
“Io voglio che l’Italia non esca dal Patto Atlantico anche per questo motivo... Mi sento più sicuro stando di qua, ma vedo che anche di qua ci sono seri tentativi per limitare la nostra autonomia.” [Berlinguer E., 1976d].

Probabilmente, oltre a non voler provocare pericolosi scompensi nel processo di distensione e oltre al fatto di provare un maggior senso di sicurezza stando sotto “l’ombrello atlantico”, vi sono altre ragioni, di natura più pratica, per le quali il P.C.I. non vuole lasciare la N.A.T.O.. Tra queste, certamente, il timore che la Jugoslavia del dopo-Tito, in un futuro non troppo lontano, possa venire risucchiata nella sfera di influenza sovietica, fatto che condurrebbe un’Italia non più allineata in una difficile situazione di terra di frontiera tra l’Ovest e l’Est [Griffith, 1976].

Per quanto riguarda invece l’atteggiamento dei governanti americani verso il partito comunista, la prima manifestazione palese di un’interferenza americana nella situazione politica italiana è l’intervista rilasciata al settimanale «Epoca» dall’ambasciatore U.S.A. in Italia, dopo le elezioni amministrative del giugno. In essa viene posta apertamente in discussione la compatibilità di una partecipazione comunista al governo rispetto agli impegni atlantici [Olivi, 1978, 113].
Il Compromesso storico, fino all’estate ’75 un po' snobbato dagli americani, viene da questo momento preso in seria considerazione, a causa della sua potenziale pericolosità per gli interessi americani.

Per gli U.S.A. la metà degli anni ’70, e in particolare l’estate 1975, essendosi appena conclusa e in modo disastroso la guerra nel Vietnam, è un momento di grande difficoltà, segnato da un generale momento di appannamento l’immagine stessa della leadership americana. Il governo statunitense non può permettersi nuove sconfitte in politica estera. Per questo Kissinger presenta la teoria dei “consolidamenti reciproci”, prontamente accettata dai sovietici e base, come si è visto, della Conferenza di Helsinki [Olivi, 1978, 144].

Il candidato Carter sembra essere più disponile ad un confronto con gli eurocomunisti e alcuni del suo staff, come Brezinski, criticano apertamente la logica del Segretario di Stato, perchè porterebbe ad un’implicita ratifica di tutti gli effetti della Guerra Fredda, a vantaggio esclusivamente dei sovietici. Carter, inoltre, in una serie di interviste del ’76, arriva ad affermare che, in caso di una sua vittoria nella corsa per la Casa Bianca, gli Stati Uniti si impegnerebbero a rispettare ogni scelta democratica dei Paesi europei e che non verrebbe preclusa alcuna possibilità di dialogo con quei partiti comunisti eventualmente ben disposti verso gli U.S.A.. Inoltre, il leader dei democratici invita il Segretario di Stato a dosare la sua intransigenza, per non pregiudicare ulteriormente la già difficile situazione italiana [Olivi, 1978, 116-117].

Intanto, nel giugno ’76, a Puerto Rico, si incontrano i capi di stato e di governo dei sette Paesi più industrializzati dell’Occidente. In un vertice ristretto, a cui partecipano U.S.A., Gran Bretagna, Francia e Germania Federale, vengono prese in considerazione le possibili misure da adottarsi nei confronti dell’Italia nel caso di una partecipazione del P.C.I. al governo. Il vespaio di polemiche sollevato da questo episodio si placa soltanto con l’elezione di Carter alla Casa Bianca, evento che, secondo alcuni osservatori, potrebbe, paradossalmente, creare più difficoltà che vantaggi agli eurocomunisti, in quanto, se essi, da un lato, hanno maggior spazio di manovra, dall’altro corrono il rischio di veder ampliate le divergenze con Mosca [Villetti, 1977].

In realtà, anche con l’elezione di Carter non muta granchè nell’atteggiamento di Washington verso gli Eurocomunisti. Il principio resta: “Non interferenza ma nemmeno indifferenza”. Un primo segnale di ciò si ha nella dichiarazione del Dipartimento di Stato dell’aprile 1977, dove si dice:
“La nostra capacità di lavorare insieme ai Paesi dell’Europa Occidentale riguardo questioni di vitale importanza, potrebbe essere menomata se questi governi giungessero ad essere dominati da partiti politici le cui particolari tradizioni, valori e pratiche sono estranei ai fondamentali principi democratici.” [Olivi, 1978, 119].

Tuttavia, i tre partiti non si sentono chiamati in causa, in quanto non considerano il loro caso il riferimento ad una situazione di dominio da parte di partiti non democratici.
Intanto, nell’ottobre dello stesso anno, Brezinski dichiara che, se anche gli eurocomunisti possono mutare la natura del comunismo, permangono al loro interno differenze importanti, che li rendono inaffidabili nel loro complesso [Hodgson, 1979]. Pochi giorni dopo, Kissinger, ormai ex Segretario di Stato, ma sempre molto ascoltato esperto di politica estera, fa notare che ciò che afferma oggi Berlinguer è, nella sostanza, simile a quello che dicevano i leader comunisti dell’Europa Orientale tra il 1945 e il ’48, mentre la proposta del Compromesso storico non è poi così diversa da ciò che aveva in mente Stalin nel 1917, prima dell’arrivo in Russia di Lenin [Rizzo, 1977].
E’ il preludio ad una nuova dichiarazione del Dipartimento di Stato, che, nel gennaio ’78, rende noto che la sola partecipazione dei comunisti ad un governo occidentale è ritenuta un problema fondamentale per l’avvenire stesso dell’Alleanza Atlantica [Olivi, 1978, 125].

In realtà, più che essere riferita all’Eurocomunismo nel suo complesso, la dichiarazione sembra soprattutto un monito all’Italia, dove l’entrata del P.C.I. nell’esecutivo è ritenuta molto probabile.
Le ragioni per cui la pressione americana è diretta in particolare al nostro Paese e non anche alla Francia, dove, prima della rottura tra P.C.F. e P.S., una vittoria della sinistra è tutt’altro che impossibile, sono molteplici. Innanzitutto la situazione francese non consente margini di manovra per una pressione diretta. Inoltre, vi è fiducia da parte degli U.S.A. nelle capacità politiche di Mitterand, oltre che nelle sue relazioni con la socialdemocrazia tedesca. Sono, poi, da prendere in considerazione gli effetti che causerebbe un’ingerenza diretta americana nella politica francese, su un partito dall’esasperato nazionalismo qual è il P.C.F.. Infine, vi è da dire che è certamente molto maggiore la forza con cui il partito italiano chiede di partecipare al governo, al punto da rendere necessaria una presa di posizione da parte americana [Olivi, 1978, 134-135].

In generale, i motivi per cui gli Stati Uniti si oppongono all’ingresso dei partiti comunisti nei governi occidentali, sono dovuti a fattori sia di ordine pratico che di ordine ideologico. Vi sono ragioni di natura economica, come il problema del contenimento dell’inflazione o quello del proseguimento degli investimenti finanziari. Esistono, ovviamente, anche delicate questioni di politica militare, ma il problema più grave è rappresentato da considerazioni di ordine politico, in quanto la presenza di un partito comunista al governo di un Paese occidentale porrebbe gli U.S.A. di fronte al dilemma se sia più legittimo difendere la democrazia in Europa, anche a costo di consentire l’instaurazione di un governo comunista rispettoso delle libertà, o difendere l’Europa dal comunismo, limitando, però, in questo modo, la democrazia europea [Hodgson, 1979].

E’ interessante, infine, accennare brevemente alla posizione degli intellettuali e della grande stampa americana su questa vicenda. I giornali più “liberal”, come il «New York Times» e il «Washington Post», criticano le posizioni più oltranziste dell’am-ministrazione Ford, le quali descrivono come uno scenario quasi apocalittico l’ipotesi di una partecipazione di un partito comunista al governo di una democrazia occidentale. In fin dei conti, si fa notare, gli U.S.A. conserverebbero comunque un sufficiente margine di tempo e di azione per prevenire situazioni per loro imbarazzanti.
Tra gli accademici, una delle posizioni più aperte è certamente quella di Peter Lange, il quale fa notare che i buoni risultati elettorali del P.C.I. non sono dovuti al caso, e che un atteggiamento troppo intransigente della Casa Bianca rischia di essere intempestivo e di costringere la leadership del partito italiano ad arrestare il suo processo di autonomia da Mosca, con conseguenze molto negative per gli U.S.A.[Lange, 1976].

