1942

RUSSIA
RITIRATA DEGLI ITALIANI


"...una fiumana di uomini che sempre più si ingrossava:  
sicché in breve si formò una colonna enorme, larga e lunga non so quanto...."
"Per alcuni chilometri mi sedetti su un carretto, ma poi dovetti rinunciarvi, sentendomi congelare".
"
Non eravamo uomini che camminavano, ma automi silenziosi e barcollanti che,
nell'andare si urtavano come ubriachi.
Un tale, a causa di un urtone si era rigirato su se stesso, e riprese la marcia in senso opposto, senza accorgersene".
Altri stanchi cadevano sulla neve, li guardavamo, ma li lasciavamo lì, e noi andavamo avanti. 
Era questa la "valle della morte", per non farti ghermire, bisognava sfuggirgli.



1942-1943 - Un sopravvissuto - Memorie di Gastone Borro  - Classe 1921

 
"Io 21enne, in quel 15 dicembre - 22 gennaio in Russia"

 

Era il 15 dicembre e l'inverno russo già da qualche giorno faceva sentire i suoi rigori; la neve era caduta abbondante ed il freddo intenso l'aveva gelata, in modo che lo stare in piedi era problematico.
Negli ultimi tempi esisteva un certo nervosismo nell'aria; i Russi attaccavano in più punti con vera violenza. Di notte i nostri grossi calibri facevano tremare ogni cosa e la loro era una voce sinistra, rabbiosa, che dava l'impressione di un triste preludio.
Il centralino telefonico ribolliva di comunicazioni urgenti ed i centralinisti riferivano che qualcosa di grosso si maturava. Inoltre andavano verificandosi fatti strani: figure sospette apparivano nelle vicinanze del comando e fucilate minacciavano gli uomini isolati.
Il giorno 15 parve trascorrere tranquillo, ma verso sera fu predisposto che la compagnia d'allarme doveva tenersi pronta; infatti, poco dopo, venne l'ordine che alle prime ore del giorno 16 la detta compagnia doveva partire.
Lungo tutta la notte fu un continuo fervore di preparativi e per l'ora stabilita tutto era pronto.
Faceva un freddo eccezionale, l'alito nostro subito si condensava nel passamontagna, formandovi uno strato candido, le ciglia e le sopracciglia erano incrostate di ghiaccio, si respirava a fatica.
Il sole nascente, pallido e freddo, salutò i nostri primi passi verso un'avventura che doveva costare la vita a quasi la totalità dei miei compagni.

Giungemmo alla prima nostra destinazione, mentre il 3° battaglione, che andavamo a sostituire, sfilava ordinato e silenzioso; esso andava di rincalzo all'81° Fanteria che, durante la notte, era stato attaccato con irresistibile violenza. Di quelle centinaia di giovani il giorno dopo non ne sarebbero rimasti che poche decine.
Per tutta la giornata si lavorò per sistemarci ed affrontare la notte che si annunciava di eccezionale rigidezza: infatti lo fu tanto che in quel ricovero mal riparato, per quanto stanchissimo, a causa della precedente notte insonne, non mi riuscì di dormire ed al mattino le membra erano tutte irrigidite, quasi congelate.
Non si fece in tempo ad alzarci, che vennero a comunicare l'allarme e l'ordine di prepararsi per una nuova partenza. Presto si fecero i preparativi; il Capitano mi raccomandò di stare presso la sua persona e, non appena tutto fu all'ordine, si riprese la marcia.

Giungemmo, dopo giri e rigiri a causa del difficile orientamento nella candida distesa, sulle posizioni leggermente arretrate della 12° Compagnia; da lì, la maggior parte dei miei compagni, si portò sulle rive del Don. Quel giorno e la notte seguente si passò in attesa e questa parentesi mi servì a riposarmi abbastanza.
La mattina dopo pareva annunciasse cose favorevoli; infatti la Compagnia Mitraglieri era stata ritornata nel nostro settore, dopo aver efficacemente rintuzzato un'azione di Russi sulla nostra sinistra e ciò dava a sperare bene, ma dopo poche ore venne l'ordine di tenersi pronti per una nuova partenza: era l'inizio della ritirata.
Alle prime ore della sera, mentre la neve riprendeva a cadere, raggiungemmo il Comando del 1° Battaglione. Qui incominciai a comprendere che le cose erano gravi: si stavano bruciando tutte le carte importanti, distruggendo ogni attrezzatura e distribuendo, ai primi capitati, generi alimentari e di vestiario. Io approfittai per prendere un buon paio di stivali di feltro.
Tutti erano calmi e ridevano, il mio Capitano disse "Speriamo di fare in tempo". Ma in cuor mio ero più che fiducioso.
Incominciammo la ritirata in assoluto silenzio, le nostre artiglierie e i mortai avevano cessato ogni azione; l'ultimo colpo di questi mi rimase nel cuore e negli orecchi per lungo tempo, come una voce di persona cara.
Si camminò tutta la notte, assistendo ad una serie di meravigliosi e tragici spettacoli: all'orizzonte, incendi ed esplosioni facevano rosseggiare il cielo; poi un enorme incendio vicino illuminò noi e la candida scena di un bagliore sanguigno. Questo incendio si tramutò, poco dopo, in un'esplosione poderosa che sviluppò uno spettacoloso fungo di faville e di fiamme.

Al mattino seguente giungemmo al Comando Base del Reggimento veramente stanchi ma la sosta fu assai breve.
Nel frattempo lo spettacolo che si presentava ai nostri occhi era molto triste: tutto veniva distrutto, magazzini svaligiati ed il materiale calpestato e seminato ovunque. La strada era coperta di stracci, coperte e altro materiale vario, qua e là automezzi venivano abbandonati a causa della mancanza di benzina o per futili guasti.
Il cammino riprese, ma con fatica; l'arma e le coperte pesavano in modo insopportabile, gli occhi mi bruciavano dal sonno e la testa mi doleva.
Dopo altre quattro o cinque ore di faticosa marcia nella neve, si giunse al Comando di Divisione. Il paese dove questo sorgeva era tutto un ingorgo di mezzi e di uomini e fu giocoforza fermarsi un paio d'ore che servirono a riposarmi un poco.

La marcia riprese con lena in una fiumana di uomini che sempre più si ingrossava: da ogni parte giungevano automezzi, artiglieria e truppe, sicché in breve si formò una colonna enorme, larga una decina di metri e lunga non so quanto. Lungo tutta la strada da noi percorsa sorgevano continui incendi, in modo che, dopo breve tempo, la zona era punteggiata da innumerevoli fiammate.
A notte fonda giungemmo in un paese completamente incendiato ed ogni casa era circondata da uomini che si scaldavano.
Qui la sosta si faceva tormentosa: il freddo era insopportabile, stare fermi non si poteva, per muovermi ero troppo stanco, fame e sete mi tormentavano e nessuna delle due cose potevo soddisfare. Dopo qualche ora la marcia riprese, ma io ero più sfinito di prima.
Si superò, senza incidenti, un punto in cui una solitaria mitragliatrice russa, nascosta nella boscaglia di piccole alture, faceva corre su di noi colorati proiettili; non so a chi sparasse, perché i proiettili passavano sulle nostre teste.
Giungemmo al primo albeggiare in una spianata limitata da costoni. La colonna si fermò tutta e gli ufficiali superiori cercarono di riordinarla: un soldato semi impazzito lanciò una bomba a mano contro un colonnello, a tre - quattro metri da me, ma nessuno ebbe conseguenze. Il solo già si faceva alto, io, con un mio compagno, avevo trovato una scatoletta di pesce, ma non si fece in tempo a mandar giù i primi bocconi che un'esplosione si verificò in mezzo alle truppe: era il primo colpo di mortaio nemico che scoppiava. Sulle prime fu un impazzire di macchine che correvano in tutte le direzioni, un fuggi fuggi degli uomini verso un punto, che non sapevano neppure loro quale fosse. Poco dopo un maresciallo gridò "Savoia!" ed i più volenterosi si lanciarono ad occupare i costoni che circondavano la zona.
Io rimasi un po' a guardare, trattenuto anche dall'altro mio compagno, ma poi mi decisi, lo abbandonai e salii sul costone. Era iniziata una sparatoria infernale, l'aria era tutta un fischiolio; non ero ancora giunto dove si svolgeva il combattimento che mi toccò buttarmi a terra, tanta era la gragnola di colpi.

In questo momento ebbi modo di ammirare il valore del nostro Cappellano che, leggermente curvo, andava da un soldato all'altro, chiedendo se vi fossero feriti e dando il suo aiuto. Poi mi feci coraggio e andai più avanti, all'altezza dei più avanzati: i russi si vedevano un po' in distanza.
Incominciai a sparare, ormai incurante di tutto qual dannato fischiare; a destra e a sinistra feriti e morti già seminavano il terreno. Non erano passati che pochi minuti, quando un fulmineo guizzo verde mi piombò sulla spalla; un proiettile tracciante mi aveva raggiunto in pieno. Un calore di ferro caldo mi attraversò la spalla, lungo tutto il braccio sentivo un forte indolenzimento, mentre le dita si muovevano malamente e non reggevano il peso del fucile.
Risolsi di ritornare indietro per una medicazione, ma non mi ero trascinato che per pochi metri, quando un colpo di mortaio scoppiò vicinissimo. Miracolosamente non ne rimasi per nulla colpito.
Come Dio volle raggiunsi il posto di medicazione ove, con poche bende, tamponarono la ferita e, ormai reso inutilizzabile, mi coricai a terra, riparandomi dietro un carretto, perché anche lì cadevano proiettili e colpi di mortai.
Nel frattempo il grosso della colonna aveva creduto bene di proseguire la strada in una direzione qualunque e presto si era allontanata dal luogo; quelle poche centinaia di uomini che avevano sostenuto il combattimento, erano rimasti isolati e ben presto il cerchio russo si era inesorabilmente chiuso intorno a loro.

La gragnola di colpi era raddoppiata e le esplosioni dei proiettili si succedevano a pochi metri le une dalle altre; tutti erano a terra bocconi e non sapevano che fare. Quelli che continuavano a combattere, dovevano indietreggiare, incalzati dalla preponderanza nemica. Altri, persi d'animo, alzavano le mani.
Ad un dato momento si fece avanti un russo con una bandiera bianca e ci chiese di arrenderci; allora un ufficiale si rivolse a noi e gridò "Ci arrendiamo?", ma io mi sentii ribollire e gridai "No!" e un'altra voce mi fece eco e la sparatoria riprese. Di minuto in minuto la situazione peggiorava: la maggioranza aveva terminato le poche munizioni che aveva in tasca e non c'era un buco in cui ripararsi perché su ogni metro di terreno grandinavano proiettili.
Occorreva una decisione immediata e la trovammo: alcune decine di noi, cioè quei pochi rimasti che non erano in condizioni gravi, si riunì e, al grido di "Savoia!", si lancio in una direzione scelta da un ufficiale.
Percorsi pochi metri lungo un canalone, ci si parò davanti un discreto numero di russi che ci guardavano attoniti.
Appena li vedemmo, scaricammo su di loro bombe a mano e fucilate e questo servì a svegliarli: si voltarono e se la diedero a gambe.
Questa scena ci fece ridere tutti, ma non perdemmo tempo e iniziammo l'inseguimento; ad una svolta del canalone scomparvero come inghiottiti dalla terra, abbandonando però sul terreno alcuni feriti che finimmo a baionettate, anche perché si fingevano morti e di loro non ci si poteva fidare.
L'improvvisa scomparsa di tutti quei russi ci fece pensare ad un'imboscata; infatti, giunti alla fine del canalone, una mitragliatrice ci tempestò di colpi; corremmo a ripararci, ma cinque o sei decisero di continuare ma caddero feriti alle gambe.
Correndo, incespicando nella neve, attraversammo quel terreno scoperto, ma il pericolo non era ancora finito; i russi, non potendo più colpire con la mitragliatrice, davano la caccia all'uomo con i mortai.

Da più di quarantotto ore ero in marcia e avevo l'impressione che, da un momento all'altro, sarei caduto a terra; soffrivo un caldo insopportabile, ogni passo era una gran fatica per il dolore che mi procurava la spalla ferita. Comunque il pensiero che i russi certamente stavano inseguendoci non mi faceva decidere di buttarmi a terra; allora presi una soluzione disperata: mi liberai del pesantissimo pastrano di pelo che mi gravava sulle spalle e mi tolsi la bustina e il passamontagna.
Mi sentii meglio perché l'aria gelida mitigò il gran caldo e mi ritornarono le forze; ciò mi permise di raggiungere i compagni che, nel frattempo, si erano allontanati.
Poco dopo, improvvisamente, incontrammo la coda di quella colonna che poco prima ci aveva abbandonato, così raggiungemmo, attraverso una scorciatoia, i nostri compagni.
La marcia continuava, un po' più sollevato ma non meno stanco di prima. Intanto il gran caldo mi era passato, il sudore si asciugava gelido sulla pelle, brividi profondi mi scuotevano.
Il sangue scorreva lungo il fianco fino al piede sinistro, che sentivo inzuppato. Speravo che alla prossima tappa mi avrebbero curato, ma già il sole calava all'orizzonte per la terza volta e nessuno accennava a fermarsi. Per alcuni chilometri mi sedetti su un carretto, ma poi dovetti rinunciarvi, sentendomi congelare.

La notte era già inoltrata quando un razzo azzurro attraversò il cielo e si fermò splendente nell'aria, illuminandoci; subito dopo una sparatoria ci colse da più punti, costringendoci a buttarci per terra. Eravamo circondati nuovamente e questa volta tutta la colonna al completo, compreso un buon numero di tedeschi: iniziavano così le tremende ore che tutti poi chiamarono "Valle della morte".
Tutta la notte trascorse tra una continua sparatoria che pareva uno spettacolo pirotecnico. Io mi coricai sulla neve, al riparo di una casa; per un po' mi addormentai, ma poi compresi che non avrei vissuto molto a causa dell'assideramento e allora gironzolai tra le case e mi infilai in una di queste. Ci stetti qualche ora, ma il trambusto che sentii in seguito, mi diede l'impressione che la colonna stesse riprendendo la marcia. Uscii, ma mi ero sbagliato, tentai di rientrare in quella casa ma avevo perso l'orientamento, forse a causa della febbre che mi aveva intontito.
Il giorno dopo la situazione era immutata e continuavo a vagare come un automa, incurante del mitragliare; trovai un po' di paglia e mi sedetti, aspettando che succedesse qualcosa.
Nel cervello passavano decine di pensieri: vedevo nitidissima la mia casa, i miei cari, la mia città, ma poi mi seccava di dover morire in quello squallore, sotto la neve; eppure quelle figure esanimi, lorde di sangue, dalle labbra paonazze e dal viso bluastro, aumentavano.
Tornai ad alzarmi. 
Dopo un po' incontrai una carretta intorno alla quale alcuni tedeschi mangiavano; per un po' li guardai e poi mi decisi. Mi avvicinai ed offrii loro una matita rientrante in cambio di cioccolata e pane; finalmente, dopo tre giorni di digiuno, potei mettere qualcosa sotto i denti. Mi sentii meglio e col cervello più saldo. Intanto i russi facevano affluire maggiori forze: prima erano solo mitraglie, poi si aggiunsero i mortai e noi eravamo fitti fitti su quel terreno, così ogni colpo erano vittime e i colpi erano molti…. Oltre a tutto questo, intervenne una nuova arma tremenda: la Catiuscia, una specie di mortai a molte canne, montata su un autocarro e lanciava ad ogni sparo da otto a quarantotto colpi. Si annunciò da lontano come un rumoreggiare di tuono e immediatamente, dopo una bufera di esplosioni, di fiammate e di schegge, si abbatté sulla carne viva di tutti noi; dal silenzio si levarono lamenti e pianti di bestie e uomini che si dibattevano nell'ultima agonia.
A questa prima scarica successero altre per tutta la giornata.
Nel pomeriggio i russi parevano decisi a farla finita con noi ed oltre a raddoppiare il bombardamento, si fecero avanti in forze.
Le linee di difesa dei tedeschi parvero cedere e fu allora che si ebbe uno slancio di tutti al grido "Savoia!": chi col fucile con le ultime cartucce, chi col fucile preso per la canna, chi con un bastone, chi a mani vuote, tutti si gettarono sui russi.
Poco dopo prigionieri e armi catturate scendevano nel fondo della valle.

Cinque volte avvenne lo scontro, cinque volte i nemici andarono a nascondersi, fuggendo.
Per quanto ogni attacco nemico venisse ricacciato, non si poteva resistere in quelle condizioni e nella notte fu deciso di sfondare: duemila carabinieri andarono all'assalto ed al secondo attacco si fecero largo; per il varco aperto tutti si infilarono e la marcia ricominciò, ma con lo strazio di abbandonare sul luogo centinaia di feriti e congelati, che non potevano continuare la strada. Ricordo la scena di un ufficiale a cui una scheggia aveva aperto il ventre in modo che le viscere uscivano fuori; era seduto sulla neve e si guardava la tremenda ferita con una smorfia di ribrezzo, poi scoppiava in un pianto disperato nella chiara cognizione che per lui non vi era salvezza.
Passò la notte e passò il giorno; un'altra notte e un altro giorno, ancora una notte e un giorno e, salvo poche ore di sosta, non c'era alcun ordine di fermarci. La stanchezza era angosciante, il freddo raggiungeva quaranta gradi sotto zero in un succedersi di bufere. Non erano uomini che camminavano, ma automi silenziosi e barcollanti che, nell'andare si urtavano come ubriachi.
Un tale, che a causa di un urtone si era rigirato su se stesso, riprese la marcia in senso opposto, senza accorgersene. Molti stramazzavano e non si rialzavano più, altri, durante una breve sosta, piombavano in un sonno profondo e, quando i compagni andavano a svegliarli, erano come impietriti, altri ancora, rifugiandosi in isbe isolate, rinunciavano a proseguire la marcia.

