indice QUADRO 22

Qui possiamo dire che la bocciata era la squola
( dalla Rivista Le Vie d'Italia )

E DOPO L'UTOPISTICO IL  '68 ?
LA SCUOLA  FU BOCCIATA

IL PIANETA SCUOLA NELL'ANNO 1971
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( LA DIFFUSIONE DI GIORNALI E RIVISTE IN ITALIA )

L'anno 1970 era stato designato dalle Nazioni Unite l'"Anno internazionale dell'istruzione". I Paesi membri fra cui l'Italia erano stati impegnati, tra l'altro, a procurare una maggiore disponibiltà di mezzi per l'istruzione e iniziare un'azione di rinnovamento e di riforma, inteso a fare della scuola un organismo meglio rispondente alle esigenze di una progredita società democratica.

L'Italia, paradossalmente, si è trovata invece nella impossibilità tecnica di spendere tutti i fondi assegnati in bilancio, per (un vizio che persisterà) il ritardo nella attuazione delle riforme e per il mancato allineamento delle amministrazioni alle nuove dimensioni di quel grande fenomeno di carenza scolastica che abbiamo visto nel corso dei precedenti anni esplodere.

Un ritardo che ha procurato all'Italia quest'anno 1971 lo spiacevole verdetto emesso (alla sessioni di Parigi) dall'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCDE).

E trattandosi di scuola, l'Italia viene "bocciata" e con in calce alla sua "pagella" una "nota" in stile molto "scolastico" e molto amaro:
"Arretrata nello studio dei processi di apprendimento, incapace di preparare i nuovi docenti per la scuola secondaria e per le esigenze da essa poste" - e conclude la nota -: "...mentre in quasi tutti i paesi si sono compiuti sforzi cospicui in materia di revisione dei programmi, di amministrazione e di politica scolastica, l'azione italiana in questo settore appare di una inquietante incoerenza".
Sembra la pagella di un bambino,  invece è quella di una Nazione.

Da anni, e dopo il '68, del '69, e nel corso del 1970 le discussioni del progetto governativo per una riforma della scuola, non erano mancate. Esperti italiani e stranieri avevano discusso (al Convegno di Frascati di aprile) alcune linee direttive per una riforma generale con un progetto abbastanza audace ma di indubbia potenzialità costruttiva. Mentre altre buone idee con una famosa circolare del successivo 3 giugno (quella del ministro della P.I. Misasi, n.189) pur con spunti non disprezzabili di interesse pedagogico e sociale, avevano suscitato perplessità, aspre polemiche e ampia diversità di applicazione, e dove come al solito le lobby dei conservatori reagirono.
Ma questi erano i referenti della corporazione delle scuole private (la maggior parte cattoliche), che non erano poche, ma il 25% della intera struttura scolastica italiana e con in mano oltre il 50% di quella materna. E vedere riqualificare e ammodernare una scuola pubblica sconvolgeva potenzialmente tutto il business del settore privato.

A tutto questo si era aggiunto dopo tante sofferte contestazioni studentesche dei due anni precedenti (nel famoso '68 e '69) un progressivo distacco dall'attenzione dell'opinione pubblica e dalla stessa critica accademica studentesca, quindi una forma di crescente disinteresse. La "piazza", un po' per stanchezza e un po' per timore nel '70 se ne era ritornata al privato, contenta solo del risultato ottenuto puramente demagogico: scuole e Università aperte a tutti.  Tutto bello nelle intenzioni demagogiche. Ma bisognava arrangiarsi con le vecchie strutture esistenti. Una beffa!

Infatti nella realtà dentro quelle vecchie strutture c'erano gli insegnanti con il loro annoso problema economico fermo da dieci anni, e quello giuridico qualitativo fermo da venti, nonostante la grande esplosione scolastica. E fu proprio la categoria degli insegnanti che dichiarò guerra al governo in uno scenario già compromesso e in piena caduta di stile e di sostanza su tutti i fronti: economici, politici e sociali.

A questi ultimi grossi problemi, si erano infatti aggiunte ed erano iniziate - sotto la spinta di una dura azione sindacale - le incontrollate agitazioni degli insegnanti che alla fine dell'anno scolastico il 3 giugno 1970 bloccarono tutti gli scrutini e gli esami per 26 giorni a circa otto milioni di studenti: dalla 1a elementare all'ultima classe di liceo con disagi per le famiglie e gli studenti (addio vacanze!) mentre il governo dentro una preoccupante crisi politica ed economica e con una voragine nel bilancio, reagì nel peggiore dei modi: non volle cedere alle loro richieste e tenne duro per settimane e settimane (4).

