1941

 

( MA VEDI PRIMA "AMERICAN FIRST" > > > )


GLI USA ENTRARONO IN GUERRA
ma perché ?
a causa di Pearl Harbour ? (>>)
per portare la democrazia in Europa ?
o per farla finita con quell'arrogante INGHILTERRA ?

Ma siamo sicuri
che gli USA non erano già intervenuti prima?

 

E' abbastanza singolare questa analisi fatta pochi mesi prima in Italia pubblicata su "Il Gazzettino del Popolo" (e poi su un inserto a parte il 7 aprile 1941 - che possediamo in originale). Con un titolo abbastanza curioso:


"Gli Stati Uniti contro l'Inghilterra", firmato da Ezio M. Gray.


"Quando tra due gruppi di Potenze in conflitto una terza Potenza fornisce, a uno solo di questi gruppi, navi da guerra, aeroplani, munizioni e materie prime, mi sembra ozioso e ingenuo domandarsi ogni giorno se quella Potenza intende o meno intervenire nel conflitto. E' più semplice prendere atto che essa è già intervenuta ed è più utile esaminare le ragioni del suo intervento e i possibili risultati.
Fino a qualche mese fa Roosevelt giustificava la sua politica interventista con due argomenti: la difesa del Continente americano da una preordinata aggressione delle Potenze dell'Asse e la difesa della causa democratica.
Nel messaggio del 6 gennaio Roosevelt, sensibile una volta tanto al ridicolo, ha abbandonato la tesi delle necessità di proteggersi da una aggressione d'oltre oceano. Prendiamo atto, anche se i vari Cordell Hull osano insistere.
Resta dunque unica ragione dell'interventismo rooseveltiano, l'asserita necessità di difesa della democrazia pericolante causata da una loro inarrestabile crisi economica.

Senonchè su questo terreno Roosevelt ha commesso una grave imprudenza polemica. Volendo coonestare la propria ingiustificabile aggressione egli ha creduto di poterla innestare su una tradizione di antagonismo storico tra Democrazie e Stati totalitari dichiarando che già venti anni fa gli Stati Uniti erano entrati in guerra per difendere l'ideale democratico. Sarò bene precisare come e quando la democrazia stellata sentì venti anni fa l'incoercibile imperativo dell'ideale democratico. La guerra scoppia il 2 agosto 1914; l'America interviene il 2 aprile 1917; debbono dunque passare tre lunghi anni prima che gli Stati Uniti si accorgano che il Belgio democratico è sommerso, che la Francia democratica è svenata e che l'Inghilterra democratica è agli estremi. Tre anni dunque, di insensibilità politica, ma tre anni di lucrosissime forniture all'Intesa. Insensibilità che non era stata scossa nemmeno dall'affondamento del Luisitania nella quale - 7 maggio 1915 - centoquattordici sudditi americani avevano trovato la morte.

Solo quando la guerra sottomarina imperversa falciando anche la marina mercantile americana (impedendo i lucrosi affari a nemici e amici), solo allora Wilson alza la voce e nel gennaio 1917 dichiara al Senato che la guerra mette in costante pericolo i diritti (quelli di vendere) degli Stati neutrali. Egli però non indice la crociata per il trionfo della Democrazia, ma insinua la proposta di una pace bianca, senza vincitori e senza vinti. Lo muove l'interesse, non la commozione di calpestati ideali. Poi continuando gli affondamenti di naviglio americano, il 2 aprile 1917 l'America finalmente vota la guerra e soltanto allora sciamano per il mondo i messaggi democratici contro l'imperialismo austro-tedesco.

Su ciò che accadde dopo, sullo sfacciato trionfo patrocinato da Wilson dei più cinici e ingordi imperialismi, sulle rivelazione americana circa gli inauditi lucri (nella guerra e poi nel dopoguerra) realizzati dagli Stati Uniti nelle forniture all'Intesa, sul tramonto della democratica sterlina a vantaggio del dollaro sarebbe ozioso il ricordo e fare della ingenua ironia.