Secondo Reston, invece, editorialista del «New York Times», se anche il nuovo presidente Carter fosse convinto dell’assoluta sincerità degli eurocomunisti nel loro smarcamento politico e ideologico, non riuscirebbe comunque a convincere nè il Congresso, nè, soprattutto, l’opinione pubblica, troppo legata ai vecchi stereotipi della Guerra Fredda.

Capitolo Nono

La crisi di rapporti tra gli eurocomunisti e i partiti dell’Est europeo.

La crisi dell’internazionalismo proletario.

I rapporti degli eurocomunisti con il mondo socialista conoscono, durante questi anni, un brusco raffreddamento. I tre partiti si rendono conto, anche se in misura differente tra loro, che un legame troppo stretto con i partiti dell’Est, e in particolare con il P.C.U.S., non giova alla loro immagine di comunisti democratici.
Del resto, il vecchio principio dell’internazionalismo proletario, retaggio del Comintern e del Cominform, già da alcuni anni dà chiari segni di logoramento.
L’ultima conferenza mondiale a cui abbiano partecipato tutti i partiti comunisti risale ormai al 1960, poco prima che avvenisse la rottura del partito comunista cinese con il resto del mondo socialista e, in particolare, con la dirigenza sovietica, giudicata “traditrice degli ideali della rivoluzione socialista”.
Le conferenze successive, a cominciare da quella di Karlovy-Vari, in Cecoslovacchia, nel 1967, sono volute dal P.C.U.S. e dai partiti ad esso più fedeli esclusivamente al fine di ottenere, da parte di una qualificata assise del movimento comunista internazionale, una condanna formale dell’eresia cinese. Ma nè alla Conferenza paneuropea del ’67, nè a quella mondiale di Mosca del 1969, il progetto sovietico ha buon fine. Anzi, in occasione di questo incontro, che resterà l’ultimo a questo livello, Berlinguer, allora vicesegretario del P.C.I., proclama la netta contrarietà dei comunisti italiani a considerare valido un unico modello di socialismo, con un suo centro dirigente in un partito o in uno stato-guida. Così Berlinguer nel suo intervento:
“E’ necessario riconoscere e rispettare pienamente l’indi-pendenza di ogni partito, non solo nella determinazione della propria politica e nella ricerca di una propria via di lotta per il socialismo, ma anche nelle proprie posizioni sulle grandi questioni del nostro movimento. Si tratta, in sostanza, di superare ogni tendenza a una concezione monolitica dell’unità del nostro movimento, tendenza non solo sbagliata ma utopistica.” [Berlinguer E., 1969].

Durante gli anni ’70, mentre il P.C.U.S. preme per organizzare una nuova conferenza mondiale, che non avrebbe altro scopo che confermare il ruolo dirigente del partito sovietico e la bontà del suo modello di socialismo, prima il P.C.I., il P.C.E. e la Lega dei Comunisti Jugoslavi, poi il partito rumeno e, infine, anche il P.C.F. oppongono il loro netto rifiuto a un tale progetto. Preso atto di questa forte ostilità e temendo ulteriori spaccature nel già lacero tessuto del comunismo internazionale, il Cremlino ripiega sulla più ragionevole proposta di un’assise paneuropea. Ma, anche in questo caso, le difficoltà non mancano. Prova di ciò è il fatto che, presi avvio nel 1974 i lavori preparatori per la conferenza, questa non vede la luce che nel giugno ’76, dopo un gran numero di riunioni plenarie, nelle quali tutti i partiti partecipanti sono intervenuti direttamente per discutere i punti di disaccordo, senza delegare ad altri partiti poteri di negoziazione. Si è perfino resa necessaria la formazione di una sottocommissione, formata da otto partiti, per stilare il testo del documento finale in sostituzione della bozza presentata dai comunisti della Germania dell’Est, giudicata troppo filosovietica.

Secondo una studiosa francese [Marcou, !976] quattro sono i motivi dello scontro. Innanzitutto c’è il problema del modo stesso di concepire l’internazionalismo, giudicato dagli eurocomunisti completamente da riformare e, a parere di altri, invece, principale fondamento del movimento comunista internazionale.
La seconda questione, direttamente collegata alla prima, è quella che riguarda il rapporto dei singoli partiti con il P.C.U.S.. Il diverbio nasce dalla pretesa del partito sovietico di fare del sostegno alla propria politica la pietra angolare dell’internazionalismo, idea giudicata inaccettabile dagli eurocomunisti e dai loro alleati jugoslavi.

Il terzo motivo di scontro è dovuto alle critiche mosse dai partiti più ortodossi nei confronti delle alleanze concluse dagli eurocomunisti all’interno dei loro Paesi, in particolare in riferimento al comportamento di P.C.I. e P.C.F..
Infine, l’ultima questione concerne la concezione della coesistenza pacifica, ritenuta da Mosca e dai suoi alleati una sorta di “compromesso storico imperiale”, un patto di non belligeranza stretto tra le due superpotenze al fine di consolidare i rispettivi schieramenti, e considerata invece dagli eurocomunisti, come si è visto, come una situazione capace di aprire nuovi scenari politici all’interno dei due blocchi.

Il punto su cui, in misura maggiore, si sfiora la frattura è certamente il rifiuto, da parte degli eurocomunisti, di concepire il P.C.U.S. come centro e motore del movimento comunista internazionale. Anche il P.C.F., solitamente molto cauto quando si tratta di contestare la Patria della Rivoluzione, in questo caso dichiara:
“Nessun partito o gruppo di partiti può fare leggi valide per tutti, proporre ricette universali, definire una strategia modello... Il movimento internazionale comunista non è e non può essere una chiesa nè un’organizzazione monolitica, che sottoponga ogni partito alla coercizione e al conformismo.” [Marchais, 1976b].

Alla fine, comunque, un compromesso viene raggiunto, anche se non si comprende bene quale sia, tra le due parti, la vera vincitrice. Secondo alcuni si tratta indubbiamente degli eurocomunisti, in virtù delle molte concessioni ottenute, come l’abbandono del vecchio concetto di “internazionalismo proletario”, sinonimo di partito-guida, per far posto a quello di “solidarietà internazionale”, come la fine dell’identità tra antisovietismo e anticomunismo, e come, infine, la legittimazione delle proprie strategie per la realizzazione della società socialista, senza più dover far riferimento al modello sovietico [Berti, 1976].

Secondo altri, invece, l’unico vero vincitore sarebbe Brezh-nev, mentre i partiti eurocomunisti avrebbero perso un’occasione unica per porre l’accento sulle differenze che, in modo sempre più ampio, corrono tra loro e i comunisti dell’Est. I comunisti occidentali avrebbero preferito, infatti, salvare le apparenze di un movimento comunista internazionale unito, anche a costo di pregiudicare la credibilità della loro autonomia. Inoltre, questo comportamento crea problemi a chi, all’Est, volendo rendersi più autonomo da Mosca, si aspetterebbe un aiuto più concreto da parte di quei partiti che si dicono paladini del comunismo democratico, i quali, invece, per timore di ingerenze sovietiche nei loro affari nazionali, fanno finta di nulla sull’inasprito controllo del Cremlino nei propri feudi. [Vasconi, 1976].