Nel braccio di ferro (incapace e sempre ispirato a visioni parziali del problema, perché sempre rinviato) il governo poi corse ai ripari il 23 giugno emettendo un aspro decreto di stato di emergenza (il n.384 - un vero atto di guerra dichiarata) che molti giudicarono da Terzo Mondo e fece ridere mezza Europa e perfino i bambini che frequentavano la prima elementare. Quest'ultimi erano appena capaci di fare le aste, ma pure loro capirono perfettamente che quella era una "beffa".

Infatti in sostituzione degli insegnanti, il provveditore con questo decreto ("guerra") poteva delegare personale "estraneo alla scuola" a prendere visione dei registri e gli atti riguardanti la carriera scolastica degli alunni e "decidere" la promozione. Di fronte a questa prospettiva che li esautorava del tutto gli insegnanti il 5 e il 7 luglio ritornarono a scuola a iniziare gli esami e fare gli scrutini che durarono fino alla vigilia di ferragosto.

Ma il problema Scuola Italiana, non era stato affatto risolto.

Si salvarono dunque gli esami e si spostò poi tutta l'attenzione non sul piano di sviluppo della scuola tendente a una trasformazione con prospettive pedagogiche e sociali, o all'aumento delle dotazioni didattico-scientifiche moderne, o a una migliore qualificazione per allinearsi ai paesi europei; e neppure si attuò una revisione dei programmi precedenti che terminavano proprio il 31 dicembre 1970, rimasti statici e senza aver migliorato proprio nulla.

Si emisero invece una serie di decreti legge tendenti solo a migliorare le condizioni giuridico economiche degli insegnanti pur non aggiungendo ulteriori future garanzie morali e materiali agli stessi.
(Miglioramenti che poi con un effetto a catena innestarono altre rivendicazioni di altri dipendenti pubblici e che resero ancora più problematiche le spese dello Stato, che iniziò impotente a cadere nel baratro del debito della spesa pubblica)

Totale: dei 1862 miliardi destinati all'istruzione, 1447 andranno agli insegnanti, 229 per le spese, 158 per informazione e cultura e solo 27 miliardi per l'edilizia e i laboratori. Addio riforma! Con i fondi rimasti, si riuscì ad acquistare solo qualche matita in più.

Il verdetto di quest'anno dell' OCDE che abbiamo letto all'inizio, è di condanna, e riporta indietro di qualche decennio l'istruzione. Gli scopi prioritari dell'insegnamento tornavano alle idee del 1894 di Guido Baccelli il ministro della P.I. con la sua "nuova" (!!) riforma della scuola, dove affermava (discorso alla Camera).....
"... bisogna insegnare solo leggere e scrivere, bisogna istruire il popolo quanto basta, insegnare la storia con una sana impostazione nazionalistica, e ridurre tutte le scienze sotto una.........unica materia di "nozioni varie", senza nessuna precisa indicazione programmatica o di testi, lasciando spazio all'iniziativa del maestro e rivalutando il più nobile e antico insegnamento, quello dell'educazione domestica; e mettere da parte infine l'antidogmatismo, l'educazione al dubbio e alla critica, insomma far solo leggere e scrivere.
Non devono pensare, altrimenti sono guai!"

Naturalmente questo avveniva nella scuola statale. Infatti le gravi insufficienze del sistema scolastico di ordine "sociale" e "pedagogico" sono solo dentro la scuola pubblica: nel primo si deve lamentare che le condizioni economiche e familiari incidono ancora troppo pesantemente sulla possibilità dei giovani di frequentare la scuola oltre il puro e semplice adempimento dell'obbligo; nel secondo, frequentemente la scuola non riesce ad adeguare la propria azione alle capacità ed ai ritmi personali di approfondimento, inevitabilmente diversi da ragazzo a ragazzo.
L'effetto più vistoso è il troppo elevato numero dei ripetenti (30%) e quello degli alunni che abbandonano scoraggiati. Il 30% non riescono ad arrivare al diploma di scuola media, e il 25% di quelli che ci riescono cadono già al passaggio alle classe superiori. In queste ultime gli insegnanti nello scoprire la carente preparazione dei neo-alunni, si mettono le mani nei capelli, non sanno da dove farli cominciare. Erano appena appena alfabetizzati, cioè sapevano solo leggere e scrivere, ma per tutto il resto quasi tabula rasa.