Se dunque Roosevelt vuole ora giustificare il proprio interventismo come un atto tradizionale della politica americana egli non deve richiamarsi all'idealismo nebuloso e demenziale del professor Wilson, ma alla brutale realtà dell'affarismo americano in quella famosa Grande Guerra.

Noi non neghiamo il fatto che i Regimi fascista e nazista provichino in lui un autentico furore.... Ma è anche più vero - ECCO IL PUNTO - che per il signor Roosevelt e per la pluotocrazia che lo manovra il vero scopo dell'intervento attuale futuro è ben diverso da quello che esso ostenta: il vero scopo è rappresentato dalla distruzione della potenza inglese.

Paradossale? Assurdo? No! Domina segretamente in Roosevelt un pensiero. Ed è questo:

Quando per assurdo l'inghilterra dovesse uscire dal conflitto, non diciamo vittoriosa, ma anche soltanto in condizioni di potersi rifare, proprio in questa Inghilterra anche più aspramente catapultata verso una ripresa egemonica di rappresaglia, gli Stati Uniti troverebbero l'avversario fatale pericoloso e vicino per il loro avvenire. Perciò se agli effetti della propaganda nel Paese e del dovuto ossequio alla banda plutocratica imperante, Roosevelt assume le Potenze dell'Asse come falso scopo ideale della sua combattività, in realtà il suo sforzo interventista mira ad alimentare la resistenza britannica col più usuraio contagocce, non affinchè l'Inghilterra possa vincere ma al contrario affinchè il prolungamento della guerra porti l'Inghilterra stessa a dissanguarsi irreparabilmente. Il gioco è in pieno sviluppo cinico e matematico. Attraverso le rinnovate e progressive cessioni di possedimenti imperiali, attraverso l'ammainamento della bamdiera inglese tra Atlantico e il Pacifico, attraverso il fantastico indebitamento per forniture e per crediti, l'Inghilterra sta per essere totalmente eliminata dalla posizione di tradizionale rivale degli Stati Uniti.


Il giorno poi in cui l'Inghilterra sarà caduta, le sue spoglie oceaniche saranno state assorbite dall'impero americano, e la classe dirigente inglese sarà stata accolta in funzione di parente povero e di nobile decaduto nella comunità anglosassone, quel giorno il signor Roosevelt, freddo e cinico realista dietro il paravento dell'ideale, non tarderà a riconoscere che la nuova Europa unitaria potente solvibile, autarticamente rafforzata dal riorganizzato Continente africano, è ancora il miglior complesso di forze con cui convenga convivere, discutere e possibilmente riprendere gli affari.

In sostanza, se in Europa e in Africa si svolge un duello mortale tra la giovane Europa e la vecchia inghilterra antieuropea, sugli oceani che bagnano le terre della bandiera stellata un duello dissimulato ma ugualmente mortale è ingaggiato dalla spietata volontà degli Stati Uniti contro la imbarazzante sopravvivenza transoceanica dell'Inghilterra.

Una prova? In questi ultimi mesi, approfittando della paralisi inglese nel campo degli scambi internazionali, gli Stati Uniti intensificano l'antica lotta intesa ad espellere metodicamente l'Inghilterra dai mercati sud-americani. Stanno infatti fallendo tutte le missioni economiche inglesi nel Paraguay, nel Cile, come recentemente è già fallita quella in Uraguay e in Argentina. Su questi mercati l'America intende smaltire 1390 milioni di dollari di prodotti non smaltiti perchè mancanti le ordinazioni europee. Un miliardo e mezzo di dollari in pericolo?! La solidarietà anglosassone, la solidarietà democratica sono pregate di ripassare domani.
"Noi sosterremo l'Inghilterra con tutte le nostre forze" dice Roosevelt. Dichiarazione esattissima: basta pensare come la corda sostiene l'impiccato".


Ezio M. Gray "Il Gazzettino del Popolo" del 7 aprile 1941 -
su un inserto a parte.