Io continuavo a camminare sempre col proposito che ai prossimi 100 metri mi sarei gettato a terra: il piede sinistro mi sanguinava, tanto che lo stivale era tutto sporco al di fuori; all'inguine una ghiandola si era gonfiata e dava dolori lancinanti, che paralizzavano la gamba destra. Ogni tanto scivolavo sul ghiaccio, cadevo, schiacciando la spalla ferita ed il braccio penzolante. 
Camminavo tenendo spesso gli occhi chiusi e nella mente si affollavano ricordi della vita passata e pensieri strampalati. La febbre mi impastava la bocca e mi faceva bruciare dalla sete, che non si calmava, nonostante la neve inghiottita.
Avevo calmato la fame masticando granoturco trovato in una casa.
Come avrei preferito abbandonarmi nella neve ed attendere che la morte venisse dolcemente!
Ma il pensiero della famiglia mi spingeva innanzi un altro poco e mi faceva sopportare ogni spasimo.
Finalmente, dopo dieci giorni di marcia, senza dormire e sopportando continui combattimenti, giungemmo a Cercovo, una piccola cittadina sperduta nella steppa. Nell'arrivare in questo luogo, dopo tutti gli orrori sopportati, ci parve di toccare il cielo, perché trovammo una casa per ripararci e qualche boccone da masticare.
Però l'odissea non era finita! 

Giungendo a Cercovo, mi riuscì di essere ricoverato presso l'infermeria tedesca e potei, con bevande calde e qualche cibo, rianimarmi un po'. Ma la tranquillità durò poco: i russi, due giorni dopo il nostro arrivo, chiusero il cerchio intorno a noi con forze che ogni giorno aumentavano.
Eravamo in 11.000 fra italiani a tedeschi, ma i russi erano più di 3 divisioni con artiglierie e le maledette "Catiusce". Perciò, ben presto ricominciò il martellamento delle armi automatiche, dei mortai e dei cannoni: le case saltavano ad una ad una, avventurarsi per le strade era sinonimo di morte, essendo tutte prese di mira dalle mitragliatrici nemiche, appostate sulle alture attorno alla città.
Nei pressi della casa che fungeva da ospedaletto, le esplosioni erano fitte ed un certo punto si ruppero anche i vetri; rimediammo a questo inchiodando alla finestra una coperta e rimanemmo al buio perpetuo.
In quell'infermeria eravamo in otto italiani, ma quelli che si trovavano in migliori condizioni eravamo io ed un altro; i rimanenti avevano i piedi talmente congelati che per muoversi dovevano trascinarsi carponi. Ad un dato momento i tedeschi non poterono più darci da mangiare e fummo costretti a procurarcelo noi richiedendolo al Comando italiano; in quella confusione ciò significava fare della ore di coda all'asprezza di quei rigori, senza dire che per giungere dove venivano distribuiti i viveri, occorreva percorrere un buon chilometro di strada sotto il fischiare dei proiettili e gli scoppi del bombardamento russo. Questo divertimento toccava ogni giorno a me ed all'altro compagno, cioè agli unici che, pur a malapena, si reggevano in piedi. Non parliamo poi della necessità di provvedere all'acqua: il pozzo era circondato dai cadaveri di quei poveracci che avevano tentato l'impresa ed io la dovevo tentare tutti i giorni se volevamo bere. 
In questo modo si durò una decina di giorni, poi il Comando nostro ci obbligò ad effettuare il trasferimento nella casa assegnata agli italiani altrimenti non avrebbe più passato i viveri e così facemmo.
Nella nuova casa mi incontrai con i militari della mia compagnia e potei contare quante conoscenze mancavano. Dei miei superiori diretti il colonnello, il maggiore, il capitano e la maggior parte degli ufficiali; dei miei compagni direttamente conosciuti ve ne erano circa una decina, il rimanente, ed erano molti, tutti scomparsi, compresi i quattro cari amici colleghi di fureria.
Ad ogni modo questo, per quanto rattristante, non dava meraviglia, anzi, quando si incontrava un amico o un conoscente, la prima esclamazione era "Come, non sei ancora morto?" e se questo non lo si diceva lo si lasciava intendere per le varie espressioni di viva meraviglia.

Intanto i giorni passavano e la posizione peggiorava, i morti erano seminati ovunque, le case intorno alla nostra venivano ad una ad una infilate dai proiettili anticarro russi e si attendeva da un momento all'altro anche il nostro turno.
Le razioni dei viveri diminuivano sempre più sino a farsi irrisorie; i russi attaccavano giorno e notte ad ondate successive sempre più numerose; i feriti che aumentavano continuamente non potevano più essere medicati, mancando tutto il necessario ed anch'io avevo maglia e camicia inzuppate di pus che usciva abbondante dalla ferita non più medicata da molti giorni.
Si comprendeva che le cose non sarebbero andate molto alla lunga in quel modo. Infatti il giorno sedici (gennaio) venne l'ordine di tenerci pronti perché si sarebbe tentato lo sfondamento ed il proseguimento della marcia. Alla sera infatti così fu.

Dopo venti giorni di accanita resistenza che aveva inflitto ai russi forti perdite, eravamo costretti a tentare la fuga, avendo però portato a termine il nostro compito che era quello di tenere a bada il maggior numero possibile di forze russe, distraendole così dalla lotta che divampava altrove.
Io presi la decisione di partire con gli altri negli ultimi cinque minuti perché, reggendomi malamente in piedi, ero stato illuso, come tutti i feriti gravi, che il giorno dopo le autoambulanze sarebbero giunte a portar via tutti; ciò naturalmente era assurdo ma serviva a tener tranquillo quel migliaio di poveri esseri che veniva abbandonato al suo destino essendone impossibile il trasporto.
Fu un'ispirazione della Madonna che mi decise ad aggiungermi agli altri e sulle prime quasi non mi reggevo in piedi ma poi mi feci forza e potei stare alla pari dei miei compagni.

Nei primi momenti i russi furono sorpresi per la nostra sortita ma poi incominciarono a tempestare con tutti loro mezzi, tanto da fare parecchie vittime, poi, man mano che ci si allontanava, la reazione diminuì, finché ci immergemmo nell'assoluto silenzio della steppa.
Terminate le esplosioni, incominciai a fare i conti con la fatica, il freddo ancor più eccezionale e la neve in cui si profondava sino al ginocchio.
Mi sentivo febbricitante e sin dalla partenza quasi privo di forze; mi attaccavo, per aiutarmi, a qualche sporgenza delle slitte trainate dai cavalli ma ne venivo scacciato perché i cavalli si affaticavano molto.
Più andavo innanzi e più mi sentivo perduto; inoltre, per completare l'insieme, nello stivale di feltro, che avevo dovuto precedentemente tagliare per toglierlo onde medicare le piaghe al piede, mi si era infilata parecchia neve che pressata divenne ghiaccio. Dopo breve tempo non avevo più nessuno sensibilità al piede, mi si era congelato.

Ad un dato momento mi parve di essere del tutto perduto: avevo incontrato un fosso che dovevo superare, scivolandovi dentro trovai che la neve era più alta del ginocchio e non mi riusciva più di tornare fuori. Con un grande sforzo potei però cavarmela ma la colonna aveva continuato la strada ed io mi trovavo solo e stremato, senza la possibilità di raggiungerla. In quel momento persi la calma e mi prese la disperazione: invocai, gridando, il nome di Dio, della Vergine e della mamma, continuando ad arrancare come potevo. Poco dopo la grazia venne: la colonna si era fermata per alcuni minuti dandomi così la possibilità di raggiungerla, ed un conducente di slitta, compiacente, mi permise di attaccarmi e di farmi trascinare. Ancora un poco e non avrei avuto la forza per proseguire, rimanendo solo ed esposto ad ogni insidia.

Cammina e cammina si incontrò un villaggio e lì decisi di entrare in una casa per togliermi lo stivale e cercare di rianimare il piede congelato. Così feci e con energiche fregagioni, sostituendo poi la calza incrostata di ghiaccio con un'altra che avevo in tasca, potei rianimare un poco il piede e riprendere subito la marcia.
Nel frattempo era trascorsa tutta la notte e parecchie ore del nuovo giorno e come al solito di fermarsi non se ne parlava. Ad un dato momento quattro caccia russi piombarono fulminei su di noi mitragliando. Fu una cosa istantanea di cui mi resi conto solo dopo; fortunatamente non ci furono vittime, ma quasi contemporaneamente colpi di artiglieria sovietica caddero presso le nostre file procurando un grande scompiglio. Questo servì a fare accelerare la marcia ed a farmi maggiormente soffrire, ma d'altra parte vedevo cadere i proiettili un po' di qua e un po' di la della colonna che, se avessero colpito giusto, mi avrebbero preso in pieno. Per qualche chilometro questa sinfonia si accompagnò e poi finalmente si chetò.

Non era ancora finita: ad un dato momento mi accorsi di avere la mano sinistra gonfia come una patata; era anch'essa congelata. Feci immediatamente delle frizioni con neve e ciò mi fece stare meglio; continuai poi per delle ore a muovere incessantemente le dita, sino a che la circolazione del sangue riprese ad essere regolare.
Verso sera, quando proprio non ne potevo più e ad ogni centro metri ero costretto ad abbandonarmi nella neve per calmare la stanchezza e i dolori che soffrivo, giungemmo in un grosso paese ove la colonna sostò.
Sostò però troppo poco per lasciarmi il tempo di attenuare la stanchezza, inoltre si era abbattuta sulla steppa una tormenta di neve e di vento da togliere il fiato. Sentii le membra non più in grado di resistere a quel gelo ed allora decisi di ritornare presso quelle case che avevo appena lasciate, non importandomi più di nulla.
Non c'era più posto nelle stanze riscaldate delle isbe e mi adattai a stendermi sopra un mucchio di grano collocato in uno stanzino. Nello stendermi allungai le braccia e sotto le mie dita sentii qualcosa di solido e rotondo; scavai un poco e vennero fuori sei o sette uova che bevvi subito una dopo l'altra. Ritengo sia stata la mia salvezza perché al mattino, prima che sorgesse l'alba, malgrado la notte insonne per il freddo e la tensione nervosa, calmata la bufera, ripresi il cammino con nuove forze. 
Quale fu la mia sorpresa quando, dopo pochi chilometri, trovai uno sbarramento di capisaldi e di artiglierie tedesche che costituivano una linea difensiva abbastanza potente.
Avevo finalmente raggiunto la tanto sospirata nuova linea tedesca. Mi ritrovavo, dopo più di trenta giorni di indescrivibile incertezza per la sicurezza della mia vita, nella possibilità di continuare a vedere questa terra e di poter riabbracciare i miei cari. In cuor mio innalzai al Cielo un canto di gioia e di esultanza che più bello non avrei potuto.

Naturalmente le sofferenze non erano finite: mi trovavo in mezzo alla steppa sempre così ossessionatamente candida e sterminata; aveva ripreso un vento gelido e violento, che soffiava, innalzando turbini di nevischio; l'artiglieria russa batteva alle spalle e sembrava volesse rincorrermi. Nonostante tutto questo ero felice e la mia felicità mi portò fortuna perché poco dopo passò un automezzo tedesco che ad un mio cenno si fermò, caricandomi e questo era un fatto assolutamente imprevedibile.
Con tale mezzo raggiunsi rapidamente il paese di Belovosc ove riposai una intera giornata.
Non ebbi molta tranquillità neppure in questa sosta perché sapevo che i russi continuavano ad avanzare e non vi erano automezzi sufficienti per caricarci tutti e cioè qualche centinaia di italiani ivi giunti. Inoltre gli ufficiali del Comando tappa ove ero ricoverato pensarono bene di abbandonarci e fuggire nascostamente durante la notte. 
Questo fatto, appena risaputo, mise in particolare orgasmo tutti. Fortunatamente nella notte giunse un'autocolonna italiana incaricata appunto di caricarci; potei così, nonostante parecchia lotta perché non c'era posto per tutti, montare sopra ad un autocarro e partire.
Arrivai a Starobesc che era giorno fatto; qui non sapevo che partito prendere, girai un poco per la città in cerca di una soluzione qualunque.

Il Comando tappa e gli ospedali erano zeppi ed a loro non conveniva rivolgersi. Ad un dato momento mi imbattei in una autoambulanza in attesa di partire e vi salii con molti altri feriti, ma alcuni ufficiali non volevano saperne di trasportarci e pretendevano di farci scendere. Noi, esasperati da tanta contrarietà, ci imponemmo, giungendo qualcuno a minacciare con le armi; si ottenne così di partire; si ottenne così di partire per Voroscilograd.
Fu un viaggio disastroso perché costretto a farlo in piedi e sballottato in tutti i modi. Finalmente il giorno dopo giungemmo al 4° Ospedale di riserva che mi ricoverò e così mi fu possibile dormire un poco e rianimarmi con cibi e bevande. Un ufficiale medico guardò la ferita che emetteva continuamente pus e gli indumenti ne erano tutti impregnati; non c'era niente da fare perché il proiettile aveva leso la parte ossea e questa si era infettata.

Due giorni dopo, il 22 gennaio 1943, per via ferroviaria, partii verso la Polonia e ciò significava l'addio definitivo alla Russia.
Fu come allontanarci da un incubo infernale, un incredulo risveglio da un sogno orrendo e, per quanto tutti i componenti di quella tradotta fossero feriti e allo stremo delle loro forze, un canto alto e gioioso accompagnava l'andare del convoglio; era un canto che sgorgava da cuori che sapevano cosa fosse la morte e che vedevano rifiorire la vita. Ma io facevo una riflessione: non sarebbero bastati tuorli d'uova né brodi di gallina e cure affettive per cancellare quel ricordo di gelide solitudini e soprattutto di tanti cari fratelli abbandonati. Questo, come un nodo segreto, come un angolino di neve, si sarebbe incastrato in fondo al cuore. 

Dopo più di quarant'anni dai fatti sopra descritti ho ripreso in mano l'originario manoscritto e mi è parso necessario ricopiarlo, perché in molti punti non risulta chiaramente leggibile e vi sono molte correzioni. E' stato scritto con fatica durante la lunga degenza in ospedale; avevo solo la mano destra libera: tutto il busto ed il braccio sinistro erano immobilizzati in una pesante ingessatura, fatta da mani inesperte.
Ho effettuato qualche lieve aggiunta ai fatti descritti, in quanto i ricordi sono ancora precisi nella mia memoria. 

Le indicazioni del racconto relative alla composizione della colonna in ritirata, l'entità delle forze russe e nostre, le azioni per liberarci dagli accerchiamenti, forse non sono esatte perché raccolte da voce che correvano tra noi militari. Invece le mie personali peripezie sono riportate con assoluta precisione.
Continuando il racconto sopra riportato che termina il 22 gennaio 1943, posso aggiungere che a Voroscilograd fummo caricati su carri bestiame che ben presto internamente si rivestirono di ghiaccio, perché l'umidità dei nostri corpi si condensava sulle pareti. Un viaggio che ritengo di sei o sette giorni, estenuante: distesi sulla paglia, ammucchiati come sardine (30 per ogni vagone), nell'impossibilità di soddisfare i nostri bisogni, con scarsissimo cibo.

Giungemmo a Leopoli; la gente ci guardava come se fossimo fantasmi: avvolti in coperte, con la barba di 40 giorni, laceri e zoppicanti; il mio corpo emanava un odore nauseante.
Un ospedale militare tedesco ci accolse, limitandosi tuttavia a fornirci cibo, bevande e una doccia calda collettiva, in un grande stanzone.
Ripartimmo due giorni dopo su un treno ospedale italiano che giunse il 6 febbraio a Monselice, in provincia di Padova. Fui accolto in un piccolo ospedale militare di riserva, sistemato presso un istituto scolastico.
Mi parve un sogno stendermi in un regolare lettino con lenzuola odoranti di pulito.
Stavo molto male ma ero felice. La febbre era altissima per l'infezione al braccio che sempre più si estendeva, brividi continui percorrevano il corpo; sembrava dovessero tagliarmi d'urgenza il braccio. I medici poi decisero di incidere profondamente la carne all'altezza dell'omero per aprire la sacca di pus che si era formata e quindi mi ingessarono, L'operazione fu dolorosissima perché senza anestesia.
A metà aprile la ferita ancora non migliorava, il pus continuava a sgorgare, la febbre però era quasi scomparsa.
Decisero di mandarmi a Venezia presso l'ospedale civile del Lido e ben presto il miglioramento si fece evidente anche se lento. La ferita si richiuse interamente verso la fine di agosto; il 6 settembre 1943 fui dimesso dall'ospedale.
Un nuovo capitolo, dopo tre anni di vita militare, si apriva per me. Le difficoltà non mancarono in quanto dovevo trovarmi al più presto un lavoro, perché i miei genitori erano anziani e non godevano di alcun reddito.

Per circa un mese fui ospite di mio zio a Venezia, in ottobre giunsi a Milano e mi presentai alla Cassa di Risparmio ove fui subito assunto e questo mi consentì una certa tranquillità, anche se gli eventi politici di quegli anni erano motivo di continui gravi pericoli.
Ovviamente le peripezie appena superate mi facevano considerare ogni difficoltà come poca cosa. Si era fissata nel mio animo una letizia di fondo: mi sentivo nato una seconda volta perché aver salvato la vita dopo quelle vicende andava oltre ogni logica.