La polemica era già nata nel 1904, quando si trattò di portare l'obbligo scolastico alla quinta elementare, cosa che avvenne con Orlando nel 1904, che mise il limite (alla "coscrizione scolastica" cosi la chiamavano per terrorizzare le famiglie) dell' età scolatica ai 12 anni con l'istituzione della sesta classe. Ma, essendo le bocciature a quei tempi alte nelle elementari, la massa si fermava quando andava bene, alla quinta. Anche perchè allora, molti comuni infatti, soprattutto nel Meridione, non erano in grado (era a loro carico, struttura e stipendio agli insegnanti) di istituire scuole quinquennali.
L'obbligo a 14 anni fu poi istituito ufficialmente da Gentile nel 1923, ma di fatto anche questa volta rimase lettera morta per la stragrande maggioranza dei ragazzi italiani fino al 1962-63 quando fu avviata la riforma della scuola.
Infatti i licenziati a 14 anni, tra i nati dal 1949 in poi, fino al '63 era appena un 45%. (anche perchè si accedeva al percorso post elementare (medie e avviamento) con un esame di ammissione molto rigido e selettivo).
Questo nonostante dal 1948 un articolo della Costituzione della Repubblica imponesse un OBBLIGO di frequenza scolastica di almeno otto anni.
Per arrivare al 100% di licenziati bisogna infatti arrivare, con gradualità, molto più avanti: alla classe dei nati nel 1976 che ottennero la licenza media per lo più nel 1990.

La scuola media nel 1963 è per tutti, ma non tutti sono in grado dopo aver fatto le elementari pubbliche a sostenere i piani di studio delle medie senza aver ricevuto dalle elementari una preparazione (con le elementari ferme a una concezione di semplice alfabetizzazione dell'alunno). Nè si provvede per quelli che "zoppicano" a creare doposcuola, classi di aggiornamento, classi differenziali. Terminata in qualche modo la quinta elementare, a camionate sono trasferiti nelle scuole medie.

Accade quindi il fenomeno perverso dei vasi comunicanti che non comunicano ma si fanno ugualmente comunicare: le elementari restano arroccate alla loro semplicistica vocazione e indicazione di Baccelli ("insegnare solo leggere e scrivere, bisogna istruire il popolo quanto basta"), le medie per adeguarsi abbassano il livello degli studi, le medie superiori sono poi costrette a fare altrettanto, e se qualche studente così "preparato" arriva poi a iscriversi all'Università - dove deve lui gestire il piano degli studi con una severa disciplina che lui non conosce - si ritrova già al primo anno davanti a grosse difficoltà che non riesce a superare. O da' forfait subito o inizia un difficile calvario di fuori corso, fin che resiste. Con il risultato che solo 7 su 100 arriva fino in fondo per laurearsi.

A essere colpiti (dopo le agitazioni degli insegnanti nel 1970) furono 7.608.747 alunni delle sole scuole pubbliche, gli altri 1.920.947 alunni ricchi benestanti delle scuole private i primi di giugno tranquillamente (il ministro ha dato loro il benestare) iniziarono gli esami e se ne andarono altrettanto tranquillamente al mare. La "scuola di classe" non era affatto finita! E per fare un ingegnere o un dottore non bastava certo la demagogia.

Questo scenario di inefficienza causò carenze su tanti altri aspetti della vita sociale. La scuola materna ad esempio era in grado di accogliere solo la metà circa dei bambini da 3 ai 5 anni d'età; nell'intero anno del quinquennio non fu possibile ne' realizzare compiutamente l'ordinamento della scuola media, ne' era stata attuata la riforma della scuola secondaria superiore. Soprattutto sul piano organizzativo l'edilizia scolastica e universitaria non è riuscita a tenere il passo dell'espansione della popolazione scolastica, ne' al ritmo di apprestamento delle risorse finanziarie destinate ad eliminare gran parte delle carenze presenti in tutte le scuole del Paese (in alcune zone metropolitane mancavano il 50% delle aule e si ricorse ai doppi turni, mentre nelle Università rispetto agli anni Cinquanta, bisognava moltiplicare per dieci la disponibilità sia dei locali che dei professori - il cui contatto con lo studente avveniva in aule che sembravano le tribune degli stadi del calcio)

Questi condizionamenti e queste lacune influiscono dunque negativamente sulla frequenza e sui risultati, e costituisce il vero e proprio problema per riuscire a dare una maggiore elevazione culturale ai cittadini e per eliminare una delle piaghe più gravi che hanno rattristato per lungo tempo la società italiana: l'analfabetismo che abbiamo visto nelle tabelle.