In ogni caso, durante la conferenza berlinese, l’unico punto su cui vi è accordo tra le due anime del comunismo internazionale è il tema della pace, mentre manca una convergenza, oltre che sul come costruire il socialismo, anche sull’analisi della crisi economica dell’economia capitalista [Berti, 1976].
L’impressione che si ricava al termine della Conferenza, comunque, è che i passi indietro compiuti dal Cremlino a proposito dei vecchi dogmi stalinisti, siano stati solo strumentali al buon esito della Conferenza stessa. Mosca si è resa conto che sarebbe stato controproducente forzare la mano per mettere in riga gli eurocomunisti, per questo ha assunto una tattica più attendista. Ma il comportamento tenuto dai sovietici nei mesi seguenti, mostra che, in realtà, nulla di veramente importante è cambiato. Ponomarev, uno degli esponenti più importanti del P.C.U.S., poche settimane dopo l’appuntamento di Berlino, dichiara senza mezzi termini: “...non può essere vera politica rivoluzionaria quella che esclude la solidarietà con il socialismo realizzato.” [Segre, 1977].
La replica del P.C.E. non si fa attendere. Carrillo, mai tenero con Mosca, afferma che, ormai, il ruolo di avanguardia nel processo di trasformazione sociale del mondo spetta alle forze progressiste dei paesi capitalisti, mentre l’U.R.S.S. e il suo blocco ne rappresentano solo la retroguardia [Tiersky, 1981].
Secondo il leader spagnolo:
“...criticare errori reali o presunti dei comunisti, criticare gli aspetti negativi dei regimi socialisti stabiliti, non è di per sè, nè controrivoluzionario nè antisovietico.” [Carrillo, 1977b].

Il segretario del P.C.E. si mostra anche molto esplicito a proposito dei rapporti tra i partiti comunisti dell’Est e quelli dei Paesi capitalisti e sull’internazionalismo. Circa la prima questione, Carrillo esclude che possa esserci una linea strategica comune tra eurocomunisti e partiti dell’Est, reputando che al massimo possono rimanere dei rapporti di cooperazione. Quanto all’internazionalismo, il leader spagnolo è caustico:
“E’ un residuo storico condannato a scomparire, in quanto l’unico internazionalismo legittimo, quello rivoluzionario, si misura in primo luogo dalle capacità di ogni partito di fare la rivoluzione nel proprio Paese, con le proprie forze e senza aspettarsi tutto dalle forze degli amici.” [Carrillo, 1975].


Il difficile rapporto dell’Eurocomunismo con il socialismo sovietico.

Un punto di forte contrasto tra gli eurocomunisti e Mosca è, senza dubbio, l’atteggiamento verso il modello socialista sovietico.
Il P.C.U.S., per il fatto di essere stato protagonista della prima rivoluzione socialista della storia, proclama che il suo modello è il migliore e l’unico in grado di contrapporsi con successo all’im-perialismo capitalista. Ogni altro tentativo di portare il socialismo al governo di un paese rischia di fallire in modo drammatico, come ha mostrato l’esperienza cilena. A proposito della via scelta dagli eurocomunisti, Mosca ritiene che essa sia troppo compromissoria verso i partiti borghesi e, quindi, incapace di produrre quei cambiamenti strutturali necessari per l’instaurazione del socialismo. Gli ideologi sovietici affermano anche che è assurdo, da parte dei comunisti occidentali, accogliere i principi della democrazia borghese, in quanto, come Lenin ha mostrato, non conta la maggioranza aritmetica ma quella politica rivoluzionaria.

Gli eurocomunisti si rendono ovviamente conto che affermare ancora, a metà degli anni ’70, questi principi nei Paesi a economia capitalista sviluppata, equivarrebbe a condannarsi ad un eterno autoisolamento sul piano politico nazionale. Secondo questi partiti, il socialismo può conquistare l’Occidente solo se unito alla libertà e alla democrazia. Pure il P.C.F. comprende ciò, anche se fino al 1975 esso è ancora impegnato ad esaltare: “...le innumerevoli conquiste e i grandi successi dell’U.R.S.S.”, relegando la questione del rispetto dei diritti umani in secondo piano [Baudouin, 1978, 119].
Fino a questa data, del resto, le rare critiche del P.C.F. rivolte all’U.R.S.S. hanno due caratteristiche peculiari, ovvero sono condannati solo quegli errori che possono nuocere alla reputazione del socialismo e, in secondo luogo, il partito francese non vuole che le proprie critiche si confondano con quelle dei non comunisti [Lavau, 1981].

Secondo un’analisi a dire il vero un po' discutibile, questo atteggiamento filosovietico del P.C.F., mantenuto fino all’autunno ’75, sarebbe il prezzo da pagare dalla nuova dirigenza per far accettare alla vecchia guardia, ancora legata al mito dell’Unione Sovietica, la nuova strategia di integrazione nazionale [Baudouin, 1978].

Il primo episodio, isolato, di frizione con la dirigenza del-l’U.R.S.S., si ha nel ’74, a seguito dell’appoggio implicitamente dato dai sovietici al candidato di centro-destra alla presidenza, Giscard, in contrapposizione a Mitterand, sostenuto congiuntamente da P.S. e P.C.F.. In quest’occasione, il Partito Comunista Francese formula pesanti critiche all’indirizzo della burocrazia sovietica, per il suo conservatorismo e per la sua connivenza con le classi dirigenti del mondo capitalista [Baudouin, 1978, 144].

Ma per le reali prese di posizione sulla mancanza di libertà in U.R.S.S., occorre attendere fino all’ottobre 1975, a seguito di episodi come l’internamento del matematico Pliuch e la diffusione di un documento televisivo su un campo di rieducazione in Lettonia. Ora la qualità delle riprovazioni fatte è decisamente differente, in quanto il P.C.F. pare non preoccuparsi più nè della non ingerenza in questioni riguardanti altri partiti, nè del rischio di portarsi nella stessa posizione degli antisovietici [Baudouin, 1978, 192].

In effetti, pur non riguardando le critiche le strutture economiche, politiche e sociali dello Stato sovietico, e pur impegnandosi il segretario Marchais, a nome del partito, una volta di più, a: “...combattere risolutamente l’antisovietismo, le menzogne e le calunnie di cui sono continuamente oggetto i Paesi socialisti” [Marchais, 1976a], lo stesso leader comunista non può esimersi dal denunciare le gravi mancanze di questi stessi Paesi, in fatto di libertà fondamentali:
“E’ naturale che noi esprimiamo il nostro dissenso di fronte alle misure coercitive che attentano alla libertà di opinione, di espressione, e di creazione, dovunque siano in vigore...
Non possiamo ammettere che l’ideale comunista, che si prefigge come obiettivo principale il benessere dell’uomo, possa essere macchiato da atti ingiusti e ingiustificati.” [Marchais, 1976a].

Durante la stagione eurocomunista, il giudizio del P.C.F. sull’U.R.S.S. si spinge fino al punto di definire, in essa, la presenza di una sovrastruttura insufficientemente democratica e, occasionalmente, oppressiva. Significativo è il giudizio di Elleinstein, l’artefice della svolta eurocomunista del partito francese: “Bisogna riconoscere che in U.R.S.S. il socialismo esiste solo in modo molto imperfetto.” [Baudouin, 1978]. Con la pubblicazione dell’opera “Les communistes et l’Etat”, realizzata da alcuni tra gli intellettuali più importanti del P.C.F., la Rivoluzione d’Ottobre è abbassata al rango di esperienza singolare e, pertanto, non trasferibile alla situazione francese [Baudouin, 1978, 360].

Il comportamento del Partito Comunista Italiano, durante tutti gli anni ’70, è all’insegna di una critica prudente ma costante all’indirizzo del modello sovietico. La drammatica conclusione della Primavera di Praga, che ha portato alla decisa condanna dell’aggressione sovietica, ha certamente lasciato il segno nel P.C.I., che si è forse reso conto della sostanziale incapacità dei regimi dell’Est di soddisfare le legittime esigenze di libertà dei loro popoli.

Molte, comunque, sono le ragioni che trattengono il P.C.I. da una clamorosa rottura con Mosca. Secondo Allum, vi sarebbero innanzitutto seri problemi di natura ideologica, in quanto il partito dovrebbe spiegare quali siano le caratteristiche di un autentico regime socialista e per quale motivo l’U.R.S.S. non le presenti. Inoltre, dovrebbe giustificare i motivi di tanto ritardo nel riconoscere che l’Unione Sovietica non è uno stato socialista. Ma la motivazione che maggiormente frena il P.C.I. è legata al rischio di una possibile crisi di identità tra molti dei suoi militanti, fatto che potrebbe dar luogo anche a dolorose scissioni [Allum, 1977]. Blackmer dà un’altra spiegazione. A suo parere, tanto più la politica nazionale e i programmi del P.C.I. diventano simili a quelli degli altri partiti, tanto più importante diventa, per esso, la capacità di offrire una prospettiva internazionale chiaramente diversa [Blackmer, 1976].
In realtà, il partito italiano arriva a sfiorare la rottura definitiva con Mosca. Accade durante l’inverno ’81, quando in Polonia viene proclamato lo stato d’assedio. Ne L’Unità, il giorno successivo al colpo di stato militare, si legge un commento molto eloquente: “Per essere riconosciuto come tale il socialismo deve lasciare ai lavoratori la possibilità di esprimersi ed organizzarsi.” [L’Unità, 14 dicembre 1981].
Ingrao, a proposito del nuovo regime polacco, dichiara:
“Se un regime che dispone di tutte le leve fondamentali del potere, può reggere l’urto di una grande protesta operaia solo con lo stato d’assedio, significa confessare la sconfitta più grave del socialismo.” [Ingrao, 1981].