Ero certo di dover tutto a Dio, provavo anche una confidenza e una tenerezza particolare per Maria di cui avevo colto per la prima volta la caratteristica di madre; a Lei infatti mi ero rivolto con molta confidenza, come a persona viva, nelle situazioni più drammatiche.
Tornando a Milano mi rinserii nuovamente nella mia Parrocchia (S. Carlo al corso) partecipando al gruppo di Azione Cattolica che già, prima di partire per la vita militare, mi aveva fornito una preparazione spirituale che poi si dimostrò preziosa per darmi la forza necessaria a superare i momenti più difficili.
Furono anni importanti fatti di lavoro, studio (dovevo ancora diplomarmi) e disponibilità al prossimo, anche in opere caritative. Era un maturare graduale che mi preparava alla ricerca della mia strada; una strada molto lunga che proverò a raccontare in seguito.


Memorie di Gastone Borro
Finito di scrivere a Gressoney, 24 agosto 1984. 

Mi auguro di fare cosa gradita a tutti di aggiungere, e quindi di inviarvi, anche la testimonianza di mio padre. Una sintesi in poche pagine della sua permanenza in Russia che va dall'estate del 1942 al gennaio del 1943. Egli ha comunque preferito rendere in tutta la sua drammaticità solo quel periodo che ritiene più importante. Mio padre non parla volentieri di quell'esperienza che ancora oggi gli procura dolore, ma sono comunque riuscita a mettere insieme queste poche righe. Ringrazio- Silvia Maria Borro. casbo@iol.it

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ALTRA TESTIMONIANZA DI UN ALTRO 21 ENNE

(Memorie di un ventenne sopravvissuto:
Sante Mucchietto)

LA GIOVINEZZA - LA PARTENZA PER LA RUSSIA - VERSO IL FRONTE - SUL DON
NATALE DI GUERRA - L'ADDIO AI COMPAGNI - CERKOVO: LA VALLE DELLA MORTE
LA FUGA - ATTRAVERSO LA STEPPA - IL RITORNO - L'8 SETTEMBRE
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1 - La giovinezza

Prima di iniziare i miei 5 anni di guerra è necessario risalire al 1935, l'anno che senz'altro ha contrassegnato il mio destino proponendomi giorni irti, fatti all'insù, giorni di vita tutti in salita. Frequentavo allora il III° anno di ginnasio quando per mancanza di risorse economiche dovetti abbandonare la scuola e rientrare in famiglia. Mio padre conduceva in fitto il primo dei 14 mulini della valle e mio nonno fungeva da padrone. A lui era rimasta una vecchia casa ed il piccolo podere della vigna, lasciatogli dal bisnonno Sante. Ma anche questa sua proprietà, l'anno successivo ebbe ad estinguersi per sanare i debiti. Erano tempi molto duri e a mezzogiorno e a sera erano contate 13 bocche da sfamare. A segnalare le ristrettezze economiche, e come ago della bilancia, era l'aringa arrostita dal sapore di fumo e baciata dalla polenta. Avevo allora 14 anni e non mi rassegnavo a dover perdere gli studi. Tanto che alcuni mesi dopo ritentai a riprendere la scuola come privatista. Ma fu tutto inutile. Non c'erano i mezzi e fu allora che il nonno mi volle con sé beniamino, e lui per me fu il gran maestro, soprattutto maestro d'onestà. Ultraottantenne, lo chiamavano il "galantuomo" ed era sulla bocca di tutti; non per niente aveva fatto il sindaco per diversi anni. Il 1935 era pure l'anno in cui l'Italia era andata a fare la guerra all'Abissinia e l'anno seguente cantava vittoria e creava l'Impero. Agli occhi del mondo era diventata grande e più grande ancora era stata nell'anno 1938 diventando campione del mondo per merito degli Azzurri di Pozzo.
Erano cose belle e piacevoli a sentirsi alla radio e per gli Italiani l'inizio del benessere. Per me, invece, la vita non era migliorata, anzi direi, peggiorata. Non c'era nessuna alternativa di miglioramento. Col nonno dovevo zappare la vigna, col padre dovevo essere sempre pronto a fare l'asino. Venivo comandato ad andare per i casolari dei contadini sperduti tra le colline del paese a ritirare il grano e riportare il macinato; sacco sulle spalle su e giù per scorciatoie e sentieri tortuosi e sconnessi. Ero il secondo dei sette fratelli e forse quello che sgobbava di più.

Venne l'anno 1939 a farmi diventare giovane di leva, a farmi capire che potevo cambiare mestiere e non essere più di peso alla famiglia e, in certo qual modo, che potevo avvalermi degli studi conseguiti gli anni prima. Sottoposto alla visita medica di leva e abilitato, non esitai un istante ad esternare a quelle autorità il desiderio, la mia volontà di arruolarmi volontario. Fui esaudito e fu la mia liberazione. La cosa, non era stata bene accolta in famiglia e tutti mugugnavano dandomi del matto e credevano ad uno scherzo. Solo dopo alcuni mesi, vedendo arrivare la cartolina precetto, si resero conto della realtà. Ed eccomi a Vicenza. E' il 10 dicembre 1940. Fu il giorno in cui al Distretto militare lasciai i panni borghesi per rivestire quelli in grigioverde. Mi fu dato un foglio di via e alla stazione, con pochi soldi in tasca, salii sul treno con destinazione Bolzano IV Compagnia di Sussistenza. Sul treno e durante il viaggio non sentivo alcun rimorso, alcun rimpianto per aver lasciato la famiglia, i compagni di borgata, il paese. Mi sentivo sereno, fiducioso, convinto che avrei cambiato la vita, che avrei trovato altri compagni, altre cose e che mi sarei trovato tra le montagne e gente che parlava tedesco. Il colletto della giacca che indossavo era orlato da un cordoncino dorato per indicare che sarei stato soggetto ad un corso di specializzazione, quindi militare di carriera. I primi giorni, se pure un po' spaesato, non mi furono pesanti, non mi fu difficile l'ambientamento con i soldati anziani e con la vita di caserma. Lo studio di cose nuove mi piaceva ed i primi sei mesi passarono veloci. Grazie all'educazione avuta a scuola ed ai consigli del nonno, avevo imparato, oltre che ad essere disciplinato e rispettoso ad essere altruista con tutti. Era l'unico modo per farmi benvolere.
Superato brillantemente il 1° corso, iniziai il secondo e passai ai Magazzini Generali di C.d'Armata, fuori città, non tanto lontano dalla caserma. Il corso era teorico-pratico: dovevo badare ai controlli meteorologici, di stoccaggio e di distribuzione. Al nono mese di servizio mi furono dati i gradi di Sergente. Non avevo ancora compiuto i 20 anni e fui avviato a frequentare il corso di logistica alla Scuola della Farnesina di Varna, vicino Bressanone. Eravamo 21 allievi e ne uscii il solo promosso. Fui avviato al Quartier Generale alla Sezione di Commissariato militare di Bolzano. I miei superiori erano allora il Maggiore Margoglio ed il Maresciallo Piliteri. In un anno avevo bruciato tutte le tappe. Mi pareva di essere diventato importante, quasi quanto un generale, godevo di libertà di servizio, di un speciale trattamento e rispetto, ma non mi sono mai montato la testa ....

 

2 - La partenza per la Russia

Ho l'ordine di presentarmi presso la Sezione di Commissariato Militare, dove il Colonnello Pini, come un buon padre, mi comunica, mettendomi le mani sulle spalle, che la Patria ha bisogno di me. Devo quindi essere trasferito, aggregato ad un reparto misto presso il 232° Reg.to di Fanteria dislocato presso Laives, e in seguito, dopo qualche giorno di preparazione, essere inviato a raggiungere il Corpo di Spedizione Italiano in Russia (C.S.I.R.). Sono assegnato alla 3^ Compagnia e faccio conoscenza con i nuovi compagni di vario grado, in parte giovani ed in parte più vecchi di me perché richiamati. Nei loro volti non c'è aria di allegria ma solo confuso disagio; l'attesa della partenza viene colmata da lunghe marce giornaliere ed estenuanti esercitazioni.
Lo slogan ricorrente, infatti, ci vuole pronti, forti, coraggiosi, veri soldati.... Giovane com'ero, impegnato ad eseguire e a far rispettare gli ordini, predisposto ad un facile adattamento, non mi soffermavo certo a tante riflessioni; organizzai comunque una protesta quando, dopo la pesante fatica delle marce, ai soldati della Compagnia, affamati, in fila per il misero rancio, veniva distribuito solamente brodaglia con un po' di pasta e pane ammuffito. E questo non aiutava certo a sollevare il morale... Finalmente ci viene comunicata la partenza e, il 24 maggio, l'ordine di sfilare, con zaino in spalla, sotto il naso delle alte autorità, per far vedere l'efficienza e ricevere il loro plauso e il loro saluto. Qualche giorno dopo si sarebbe ripetuto il copione, con l'accompagnamento delle note della fanfara, si sarebbe sfilato attraverso la città e i sobborghi della periferia fino alla stazioncina di Bronzolo, centro parco ferroviario di smistamento della città di Bolzano. Su un binario ci attendono una decina di carri merci ed una carrozza passeggeri che sarà riservata naturalmente al Comandante ed ai suoi Ufficiali. Nell'attesa della partenza, qualcuno scrive le ultime cartoline, qualcun altro l'ultima lettera. Io sono assillato dal pensiero del futuro e mi chiedo "come sarà l'arrivo a quell'immensa pianura della lontana Russia?". Con il calar della sera un trombettiere ci chiama all'adunanza e si ha l'ordine di prendere posto. La sistemazione nei vagoni chiusi coincide con l'addio alla branda: accovacciati, raggomitolati, si passa la notte a tu per tu senza la possibilità di guardarci in faccia, fra il rumore di altri convogli che vanno e vengono fino al sorgere del giorno quando, una locomotiva, con un grande scossone, viene a prendersi la merce umana. Sullo spiazzo antistante la stazione c'è il nostro comandante ed è segnale che la partenza è imminente. Si sentono i martelli sferragliare sulle ruote mentre gli agenti controllano ogni carro con il suo carico. L'attesa si fa spasmodica, snervante; ma ecco il capoccia con il suo rosso berretto, ancora qualche minuto di silenzio, e il suo fischietto segnala che si parte ... Il treno è lungo, sono due locomotori a trascinarlo in una corsa non tanto veloce anche perché la strada è sempre a salire sino al Passo del Brennero.

Così ha inizio l'odissea di un viaggio che sembrerà non finire mai. Saranno 31 giorni ininterrotti fatti di soste più o meno prolungate, attese, scambi di precedenza per altri convogli, corse al rilento, e noi lì, con gli occhi rossi, gonfi, avidi di vedere, scrutare paesaggi insoliti, nuovi, pianure distese, casolari sperduti nell'ondulazione dei prati, e macchie d'alberi nelle vastità dei boschi. Spasimante sarà pure la sinfonia del trantran del treno che toglie il senso della realtà e costringe ad una sonnolenza irrequieta confondendo i ricordi con i sogni.... I giorni passano lenti, unico mio diversivo è quello di consultare di tanto in tanto il carteggio topografico per curare l'orientamento ed analizzare la situazione. Arriveremo a Varsavia dove i segni della guerra sono evidenti: edifici sbriciolati, ponti divelti, rottami di ogni genere testimoniano che c'è stata battaglia e più si andrà verso nord più apparirà l'orrore della distruzione. Nessuno venne a dirci che eravamo arrivati alle retrovie del fronte Nord dove con maggior intensità infuriavano i combattimenti e dove tutto era movimento di truppa, di blindati, di automezzi. Si vedevano pure squadre di operaie, le donne del posto, mobilitate, militarizzate dal Reich, obbligate all'abbandono delle loro case, all'abbandono dei figli, allontanate dai loro villaggi perché abili, e quindi utili al ripristino delle strade, soprattutto quelle della rete ferroviaria.

Tutto e tutti dovevano contribuire al raggiungimento della vittoria. Era questo il motto, lo slogan. Noi eravamo ancora abbastanza lontani dalle linee del fronte. Eravamo arrivati a Brest. Non c'erano che vecchi e bambini spauriti e diventava consueto vedere donne contrassegnate con la stella di David: erano destinate al lavoro forzato, sorvegliate dalle S.S. Il loro calvario era segnato: erano condannate all'esaurimento fisico col lavoro; poi quando le forze non le avrebbero più rette, erano avviate ai lager della morte. Neppure prigionieri si erano visti, e sì che al sentire ne avevano fatti tanti, nella sacca di Minsk, al nord della Bielorussia. L'impressione che si provava era tremenda, crudele ed in qualcuno di noi incominciava a svanire la speranza di un ritorno. A consolarci, così per dire, erano i bollettini delle avanzate al sud, verso il Caucaso, delle colonne corazzate. Lo spirito dei soldati tedeschi era alto e per loro la vittoria era vicina. Ma gli altri bollettini che provenivano dall'Africa non erano altosonanti e per noi soldati italiani erano di tutt'altro umore. Grande era così in ognuno di noi la confusione e lo sconcerto, tant'è che qualcuno provava a canterellare ironicamente la canzone "Illusione dolce chimera sei tu." Sembrava un paradosso; una prova si ebbe il giorno dopo quando ci fu cambiata la rotta e fummo avviati al sud verso Kiev.

 

3 - Verso il fronte

La notte l'avevamo passata alla zona periferica di Brest; all'alba eravamo già in movimento. Il paesaggio era in parte offuscato dalla foschia e la visione dell'immensa pianura, del terreno paludoso in ebollizione era grigia, misera, bruciacchiata. Il treno correva lentamente, parallelamente al grande fiume, il corso del Dniepr e ci vollero ben quattro giorni per superare la distanza dei 1200 km. tra Brest e Kiev. Le soste erano diminuite ed avvenivano solo per il rifornimento di acqua e carbone alle locomotive. Infuriavano intanto le battaglie per la conquista del bacino del Donetz e all'inseguimento delle truppe russe che si erano sganciate e correvano ad assestarsi al Don. L'euforia dei Tedeschi per la strepitosa vittoria di Kharkov non si era ancora spenta, era fortemente sentita per l'annientamento delle armate sovietiche in quella sacca.
Avevano fatto 240.000 prigionieri. Il loro morale era alle stelle e facevano sfoggio del loro credo e delle loro doti di superuomini invincibili. Lungo tutto l'arco del nostro trasferimento, i segni della guerra divennero sempre più evidenti e più marcati all'avvicinarsi a Kiev, la capitale dell'Ucraina. Lungo la ferrovia il terreno era divelto, cosparso di buche profonde; in vicinanza alla città si vedevano i caseggiati bruciacchiati, distrutti. Era venuta la sera a cancellare col sopraggiungere dell'oscurità quello scenario di desolazione, fatto di sagome astratte e di penombre ed era arrivata anche la pioggia a farci sentire gli acri odori del fumo. Il passaggio della guerra in quella zona era stato violento, quasi fulmineo. Lo si sentiva non troppo lontano perché durante le poche ore di sosta, erano le pattuglie a sorvegliare, a trafficare nel dare ordini di partenza o a convogliare treni, dirottarne altri, lanciare imperiosi comandi e rompere così il lugubre silenzio. Ricordo che non potevamo scendere dal nostro vagone e nulla potevamo vedere. Ogni cosa ci era preclusa e così avevamo perso la cognizione del tempo.

Il nostro interminabile viaggio ci portò finalmente a Dnepropetrovsk, una grande città che non appariva tanto sconvolta, ma spenta, svuotata in parte dalla sua gente che se ne era andata per non sottostare agli ordini dei Tedeschi. Dnepropetrovsk era un centro terminale, sede di comando tappa, con parecchi quartieri adibiti a sedi dei vari comandi, e lì brulicavano come formiche i soldati dalle uniformi multicolori, di vari paesi: Tedeschi, Ungheresi, Rumeni. I Tedeschi erano i padroni, a loro spettava la precedenza. Gli Ungheresi con i loro cavalli trascinavano carrette, i loro carriaggi per il trasporto di vettovaglie, e così pure i Rumeni: dovevano seguire le guarnigioni che si erano impegnate e battute per la conquista del bacino carbonifero, il Donetz.
Degli Italiani nessuna comparsa; solo un maggiore, alcuni sottufficiali e alcuni soldati acquartierati in uno stanzone, un vecchio magazzino, davano istruzioni per l'avvicendamento e le modalità per raggiungere il proprio reparto. Mi ci vollero ancora due giorni per raggiungere la sede, sempre provvisoria dell'11 Compagnia di Sussistenza, facente parte della Divisione Pasubio. Mi sembrava di essermi disperso in un mondo di sogni . . . Ebbi comunque modo di rendermi conto della reale situazione e di assistere allo smistamento di truppe, al passaggio di colonne motorizzate, camion colmi, stipati di soldati, seguiti da autoblinda e da carri blindati, armati d'ogni genere, e tutti alla rincorsa delle avanguardie che inseguivano i Russi in ritirata. A segnare le piste erano i canali di fanghiglia e pozzanghere che si creavano con la persistenza delle piogge e della forte umidità. Le ruote dei mezzi sprofondavano con facilità in quella rossa polenta, e più di uno rimaneva intrappolato, inchiodato fino a quando qualcun altro non fosse stato pronto a dare una mano . . . Finalmente mi venne comunicato che dovevo aggregarmi ad una colonna di una decina di automezzi, giusto appunto quella della undicesima Compagnia Sussistenza che era venuta a fare in Dnepropetrovsk il carico di viveri.