Ma all'eliminazione del numero di analfabeti (e sembra siano state finora rivolte solo per questo le iniziative pedagogiche ed educative) che all'inizio del secolo risultava ancora del 48,6% della popolazione non è seguita un'azione per eliminare il diffuso disinteresse verso l'elevazione della coscienza culturale che tanto dovrebbe favorire l'apertura delle numerose porte alla cultura diffusa .

Ricordiamo che ancora in questo 1971 manteniamo da decenni il triste primato di essere ultimi nella classifica europea come lettori. Il 76% degli italiani non legge nemmeno un libro all'anno. Del restante 24%: 10 leggono da 1 a 3 libri, 5 da 4 a 7, e solo 9 lettori leggono più di otto libri all'anno (la Spagna ha rispettivamente 17, 8 e 15. Mentre più di 8 libri sono letti dal 40% degli inglesi, dal 33% francesi, 35% olandesi)

Dei 225.000 titoli di libri prodotti in Europa nel 1971, l'Italia è anche qui il fanalino di coda con 8.440 titoli. Mentre in Usa ne escono in questo 1971, 62.083, quasi otto volte di più.

Ma sono i giornali che danno un triste panorama sul tipo di cultura diffusa. I dati sono molto deludenti. L'Italia figura nel fanalino di coda insieme alla Spagna: 10 giornali ogni 100 abitanti, 49 in Svezia, 37,8 in Norvegia, 33,1 in Svizzera, 30,6 in Germania, 30 in Belgio, 39,9 in Gran Bretagna. 27 in Francia, 23,3 in Olanda.

QUOTIDIANI IN ITALIA: sempre più sensibile la concentrazione e la scomparsa di testate. Nel 1946 si stampavano 136 quotidiani, 111 nel 1952, 102 nel 1957, 94 nel 1961, 86 nel 1965, e solo 78 (di cui 11 di partito) nel 1971. (in Germania 416!).

Sembra un paradosso ed invece c'è un grande disinteresse nell'informazione nonostante l'alta alfabetizzazione in aumento (l'impennata dei lettori negli anni Sessanta è ormai un ricordo!). L'assurdo nelle tirature globali è che di fronte a un aumento della popolazione di 12 milioni in 30 anni; davanti a 9 milioni di studenti (4.954.000 nelle elementari, 4.050.000 nelle medie inf. e sup.) e con i laureati saliti da 50.000 ai 635.000, la tiratura dei giornali ha avuto un incremento di poco più di un milione. Non è servito a nulla alfabetizzare la popolazione. Qualcosa evidentemente è andato storto! Si è insegnato a "leggere" qualcoa da piccoli, ma non a "leggere" da grandi.

Copie iornali vendute: 10 copie ogni 100 abitanti. (20 su 100 nel triangolo industriale, 3 su 100 nel Sud). Mentre in 5 regioni e in 57 capoluoghi di provincia non viene stampato alcun giornale, infatti sono solo 35 città italiane che dispongono di un loro foglio giornaliero (in Germania si contano, oltre i 416 quotidiani, e ben 690 edizioni regionali e locali - cose da altro mondo!!).

In totale si stampano in Italia 5 milioni di copie. Negli altri paesi: Germania 17,4 milioni, Gran Bretagna 26,2 milioni, Francia 11,8 milioni, Giappone 39,9 milioni, Usa 58,9 milioni.
(Il paradosso è che Giolitti nel 1913 dichiarava che si leggevano in Italia quotidianamente 5 milioni di giornali, gli stessi di oggi, pur allora con l'analfabetismo a quote superiori al 40%).

In compenso gli editori in questi anni abilmente soddisfano i gusti e gli interessi degli italiani con il ROTOCALCO, riducendo al minimo la politica, facendo uso di fotografie e testi gradevoli che assolvono compiti di evasione piuttosto che di informazione e di educazione. Nel 1971 l'Italia conquista il primato europeo !!!!! : 326 riviste settimanali, contro una Germania ferma a 42 e una Francia a 27.

ROTOCALCHI - Il più diffuso Famiglia Cristiana con 1.744.000 copie settimanali; Tv Sorrisi e Canzoni, Grand Hotel, Domenica del Corriere e Oggi sopra il 1.000.000 di copie ciascuno; Bolero, Stop, Gente, Teletutto e Radiocorriere Tv, media circa 700.000. Due settimanali invece di informazione e noti per la funzione di avanguardia come Espresso e l'Europeo sono sempre al di sotto delle 250.000 copie.