Il solo Cossutta, nella Direzione del partito, resta su posizioni filosovietiche. Anche Berlinguer condanna senza appello il golpe e, nella relazione al Comitato Centrale del gennaio ’82, afferma:
“E’ accaduto che per gli errori compiuti in particolare nel campo economico (le forzature nello sviluppo, la centralizzazione autoritaria, ecc.), per i fenomeni di burocratizzazione (lo stato-partito, il monolitismo, la perdita della specifica funzione politica del partito, il marxismo stravolto in ideologia di stato), per il prevalere di un dogmatismo chiuso... è venuto a determinarsi un singolare rovesciamento. In primo piano, invece della realtà, si è posta l’ideologia, anzi una sorta di credo ideologico concepito come un corpo dottrinario ossificato.” [Berlinguer E., 1982].

Tuttavia, quando questa “quasi rottura” avviene, l’Euroco-munismo è da tempo entrato in crisi profonda e l’unità di intenti tra i tre partiti è ormai solo un lontano ricordo.

Per quanto riguarda il P.C.E., esso è certamente il partito che, in misura maggiore, vorrebbe dare risalto ed ampliare l’auto-nomia degli eurocomunisti dal Cremlino. Nell’analisi sul socialismo sovietico condotta nel suo libro “Eurocomunismo y estado”, il segretario del P.C.E. parte dalla premessa che la dittatura del proletariato è stata, per la Russia del 1917, una necessità storica ineluttabile, come del resto la violenza rivoluzionaria. Il problema, però, nasce dal fatto che:
“... la dittatura del proletariato è stata instaurata con un sistema di partito unico, e ha subito gravi deformazioni e addirittura processi degenerativi molto seri.” [Carrillo, 1977a, 190].

L’amara constatazione del leader del P.C.E. è che lo Stato immaginato da Lenin, dopo ormai sessant’anni di potere del P.C.U.S., non si intravede neanche lontanamente:
“Al suo posto è cresciuto un potente apparato di Stato al di sopra della società... All’interno di questo Stato è cresciuto e ha operato il fenomeno stalinista, con una serie di tratti formali simili a quelli delle dittature fasciste.” [Carrillo, 1977a, 192].

E’ certamente l’accusa più grave rivolta da un partito comunista al “grande fratello sovietico”, e difatti la replica del Cremlino non si fa attendere, come si è visto.
Ma le critiche avanzate da Carrillo non sono finite. Egli denuncia anche il fatto che lo Stato sovietico non solo non si è democratizzato, ma ha anche mantenuto molti dei suoi elementi di coercizione nei rapporti con gli altri Stati socialisti. Il leader spagnolo arriva a negare ogni carattere socialista all’U.R.S.S., ed è l’unico tra i leader eurocomunisti a spingersi a tanto. Afferma infatti Carrillo:
“Se le democrazie borghesi hanno in sè molto di formale, ne ha anche molto la democrazia operaia, cui finora i comunisti sono giunti... Il regime sovietico non solo ha mantenuto con-tenuti di diritto borghese, ma è anche giunto a deformazioni e degenerazioni che, in altri tempi, si potevano immaginare possibili solo in Stati imperialisti.” [Carrillo, 1977a, 195].

Si deplora, inoltre, l’enorme potere del partito-stato, in cui si riassume ogni potere decisionale, cosa che determina un estra-niamento dei lavoratori da ogni importante decisione sociale. Il segretario comunista si pone anche il dubbio se, per caso, le stesse strutture burocratiche dello Stato sovietico non siano l’ostacolo principale alla trasformazione completa del regime verso il socialismo. Conclude Carrillo:
“Uno Stato in cui l’esercito e i suoi organi hanno tanta importanza, pur essendo uno Stato senza capitalisti e pur sostenendo la lotta dei popoli per la loro liberazione, corre il rischio di considerare la potenza come obiettivo fondamentale e tende a trasformare l’ideologia in strumento di potenza.” [Carrillo, 1977a, 205].

Purtroppo, il leader spagnolo si trova a fronteggiare praticamente da solo il contrattacco sovietico portatogli dalla rivista «Novoe Vremia», poichè Berlinguer e Marchais preferiscono defilarsi e mantenere una posizione più cauta, dimostrando così, in mo-do palese, tutta la debolezza dell’Eurocomunismo, proprio nel momento in cui la più grande determinazione sarebbe necessaria.

Eurocomunismo e politica estera sovietica.

I drammatici eventi di Praga dell’agosto ’68 hanno certamente chiuso un’epoca nel movimento comunista internazionale. Quasi tutti i principali partiti comunisti occidentali, infatti, hanno condannato duramente l’intervento del Patto di Varsavia o hanno espresso la loro riprovazione. E’ questo il caso del P.C.F., che, per la prima volta nella sua storia, non ha condiviso una decisione di Mosca. Tuttavia, col passare dei mesi, la tensione tra il partito francese e quello sovietico scende notevolmente, e i rapporti vengono presto normalizzati, tanto che al termine di un incontro tra le due delegazioni, nel novembre ’68, nel comunicato finale, si legge, a proposito della questione cecoslovacca:
“Le due delegazioni... hanno espresso il desiderio che, nel quadro degli accordi conclusi e messi in opera dal P.C.U.S. e dal P.C. di Cecoslovacchia, la situazione si normalizzi sulla base del marxismo-leninismo.” [Valli, 1977, 200].

Il progressivo allontanamento dalla politica attiva, a seguito di una malattia, del segretario Waldeck-Rochet e l’ascesa al vertice del partito da parte di Marchais sono, forse, tra le cause principali del nuovo riavvicinamento tra Parigi e Mosca. In effetti, dopo qualche tempo, a differenza del P.C.I. e del P.C.E., il P.C.F. riallaccia i rapporti con il P.C. “normalizzato” di Cecoslovacchia e, più in generale, torna ad essere la fedele eco della politica estera sovietica. Anche durante la stagione eurocomunista questo atteggiamento non cambia in modo sostanziale.

Del resto, un analogo comportamento, durante questo stesso periodo, è tenuto anche da P.C.E. e P.C.I.. I due partiti, infatti tranne che in isolati episodi, sostengono in modo puntuale le colonne portanti della visione politica internazionale di Mosca. Gli eurocomunisti contestano, ad esempio, il modo in cui si sta evolvendo il processo di pace in Medio Oriente. In particolare le critiche si concentrano sul trattato di Camp David tra Israele ed Egitto, in quanto i tre partiti ritengono che l’U.R.S.S. sia stata tenuta un po' ai margini delle trattative, condotte in modo troppo esclusivo dagli Stati Uniti. Anche il comportamento tenuto dai sovietici nel continente africano e, in particolare, nel Corno d’Africa, chiara conferma dei propositi espansionistici di Mosca, viene lodato, poichè ritenuto: “...un fattore di crescita del processo di pace e della progressiva autodeterminazione dei popoli del continente”.

Solo con l’intervento sovietico in Afghanistan, il P.C.I. e, in parte, il P.C.E. sembrano rendersi finalmente conto che la politica estera sovietica non è poi così diversa da quella, definita imperialista, degli U.S.A.. 
Nel rapporto di Ledda al Comitato Centrale del P.C.I., si denuncia con preoccupazione il fatto che il processo della distensione venga messo in pericolo dal comportamento espansionistico del-l’U.R.S.S., che ormai solo con la potenza del suo esercito riesce a far prevalere il proprio sistema politico e sociale [Levesque, 1989]. Anche la rivista Rinascita condanna in modo inequivocabile l’inter-vento dell’Armata Rossa:
“Le questioni di principio non sono astrazioni che possono essere piegate alle ragioni dell’opportunità politica o venire usate a seconda delle circostanze o dei soggetti in causa...
Nessuna loro violazione, da nessuna parte può essere tollerata o giustificata, pena un ulteriore decadimento della civile convivenza.” [Rinascita, nº1, 1980].