Era il 12 luglio del 1942. La partenza avvenne con l'oscurità onde evitare possibili attacchi aerei nemici; la visione all'intorno era quasi nulla e solo la flebile penombra delle mezze luci ci permetteva di individuare la pista fangosa che ci portava a Stalino, capoluogo del bacino carbonifero del Donetz, la regione che alcune settimane prima era stata felicemente conquistata in un solo sbalzo in concomitanza con la battaglia per Kharkov. Dovevamo attraversare piccoli e tortuosi saliscendi, eravamo sempre in tensione e avevamo grande paura. Con continui sobbalzi e strattoni, ci lasciavamo alle spalle chilometri e chilometri senza incontrare anima viva. Così era passata la notte fino al sorgere dell'alba, quando vinti dalla stanchezza e per la necessità di raffreddare i motori, si dovette fare sosta a ridosso di alcune isbe di un villaggio. Spiccava fra queste il kolkos, una costruzione tipica, fatta di mattoni il cui impasto alla luce risultava fatto con terra, paglia e sterco bovino, il tutto ricoperto di bianca calce.
La sosta non fu lunga e si riprese a viaggiare con i favori del vento che in quella zona la faceva da padrone e man mano che si andava avanti cambiava la morfologia del terreno: se prima erano le pozzanghere a segnalare la pista, ora era la terra battuta da cui si sollevava la scia di neri polveroni. Avevamo fatto una cinquantina di km e non ci pareva vero di essere giunti nelle vicinanze di Stalino. A segnalarcelo furono le dune, i dossi, i cumuli di carbone, i comignoli delle miniere disseminate lungo l'arco della periferia. Il paesaggio era nero, tetro, senza vita, perché nulla si muoveva; tutto era lasciato all'abbandono. Provvisori cartelli segnalavano la direzione delle varie località ed altri cartelli con segni convenzionali indicavano i vari corpi di appartenenza. Non fu difficile per noi trovare e prendere la via per Rikovo.

Così eccoci a percorrere una strada battuta, ghiaiosa, a cavallo di nude e sterili colline che costituivano la regione del Dombass. Di tanto in tanto venivamo superati da mezzi motorizzati: portaordini, ambulanze portaferiti. Si incontravano pure gruppi di soldati intenti ad operare, controllare, stendere o sostituire linee telefoniche; di gente, di civili, nessuna traccia, nessun segno. Apparve Rikovo in fondo all'orizzonte, all'est, un agglomerato sempre più grande, in evidenza. La si raggiunse in pieno giorno, quando il sole picchiava forte e la sonnolenza ci investiva, ma si doveva stare sempre all'erta a guardare all'insù che il cielo fosse libero, pulito, sgombro da quei puntini neri, o meglio da quelle virgole che erano gli "apparecchi" sempre pronti e fulminei a piombarci sopra. Fra una casa e l'altra si notavano costruzioni massicce dove fra i rossi mattoni spiccavano le allegoriche effigi della stella rossa con falce e martello. Quelle erano le fabbriche Kolkos dove alcuni mesi prima si lavorava ed ora erano là, macchiate, coi segni della distruzione per il passaggio della guerra e tutto sembrava fermo, senza vita. Attorno c'erano disordinati agglomerati di case basse, d'isbe costruite in parte con assiti di legno e altre con terra e paglia imbiancate secondo l'usanza locale; Rikovo era una cittadina abbastanza importante, distesa e disseminata lungo la rotabile che porta a Novo Gorlowka e Voroshilovgrad. Avevamo scelto una radura e fra alcune isbe, una fattispecie di baracche, i camion della colonna si erano sparpagliati come al gioco del nascondersi per prevenire così i possibili attacchi aerei. Tranne alcuni soldati posti a fare da sentinella, quasi tutti riposarono; io avevo preso lo zaino ed ero andato ad accovacciarmi poco lontano ai piedi di una parete ed all'ombra di cespugliosi prugnoli. Avevo sonnecchiato, ma più che un sonno era stato un dormiveglia, perché ero assillato dalla morbosa necessità di conoscere il termine effettivo di quel continuo spostamento.

Mi sentivo abulico, avvertivo dentro di me un certo disagio; l'esuberanza dei miei vent'anni era prigioniera, contenuta, ostacolata anche dalla mancanza di contatto con la gente. Venne sera inoltrata e di conseguenza si ripartì. Fu ancora lo stridore, il rumoreggiare dei motori ad accompagnarci nella notte. Una sorda monotonia ne rompeva il silenzio e solo la passionaria luce della luna ci era di buon auspicio: il suo apparire fra le nuvole mi aveva invogliato a riattaccare discorso e a chiedere: "ma insomma dove sono questi Russi?" I primi albori del giorno successivo ci vide a Voroshilovgrad. La zona era spaccata in due dalla camionabile; i rioni parevano dispersi e le isbe adagiate su dolci pendii collinari. La strada era trafficata, i palazzacci al suo ridosso erano sede centrale dei vari organi del regime e negli spiazzi antistanti, degli scuri edifici erano adibiti a scuole o enti culturali. Fu in uno di questi che si era provvisoriamente acquartierata l'Undicesima Compagnia di Sussistenza e qui ebbe a finire il mio lungo viaggio di avvicendamento. In quei primi giorni di permanenza, avevo avuto sentore di come era stata occupata la città e di come erano stati accolti i soldati italiani, ciò malgrado la gente efficiente era scomparsa; la maggior parte era fuggita all'occupazione, il restante era stata retata dai servizi ausiliari tedeschi. Avevo preso una specie di viottolo che portava alla parte alta della collina, dove si innalzava un raggruppamento di isbe e case basse. Erano costruite con assiti ed in parte con tronchi d'albero, racchiuse da uno steccato che ne impediva la vista. Formavano un semicerchio con al centro il portone tipico orientale di tipo cosacco come quelli che si erano visti nel film di Taras Bulba. Una porticina al centro ne permetteva l'accesso ed io avvicinandomi mi ero sporto a spiare. Ne rimasi sorpreso, soprattutto per la scena rappresentata da un gruppo di quattro ragazze sedute su un lungo pancone, le quali vedendomi erano quasi esplose di gioia. Una di esse mi era venuta incontro e prendendomi per mano, sussurrando "mosna..." mi invitava a sedere fra le altre. Rimasi molto imbarazzato fra l'allegro parlottare e da quella festosa accoglienza.

Quello fu il mio primo incontro con la gente. Bello, interessante, bellissimo per i miei vent'anni. Lubda era il nome di quella ragazza. Ci ritornai giorno dopo giorno, sera dopo sera. Fra me e lei si era instaurato un rapporto di affettuosa amicizia che servì a dimenticare tutti i disagi di quell'interminabile viaggio che fino a qualche giorno prima sembrava non finisse mai. E così era scomparso il pensiero della guerra, quella guerra che io dovevo servire, e che ormai ci lambiva perché vicina a pochi Km.... Nei pressi del nostro accampamento, la nostra base, ho ancora viva la visione delle persone dallo sguardo patito, non certo felice, con al seguito bambini piagnucolanti e sbrindellati. Erano i Russi, i rimasti del posto che come accattoni, gesticolando, imploravano col porgere la mano, il pizzico di Maquorka, il tabacco, durante il giorno della distribuzione delle sigarette. Ognuno di noi aveva diritto alla razione giornaliera . Era cosa normale per me non fumatore che ne facessi dono ai compagni e a Lubda, la mia amata e maestra di lingua russa. Ma dov'erano le sue amiche e perché era sempre sola? Alla mia domanda, Lubda andò a prendersi un variopinto fazzolettone, una specie di foulard, se lo mise in testa facendosi l'annodo alla nuca. In verità non sembrava più lei, ma una ragazzina, una zingarella, per non dire, una mocciosa. Quello era il trucco per non essere retata dai poliziotti tedeschi e lo stesso trucco valeva per le sue amiche. Degli Italiani non aveva paura ma dei Tedeschi sì. Era rimasta a salvaguardare la casa con il nonno che di giorno era sempre alla ricerca di cibo per mangiare. La mamma, ancor giovane era dovuta scappare al di là del Don, al Volga, alla steppa dei Calmucchi, per non essere presa e deportata al servizio dei nemici. "Questa guerra non è bella né per me né per te", mi disse Lubda, guardandomi fisso negli occhi. Quelle parole bastarono a farmi comprendere il suo dramma, il disagio e le bestialità alle quali doveva sottostare o viceversa fuggire. Le sigarette che le donavo potevano servire al nonno per il baratto, per avere il pane, il sale o il miglio.

Arrivò l'ordine di partire per una missione di rifornimento viveri. Ci vollero un paio d'orette per predisporre gli automezzi e formare la colonna: partimmo con destinazione Dnepropetrovsk. Erano giorni di calura. Le voci di Radioscarpa dicevano che i reparti combattenti della Pasubio avevano raggiunto il corso del fiume Don, quindi erano impegnati in un lavoro di riorganizzazione e d'assestamento. Anche il cielo si manteneva pulito: faceva caldo afoso di giorno, un po' meno di notte. Due giorni impiegammo per l'andata ed altrettanti per il ritorno. Nelle pause giornaliere era necessario spogliarsi, mettersi a torso nudo per vincere il caldo, ma soprattutto per spidocchiarsi. In tutta la zona, dal Dniepo al Volga, fra la popolazione era persistente un'epidemia pidocchiale. Per evitarne il contagio, si doveva stare lontani dalla gente. Ma chi era senza pidocchi? Tutti ce li avevamo addosso. Era diventata cosa divertente lo sfotterci quando qualcuno, alla prima pozzanghera, al primo acquitrino, si gettava dentro, si lavava e strizzava i panni. Ma la cosa più curiosa, ridicola, attraversando i villaggi, era la visione di come quelle "babuske" davano la caccia ai pidocchi. Le vedevi accovacciate sulla soglia di casa o sulle panche al sole, con le gambe divaricate e le ginocchia a mo' di morsa stringere teste d'altre donne o testoline di bambini e raschiarle con lunghi pettini rozzi di legno, da sembrare zelanti tessitrici. Era cosa veramente penosa, ma anche questo faceva parte di questa sporca guerra.

4 - Presso il Don

I giorni a Olkovirok non passarono tanto bene: la vita si trascinava stanca e apatica. Ognuno di noi aveva un compito diverso ma non c'era movimento: qualcuno si spogliava e cacciava i pidocchi, qualcun altro si metteva ad arrostire al sole. I giorni passarono così fino a quando, un mattino di fine agosto, con l'arrivo di una dozzina di automezzi proveniente da Millerovo, giunse l'ordine di evacuare la Sezione e di trasferirci a ridosso del fronte. Lo sapevamo: accettammo il fatto come liberazione benché in fondo al cuore, in ognuno di noi, si temesse l'incognita del domani. Due soli automezzi bastarono per il carico di tutto l'equipaggiamento. Alcuni soldati avevano avuto il compito di andare a Voroshilovgrad per il rifornimento di viveri e a me toccò l'ordine di portarli fuori dalla steppa, guidarli verso il fiume. Avevo fatto tutto il possibile per anticipare l'oscurità durante il passaggio del ponte. Avevo predisposto che in quel punto gli automezzi si tenessero a distanza il più possibile pur accelerando la marcia. Avevamo superato l'ostacolo ma, in un baleno, due aerei da caccia presero di mira l'ultimo mezzo della colonna ed in un paio di tornate lo fecero fuori con tutto il carico. Erano intervenute le batterie contraeree, ma non fecero un granché. Noi ci eravamo sparpagliati, pancia a terra, e pregavamo il buon Dio che ci scampasse dal pericolo. Si ebbe modo di ripartire con un'unità in meno, frastornati, con ancora il fischio delle pallottole e gli scoppi nella testa e le vampate delle mitragliatrici stampate negli occhi. La cosa migliore era non pensarci, affidarsi al coraggio ed alla buona sorte.

Passammo la notte superando Olkovirok e, con marcia spedita, si arrivò a Millerovo. Avevamo percorso più di 300 Km; Millerovo era un grosso centro di comunicazione stradale, una città cresciuta dove finiva la pianura, la steppa, ai piedi di una zona collinare, oltre la quale, in un raggio di 200-300 km., correva la grande ansa del Don. Il corso del fiume rappresentava la linea del fronte. La conformazione delle colline era simile a quelle della nostra Toscana, liscia, brulla, con assenza di vegetazione arborea e quasi priva di quella boschiva. La terra era rossiccia, come bruciata. Avevo fatto fermare la colonna per far prendere fiato agli autisti e renderci conto della situazione. Sapevo che in Millerovo aveva preso sede il quartier generale della Celere. Al grande incrocio stradale, al nord della città, ne avevo scorto il casco piumato. I Russi avevano battezzato i bersaglieri "soldat kurke", soldati gallina, del resto quelli della Torino, col simbolo del toro, erano chiamati "Division Corova" e quelli della Pasubio con il simbolo della lupa erano la "Division Sabaca". Formavano le componenti del Corpo di spedizione italiano (SIR) attestatesi sul Don per una lunghezza di fronte di 60 km. . . . L'insieme delle altre divisioni come la Cosseria, la Sforzesca, la Ravenna ed il Corpo d'Armata Alpino formava L'ARMIR. C'era grande movimento di truppa quel giorno; un grande afflusso era diretto sullo stradone al sud-est che portava a Stalingrado, dove i Tedeschi con i Rumeni e gli Ungheresi erano impegnati alla conquista del basso Don ed alla zona del Volga, con l'accerchiamento di Stalingrado. A quell'incrocio c'era una selva di cartelli tedeschi, rumeni, ungheresi ed italiani. La strada che portava alla località di Ver Cruscelin, al oltre 200 km. da Millerovo, si dipartiva con un lunghissimo rettilineo in terra battuta e costeggiava il digradare delle colline da una parte ed il canneto acquitrinoso della steppa dall'altra.

Fu su questo tratto che incontrammo una lunga fila di prigionieri sotto scorta dei soldati tedeschi. Li aizzavano a camminare e non concedevano grazia a quelli che, stanchi e sfiniti, davano segni di non farcela e si accasciavano al suolo. Un colpo alla nuca era la loro liberazione ed era segno vistoso della crudeltà dei Tedeschi che indifferenti li lasciavano insepolti. L'impressione nostra era tremenda, diventava atroce; non per niente da tempo non correva buon sangue tra Italiani e Tedeschi e perduravano le divergenze fra le alte sfere di comando. Quei prigionieri venivano dal fronte, dal campo di battaglia. Gli ultimi giorni del mese d'agosto erano caratterizzati da violenti combattimenti. I Russi avevano posto strategicamente fine alla ritirata ed il loro scopo era di contattarci, di assaggiare le nostre difese che al di qua del Don miravano a consolidarsi in vista anche della stagione invernale. Anche il paesaggio cambiava, man mano che ci si avvicinava al fiume la terra si rinverdiva, perdeva quel suo colore bruciato e qua e là si vedevano cespugli di rovi ad intervallarsi con tratti pianeggianti e dossi di collina. Fu verso sera che arrivammo a Ver Cruscelin. La località era rappresentata da poche case, isbe sparpagliate, disperse fra loro in un terreno collinoso dove la pastorizia primeggiava. L'agricoltura non era ancora sentita. La gente era originaria cosacca. I vecchi barbuti dimostravano una loro particolare fierezza: con lo sguardo severo, non erano inclini a dialogare; così pure le "babuske" che non amavano farsi vedere e soprattutto badavano che le ragazze non avessero alcun contatto con noi e tutti, dai vecchi ai bambini, calzavano stivaloni tipici di pelle e berrettoni baschi di lana grezza. A Ver Cruscelin i giorni furono vissuti nella tranquillità. Le notizie che arrivavano dal fronte erano scarse: si trattava di moderate attività di pattuglie. La grande massa d'acqua del fiume Don divideva gli opposti schieramenti e serviva a far tacere i cannoni da una parte e le catiusce dall'altra . . .

5 - La mia isba

Raggiungemmo una località prestabilita, a soli 7 km dalla linea del fronte. Era una borgata, per così dire, d'isbe, che davano inizio ad un esteso avvallamento, dove un fiumiciattolo, con le sue acque, era di mezzo a disegnare un puzzle di stagni nei quali si specchiavano gli sterpi insecchiti del canneto. Incaricato dei servizi logistici, scelsi la parte alta della zona, da dove la vista poteva dominare tutta la valle. Tutte le isbe erano disabitate; la gente infatti era fuggita o riparava in altre località in quanto la zona, essendo a ridosso del fronte, ne era strategicamente interessata. Avevo scelto per me l'abitazione di una "zinca", una signora che per l'età assomigliava molto a mia madre. Viveva e tirava a campare, assistita dalla figlia di qualche anno più vecchia di me. Si chiamava Fiegna: era una ragazza di poche parole, una vera cosacca, scaltra, che andava e veniva e non si sapeva cosa facesse. Mi vedeva rientrare la sera e andarmene di mattino. Ci tenevo molto a conversare con la giovane, a rendermi utile col portare qualche cosa da mangiare e cercavo il più possibile di non essere invadente. Ogni qual volta la donna mi vedeva, bestemmiava alla guerra ed era sempre a dire: "ma perché, così giovane, ti hanno mandato a fare la guerra, questa guerra..." Lo spazio che occupavo in quella casa era un paio di metri, la lettiera. Consisteva in un rialzo nel retro del camino che, come usanza locale, figurava al centro della casa e consentiva di scaldarci al tiepido calore proveniente dal focolare e da quella specie di forno al di sotto della lettiera. Una stuoia di molti colori serviva da materasso sul quale si dormiva vestiti. Il fuoco era poca cosa. Era alimentato da pani di torba, rozzi, semplici manufatti di risorsa locale che indicavano tutta la povertà del posto. Nonostante tutto, era funzionale e bastava per sopravvivere. Infatti i giorni grigi, ventosi avevano già cominciato a far sentire il freddo gelido di provenienza siberiana.