In compenso "l'amore per la macchina" fa vendere circa 1.000.000 di copie della rivista L'automobile. Inutile dire chi era.... l'editore e anche lo sponsor di questa rivista.

Un coraggioso editore mise alle stampe quest'anno una rivista particolare: Elettronica. Dopo sei numeri uscì l'ultimo numero listato a lutto, con un lapidario saluto "Ci scusiamo con i lettori che ci seguivano, ma avevamo anticipato troppo i tempi, e l'Italia non è ancora matura per queste cose. Speriamo in futuro".
Eravamo nel 1971 !!

Destino vuole che ci sia anche la beffa. Infatti proprio nell'elettronica, un carissimo amico (fu lui - in una dei suoi rientri a Vicenza a spingermi a vendere i primissimi computer in Italia - anno 1980!!) FEDERICO FAGGIN, quest'anno (1971), lui si comporta come Guglielmo Marconi, stanco di bussare tante porte che non si aprivano, fa le valige e se ne va' in America, alla Silicon Valley a inventare e a costruire alla INTEL il primo MICROPROCESSORE. A rivoluzionare il mondo!
L'Italia distratta (compresa l'Olivetti dove Faggin nel '60 non ancora laureato già ci lavorava) rimase a guardare !!
(Ma bisogna dire che nel '60 era scomparso tragicamente Adriano Olivetti a 58 anni, quello che voleva fare (e stava facendo) la Silicon Valley italiana dei calcolatori e dell'informatica. E guarda caso dopo la sua morte la sua Olivetti finì alla General Electric americana. Qualcuno dalle parti di Torino fu contento, infatti andava dicendo "bisogna estirpare in Italia il neo dell'elettronica" (non voleva procurare fastidi agli americani).
Ci riuscì !!! assieme a certi ministri compiacenti con la loro politica suicida.


E quasi suicida fu anche la politica sulla scuola. Per realizzare nei fatti l'obbligo scolastico a 14 anni ci sono poi voluti...
67 anni dalla proclamazione ufficiale;
28 anni dall'approvazione della riforma della scuola media:
24 anni dalla prima generazione che ne ha usufruito.
30 anni fa si affermava che la scuola dell’obbligo concorreva alla “formazione del cittadino”.

Ci è riuscita??? Fate Voi. Guardate i risultati.

Quelli in rete mi dicono:

L'Italia è fanalino di coda tra i fra i 30 Paesi più istruiti.
"scuola dell’obbligo
dove l’obbligo non finisce,
dove si certifica senza concludere e
dove si conclude un ciclo non concluso".


E allora le certificazione cosa sono? Solo pezzi di carta?
Sufficienti a incrementare i Call Center.

" I giovani tra i 15 e 29 anni che nel 2011 non sono inseriti in un percorso scolastico e/o formativo e neppure impegnati in un’attività lavorativa sono più di due milioni, il 22,7 per cento del totale: tale valore è fra i più elevati in Europa. Significativa la differenza fra i generi, con una percentuale del 20,1 per cento negli uomini e del 25,4 per cento nelle donne".
"I dati più recenti sul livello delle competenze (indagine Pisa dell’Ocse), mettono in luce una situazione critica per gli studenti italiani in tutte le literacy considerate e collocano il nostro Paese agli ultimi posti nella graduatoria dei paesi Ue".

(http://noi-italia.istat.it/index.php?id=6&user_100ind_pi1[uid_categoria]=5&cHash=ade815d0dc0c99786712d0fffc9e5b72)

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UNA NOTA DOLENTE
sull'istruzione

Cominciamo dall'ultima arrivata sullo scenario mondiale
LA CINA

Il cinese è nel mercato dei laureati.
Il governo cinese nel 2012 ha deciso di investire 250 miliardi l'anno (!!!) per "produrre" 195 milioni di ingegneri, informatici e manager entro il decennio.

Produrre non più solo magliette, giocattoli e vetture, ma laureati:

Un esercito. Competitivo, agguerrito, voglioso di entrare nel mondo delle industrie e delle multinazionali del Nord America e dell'Europa.
Oggi in Cina ci sono otto milioni di laureati l'anno
e tre ragazzi su cinque ottengono un diploma delle superiori.
Rispetto al '96, un progresso enorme:
i diplomati erano solo uno su sei.
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e l'ITALIA come sta a laureati nell'anno 2012 ?
ULTIMA !!!!

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