L’episodio afgano è anche importante perchè segna il momento in cui si consuma il distacco del P.C.F. dal movimento eurocomunista. Il partito francese è, infatti, l’unico tra i partiti comunisti occidentali a giustificare l’intervento russo, e lo fa in base al fatto che: “...un Paese ha diritto a chiamare un alleato se si trova dinanzi a una interferenza di agenti stranieri.” [Morgan, 1983].
Il P.C.F., inoltre, nell’aprile ’80, organizza insieme al partito comunista polacco una conferenza sulla pace e il disarmo. All’in-contro non partecipano nè il P.C.E. nè il P.C.I., i quali non intendono avallare implicitamente la politica estera sovietica, e non condividono nemmeno l’idea, comune a tutti i partecipanti all’incontro, che non esista una terza via oltre capitalismo e socialismo reale [Marcou, 1986]. Secondo il P.C.I., un tema come la pace non può essere sviluppato sulla base di appelli generici, che prescindono dai problemi reali e dalle situazioni oggettive del mondo contemporaneo. Così si esprime Rubbi in un intervista su Rinascita:
“Una tale iniziativa non solo non è utile ma rischia di essere dannosa, perchè può portare i comunisti in Europa ad un isolamento in un momento in cui la loro iniziativa dovrebbe essere rivolta a conseguire il massimo di convergenza unitaria con tutte le forze progressiste e democratiche, non solo comuniste” [Rubbi, 1980].

Dopo i fatti della Polonia, come si è già detto, la tensione tra P.C.I. e P.C.U.S. raggiunge il suo massimo grado. Il partito italiano critica innanzitutto il fatto che, nei mesi precedenti la proclamazione dello stato di assedio Mosca, invece di incoraggiare lo sforzo, peraltro tardivo, dei comunisti polacchi di percorrere la strada dell’unità con le altre forze sociali nazionali, associandole al governo del Paese, ha sempre invitato il governo polacco a rafforzare la difesa del vecchio e ormai logoro sistema politico, criticando, anzi, ogni minima riforma. [Guerra, 1981].
Ingrao, interrogato se, a suo parere, il golpe militare ha evitato l’intervento dell’Armata Rossa, risponde:
“Sembra un argomento pieno di realismo, ma dobbiamo sapere ciò che comporta l’accettazione di un tale argomento: esso significa subire un’interpretazione dei blocchi esistenti, che cancella di fatto la sovranità dei Paesi che appartengono al blocco stesso... e significa anche considerare l’Est, in ultima istanza, come una chiusa sfera di dominio e di controllo da parte sovietica.” [Ingrao, 1981].

Anche il tono del segretario Berlinguer è molto duro:
“Ciò che è avvenuto in Polonia ci induce a considerare che, effettivamente, la capacità propulsiva di rinnovamento delle società, o almeno di alcune di esse, che si sono create nell’Est europeo, è venuto esaurendosi. Parlo di una spinta propulsiva che ha la sua data di inizio nella rivoluzione socialista di Ottobre.” [Berlinguer E., 1981].

Capitolo Decimo

Eurocomunismo e processo di integrazione europea.

Il giudizio dei partiti comunisti occidentali sul processo di integrazione europea durante la sua prima fase.


Quando, nel 1951, viene firmato il Trattato di Parigi, che istituisce la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (C.E.C.A), il giudizio dei partiti comunisti dell’Europa capitalista è unanime nel condannarlo. E’ l’epoca della Guerra Fredda e, secondo i comunisti occidentali, per i quali è da poco incominciato il lungo periodo di isolamento nella vita politica nazionale, questa nuova struttura non può avere altri scopi che: “...rafforzare il controllo dell’imperialismo americano sull’Europa” [Valli, 1977, 157].

Il più accanito avversario di questo primo progetto di integrazione europea si mostra il P.C.F., il cui acceso spirito ultranazionalista non può assolutamente accettare un accordo che prevede la cooperazione con il nemico storico della Francia, la Germania, proprio nelle industrie strategicamente più importanti.
Il Piano Shuman è definito: “Un piano di guerra e di disastro nazionale”, e la C.E.C.A. è ritenuta essere lo strumento per la messa in liquidazione dell’industria siderurgica nazionale, nonchè del-l’esercito. Il P.C.F. punta le sue critiche in particolare sul fatto che: “I capitalisti francesi, in nome dell’Europa, stanno svendendo l’in-dustria del carbone e dell’acciaio ai trust tedeschi.” [Pinto Lyra, 1973].

Inoltre, la C.E.C.A. viene definita come: “Un nuovo super monopolio, la cui costruzione porterà conseguenze catastrofiche per la classe operaia europea.”, e se ne critica il carattere antidemocratico, in quanto la partecipazione delle classi lavoratrici al processo decisionale è praticamente nulla [Pinto Lyra, 1973, 21].
Il P.C.I., pur concordando nell’analisi dei comunisti francesi per quanto riguarda le conseguenze economiche, sociali e militari del Trattato di Parigi, usa toni molto meno drammatici a proposito del rischio di una sovranità nazionale limitata.
Tuttavia, è soprattutto sul progetto, mai realizzato, della Comunità Europea di Difesa che la campagna antieuropea del P.C.F. raggiunge il suo azimut. I comunisti d’oltralpe mettono in grande evidenza il pericolo che questo progetto possa diventare il trampolino di lancio per i sogni espansionistici e revanscisti di Bonn, oltre che un nuovo strumento degli U.S.A. per rendere più aspra la Guerra fredda [Pinto Lyra, 1973, 28].

Pure con l’istituzione del Mercato Comune Europeo, nel 1957, si registra una sostanziale comunanza di giudizi tra P.C.I. e P.C.F.. Anche il P.C.E., sebbene la Spagna non faccia parte della C.E.E., condivide il parere dei partiti italiano e francese, i quali negano la possibilità che la neonata Comunità Economica possa diventare una terza forza equidistante da U.S.A. e U.R.S.S., in ragione dell’appartenenza di tutti e sei i Paesi fondatori alla N.A.T.O.. Inoltre, secondo questi partiti, a trarre vantaggio da questa alleanza tra Paesi capitalisti saranno soltanto i grandi trust e le multinazionali, mentre per gran parte dei popoli d’Europa le condizioni sociali peggioreranno, in quanto si verificherà un deciso allineamento verso il basso delle conquiste dei lavoratori [Pinto Lyra, 1973, 51].
Il P.C.F., anche in questo caso, pone l’accento sulla questione dell’attentato all’indipendenza del suo Paese.
Secondo il partito transalpino, la Francia, partecipando al Mercato Comune, finirà per degradarsi al ruolo di provincia della potente Germania Federale, mentre le sue istituzioni nazionali, in particolare il Parlamento, saranno lentamente ma inesorabilmente private di ogni potere per ciò che riguarda la scelta dell’orien-tamento da seguire in politica economica.

Infine il P.C.F., sempre per consolidare la sua immagine di “difensore della nazione”, afferma che, con l’entrata della Francia nella “piccola Europa”, la sua agricoltura conoscerà una vera e propria ecatombe, e a farne le spese saranno soprattutto i piccoli agricoltori, i quali non hanno i mezzi per sopportare la concorrenza straniera.
Col passare degli anni, mentre le posizioni del P.C.E. e, in modo particolare, del P.C.I. riguardo alla C.E.E. diventano più mor-bide, il partito francese non modifica in modo sostanziale il suo atteggiamento intransigente.
Anche se la Comunità Europea non è più denunciata come “braccio politico della N.A.T.O.” [Pinto Lyra, 1973], essa resta, secondo il P.C.F., fortemente antidemocratica. Tuttavia, anche il partito francese, pur dichiarandosi assolutamente contrario all’ipotesi di un’integrazione politica, deve riconoscere che, nel corso degli anni, la C.E.E. ha compiuto anche alcune cose positive, specie a difesa dell’agricoltura francese [Pinto Lyra, 1973, 85].