A dicembre la situazione climatica era già molto difficile: il freddo ci costringeva a tapparci fra le fragili pareti di paglia e di fango di terra e i soldati al fronte erano tappati nei bunker sotto terra come talpe. Ero a conoscenza che i reparti in linea, nei mesi d'ottobre e novembre avevano lavorato sodo nel costituire tre capisaldi di difesa ed erano battezzati cifratamente con le ultime lettere dell'alfabeto. Il caposaldo Z era il più avanzato, collegato agli altri, non meno importanti. Lo spirito che correva in tutti era d'ottimismo ed appartenere alla Pasubio era un orgoglio. Il valore di questa Divisione era conosciuto attraverso i bollettini di guerra sia italiani che tedeschi. I giorni si alternavano con il nevischio e con il vento della Siberia che a fasi alterne spazzava la nuvolaglia ed il pulviscolo terroso ghiacciato della terra veniva schiaffeggiato in faccia, come tanti aghi pungenti, che ferivano nella carne viva . . .

 

6 - Natale di guerra

I giorni trascorrevano veloci ed io già contavo il mio terzo Natale di guerra. Il freddo si faceva sempre più forte e la temperatura sempre più rigida. Dal fronte non trapelavano notizie, il silenzio faceva presagire che qualcosa stava per accadere. Anche l'attività aerea si era fatta più intensa, specialmente lungo la strada Bougusha-Millerovo. Al nord, sul settore delle Divisioni Cosseria e Sforzesca, già nel mese di settembre ed ottobre, i Russi erano riusciti a crearsi una testa di ponte di là dal fiume e strenui combattimenti non valsero a ricacciarli. Quella testa di ponte ed il fiume ghiacciato avevano loro giovato moltissimo per ammassare ingenti forze in uomini e mezzi corazzati.

Con il giorno di Natale era iniziato un continuo, infernale martellamento d'artiglieria su tutto l'arco del fronte tenuto dalla nostra 8° Armata, su quello tenuto dai Rumeni e sul fronte della sesta Armata dei Tedeschi che tentavano di occupare Stalingrado. I nostri reparti rispondevano al fuoco come potevano, ma la breccia era già fatta, così come al sud, sul settore di Stalingrado. Il comando russo stava completando il movimento a tenaglia e per noi Italiani, la sorte era ormai segnata. L'alba del giorno 26 sorgeva con gli echi del frastuono delle cannonate e degli scoppi delle granate e col passare delle ore, il rumoreggiare si faceva sempre più distinto, sempre più vicino . Noi, preoccupati guardavamo le colline che cintavano l'avvallamento dietro le quali scorrevano le acque ghiacciate del Don, e dove di tanto in tanto apparivano bagliori di fuoco, seguiti da nuvole di fumo. La battaglia era in corso.
Verso l'una, un portaordini ci veniva a comunicare l'ordine di evacuare la zona, distruggere tutto quello che non era possibile portarci addietro, e raggiungere il Quartier Generale. Eravamo accerchiati! Già dalla strada, in lontananza, si vedevano movimenti di soldati appiedati, a piccoli gruppi e colpi d'artiglieria li seguivano e li disperdevano. Noi intanto ci eravamo adunati: tutti i documenti e la contabilità della Sezione stavano scoppiettando nel fuoco perché l'ordine era di bruciare qualsiasi cosa potesse essere utile al nemico. Solo il libro protocollare mi ero infilato nello zaino assieme a quattro scatolette ed al quadrello di pane nero che mi doveva sfamare per i dieci giorni a seguire e che, poco prima, ero corso a prendermi a casa di Fiegna. Lei e sua madre erano già fuggite e a loro avevo lasciato parte del mio vestiario, anche per alleggerirmi del peso. Intanto cominciavano a cadere le bombe: l'isba che quaranta giorni prima avevo adibito a sede era in fiamme; non c'era tempo da perdere e dietro ordine del Tenete Rocchi, raggiungemmo la strada che già brulicava di soldati sbandati; ci fu molto faticoso fare quel tratto in salita perché pareva ci avessero tagliato le gambe. Eravamo un gruppo di quindici unità; ci tenevamo in contatto chiamandoci per nome, in quanto si doveva stare sparpagliati per non fare da bersaglio. Eravamo mischiati ad altri soldati e non c'era tempo di guardarci in faccia. Alcuni avevano iniziato a camminare già dalle prime ore della notte, qualcun altro s'era messo in cammino di mattino.

Tutti avevamo addosso il silenzio della disperazione. Qualcuno imprecava, bestemmiava contro la sorte ed i Comandanti e per la mancanza degli automezzi. I nostri due in dotazione, che avevamo lasciato il giorno prima, erano adibiti, sembra, al trasporto dei feriti. Eravamo quindi tutti appiedati e grande era la confusione. C'era gente stanca, sfinita, che stentava a tenere il passo e noi a rincuorarli, dicendo loro: "Dai, ce la faremo". Eravamo in marcia già da un paio d'ore e la strada era in salita. Il Vendrame, Il Carletto, lo Zanni, il Rombaudi, dietro a me, ogni tanto mi chiamavano ed io, voltandomi a cercarli con lo sguardo, non potevo evitare di vedere lo spaventoso scenario di disgregazione, di disordine. La strada era diventata come un biscione d'esseri umani sospinti a fuggire agli orrori della guerra. E non mancavano i caccia a seminare maggior scompiglio ed ancora morte e disperazione. Era terribile dover sottostare indifesi ai mitragliamenti feroci, assassini, vedere quei caccia abbassarsi e passare sopra a volo radente.

Non rimaneva altro che chiudere gli occhi, tappare gli orecchi e considerarsi già all'altro mondo. Io che ho vissuto quei momenti, non li posso certo dimenticare. Eravamo sull'imbrunire di una sera grigia e la nostra marcia non poteva arrestarsi: mancavano una decina di km. per raggiungere il Quartier Generale. Intanto il buio era calato e ci proteggeva, ci salvava. Faceva freddo, ma non si sentiva, non si sentiva neppure la fame, solo il bisogno, il coraggio di andare avanti e di restare ammutoliti. Al nord c'erano quelli di Kantarmirowoka e più in giù, ma più vicino, quelli di Cerkovo. Tra i bagliori ed i fumi, si sentivano sinistramente gli scoppi dei barattoli e gli odori delle conserve; poi ancora si vedeva il lampeggiare delle pallottole traccianti dei carri blindati, strategicamente appostati. Erano visioni d'angoscia, di terrore e quel che è peggio, era il sapersi accerchiati e non avere scampo. Era quasi notte quando raggiungemmo la zona, il punto d'incontro. Era un'altura molto estesa, coperta dal brulicare di reparti vari, gruppetti d'uomini frammisti in un ammasso fra slitte stracariche di zaini e d'esseri umani, morti nello spirito, sfiduciati, con pochissimi mezzi di trasporto. Generali, Colonnelli, Maggiori ed altri ufficiali: eravamo diventati tutti uguali. Migliaia erano i soldati e non c'era più baldanza in alcuno: tutti erano costretti a tacere, a meditare una rassegnazione ingloriosa, immeritata; tanti, tantissimi erano quelli che avevano perso tutto e vagavano con i soli pastrani stracciati a ripararsi dal nevischio e dal vento gelido, pungente, tenendosi stretti, ammucchiati. Altri soldati invece si stavano cercando spauriti, disperati . . .

 

7 - L'addio ai compagni

 

Fu un vero miracolo incontrarmi col Pierantoni, il caro amico di sempre. Ero seguito dal Vendrame, mentre gli altri facevano gruppo appartato col Tenente Rocchi. Eravano noi tre a discutere sul da farsi e fu cosa unanime lo stesso pensiero: tentare di svincolarsi, non arrendersi prigionieri. Tanto ormai la sorte era segnata e valeva la pena giocarsi la vita. Il Vendrame era un esperto conoscitore di macchine, di automezzi e poteva fungere da autista; il Piera era un buon conoscitore di quadrupedi ed io, meglio ancora, potevo districarmi col linguaggio, dialogare con la gente. L'accordo fra noi fu unamime, completo: ci recammo dal Superiore ad avanzare le nostre proposte e ci fu dato il permesso di andarcene. Ci fu l'abbraccio, ed a torto, il nostro voltafaccia inconsueto, crudele, verso tutti, compagni e superiori; un voltafaccia vergognoso, di addio, a quelle migliaia d'uomini impotenti e pieni di disperazione. E noi ci lanciammo di corsa in direzione sud-ovest verso la valle di Cerkovo.

Si venne a saper più tardi l'epilogo della gloriosa Pasubio, la sorte dei suoi due reggimenti, il 79° Verona e l'80° del Mantova e relativi reparti. La valle di Cerkovo cambiò nome e fu chiamata la valle dei morti. Pochissimi si salvarono; gli altri invece furono ricordati giustamente nel regno della gloria.

8 - La fuga

Avevamo studiato meticolosamente tutte le cose; minimo e quasi nullo risultava l'equipaggiamento, ma tutti e tre avevamo una carabina e alla cintola bombe a mano, era comunque indispensabile avere il senso d'orientamento, essere decisi ed astuti. Prendemmo la direzione sud-ovest puntando dritto su Millerovo; era essenziale agire, muoversi, fare presto. Si decise di scartare la vallata dove correva la strada e si puntò verso la pianura. Avevamo camminato tutta la notte, non badando all'immane fatica e non tenendo conto del tempo, delle soffiate gelide del vento e delle spruzzate di nevischio che ci arrivavano addosso. Ogni tanto ci fermavamo coll'orecchio teso a percepire movimenti, rumori, gli occhi rimanevano puntati in un continuo scrutare per poterci muovere sul terreno sporco e ghiacciato, scansando quello bianco e innevato che poteva essere una trappola perché ci si poteva affondare. Eravamo guidati dall'istinto e da una forza invisibile, sovrumana. Il colore, la luce del giorno che giungeva non era tanto diversa da quella della notte. Era sì più sbiadita, ma sempre grigia e sempre la stessa; il cielo era coperto, anche il sole ci aveva abbandonato.
Raggiungemmo un percorso segnato da scie di automezzi passati da poco; nascosti fra le poche isbe avevano trovato rifugio due automezzi della Croce Rossa. Erano stracolmi di feriti. I conducenti ci raccontarono che la sera precedente s'erano trovati fra l'inferno: la strada, subito dopo Cerkovo, era intasata di ogni sorta di veicoli ed i Russi, occupate le alture, avevano concentrato il fuoco con mortai e carri armati creando uno sbarramento e seminando morte e distruzione. Le previsioni non sembravano tanto rosee; si diceva che il giorno prima i Russi avevano sfondato il fronte e stavano prendendo alle spalle l'ottava Armata italiana.

A nord avevano riconquistato Kantarnirowka e Cerkovo ed ora puntavano su Millerovo per tagliare ogni possibilità di fuga. Noi eravamo lì a consultarci: attraverso i documenti topografici sapevamo che Millerovo non era lontana e che potevamo continuare la marcia. Avevamo recuperato le energie e avevamo l'opportunità di proseguire a bordo di automezzi anche se frammischiati ai feriti. Mi infilai in un cantuccio facendo da appoggio alle braccia martoriate di un compagno e così pure gli altri due, il Piera ed il Vendrame, si erano sistemati alla meno peggio. La giornata era proprio pessima, il tratto impraticabile e pieno di buche ed allora si sentivano le urla, i lamenti dei feriti e ogni genere di imprecazioni. Intanto si avvicinava la sera ed era il momento più propizio e atteso per tentare la sortita. Aggirata una balza, il vento ci fece riudire il crepitio delle mitragliere, i colpi di mortaio, intervallati da quelli degli anticarro. Evidentemente eravamo nel vivo della battaglia. Era stata necessaria una pausa per capire che dovevamo superare l'ultima barriera, la collina, per rivedere la Millerovo dalle tante strade. Ci fermammo per un po' di tempo attendendo le ombre della notte che ci avrebbero portato un po' di calma. Non si trovava la forza di parlare: erano solo gli occhi a leggere in ognuno di noi lo sgomento di dover subire una guerra ed essere invischiati nelle sue spire di morte e atrocità. Provammo a muoverci, ma fatti appena 300 metri una scarica di mitraglia inchiodava i nostri due automezzi e fu allora che capimmo che era arrivato il momento di giocare la nostra vita, il nostro destino.

Decidevamo così di lasciare quegli sventurati alla loro sorte; ci buttammo a terra carponi, strisciando nel buio e osservando che due erano le postazioni che controllavano lo sbocco della strada spazzando il fondovalle con tiri incrociati. Avevamo intuito che solamente 200 metri ci separavano dagli avamposti tedeschi, accorsi per fermare l'avanzata dei Russi. E così si ebbe modo di osservare l'inferno dei due schieramenti che non riuscivano a prevalere l'uno sull'altro. Noi intanto ci portavamo sempre più sotto sfruttando i punti più oscuri e vivendo minuti che sembravano eternità. Le traiettorie degli spari si vedevano partire ed arrivare in un contorno d'immensa confusione. Fiammate di fuoco, sventagliate di mitragliatrici, vampate di esplosioni davano l'idea dell'inferno. A notte inoltrata, quando pareva ci fosse un momento di calma, ci si accorse che eravamo in vista dei Tedeschi che, rintanati come noi, attendevano l'urto dei tanks: i carri armati. Mi venne spontaneo gridare "Italianisc camarad" per sentirci salvi, felici d'essere riusciti a eludere il cerchio di fuoco. Ma era un'illusione: venimmo, infatti, accompagnati alla presenza dell'ufficiale tedesco Comandante, una vera peste poiché riconosciutici Italiani, manifestò subito il suo disprezzo ed in modo frenetico ci affiancò ai suoi soldati con l'ordine di preparare una trincea di sbarramento. Il lavoro appariva febbrile, non era certo facile creare trincee all'istante, ma pistola in pugno, il tedesco minacciava chiunque si dimostrasse poco zelante. Vennero i blindati russi a portare scompiglio travolgendo tutto e scompaginando ogni cosa. In quel frangente capimmo quanto i Tedeschi ce l'avessero con noi Italiani.

Mentre l'armata rumena al sud era travolta, anche la Sesta Armata di Von Paulus si trovava accerchiata e costretta a difendersi contro forze preponderanti e contro il freddo del generale inverno, uno dei più rigidi che segnarono la storia. Nel frattempo, a notte fonda, riapparivano, alla testa della colonna russa, i tanks cingolati da 35 tonnellate. Ogni difesa contro quei mostri era nulla. I Tedeschi se ne erano accorti e con mossa fulminea, lasciavano la periferia per rintanarsi al centro città. E così i pochi automezzi a disposizione erano presi d'assalto perché tutti tentavano di servirsene per accelerare la fuga e svincolarsi dal nemico. Nella ressa c'erano anche soldati italiani. Noi, evitando la confusione, ci eravamo allontanati seguendo l'anello stradale della periferia ma avevamo notato in che modo i Tedeschi si rifiutano di dare assistenza ed aiuto ai nostri compagni: a coloro che si aggrappavano agli automezzi erano riservate le pestate alle mani coi calci dei fucili e poco importava di far vedere la loro tracotanza e vigliaccheria. Cercammo di allontanarci il più possibile da quella zona che rimaneva teatro di continui scontri. I Tedeschi vi facevano affluire numerose truppe provenienti anche dal Caucaso ma i Russi erano ormai padroni della situazione. Noi cercavamo di guadagnare chilometri su chilometri per sfuggire alla loro avanzata ed avere così un buon margine di sicurezza. Non si pensava a niente, né alla fame, né alla stanchezza e tanto meno alle avverse condizioni del tempo. Si tirava avanti con l'unico scopo di allontanarci, di correre verso sud-ovest, verso il Donez, costeggiare il mare e risalire verso l'Ucraina. Sulla strada intanto il traffico aumentava frenetico e caotico. Non eravamo ben visti da coloro che incontravamo e che risalivano verso Millerovo, contesa, accerchiata. Ma a noi poco importava degli altri e si continuava nella marcia, badando a scansare eventuali incontri ed a non dar nell'occhio ai camerati tedeschi.