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Per come andrà a finire l'Inghilterra a fine guerra, noi oggi lo sappiamo già: "Ridimensionata!" per non dire "Spacciata". In America i "maligni" (rifacendosi all'arrogante passato dei loro cugini) hanno iniziato dal 1945 a considerare l'Inghilterra una loro "colonia" in Europa).
E' quasi vero: dal dopoguerra saranno gli Inglesi a fornire appoggi alle varie guerre degli Stati Uniti, ingaggiate anche queste in ogni parte del mondo per difendere (seguiteranno a dire, spesso facendo anche carte false) l'ideale democratico in altri Paesi.

IL 29 DICEMBRE 1945 - a Londra, l'autorevole settimanale Observer, terminata la Conferenza a Mosca dei TRE GRANDI, definì quella pace con questo titolo: "Un compromesso tra gli Stati Uniti e la Russia.   La Gran Bretagna è stata esclusa,  e i Tre Grandi, stanno per diventare due".
(con Churchill già mandato in pensione una settimana prima della - risolutiva per la fine della seconda Guerra Mondiale - bomba atomica in Giappone).

Page, ambasciatore degli Stati Uniti a Londra dopo la Grande Guerra, era stato preveggente, aveva già visto molto lontano, quando chiedeva "Che cosa ne faremo di questa vecchia Inghilterra quando saremo noi a dirigere tutta la razza anglosassone?". (fa già il distinguo, e parla già di "razza".

L'inghilterra non ha mai voluto confessare alla Storia che la sua dominante posizione europea era nata da un equivoco e si era consolidata (da Elisabetta e Drake in poi) con l'arbitrio. E la Storia è spietata verso chi ha cercato di illuderla e di tradirla.
Più che uno Stato Europeo, l'Inghilterra (che non ha mai collaborato al nuovo ordine europeo) è stata oggi relegata a essere nel vecchio continente una modesta succursale degli Stati Uniti.
Il suo secolare predominio economico-industriale sull'Europa: avvilito. La sua presunzione messianica (dovuta al suo gigantismo coloniale (e quindi alla facile e gratuita opulenza): finita nel cono d'ombra statunitense. Sta ancora in piedi solo perchè esiste sull'isola il feudalesimo bancario; in grado purtroppo di gestire il Club dell'Euro anche senza dover pagare l'Inghilterra la sua quota di socio.

Infatti a quanto pare in Gran Bretagna gli 11 Paesi il 1° maggio 1998 hanno raggiunto la sofferta intesa di una moneta unica adottando l'Euro, che però sono per gli inglesi "Stranieri". Lo ha detto chiaro e tondo La Mont "Dannoso adeguarci a culture straniere. Dio salvi la sterlina!".

L'assurdo per gli americani é che il padrino del battesimo dell' Euro é un Paese che non fa parte degli 11: ed é ancora più assurdo che saranno proprio gli inglesi a Londra che concentreranno le attività di negoziazione dei titoli e dei relativi derivati della moneta "straniera".
Galbraith ha perfino sulla stampa americana ironizzato: "L'intesa è solo una prova della vanità della vecchia Europa, convinta di poter ridiventare il centro del mondo"
.

Paul Samuelson il decano Nobel di Economia e professore al MIT, ha invece così commentato: "Non é ancora chiaro che cosa succederà a questi undici Paesi che (politicamente) resteranno diversi, per lungo tempo, pur avendo la stessa moneta".

Però l'inghilterra i suoi affari ha continuato a farli anche stando dentro la UE. (del resto li faceva pure con Hitler, fornendogli i motori).
Ma ci sono i soliti conservatori inglesi che fanno fatica a dimenticare il passato e dalla UE premono che vogliono uscire.
Il Paese presto con un referendum é chiamato a dire se rimanere o uscire dalla UE. E se sarà una Brexit, presto sapremo se l'Inghilterra é un Paesino qualsiasi.
Gli USA questa volta non la aiuteranno, anzi a piegare definitamente la "razza anglosassone" saranno proprio loro, non la "cultura straniera" come dice La Mont.

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