Dopo la morte di Thorez, durante la segreteria Waldeck-Rochet, i comunisti francesi chiedono per la prima volta di entrare negli organismi comunitari non per “...condurre una lotta efficace contro le nefaste conseguenze del M.E.C..” [Valli, 1977, 165], ma per collaborarvi.

All’inizio della segreteria Marchais si registra, invece, un nuovo inasprimento dei rapporti con la C.E.E.. In occasione del referendum del 23 aprile 1973, riguardante l’allargamento della Comunità a Irlanda, Danimarca e, soprattutto, Regno Unito, il P.C.F. prende posizione in modo deciso a favore del “no”, adducendo sia ragioni economiche, come il rallentamento della produzione industriale, i possibili disequilibri settoriali, il deperimento ulteriore di certe aree meno sviluppate del Paese e l’aumento dei disoccupati, sia le solite ragioni di tipo politico-militare, a proposito del progressivo abbandono della sovranità nazionale. Ma il “no” comunista si spiega anche con ragioni di politica interna, per la duplice necessità del P.C.F. di apparire come l’unica vera forza di opposizione al governo e di affermarsi nei confronti dell’emergente partito socialista.

Il P.C.E., invece, già dalla fine degli anni ’60 è favorevole all’associazione della Spagna alla Comunità, ma il problema principale è il permanere del regime dittatoriale di Franco. Carrillo, nel suo discorso all’VIII Congresso del partito, nel 1972, afferma:
“E’ prioritario che il popolo spagnolo si liberi della dittatura franchista prima di avviare ogni genere di negoziato con la C.E.E.. Questo regime non ha nè l’autorità nè la forza per poter iniziare dei colloqui con il Mercato Comune che possano garantire l’interesse nazionale.” [Carrillo, 1972].

Naturalmente, il giudizio fortemente negativo espresso nel passato nei confronti della Comunità Europea non viene ora completamente ribaltato. Pur riconoscendo, infatti, la validità di certi risultati conseguiti dalla Comunità non solo in campo economico, il P.C.E. resta dell’avviso che il M.E.C. sia stata una creazione della Guerra Fredda in funzione antisovietica. Ora, certamente, la forza conseguita consente alla Comunità Europea di sfidare gli Stati Uniti quasi ad armi pari, riuscendo perfino a penetrare con successo nei loro mercati. Tuttavia, secondo l’analisi di Carrillo, le istituzioni comunitarie necessitano di profonde revisioni, in particolare occorre diversificare il commercio estero, espandendo le relazioni economiche con i Paesi socialisti e con i Paesi in via di sviluppo.
Infine, il partito iberico, ancora all’inizio degli anni ’70, giudica inopportuna un’integrazione immediata della Spagna alla C.E.E., perchè ritiene che il Paese, anche dopo la fine della dittatura franchista, non sarà in grado di darsi in breve tempo una struttura economica competitiva [Carrillo, 1972].

Per quanto riguarda il P.C.I., esso è il partito che prima degli altri e in misura maggiore ha mutato il suo atteggiamento verso le strutture della Comunità Europea. Hanno, probabilmente, contribuito a questo cambiamento gli ottimi risultati conseguiti dalla Comunità nei suoi primi dieci anni di vita. Questi hanno fatto sentire il loro influsso benefico in modo particolare sull’Italia, che negli anni ’60 stava vivendo il suo boom economico, con la crescita dell’occupazione e delle esportazioni e con il generale miglioramento delle condizioni sociali della classe operaia [Lambert, 1978].

Un ruolo di primo piano in questa svolta operata dal P.C.I. è certamente da attribuirsi a Giorgio Amendola. Egli è stato il primo esponente comunista occidentale, nel 1965, a riconoscere la Comunità come realtà oggettiva del panorama politico internazionale, di cui tenere conto. Anche in conseguenza di ciò, già nel 1969, il P.C.I. inizia a partecipare in modo attivo al funzionamento della Comunità, con l’ingresso di alcuni suoi rappresentanti al Parlamento Europeo, cinque anni prima dell’arrivo dei comunisti francesi.
Il P.C.I. persegue già allora un obiettivo, quello di far diminuire l’onnipotenza del Consiglio dei Ministri a favore del Parlamento, organo che il partito italiano ritiene debba essere eletto a suffragio universale diretto [Ronzitti, 1972].

La valutazione sulla C.E.E. da parte di P.C.I., P.C.F. e P.C.E. durante l’Eurocomunismo.

Il rapporto con l’Europa costituisce uno dei punti focali dell’Eurocomunismo.
Il partito italiano è il primo a rendersi consapevole del fatto che è impossibile costruire il socialismo in un Paese dell’Europa Occidentale senza tenere conto del processo di integrazione in corso [Lambert, 1979]. Già a partire dalla Conferenza di Bruxelles dei partiti comunisti dell’Europa capitalista, nel 1974, il P.C.I espone ai partiti fratelli il convincimento secondo il quale l’Europa dovrebbe muoversi in modo equidistante dai due blocchi e consolidare il suo ruolo di terza forza del futuro assetto politico internazionale. Berlinguer pone, in quest’occasione, le fondamenta della futura costruzione eurocomunista, parlando della necessità:
“...che l’avanzata del socialismo nella parte d’Europa in cui operiamo proceda nella ricerca di strade nuove pienamente corrispondenti sia alle particolarità e alle tradizioni di ogni nazione, sia ai tratti comuni che si presentano in questa zona del continente.” [Berlinguer E., 1974a]

Inoltre, il leader comunista italiano lancia un’idea:
“Un’Europa Occidentale democratica, indipendente e pacifica, che non sia nè antisovietica nè antiamericana ma si proponga di stabilire rapporti di amicizia e collaborazione con questi e con tutti gli altri Paesi.” [Berlinguer E., 1974a]

Il P.C.I. matura anche la convinzione che è indispensabile un forte potenziamento delle istituzioni comunitarie e, in primo luogo, del Parlamento. Amendola, in particolare, afferma che solo attraverso la C.E.E., profondamente riformata e democratizzata, è possibile risolvere i gravi problemi economici che affliggono l’Europa Occidentale:
“Noi riteniamo utile la presenza di un’organizzazione democratica multinazionale che affronti i problemi che i singoli stati nazionali dimostrano di non essere in grado di risolvere (moneta, circolazione dei capitali, controllo delle società multinazionali, energia, inquinamento, ecc.).” [Amendola, 1974].

Una prova concreta del nuovo atteggiamento del P.C.I. verso le istituzioni europee verrà, in seguito, fornita dall’elezione nelle sue file di Altiero Spinelli, certamente una tra le personalità che contribuiranno maggiormente al rilancio del processo di integrazione economica e politica della Comunità Europea.
Infine, il nuovo pensiero dei comunisti italiani verso la C.E.E. determina un loro sensibile avvicinamento verso le posizioni della socialdemocrazia europea, in particolare quella tedesca. Del resto, il P.C.I. ritiene che il superamento dell’antica divisione tra i partiti operai sia uno degli obiettivi che l’Eurocomunismo deve cercare con maggiore intensità. Questo tema è presentato da Berlinguer già durante la Conferenza di Bruxelles. Per il leader comunista italiano, l’unico modo per dare forza all’immagine di un’Europa impegnata nel processo di distensione internazionale e per perseguire il rinnovamento democratico delle istituzioni comunitarie è: “Stimolare il processo di avvicinamento e di intesa tra tutte le forze di sinistra, democratiche e antifasciste.” [Berlinguer E., 1974a].

Il discorso a proposito della necessità di fare dell’Europa l’elemento cardine della coesistenza pacifica, operando nel senso del potenziamento del carattere democratico degli organi della C.E.E., è pienamente condiviso dal P.C.E.. Nella risoluzione finale del suo IX Congresso si legge:
“Noi aspiriamo a un’Europa dei lavoratori, a un’Europa dei popoli: un’Europa unita sul piano politico ed economico, che abbia la sua politica indipendente, non subordinata nè agli Stati Uniti nè all’Unione Sovietica ma che mantenga relazioni positive con entrambi; un’Europa che contribuisca al superamento dei blocchi militari e del bipolarismo, alla democratizzazione della vita internazionale, rendendo possibile a tutti i popoli decidere da sè e in piena libertà dei propri destini.” [IX Congreso del Partido Comunista d’España, aprile 1978].