In un attimo di sosta il Vendrame si accorse di alcuni automezzi abbandonati: una DKV 350 giaceva seminascosto e non era all'asciutto di benzina. Ci pareva di sognare e gridammo al miracolo. Il Piera in un balzo aveva preso posto rannicchiandosi sulla carrozzella con le carabine ed i nostri zaini mentre io salivo sulla sella posteriore avvinghiato al Vendrame per difendermi dal freddo cane. Ci mettemmo in corsa, una corsa dissennata, tanto veloce quanto consentiva il fondo stradale; era un continuo sobbalzo, una bestiale tesa di nervi, di forza, di resistenza. Avevamo percorso sì e no una ventina di chilometri quando un agglomerato di isbe si intravide ad una certa lontananza. Finiva lì il sogno, la corsa: si era esaurita la benzina e con essa la speranza di alleggerire ulteriormente il percorso. Ci avviammo verso il villaggio che sembrava vicino ma che era maledettamente lontano: benché stanchi morti dovevamo raggiungerlo per trovare qualcosa da mangiare e passare la notte al riparo dalle intemperie.
Ci si arrancava, ubriachi di sonno e di sfinimento ma confortati dal pensiero di trovarci ancora vivi, solo perché aggrappati al nostro coraggio. Noi, infatti, eravamo i soli a camminare controsenso ed a vedere la strada delinearsi dritta, spazzata dal vento gelido e pungente che soffiava proveniente dal Volga, dalla steppa dei Calmucchi e poiché scendeva la sera, la temperatura toccava i meno quaranta gradi e più sottozero. I nostri visi erano mascherati dai ghiaccioli che si formavano respirando ma era indispensabile non fermarsi per nessun motivo per non diventare statue od esseri ghiacciati. Era quasi buio quando si arrivò al villaggio: il silenzio dominava sovrano e pareva che non ci fosse segno di vita e che tutto fosse in abbandono. Si bussò alla porta di parecchie isbe, senza che alcuno si facesse vedere, sembrava fossero disabitate. Ci spostammo verso il centro e bussando alla porta con il calcio del fucile, finalmente una "babusca" ci venne ad aprire con aggrappati alla gonna, spauriti più che mai, alcuni bambini. Non ci vollero molte parole: erano le nostre misere condizioni a dirle che si veniva dal fronte esausti, stanchi, affamati, pieni di sonno. La donna aveva capito ed abbassando il capo, col cenno della mano, ci invitò ad entrare. Un'icona appesa alla parete, un pancone ed al centro un tavolo rustico con a fronte il camino, mettevano in evidenza la povertà. S'era subito discosta a rabbonire e sistemare i bambini in un cantuccio, al riparo di un tramezzo ed una stuoia che serviva a toglierli dalla nostra curiosità. Poi venne verso di noi indicando che potevamo accomodarci sulla lettiera dietro il camino che consisteva in un piano rialzato allungato a coprire il forno, il cuocivivande. Noi increduli, seguivamo i suoi movimenti; ci toglievamo finalmente le armi e gli zaini che per giorni e notti ci erano stati di peso mentre lei aveva tolto dal forno due teglie annerite di terracotta per metterle sul tavolo. "Kartoske", patate lessate ed una brodaglia calda di miglio: era tutto ciò che poteva offrirci dimostrando la sua generosità ed il buon cuore di quella gente.

Senza tante parole, aveva intuito che eravamo italiani e forse anche per questo ci soccorreva. "Italiaski carasciò", italiani brava gente, diceva, mentre ben altro sentimento ed altre parole usava per definire gli altri, Tedeschi, Rumeni ed Ungheresi. Smorzata così la fame, il Piera ed il Vendrame furono lesti a buttarsi sulla lettiera, vinti, stracciati dal sonno ed a me non rimaneva altro che vegliare. Uno strano sgabello mi servì per poggiare la schiena contro il muro ed osservare quella donna infagottata che con il tremolio delle mani mostrava una vita tribolata. Era la nonna dei bambini, obbligata ad accudirli ed a pensare a loro, a salvaguardare la casa, in quanto la figlia era dovuta scappare al di là del Volga e il compagno sessantenne era stato deportato dai Tedeschi nei campi di lavoro a Rostov sul mar Nero. Era una realtà che già conoscevo, comune a tutta quella gente, che lei nel suo linguaggio mi borbottava come la recita di un rosario fin tanto che mi addormentai. Mi risvegliai al mattino quando ormai era giorno, sentivamo ancora la stanchezza per le fatiche ed i disagi patiti, ci sentivamo spenti; ciò nonostante, armi alla mano e i quattro stracci in spalla, salutammo riconoscenti quella santa donna e ripartimmo fra gli sguardi mortificati di quelle creature. Inconsci, avevamo ripreso a camminare fra le intemperie di un giorno sconvolto dal tempo. Freddo intenso, gelido nevischio, eravamo quasi sospinti dalle ventate il cui freddo ci penetrava nelle ossa e ci costringeva a muoverci per non diventare fantasmi di ghiaccio. Si doveva rifare parte del percorso del giorno prima, diretti verso Voroscilovgrad poiché la strada che portava a sud a Rostov era troppo lunga e trafficata.

Si camminava uno dietro l'altro, con la sola forza del nostro coraggio, in un'abulia fisica che ogni tanto ci costringeva a far sosta e ad aver così modo di guardarci negli occhi e cercare di indovinare i pensieri dell'uno e dell'altro poiché non c'era tanta voglia di parlare. La nostra mente era confusa così come la nostra situazione. Si era persa completamente la cognizione del tempo: era solo la luce a guidarci nel rigore del terribile inverno. Si camminava nello squallore di una zona pianeggiante, segnata in parte dalla continuità del nevischio ed in parte dai miseri, bruciacchiati ciuffi d'erba; si camminava nella solitudine più completa, senza poter contare le ore e sempre con gli occhi rossi, tesi nel miraggio di scoprire le prime sparute isbe come avvisaglia di territorio abitato, le cui distanze fra i villaggi contavano dai 50 ai 100 chilometri ed anche più. Ci consolava solamente il fatto che eravamo diventati padroni del nostro tempo e della nostra volontà, sguinzagliati in libertà per aver saputo sfuggire agli orrori di una guerra che noi non sentivamo più. E vennero a calare le ombre della sera quando si arrivò al villaggio. Oramai per me era diventato come un gioco bussare, chiedere pane o qualcosa che ci potesse sfamare e pure un riparo per la notte onde sfuggire il rigore del freddo.

 

9 - attraverso la steppa

Ci si svegliò quando il sole era già alto e con il chiacchierio di due vecchi barbuti, impalati come statue, poco lontani, che ci dava occasione di attaccar discorso. Per loro, la nostra presenza non era una sorpresa in quanto altri soldati italiani ci avevano preceduto molti giorni prima. Noi eravamo i ritardatari, con la differenza che quelli, venendo dalle retrovie, avevano avuto la fortuna di essere rimasti fuori dell'accerchiamento; noi invece portavamo addosso i segni, i ricordi di un'incredibile odissea. Si era sulla strada buona, ci assicurarono, ma con una previsione di tre giorni pieni di cammino per arrivare a Voroscilovgrad. Era una tremenda mazzata per i compagni, specialmente per il Vendrame, il più vecchio. Con la stanchezza, dai loro volti trasparivano anche i segni della delusione e questo valeva anche per me. Ma una cosa avevo notato conversando con i due vecchi: la loro disponibilità. Scrutando all'intorno, mi venne il coraggio di chiedere se ci fosse qualche cavallo. La zona era povera, d'accordo, ma la pastorizia era vegeta e praticata. Il Piera, trasognato, mi stava guardando negli occhi mentre io fissavo il suo orologio da polso. I vecchi annuirono e ci accompagnarono dallo "Starosta" il capo del villaggio e del Kolkos. Nel breve tragitto, ammiccavo ai due compagni, particolarmente al Piera, facendo loro capire d'essere indulgenti e lasciarmi fare. Lo Starosta chiese quale fosse la contropartita: siamo Italiani e non siamo dei ladri come i Tedeschi, gli dissi, il nostro scopo è quello di raggiungere velocemente Voroscilovgrad e sfuggire così alle pattuglie tedesche per non cadere nelle loro mani, poiché ci impiegherebbero contro i soldati e le popolazioni russe. L'affare fu fatto: in cambio dell'orologio ci fu lasciato un cavallo al tiro di una piccola slitta. Passammo il resto della serata in compagnia dei vecchi e delle loro mogli che, prese a compassione per il nostro stato, ci sfamarono con brodaglia calda di kapusta e kartoske (verze e patate).

Tutto sommato le circostanze di quel giorno ci davano nuova linfa e buonumore e forza per riprendere il viaggio. Sotto la paglia come la notte precedente, fummo vegliati dallo sguardo del cavallo di cui non sapevamo nemmeno il nome,e anche lui come noi, votato all'arrembaggio, all'avventura. Alle prime luci dell'alba, riprendemmo il cammino alleggeriti degli zaini e dei fucili che avevamo caricato sulla slitta. In essa non c'era posto per tutti, così ce lo scambiavamo di volta in volta. La strada, o meglio la pista, si confondeva nella pianura grigia e squallida, patinata di nevischio e battuta dal vento e sembrava non avesse termine. I chilometri non si contavano, senza incontrare alcun essere, nel silenzio rotto solamente dal monotono sibilare del vento, si procedeva così incitando il cavallo che non doveva fermarsi. All'orizzonte, la zona collinare pareva irraggiungibile. In essa c'era Voroscilovgrad la nostra meta, il nostro sogno, la fine di un incubo. Per noi voleva dire salvezza, non più guerra ma vita. Ed io, come del resto il Piera, eravamo smaniosi di rivedere care conoscenze .io la Lubda e lui la "Maruscina scerzen", la Mariuccia del cuore. Si accarezzava veramente quel sogno.

Le prime ore della sera stavano per prendere consistenza e il giorno moriva. Arbusti e giunchi richiamavano la nostra attenzione: se n'era accorto pure il nostro amico cavallo che di tanto in tanto si fermava a morderne la scorza. Aveva fame anche lui e come noi era sfinito, soverchiato dalla stanchezza. La maratona non era ancora finita e ci pesava molto l'aver cucito migliaia di passi con l'attraversamento della steppa. Eravamo approdati nei paraggi del Donez, il fiume che segnava i confini: di qua l'immensa pianura, la steppa, il Don, il Volga; di là la zona montuosa, le colline del Donez, l'Ucraina. Per un po' lasciammo quella povera bestia cibarsi della corteccia degli scheletriti arbusti e spigolare i pochi fili d'erba che fuoriuscivano dalla coltre di ghiaccio. Era quanto la natura potesse offrire in quel gelido clima invernale. Ci si rimise in marcia ed ecco apparire le prime isbe abbandonate. Trovammo rifugio in una di esse e passammo la notte al riparo dal freddo e dal vento. Per quanto riguarda la povera bestia, il brocco, così l'aveva battezzato il Piera, fu sciolto e lasciato libero, al riparo delle intemperie ed al margine di residui di giunchi e resti di canneto che potevano servire da biada; ma anche lui era svogliato, ridotto a mal partito, stracciato per lo sforzo sostenuto.

Era stata una giornataccia ma fondamentale per esserci portati fuori dal raggio d'azione delle pattuglie ausiliari tedesche. Così, avvinghiati l'uno all'altro, rannicchiati, avvolti nei nostri stracciati pastrani e nella misera coperta, eravamo in attesa di essere vinti dal sonno, mentre il nuovo giorno si avvicinava. A darci la sveglia furono i morsi della fame. Lasciammo quel posto in cui non esisteva vita, manco un cane e la solitudine era padrona assoluta. Il brocco pareva essersi ripreso e noi ci rimettemmo in marcia. La pista ora dava l'impressione che stessimo lasciando l'immensa pianura. Anche la fisionomia del terreno era cambiata: una vegetazione spoglia ma più intensa. Camminammo per qualche ora, poi, finalmente, ecco l'approssimarsi di un grosso villaggio con le sue isbe disseminate su di un terrapieno, oltre il quale si sviluppava la zona alveare del Donez. Fu quasi un obbligo sostare soprattutto perché ci eravamo accorti di essere spiati. Non c'era alcun movimento, ma i pochi rimasti erano tappati in casa ed erano i soliti anziani coi bambini dagli occhi sgranati, curiosi all'inverosimile nel vedere facce di soldati stranieri, se pure di passaggio, aggirarsi nelle loro terre, nei loro villaggi. Andando ad elemosinare qualcosa da mangiare, ricordo che una donna, nel vedermi così giovane, ebbe a maledire chi mi aveva mandato a fare la guerra; diceva che in me vedeva suo figlio e non esitò a pormi una ciotola di brodaglia calda e a riempirmi le tasche di pane e patate. Questi ricordi, a distanza di cinquant'anni hanno dell'incredibile e sembra non esistano più.

Riprendemmo di buona lena la nostra marcia, risalendo la strada a fianco al fiume fino a ritrovare il ponte di barche e passare all'altra sponda. Il guaio era che il nostro brocco non ce la faceva più, dava i segni dell'esaurimento e vane erano le incitazioni. Fortuna volle che in lontananza, verso di noi, arrivasse un gruppo di profughi civili. Anche loro erano al seguito di uno sgangherato carretto, colmo di masserizie, trascinato da un cavallo. Evidentemente facevano ritorno al villaggio, liberato dalla guerra, dai Tedeschi. Ci fermammo per dar fiato al "brocco". Il Piera intanto mugugnava: gli bruciava la storia dell'orologio e la cosa non gli andava giù. Eravamo angustiati, così senza mezzi termini, imposi loro l'alt e quindi chiesi al vecchio il cambio del cavallo. A nulla valsero gli ostinati "nicevu" del vecchio, nè le grida delle babusche o il pianto della ragazzina. Mentre il Piera riattaccava il cavallo alla slitta, il Vendrame consegnava il brocco al vecchio che, impietrito, mani sulla testa ed occhi al cielo, malediva la guerra e le sue conseguenze. Sinceramente devo dire che tale atto, anche se necessario, mi lasciò amareggiato, dispiaciuto, non certo orgoglioso. Allora, per accattivarmi un po' di benevolenza, aprii lo zaino dove tenevo un paio di mutandoni di lana e rivolgendomi alla giovinetta ed al vecchio li donai loro perché non volevo essere un vigliacco. Quei mutandoni li avevo ricevuti pochi giorni prima dell'inizio della ritirata: mi erano stati spediti dalla mamma.

10 - Lubda

Non pensammo due volte a rimetterci in marcia .... Lasciammo quella zona che limitava il corso del fiume e prendemmo la pista che continuava a salire e superare il dosso di squallide e nude alture. Gli occhi erano fissi verso nord a scrutare lo stradone che uscendo dalla valle, portava a Millerovo. Su quella direttrice si riversava il traffico confuso dei rinforzi tedeschi ed era bene starcene lontana. Passò il tempo in lunghe ore di marcia e vennero le prime ombre della sera. Voroscilovgrad era vicina. Tenemmo duro. Arrivammo a notte inoltrata, giungendovi dalla parte alta della città, a sud-est. Non c'erano luci, sembrava una città spenta, morta. Il silenzio era rotto solamente dal rumoreggiare degli automezzi e dei blindati che a fondovalle percorrevano la camionabile. Raggiunta una piccola conca, stressati, non ci pareva vero essere arrivati. Ci sentivamo felici, consapevoli del coraggio e della forza avuta: avevamo vinto la più grossa delle battaglie, quella della sopravvivenza. Gli orrori, i mille guai passati, l'insonnia, la fame, il freddo e l'estenuante fatica delle marce forzate, era tutto alle spalle come un ricordo. Ora sapevamo di essere salvi e non c'importava più di nulla, manco il fatto di doverci consegnare ai vari Comandi, come prescriveva il Codice Militare.

Sette mesi prima, quando picchiava il solleone, eravamo baldanzosi, corteggiati con devozione dalle ragazze ed ora, come fuggiaschi, le ricercavamo per rincuorarci e ricevere il loro aiuto. Io avevo conosciuto Lubda, il Piera una certa Marusca. Le loro case non erano tanto lontane: si decise di andarle a trovare con l'accordo di ritrovarsi all'imbrunire del giorno seguente. Ripercorsi il sentiero che, seguendo lo steccato, portava alla casa di Lubda. Mi ritrovai davanti allo sgangherato vecchio portone, col cuore che mi batteva forte. Facendomi forza, aprii la piccola porta e, attraversato il cortile, bussai al vetro della finestrella a lato della casa. Provai attimi d'ansia, d'angoscia e quando me la vidi davanti non capii più niente. Lei, sbigottita, mi scrutava da capo a piedi, le sembravo un fantasma!. Più di un mese prima tutti gli Italiani se n'erano andati.... Mi prese per mano e mi accompagnò presso il camino, quel camino testimone un tempo degli abbracci e delle sue amorevoli effusioni. All'intorno tutto era come prima: il battipanni, i fiori di carta colorata che ornavano l'icona alla parete, la panca e l'angolo delle scartoffie; non era cambiato nulla. Mi accorsi più tardi però che era cambiata lei e pure io...., il suo sergentino, mortificato più che mai, vinto, fuggiasco, sporco, impidocchiato... , ero ai suoi piedi e le chiedevo aiuto. Rimase per un po' ad ascoltare il racconto delle mie peripezie, poi, forse mossa a compassione, m'invitò a spogliarmi. Mi fu servito un secchio d'acqua, una vera manna... Mi lavai ed ebbi così modo di liberarmi della sporcizia che, a causa delle svariate vicissitudini, mi portavo addosso. Mi mise a disposizione il suo letto castigato e m'addormentai tosto, vinto dalla stanchezza. Non era ancora l'alba quando, alla chetichella, venne a baciarmi, a lasciarmi il suo ricordo dolce, buono, umano, pietoso.

Giuro che sarei voluto rimanere e che stavo per ribellarmi a tutto. Non m'importava più niente della Patria, dell'Italia, della famiglia, dei compagni e dei sei mila chilometri di lontananza da casa mia.... Con un nodo alla gola la lasciai, correndo dall'altra parte della collina ove ritrovai gli amici, il Piera ed il Vendrame, quest'ultimo febbricitante, stanco. Lo incoraggiammo, dopo tutto raggiungere Rikovo non era un gran problema: erano 40 chilometri di marcia, volenti o nolenti, con una temperatura che volgeva al disgelo. Camminammo tutto il giorno lasciandoci alle spalle Novo Gorlowoka. Era sera inoltrata, buio pesto quando si arrivò a Rikovo e, seguendo i cartelli di segnalazione, si giunse al Centro di raccolta superstiti italiani. Consisteva in un salone, nel cuore di una vecchia fabbrica. Ci trovammo una decina d'Italiani, alcuni soldati rumeni ed altri ungheresi, anche loro sopravvissuti alla battaglia del Don. Non c'era molta organizzazione: valeva solo la parola "arrangiarsi". Quasi tutti, ammutoliti, coprivano sdraiati, parte del pavimento e nei loro volti si leggevano i patimenti della fame, del freddo e di una malcelata sofferenza. Era trascorsa la mattinata senza che i miei compagni decidessero il dafarsi ed io, spazientito, proposi di non indugiare; dovevamo in qualche modo avvicinarci ad uno scalo ferroviario e lì cercare uno dei tanti convogli-tradotta che ci portassero a Dnepropetrovsk. La distanza non era un gran che e quello era il modo migliore di raggiungerla senza doverla fare a piedi. Nessuno s'interessava al caso nostro e questa fu la ragione che ci spinse a partire.

11 - il convoglio

Non si aveva alcunché da mangiare ed il problema era come vincere la fame. Arrivammo così in un piccolo borgo di una decina di isbe, disseminate per un centinaio di metri lungo la strada e, conoscendone l'ubicazione, sapevo che attorno c'era l'orticello e qualche recinto dove erano rinchiuse le galline, al sicuro dai ladri notturni. Ci appostammo nell'attesa di una maggiore oscurità fino al momento di agire; la faccenda sembrava tanto facile, ma non fu così: la porta era ben chiusa, tanto che il Piera dovette armarsi di fucile per far leva ed il Vendrame impegnarsi manualmente e tirare a fondo onde creare un varco. Naturalmente spettò a me entrare, a fare il predone. Mi trovai in un pandemonio: le galline, spaventate, svolazzandomi attorno, creavano un turbinio di piume e di penne. Ne afferrai una prima, una seconda, poi una terza badando nel frattempo a tirare loro il collo e a passarle fuori ai compagni. Alla fine riuscii a prenderne una quarta. Ma nel tirare il collo a quest'ultima, forse con troppa violenza, mi rimase in mano la testa che non era possibile abbandonare là, in quanto sarebbe stata simbolo di malaugurio per la credenza popolare. Dovetti quindi metterla nella tasca del pastrano badando a non lasciare tracce di sangue lungo la strada. Aspettammo che le galline si chetassero e restammo in ascolto.

Riprendemmo la strada verso una pista da dove provenivano rumori di convogli di treni. Tutto sembrava andare liscio. Ma ecco che una pattuglia tedesca ci intercetta e ci impone l'alt. Con un guizzo mi assesto fra i compagni, zoppicando e trascinato da loro, fingo di essere ferito. Il pastrano è sporco di sangue ed è facile far loro credere di essere stati sorpresi in un'imboscata di partigiani e quindi di aver necessità di essere medicato. I Tedeschi abboccarono e corsero ad ispezionare quell'immaginario luogo da noi descritto e naturalmente in direzione opposta. Quanto abbiamo riso per quella beffa! Proseguendo verso la zona abitata, incontrammo un mezzo barbone, un anziano civile che ci fornì di ogni sorta di informazioni. Si capì che anche lui, come noi, aveva fame. Ci accompagnò a casa sua, una stamberga, dove si accese il fuoco e si arrostirono ben due galline. Divenne una serata insolita, piena di allegria, fatta apposta per dimenticare l'insofferenza, la noia, tutti i guai che avevamo patito, la nostra vitaccia. Il vecchio viveva solo: non disdegnò a offrirci il rimasuglio di vodka di una vecchia "butilka". Si rise, si chiacchierò, poi infine fummo vinti dal sonno e così, in quella stamberga, su quattro stracci, passammo la notte.

Al mattino fu il vecchio stesso a svegliarci: ci mettemmo in viaggio alla ricerca della ferrovia. Arrivammo alla periferia di Stalino raggiungendo la zona dove avvenivano gli scambi dei convogli diretti a Dnepropetrovsk. Ci fermammo ad osservare il movimento: non c'erano ostacoli e la sorveglianza era inesistente. Pochissimi erano gli addetti manovratori, tutti civili; ne incontrammo uno del posto che, a suo dire, se ne fregava della guerra e dei Tedeschi e che ci fece salire su un convoglio di ritorno. Il treno era inverosimilmente lungo, composto per la maggior parte da pianali fatti apposta per il trasporto dei vari automezzi. Trovammo posto su uno di questi e fummo costretti a stare sdraiati per non dare nell'occhio. La posta in gioco era davvero importante: volevamo porre termine alla nostra ritirata, alle nostre sventure. Finalmente il treno si mise in moto: dapprima pian piano, poi aumentando la velocità. Il percorso non offriva nulla di particolare: era tutta pianura ed ogni tanto si notavano acquitrini paludosi, canneti e cespugli, poi la zona divenne boschiva. Non si videro villaggi; solo di tanto in tanto doppi binari permettevano il passaggio dei convogli provenienti in senso contrario. Il più delle volte, era il treno del ritorno, quello vuoto, ad avere la precedenza, quello che strategicamente doveva andare a ricaricarsi e far sì che la guerra continuasse..

12 - centro raccolta

Si giunse finalmente a Dnepropetrovsk. Una densa foschia, prima dell'arrivo dell'oscurità, si levò su quello scalo grande, come grande era la città e pesante l'atmosfera, nera come i locomotori a vapore che stavano pronti a dare il cambio agli ultimi arrivati e che sbuffavano e vomitavano fumo e caligine. Altri, invece, erano a ricaricarsi di carbone o sotto un tubo ricurvo a fare il pieno d'acqua. Attraversammo parecchi binari per portarci dall'altra parte dove pochi punti di flebile luce segnalavano il centro direzionale ed altri centri di comando inerenti al settore della regione, l'Ucraina meridionale. Fra il personale che andava e veniva c'erano i civili, gli addetti a dare e portare ordini e, fra questi, i soldati della Todt di guardia e di ronda. Ad uno di questi chiedemmo dove fosse il Comando di tappa italiano, in quanto superstiti eravamo obbligati a ripresentarci e darne comunicazione. Un carabiniere venne a prelevarci e fummo condotti all'Ufficio: lo presiedeva un tenente che, data l'ora insolita, badò a soccorrerci con una bevuta di caffè, a sfamarci e a predisporre un locale adiacente per passare la notte. Solo al mattino, in sua presenza, riferivamo le nostre generalità e la nostra odissea. L'espressione dell'Ufficiale era apatica; provai un senso di ribellione. Egli stabilì che io e l'amico Pierantoni, incorporati all'XI Sezione di sussistenza in forza al Quartier Generale della Divisione Pasubio si dovesse raggiungere il Centro di raccolta reduci e superstiti dell'ARMIR, costituito dopo la disastrosa ritirata nella Russia Bianca e precisamente nella zona di Mozyr, ad una trentina di chilometri da Gomel. Tutt'altro trattamento era riservato al compagno Vendrame che, alquanto sofferente e malconcio, era avviato all'Ospedale militare per essere in seguito rimpatriato. A malincuore ci salutammo e ci separammo, ognuno andando verso il proprio destino e portando con sé i ricordi dei 70 giorni di ritirata e dei duemila chilometri di marcia. Del Vendrame, trentacinquenne, soldato scelto appartenente al Gruppo investigativo delle Camicie Nere, non si è saputo più niente.

La nostra libertà era finita: a fatica e di malavoglia dovevamo cercare la forza di reinserirci, di adoperarci per il bene degli altri compagni e tenere alto il nome della Patria lontana, nonostante per noi che avevamo patito fatiche immani per una guerra sbagliata, non avesse più senso. Con il foglio di trasferimento e una razione di viveri - pane nero duro e stomachevole margarina -, ci fu dato l'ordine di partire per Kiev e raggiungere poi Mozyr.

Arrivammo al piccolo villaggio, un borgo su un declivio, non toccato dalla guerra e dove una linda chiesetta col suo piccolo campanile dominava una rosa di casupole. Fuori del borgo, alcuni fabbricati a ridosso di un'ampia radura erano adibiti a scuole e delimitati dal campo base sede del Centro di raccolta italiano ARMIR. Fummo alquanto sorpresi nel vedere un soldato fare il piantone, la guardia alla porta del fabbricato, ma più ancora nel notare il sopraggiungere di una Compagnia di soldati, seguita da una seconda e poi da una terza, in pieno assetto di guerra. Erano di ritorno da una delle solite marce, comandati da un odioso ufficiale che esigeva una disciplina da legionari. La sede era diretta da un capitano e l'organico consisteva in un centinaio di soldati, appartenenti alla varie divisioni Ravenna, Sforzesca, Pasubio, Cosseria, Torino, che arrivavano e ripartivano, nell'attesa di essere rimpatriati secondo le disposizioni dei superiori. A me toccò il compito di capo pattuglia poiché era necessario salvaguardare, in accordo con il comando tedesco, la linea ferroviaria vicina che serviva per andare a Gomel. Era vero che i civili partigiani avevano creato il cosiddetto terzo fronte ed operavano all'interno con atti di sabotaggio su convogli e linee di comunicazioni, ma era anche vero che noi, con quello che avevamo passato, non eravamo entusiasti di riprendere le armi e a me quel compito non andava proprio giù. Affiancato ad un caporale e a quattro soldati, partii comunque, per un pattugliamento, scendendo per un sentiero sino a raggiungere un canneto. Da là proveniva uno strano frusciare che a tratti si fermava per poi riprendere. Eravamo all'erta: una sagoma scura avanzava verso di noi. Stavo per premere il grilletto ma un mugolio mi fece desistere; apparve così un bellissimo esemplare di femmina setter dal pelo fitto, lungo, color oro, con un collare. Fui particolarmente attratto dalla mansuetudine che manifestava nel leccarmi le mani: ci veniva dietro quieto ed ogni qualvolta ci fermavamo, col muso mi sfregava le gambe. Era un animale addestrato, intelligente, dallo sguardo mite, che scodinzolando esprimeva il suo affetto. Decisi di tenerlo con me e lo chiamai Lilla: avrei capito in seguito che la sua presenza mi portava un immenso beneficio perché quando mi coricavo, veniva lesto ad accovacciarsi ai miei piedi e mi riscaldava. La temperatura era sempre sottozero e il freddo si sentiva ...

I giorni passavano svelti e mentre i compagni sottostavano alla marcia quotidiana e ad una disciplina insensata, il Piera era in attesa della partenza ed io ero impegnato a preparare le razioni viveri e a fare la contabilità. I viveri di scorta erano quelli lasciati dalla 282^ Divisione tedesca dislocata a Gomel; consistevano in pane nero, scatolame di margarina, krup, semi di miglio, orzo, surrogati di caffè, sigari e sigarette. Un pane nero dalla forma rettangolare e dal peso di 800 grammi, doveva bastare al soldato per cinque giorni, così pure una scatola di margarina, al tutto si aggiungeva una brodaglia giornaliera di kruf o di orzo e l'acqua tinta del surrogato di caffè. Con la partenza del Piera l'organico si era quasi dimezzato. Avevo perso un amico ma ne avevo trovato un altro, Lilla, la cagna che, dovunque andassi mi seguiva sempre, obbediente. Avevo fatto amicizia anche con i soldati rimasti che, rassegnati come me, passavano abulicamente i giorni, fregandosene della disciplina e del tenente, tanto ormai si sapeva che il rimpatrio era questione di giorni.

13 - Il rimpatrio

Era il mattino del 15 marzo quando mi fu dato l'ordine di distribuire l'ultima dispensa. Fu singolarmente ricca e ciò era preavviso di partenza per il rientro in Italia e motivo di tanto entusiasmo in noi. Mi avevano ordinato inoltre il compito di catalogare la giacenza viveri e portarne copia al Comando di zona della 282^ Divisione tedesca a Gomel. In pratica dovevo fare il trapasso di consegna. La cosa mi aveva messo a disagio: mi puzzavano quei 30 Km. da fare. Avrei voluto starmene nel gruppo a scanso d'eventuali sorprese e quindi chiedevo ai compagni chi di loro volesse farmi compagnia in cambio della mia razione di sigarette. Un certo Zugliani e il Mori si offrirono di accompagnarmi; partimmo subito puntando verso la ferrovia. Eravamo tre uomini e con noi c'era anche Lilla: formavamo così una pattuglia speciale, autonoma, indipendente. Il modo migliore per arrivare a Gomel era la ferrovia e poiché un convoglio stava per sopraggiungere, approfittammo della sua lenta corsa, per salire e sistemarci. Il treno era lungo: al seguito della locomotiva a vapore c'erano due vecchie carrozze ed alcuni carri che servivano da trasporto di autoveicoli e mezzi bellici. Questo significava che la linea era di particolare importanza dal punto di vista strategico e quindi era oggetto di attentati da parte dei partigiani. Il percorso non era lungo ma attraversava una zona paludosa, con macchie boschive: siccome correva voce che fossero saltati i binari e il ponte, subivamo un continuo rallentamento e interminabili soste. Pur di non lasciar passare altro tempo, tenuto conto che Gomel non era poi tanto lontana, decisi di riprendere lo zaino in spalla e ci rimettemmo in marcia. Nonostante le notevoli difficoltà, badavamo a non mettere piede fuori della linea dei binari poiché i sentieri laterali potevano essere minati. Giungemmo alla sede del Comando di Tappa italiano. Là passammo la notte fra i rumori e il trambusto dei convogli in corsa e le spinte dei vagoni dei treni in formazione; poi, fattosi giorno, andammo ad espletare le pratiche conclusive.

Finalmente ero libero! Con un gran respiro di sollievo potevo gridare contro quella maledetta guerra e i capoccioni che l'avevano voluta. La tradotta che stavano formando era certo uno degli ultimi treni in allestimento per il rimpatrio dei resti del materiale e delle truppe: ciò che rimaneva dell'ARMIR, l'armata italiana, erano le migliaia di caduti e di prigionieri. Il 16 marzo non fu un giorno come gli altri ma un giorno di spasmodica attesa: le ore passavano e la sera stava per sopraggiungere quando finalmente apparve uno sbuffante locomotore che trascinava una lunga fila di vagoni. Noi eravamo lì, trasognati, mentre rivedevamo i compagni che avevamo salutato e lasciato due giorni prima. Si susseguirono i controlli, le verifiche dei superstiti, degli automezzi e del materiale. In testa al treno c'era il locomotore, poi il postale ed una carrozza passeggeri che faceva da sede, ufficio, mensa e dormitorio esclusivamente per gli Ufficiali. Seguivano due vagoni chiusi, come quelli che nell'anteguerra erano adibiti al trasporto degli animali e che servivano ora al trasporto delle bestie-soldato. Il convoglio terminava con una lunga fila di carri piani, sovraccarichi di automezzi tra cui spiccavano i camion con i segni della Crocerossa e fra le cui cabine noi trovammo posto.

Fu il 18 marzo 1943 che iniziò finalmente il viaggio di ritorno e del rimpatrio, ma solo dopo ben 31 lunghissimi giorni e dopo 5.000 chilometri di tran tran e di stanca vita sedentaria volse al termine. Fra l'oscurità della notte in cui veloci ombre si susseguivano, noi stavamo rannicchiati e ci lasciavamo trastullare dai sussulti della corsa e vincere dalla sonnolenza, pensando ai ricordi dei giorni trascorsi. Di giorno, il paesaggio appariva sempre lo stesso: prati e radure, betulle e conifere fuggivano al nostro passaggio e tali visioni rivivono ancora nella mia mente. Si viaggiò nella zona centrale della Russia Bianca e si giunse verso sera a Minsk dove il treno fermò la sua corsa in una selva di binari. Zelanti guardie locali ci proibirono di scendere fino a quando il treno raggiunse finalmente il terminal, di fronte ad un ampio caseggiato che era il Campo contumaciale. In quel luogo, come derelitti che potevano essere portatori di infezioni coleriche o di tifo petecchiale, fummo costretti a scendere con tutti i nostri stracci e in fila, aspettando il nostro turno, a subire, tramite forbici e rasoi, la completa eliminazione di tutti i nostri "peli". Il trattamento si concludeva con una doccia e col rivestimento dei nostri indumenti che nel frattempo erano stati bolliti. .. Lasciato quel terminal, iniziò la corsa alla volta di Brest, verso sud-ovest, il confine polacco: fu l'inizio di un lunghissimo rosario fatto di innumerevoli soste forzate per dare la precedenza ai treni che, in senso contrario, andavano e venivano ad alimentare il fronte del nord-est. Furono necessari 30 giorni e 30 notti per superare il percorso che va da Minsk toccando Brest, Varsavia, Kiev, Cracovia, e attraversando la Slovacchia e l'Austria, giunge a Tarvisio confine, il suolo della Madrepatria. Il susseguirsi delle visioni delle rovine di Brest e Gracovia prima e dell'immensa pianura della Slovacchia e dell'Austria poi, non furono sufficienti a distrarci e a far vincere la noia. Era una sofferenza continua l'incessante numero delle fermate di giorno e di notte durante le quali noi ci sentivamo abbandonati da tutti e colpevoli per essere sopravvissuti..