Del resto, con la morte di Franco e il progressivo smantellamento del suo regime, cade ogni pregiudiziale del P.C.E. contro un ingresso della Spagna nel M.E.C.. Anzi, durante la stagione eurocomunista, in più di un’occasione il segretario Carrillo dichiara che tale ingresso deve avvenire come membro a tutti gli effetti e non più solo come semplice Stato associato. Nei documenti del IX Congresso il partito definisce l’integrazione della Spagna alla C.E.E. come una necessità economica e politica, in quanto essa può contribuire allo sviluppo delle forze produttive e porre le basi della struttura stessa dell’economia spagnola.
Non si nega di certo che esistano anche aspetti antidemocratici nel presente edificio comunitario, come la forte impronta che conservano i monopoli nel determinare la scelta delle strategie politico-economiche da seguire. Ma questa è una ragione in più che spinge il P.C.E. a ritenere indispensabile un ingresso della Spagna nella C.E.E., proprio allo scopo di trasformarla, ridefinendone gli obiettivi.
Ciò non trova per nulla d’accordo il P.C.F., assolutamente contrario ad un allargamento della Comunità, definita anche durante la breve parentesi eurocomunista “la piccola Europa dei trust e dei monopoli”. Nasce così un’accesa polemica tra i due partiti, che testimonia una volta di più la debole consistenza dell’unità di intenti tra gli eurocomunisti.

La critica del P.C.F. concerne la struttura generale del M.E.C., giudicata un tentativo operato dalle nazioni capitaliste per coordinare l’internazionalizzazione dei capitali. Si accusa, in particolare, il Mercato Comune di aver aperto la strada alla penetrazione dei mercati europei da parte delle grandi multinazionali americane [Baudouin, 1978, 236]. Il partito francese è anche l’unico tra gli eurocomunisti ad opporsi risolutamente ad un ampliamento dei poteri del Parlamento Europeo. Anzi, fino all’aprile 1977, il partito transalpino si dice assolutamente contrario anche alla semplice elezione a suffragio universale diretto di questa assemblea, in quanto, come afferma Kanapa: “...questa elezione rinforzerebbe il peso della reazione in Europa a svantaggio delle forze democratiche e degli interessi delle Nazioni”. Poi, nell’aprile 1977, all’improvviso e senza alcuna discussione a livello di base del partito, ma con una semplice decisione dell’Ufficio Politico, il P.C.F. si di chiara favorevole ad un’elezione popolare dei rappresentanti del Parlamento di Strasburgo, a condizione, però, che i poteri di tale assemblea non siano minimamente rinforzati.

Quando, nel giugno ’79, hanno luogo le prime elezioni europee, il partito di Marchais imposta la sua campagna elettorale attaccando in modo esasperato le istituzioni europee. Questo fatto determina un’accentuazione delle divergenze con gli altri eurocomunisti, soprattutto con il P.C.I., del quale il partito francese contesta l’analisi della crisi economica e le soluzioni avanzate per superarla. Infatti, mentre il partito italiano è convinto che occorra una collaborazione attiva da parte di tutte le forze della classe operaia europea, il P.C.F. ritiene che la crisi sia prima di tutto un problema da risolvere sul piano nazionale [Bibes, 1979].

Le differenti proposte di riforma delle istituzioni comunitarie formulate dagli eurocomunisti.

La differenza nelle proposte per rinnovare l’assetto istituzionale della C.E.E. è notevole tra gli eurocomunisti, specie tra P.C.I. e P.C.F..
Il partito italiano vuole rendere più democratico il funzionamento complessivo dell’apparato comunitario. In occasione dell’in-contro di Bruxelles, Amendola lancia la proposta dell’elezione a suffragio universale diretto dell’Assemblea di Strasburgo. Egli auspica, soprattutto, che questo organo non abbia solo poteri consultivi, ma acquisti una maggiore rappresentatività democratica. Tuttavia questa proposta, come si è visto, non soddisfa per niente il partito di Marchais, sempre risolutamente contrario ad un’istituzione sovranazionale. Ma Amendola non demorde e, sempre a Bruxelles, presenta il quadro delle riforme che il P.C.I. ritiene necessarie per rendere più democratica la C.E.E.:
“La Commissione è un grande segretariato senza poteri decisionali. Tutti i poteri sono del Consiglio dei ministri che è sede di estenuanti mercanteggiamenti e di accordi precari. Bisogna rovesciare tali rapporti. Nella Commissione debbono entrare con funzioni responsabili i rappresentanti del sindacato europeo, delle associazioni agrarie, delle cooperative.” [Amendola, 1974].

Inoltre i comunisti italiani chiedono una profonda revisione della politica agraria comunitaria, ritenuta inflazionistica, improduttiva e, in molti casi, dannosa per l’Italia.
La battaglia portata avanti dal P.C.F. sul tema delle riforme istituzionali della C.E.E. è, invece, di segno totalmente opposto.

Il vertice del partito è favorevole, malgrado le indicazioni fornite dai suoi rappresentanti al Parlamento di Strasburgo, ad un incremento dei poteri del Consiglio e, soprattutto, a conservare la regola dell’unanimità per tutte le decisioni prese da questo organismo. Il P.C.F. vuole, inoltre, che il monopolio decisionale resti al Consiglio dei ministri e non passi al neonato Consiglio Europeo, ritenuto troppo simile, nei suoi principi, al presidenzialismo [Bau-douin, 1978, 247-248]. Le ragioni di un atteggiamento così ben disposto verso l’istituzione forse “meno” democratica della C.E.E. e, viceversa, di netta chiusura verso l’ipotesi di un Parlamento Europeo con più poteri, ovvero l’esatto opposto della strategia tenuta nella politica nazionale, si spiegano, forse, con il fatto che il vertice del partito, confidando nella vittoria elettorale dell’Union de la Gauche, ritiene che il Consiglio dei ministri sia l’organo in cui il P.C.F. può far sentire maggiormente il suo peso politico.

Per quanto riguarda i progetti per una futura Unione economica e monetaria, essi sono ferocemente attaccati dal P.C.F., perchè ritenuti dannosi per l’economia nazionale [Baudouin, 1978, 251].
Il partito di Marchais si pone, infine, l’obiettivo di riorientare le relazioni economiche esterne della C.E.E., bloccando le penetrazioni giapponesi e americane e incrementando gli scambi con il C.O.M.E.C.O.N. e i Paesi in via di sviluppo [Baudouin, 1978, 253].

Conclusioni

Le ragioni del progressivo declino dell’Eurocomunismo.

L’ipotesi iniziale da cui sono partito, secondo la quale il progetto eurocomunista sarebbe fallito soprattutto per l’estemporaneità dello ’dislocamento’ politico e ideologico del P.C.F., si è mostrata in buona parte esatta, anche se non può essere considerata come l’unica causa che ha condotto all’appannamento della proposta eurocomunista. In effetti, pur essendo questa, probabilmente, la ragione principale, ve ne sono altre, alcune imputabili a tutti e tre i partiti, altre riferibili in modo esclusivo agli altri due componenti del movimento eurocomunista.

L’Eurocomunismo ha preso avvio dalla comune consapevolezza dei tre partiti che essi, da soli, non avrebbero potuto proporre un loro modello di società socialista alternativo a quello sovietico senza incorrere negli anatemi di Mosca e nel rifiuto delle società nelle quali si erano sviluppati. Tuttavia, troppo raramente le tre anime dell’Eurocomunismo hanno mostrato una reale unità di intenti. Sovente, infatti, ogni partito è sembrato portare avanti una strategia di tipo “nazional-comunista”, irrimediabilmente condannata al fallimento [Salvadori, 1978].

Significativa testimonianza delle laceranti divergenze tra i partiti eurocomunisti è la circostanza per cui, nel 1979, in occasione delle prime elezioni per il Parlamento Europeo, non solo non esisteva un programma comune tra i nove partiti comunisti della C.E.E. ma, cosa ancor più grave, la distanza tra l’analisi politica ed economica avanzata dal P.C.I. e quella elaborata dal P.C.F. era enorme, quasi fossero due programmi assolutamente inconciliabili. 

Occorre poi ricordare anche gli errori di valutazione compiuti dai tre partiti congiuntamente.
Innanzitutto vi è stato un grave fraintendimento a proposito della reale natura della coesistenza pacifica, un peccato di ingenuità messo molto bene in risalto da Bonanate e di cui si è già parlato nel corso della tesi.
Erronea si è mostrata, inoltre, anche la convinzione secondo cui la fase di transizione antimonopolista si sarebbe potuta verificare all’insegna della stabilità democratica e senza forti scossoni politici e sociali. Una visione senza dubbio troppo ottimistica di un momento storico che, nelle intenzioni dei tre partiti, avrebbe dovuto portare i loro rispettivi Paesi verso una società socialista avanzata e segnare, nei fatti, l’inizio del processo di smantellamento del sistema capitalista.

Un’ultima osservazione riguarda i progetti di riforma strutturale dell’economia presentati dai tre partiti eurocomunisti. Questi erano condizionati, in linea generale, dalla prospettiva di un forte tasso di crescita delle economie dei rispettivi Paesi nel medio e nel lungo periodo, cosa che la realtà ha dimostrato del tutto irrealistica [Mandel, 1978].

Ma oltre a questi errori di valutazione commessi da tutte e tre le formazioni politiche, ve ne sono altri riconducibili ai singoli partiti.

Come ho messo precedentemente in evidenza, il P.C.F. si è mostrato ben presto l’elemento più inaffidabile della coalizione eurocomunista. I limiti del partito francese sono emersi sia sul piano politico nazionale che su quello internazionale. Per quanto concerne il primo ambito, il partito di Marchais, dopo aver contribuito, in maniera determinante, alla nascita dell’Union de la Gauche insieme con il P.S., al fine di costituire un’autentica alternativa di sinistra, quando ormai tutto lasciava presagire un imminente trionfo elettorale, ha compiuto un’improvvisa inversione di rotta, provocando così non solo il fallimento della prospettiva di conquistare il governo del Paese, ma anche la fine stessa dell’alleanza. Tra le ragioni addotte per tentare di spiegare questa sorta di “harakiri” compiuta dal partito comunista francese, interessante è quella secondo la quale esso avrebbe agito in questo modo per paura di trovarsi a gestire una difficile situazione di crisi economica, la quale lo avrebbe obbligato ad assumere misure fortemente antipopolari. Inoltre il P.C.F. si sarebbe anche reso conto che il vero motore della coalizione di sinistra era ormai divenuto il partito di Mitterand.

Tuttavia, pur giudicando molto valide queste spiegazioni, ritengo che alla base di questa scelta, per molti versi assurda, vi siano soprattutto ragioni di ordine ideologico, in particolare l’ostinato rifiuto di andare fino in fondo nel processo di omologazione con il resto della cultura politica francese, per timore di perdere la propria identità.
 Non si deve, infine, dimenticare che il P.C.F. ha pagato a caro prezzo il fatto di non aver mai avuto tra le sue file un grande pensatore politico, come invece il P.C.I. con Gramsci, il quale fosse in grado di elaborare un autonomo progetto per la costruzione di una società socialista nazionale. In effetti, l’influenza di Mosca sul P.C.F. è sempre stata molto rilevante, al punto che, al termine dell’esperienza eurocomunista, mentre il P.C.I. ha imboccato in modo risoluto la strada del dialogo e del progressivo incontro con la socialdemocrazia europea, il partito francese ha optato per un ritorno all’antico, riportandosi sotto l’ala ancora benevola del Cremlino e riproponendosi come il partito comunista occidentale più fedele di Mosca.

Lo smacco per il fallimento del progetto eurocomunista ha lasciato, tuttavia, un segno indelebile nel partito transalpino. Molti tra i suoi più illustri intellettuali, fortemente pessimisti riguardo alla capacità del partito di sapersi trasformare e evolvere secondo le nuove esigenze della società francese di inizio anni ’80, hanno preferito abbandonarlo, accentuando, in questo modo, la già profonda crisi del partito e il suo progressivo autoisolamento dalla vita politica nazionale.

Anche il partito comunista italiano, comunque, non è stato esente da errori.
Se da un lato è senza dubbio vero che la sua svolta democratica aveva radici ben più profonde e forti rispetto a quella operata dal P.C.F., dall’altro anche il P.C.I. è parso, a volte, prigioniero di vecchie idee che appartenevano ancora a quel tipo di comunismo di impronta stalinista che, nei fatti, il partito italiano aveva da tempo superato. Così, per citare un caso, il tema della rivoluzione non è mai stato completamente accantonato nei discorsi dei leader comunisti, anche se l’intensità dei toni si era decisamente via via sempre più attenuata.

Alcuni intellettuali di area socialista, a proposito della dislocazione ideologica del P.C.I. e, in particolare, in riferimento al nuovo modo di intendere concetti quali la democrazia e le libertà individuali, hanno rivendicato il fatto che questi principi facevano parte integrante del patrimonio socialista già da molti decenni. Effettivamente, il partito di Berlinguer ha dato sovente l’impressione di voler a tutti i costi rivendicare la continuità col passato più che mettere in evidenza le novità presenti nella sua nuova duplice strategia del Compromesso storico e dell’Eurocomunismo.

Questo legame forzato col passato è così diventato, in certe occasioni, un vincolo, diciamo, ’asfissiante’. E’ accaduto soprattutto nel caso delle relazioni con il mondo comunista e, in particolare, con il suo centro, l’Unione Sovietica. L’ossessione di non rompere, almeno formalmente, i legami con la Patria della Rivoluzione ha condotto il partito italiano ad assumere comportamenti quanto meno ambigui, che hanno giustificato dubbi sulla sua reale volontà di costruire una società socialista democratica e rispettosa della libertà. Così, in occasione del durissimo attacco portato dai sovietici nei confronti del leader spagnolo Carrillo, la difesa d’ufficio assunta dal partito di Berlinguer nei confronti del segretario del P.C.E., oltre a suonare come una critica velata verso lo stesso Carrillo, le cui dichiarazioni sono state giudicate intempestive, ha messo drammaticamente in luce tutta la debolezza dell’impianto solidaristico eurocomunista. L’immagine del P.C.I. è uscita intaccata da questa vicenda, in quanto ha dato a molti l’impressione di un partito poco coerente nelle sue prese di posizione, avendo affermato, da un lato, che il socialismo senza libertà non era vero socialismo, ma essendosi mostrato incapace, dall’altro, di rompere in modo definitivo con un regime che di socialista aveva ormai solo il nome.

Per quanto riguarda il P.C.E., infine, più che di errori di strategia o di evoluzioni ideologiche troppo timide, il vero problema è stato rappresentato dalla grande difficoltà incontrata dai comunisti spagnoli nell’inserirsi nella nuova realtà politica del dopo-Franco, quando il partito ha riacquistato la piena libertà d’azione. Altri grossi problemi sono stati, senza dubbio, il pesante clima di ostilità ancora molto diffuso in diversi settori sociali del Paese e, soprattutto, il difficile rapporto con i cattolici e con i socialisti, tutti fattori che condussero il partito a un risultato elettorale più che modesto.
Ma ciò che ha reso veramente problematica la situazione del partito spagnolo è stata la grossa frattura creatasi tra il vertice del P.C.E., deciso a compiere una radicale svolta nei rapporti con Mosca, e la base, al contrario ancora fortemente filosovietica. Questo fatto ha provocato una serie infinita di lotte intestine che hanno prodotto dapprima, nel 1981, un disastroso risultato elettorale e, pochi anni dopo, addirittura l’uscita dello stesso Carrillo dal partito.

Dunque non una sola causa, ma una serie di circostanze hanno, nel loro complesso, contribuito a far fallire il più importante tentativo operato in Occidente di riformare il comunismo in senso democratico, senza che si dovesse ammettere la preferibilità del sistema capitalistico riformato.

Fine


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Mauro Bruscagin 
Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano 
Facoltà di Scienze Politiche - 
Tesi di laurea in Scienze Politiche


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