Avvicinandoci all'Italia il tempo si manteneva benigno. Le previsioni erano buone e il vento era quello di primavera; si presagiva aria di festa perché l'eco dei rintocchi delle campane si propagava fra le montagne annunciando che la Pasqua era vicina. Il nostro cruccio era quello di non poterla festeggiare in famiglia. Finalmente il treno fermò la sua corsa a Tarvisio Dogana. Una certa euforia si manifestò: eravamo in Italia e si compiva l'odissea. I finanzieri ci accorsero calorosamente e alcuni di loro ci accompagnarono al piazzale della stazione dove una Compagnia di militari rendeva gli onori di rito al suono della banda e alcune ragazze, con cestini di fiori e sorrisi, festeggiavano il rimpatrio degli ultimi superstiti. Finita la cerimonia, due pullman ci accompagnarono a Camporosso in un Campo di contumacia dove le autorità ed altri militari ci schedarono minuziosamente e ci tennero in "caotica" prigionia per 15 giorni, da trascorrere con giochi, divertimenti vari, spettacolo di riviste condotte da intraprendenti donnine con lo scopo, simile a un lavaggio del cervello, di farci dimenticare i patimenti della campagna di Russia. Era il 18 aprile, vigilia di Pasqua. L'uscita era preclusa in modo assoluto e i giorni erano diventati opprimenti: la voglia di tornare al paesello, di rivedere la famiglia, i fratelli, i compagni, si faceva sempre più pressante mentre del "can-can" non me ne importava nulla. Venne finalmente l'ultimo giorno. Mi fu data una nuova divisa, nuovi indumenti, nuovo zaino e con una licenza straordinaria di 30 più 10 giorni, fui accompagnato alla stazione di Tarvisio. Mi furono consegnati i documenti di viaggio.

Era il 3 maggio 1943. Durante l'ultimo tragitto in treno, immaginavo la gran sorpresa che avrei fatto ai famigliari; infatti, del mio ritorno nessuno era stato informato. Scesi a Treviso e trovai la coincidenza per Vicenza dove arrivai verso le quattro del pomeriggio. Avevo due ore di attesa per il trenino della Riviera Berica detto "la vacca mora" e quindi per ingannare il tempo, m'incamminai verso il Santuario del Monte Berico, dedicato alla Madonna, per una visita di ringraziamento. Con me c'era Lilla al guinzaglio che avevo lasciato di guardia allo zaino nella piazza antistante la chiesa e che roteandogli intorno, teneva a bada i curiosi offrendo così lo spettacolo della sua intelligenza. Dopo aver preso il trenino arrivai all'imbrunire alla fermata del paese "Ponte di Mossano" e i tre chilometri che mi dividevano da casa li superai con passo svelto, senza sentire alcuna stanchezza. L'incontro con i famigliari fu indescrivibile: i pianti di gioia, le manate sulle spalle, gli sguardi compiaciuti delle zie, dei vicini e più ancora quelli del nonno, esprimevano la fortuna ed il miracolo nel rivedermi vivo e sano, nuovamente fra loro.

Ma non era finita!

Dopo il rimpatrio, fui nuovamente assegnato al Q.G. Sezione Commissariato di Bolzano.
La guerra ora infuriava non in Russia ma in Italia. Il 25 Luglio viene "liquidato" Mussolini. "La Guerra continua", diceva il comunicato di Badoglio! Poi l'8 settembre! La fuga dei capi, con il sovrano in testa. La "Guerra continua" ma non si sapeva contro chi. L'esercito allo sbando.
A Bolzano in poche ore gli eventi precipitarono: fatto prigioniero dai tedeschi, fui sbattuto nel greto del torrente Talvera; ci attendeva la deportazione in Germania; dopo cinque giorni - e fu un vero miracolo- sono riuscito a fuggire. Poi....e poi....

Sante Mucchietto


Prosegue il redattore di queste pagine: Dopo certe esperienze iniziano i silenzi, si diventa muti, per giorni, per mesi, per anni. Con nessuna voglia di raccontare.
Per Sante Mucchietto, in Italia, come per molti italiani, ebbe inizio una seconda fase di vita, molto più dura di quella trascorsa in Russia. Per lui essere vivo in Italia -lo ha detto- gli sembrò quasi un miracolo, dopo che molti suoi compagni da quel campo di concentramento in via Resia, messi su un carro-bestiame finirono deportati in Germania.

Quella tragica esperienza in Russia e poi anche quell'umiliazione di essere catturato a Bolzano dagli stessi tedeschi, l'aveva portato ad un totale mutamento di carattere, e vide così nascere in lui una feroce avversione verso la guerra, e verso... (verso chi, lo possiamo benissimo immaginare: "quelle altre "nobili" e "onorevoli" fughe!).

Ma non finiva lì. Si sentiva circondato da un doppio nemico: da uno era ricercato come disertore, mentre l'altro (e questo fu per molti un dramma senza via d'uscita) se non disertava diventava lui il bersaglio preferito, come se fosse solo lui il responsabile del " disastro".
Riuscendo a sfuggire più volte ai rastrellamenti, si unì e collaborò in modo autonomo con gruppi di partigiani del Vicentino e del Padovano e per quel periodo che va sino alla liberazione ebbe a dire: "Feci il vero uccel di bosco, così da vivere da bestia tra le bestie".

Al posto degli affetti (a quanti, dopo aver sofferto, è accaduto la stessa cosa!) c'erano le ritorsioni; il padre, lo zio, i compagni di scuola erano filofascisti, alcuni anche componenti della X MAS e della nota "S.Marco". Dunque, di chi fidarsi? La casa, il paese erano occupati della SS Tedesche. Dove andare, con chi, contro chi e a far che cosa?

Finì in Italia come sappiamo da altre pagine, anche questo oscuro periodo. A liberazione avvenuta Sante Mucchietto ebbe una croce al merito per la campagna di Russia. Negli anni successivi collaborò prima per rimettere in sesto le condizioni della famiglia, in seguito decise di cambiare vita e di crearsi una famiglia, un'attività. Da anni è pensionato e il suo tempo libero è occupato da due hobbies particolari: collezionare minerali e scolpire materiale ligneo. Per arricchire la sua collezione, partecipa a incontri e a mostre di scambio, alternandosi nello studio e in approfondite ricerche; inoltre è un instancabile lavoratore e sostiene che il lavoro stesso gli restituisce la giovinezza amaramente vissuta ed è come buon medicinale per scordare le esperienze e gli orrori della guerra.

 

Sante Mucchietto è nato il 1° novembre 1921 a Mossano,
piccolo comune del Vicentino noto quale Paese dei 14 Mulini.

Il redattore di queste pagine gli porge tanti auguri, e grazie della sua testimonianza.
Chi volesse mettersi in contatto con lui la sua e-mail è
m.mucchietto@libero.it

 

IL DRAMMA DEI VIVI

Una pagina poco nota sulle terribili condizioni di vita vissute dagli uomini
dell'Armir che finirono nei lager disseminati nella Russia di Stalin

I SOLDATI ITALIANI
PRIGIONIERI IN URSS NEL 1941-43


di Alberto Rosselli

-----A partire dalla prima metà degli anni Trenta i campi di concentramento (gulag) sovietici situati nelle remote e desolate steppe asiatiche del Kazakistan hanno accolto migliaia di deportati russi, ma anche appartenenti ad altre nazionalità e etnie. Oltre a dissidenti politici e comuni cittadini, la stragrande maggioranza dei quali accusati (spesso senza alcun motivo fondato o prove) di "tradimento nei confronti del regime comunista", nel corso della Seconda Guerra Mondiale vennero segregati in questi poco noti lager (al riguardo, più famosi sono senz'altro quelli siberiani) centinaia di migliaia di soldati appartenenti a quasi tutti gli eserciti dell'Asse.
Dei campi ubicati in Siberia molto è stato raccontato, ma non molto - almeno fino ad oggi - si è detto circa il destino dei prigionieri rinchiusi nei gulag delle regioni, o stati, sud-orientali dell'Unione Sovietica: in Kazakistan, Kirghisistan, Uzbekistan e Tagikistan (fanno naturalmente eccezione alcuni interessanti testi e resoconti riportati in bibliografia da cui abbiamo potuto attingere parte del materiale utile per questa breve sintesi).

I gulag di Karagandà
La storia dei 22 campi della regione di Karagandà (Kazakistan) è legata all'epoca dello stalinismo e delle "grandi purghe" degli anni Trenta, allorquando i vertici di Mosca decisero di costruire in queste distese desolate e remote particolari ed attrezzati campi nei quali vennero sperimentati "nuovi ed efficaci metodi di annichilimento dei soggetti socialmente e politicamente pericolosi". In queste aree cintate vennero infatti rinchiuse decine di migliaia di intellettuali, impiegati, operai e contadini russi, ucraini, tartari, caucasici, armeni, ebrei, mussulmani, ortodossi e cattolici (1).
La porta di entrata del "sistema rieducativo" (come veniva chiamato dalle autorità sovietiche) di Karagandà era la stazione di Karabàs, punto di arrivo dei convogli ferroviari carichi di prigionieri provenienti da tutto l'impero sovietico. Una volta sbarcati dai vagoni, i deportati venivano disinfestati e subito smistati nei vari "recinti attrezzati": un insieme perfettamente geometrico di baraccamenti privi di luce elettrica, acqua, servizi igienici e riscaldamento, circondati da alti reticolati di filo spinato elettrificato ed intervallati da numerose torri di guardia dotate di mitragliatrici e riflettori. La gran parte dei 22 "recinti" di Karagandà era situata nelle immediate vicinanze delle miniere di carbone ancora oggi presenti in questa regione.

Dopo l'attacco della Germania alla Russia (22 giugno 1941), a Karagandà iniziarono ad affluire anche i primi prigionieri tedeschi che, per motivi di sicurezza, vennero tenuti separati da quelli russi già presenti, e sistemati in altre sezioni di più recente costruzione, come quella di Majkoduk. Il primo convoglio con a bordo 1.436 tedeschi giunse a Karagandà nell'agosto del 1941. E successivamente, tra il settembre 1941 e il novembre 1945 (cioè a guerra terminata), altri 40.000 prigionieri di guerra, tra cui 8.113 soldati della Wehrmacht e ben 11.608 soldati giapponesi catturati in Manciuria dall'Armata Rossa tra l'agosto e il settembre del 1945, varcarono la soglia del campo per rimanervi (almeno quelli che riuscirono a sopravvivere) per parecchi anni. Alcune migliaia di soldati tedeschi e giapponesi vennero liberati e rimpatriati soltanto nel 1955, cioè 10 anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

A Spassk, località ubicata a 30 chilometri da Karagandà, i sovietici allestirono poi uno speciale "campo-lazzaretto" dove solitamente venivano ricoverati i prigionieri "malati" e quindi "inabili al lavoro". Inizialmente, nei baraccamenti di questo curioso ospedale privo letti, medici e infermieri, andarono a morire alcune centinaia di reclusi russi affetti dalle più svariate malattie. Il 24 luglio 1941, su decisione del vice-capo della NKVD Cernisjov, Spassk venne sottoposto ad una specie di ristrutturazione e trasformato in un normale gulag per soli prigionieri di guerra, mentre gli ultimi russi ancora in vita vennero trasferiti in un altro campo situato nella non lontana Koksu.
La vita nei campi di Karagandà era simile se non peggiore (almeno per certi aspetti) a quella dei più noti gulag siberiani. I reclusi venivano impiegati soprattutto nell'estrazione del carbone o nelle cave di pietra. La giornata lavorativa iniziava alle sei del mattino e terminava alle sei di sera. Per recarsi alle miniere i prigionieri erano costretti a percorrere a piedi una media di 15 chilometri, anche d'inverno, con temperature che non di rado scendevano a meno 40 gradi. La durezza del lavoro e l'esiguità delle razioni (ai reclusi venivano concesse, due volte al giorno, una ciotola di brodo di miglio con qualche rapa o patata marcia e un tozzo di pane nero) causavano ovviamente frequenti crolli fisici con non radi decessi. Senza considerare che il lavoro nelle miniere (profondi antri soggetti a frane e privi di sistemi di sicurezza) provocava settimanalmente decine tra morti e feriti. Basti pensare che nel solo 1945 ben 4.643 prigionieri incapparono in altrettanti infortuni sul lavoro, di cui un quarto gravi o addirittura mortali.

Ma in tutti i campi del Kazakistan la situazione sanitaria era globalmente molto precaria. Il tasso di mortalità per malattia (soprattutto polmonite e tifo intestinale) era elevatissimo. Ciononostante, soltanto agli internati con più di 39 di febbre veniva concesso qualche giorno di riposo e, molto raramente, un paio di gavette di miglio in più, come supporto terapeutico. Anche perché i medicinali erano quasi del tutto assenti. Secondo dati recenti, ma probabilmente incompleti, forniti dalle autorità kazake negli anni Novanta, tra il 1942 e il 1946 nei gulag di Karagandà morirono di malattia e stenti oltre 6.000 prigionieri (2.430 dei quali nel solo 1945).
E particolarmente alti, a questo proposito, risultarono i decessi tra i deportati giapponesi.Tra le cause di morte certificate dai medici sovietici distaccati presso i campi (questi ultimi erano tenuti non tanto a curare i pazienti, ma a preparare meticolose relazioni sulle malattie e sui decessi) furono - oltre la polmonite e il tifo intestinale - anche altre patologie come la tubercolosi, la meningite, l'iperdistrofia muscolare e la disvitaminosi cronica. Senza considerare i non rari casi di suicidio e la morte per percosse o ferite di arma da fuoco.

Tra il 1941 e il 1945, seicento prigionieri, appartenenti a diverse nazionalità, accusati di avere sottratto cibo o vestiario vennero eliminati con un colpo alla nuca e sotterrati in anonime fosse comuni. E' interessante notare che, sempre tra le cause di morte, vennero registrati anche 50 casi di "congelamento nelle baracche": costruzioni che essendo prive di stufe, d'inverno si trasformavano in vere e proprie ghiacciaie con temperature oscillanti intorno ai meno 15 gradi centigradi. Non a caso i reclusi dormivano sui loro pagliericci completamente vestiti e calzati.
Fu soltanto verso la fine degli anni Quaranta che Mosca incominciò il graduale rimpatrio di una parte dei circa 20.000 internati dei campi del Kazakistan. Nel 1950 dietro il filo spinato se ne contavano ancora 8.650. Alcuni scaglioni vennero liberati soltanto dopo la morte di Stalin, tra il 1953 e il 1955. L'ultimo contingente (formato da tedeschi e giapponesi) poté lasciare l'inferno di Spassk - dove, come vedremo, erano rinchiusi anche molti soldati italiani del CSIR e dell'ARMIR - nel 1956.

I prigionieri italiani del campo di Spassk

Tra i prigionieri di guerra detenuti a Spassk c'era l'artigliere alpino, Andrea Bordino di Castellinardo (Cuneo) che nel dopoguerra, dopo essere rientrato in Italia, prese l'abito talare diventando fratello Luigi e prestando servizio presso l'Istituto Cottolengo di Torino. Qualche anno fa è iniziato il suo processo di beatificazione durante il quale sono state raccolte molte testimonianze sulla sua vita esemplare, comprese quelle relative al periodo da lui trascorso dietro il filo spinato di Spassk. E queste preziose memorie, minuziosamente vagliate e confrontate con i ricordi di alcuni suoi compagni di prigionia sopravvissuti, hanno consentito di ricostruire, almeno in parte, anche alcuni degli aspetti della vita in questo ed altri campi del Kazakistan.

"Furono circa 8.000 gli italiani (soldati dell'ARMIR, ndr) che vennero trasferiti nei gulag del Kazakistan", ricorda il soldato Pietro Ghione. "Io mi trovai in compagnia con Andrea Bordino nel campo Ievetnot Sodieved 99 di Spassk. Le nostre condizioni fisiche e psichiche erano talmente disastrose che stentavamo a reggerci in piedi. Per tre o quattro mesi Andrea ed io abbiamo condiviso la stessa baracca. Eravamo distrofici e non potevamo sopportare lavori troppo pesanti. I prigionieri ancora sani venivano spediti nelle miniere o, più raramente, se si trattava di un tecnico o di un operaio specializzato, in qualche fabbrica. A chi lavorava all'aperto venivano dati dei vestiti di pelliccia grezza. Ma all'interno del campo eravamo ricoperti di stracci. Il freddo era tremendo e il cibo scarso. Noi malati eravamo talmente prostrati che facevamo fatica perfino a parlare. Certi, tuttavia, riuscivano talvolta a cantare e, soprattutto, a pregare. Ma tutte le notti qualcuno di noi ci lasciava la pelle".

"Solitamente le guardie russe non ci maltrattavano gratuitamente", continua Pietro Ghione. Andrea aveva dei foruncoli nella schiena grossi come uova. Quando si aprivano lasciavano un buco profondo. Soffriva terribilmente, ma non si lamentava. Parlai di lui ad un medico tedesco, prigioniero nel campo, il quale a sua volta, si consultò con un collega russo, che fece trasferire Andrea Bordino in un ospedale chiamato il Lazzaretto. Per almeno tre mesi non ho avuto più sue notizie. Credevo forse morto. Poi, nella primavera dell'anno seguente, prima di lasciare la Siberia, l'ho rincontrato. Era ridotto a pelle ed ossa, ma i bubboni sulla schiena erano guariti. Degli 8.000 che eravamo quando arrivammo al campo 99, siamo ripartiti per l'Italia in poco più di 200".

"Durante la buona ma breve stagione - racconta il soldato Giovanni Mana, anch'egli rinchiuso a Spassk - chi era in grado di lavorare veniva mandato nei campi, mentre in inverno venivamo spediti nelle miniere. Giunsi al campo 99 verso la fine di aprile. La notte era ancora molto fredda e il termometro scendeva a meno 20. Non veniva mai giorno, ed era subito buio nelle prime ore del pomeriggio. Ricordo che il ghiaccio cominciò a sciogliersi a maggio inoltrato. In ogni campo vi erano parecchie baracche in parte già occupate da prigionieri rumeni ed ungheresi. C'erano anche alcune case in muratura, costruite dai membri di una spedizione mineraria inglese insediatasi in questa regione negli anni Venti per avviare lo sfruttamento delle miniere. Tutte le costruzioni - continua Mana - erano cintate da tre sbarramenti di filo spinato, uno dei quali alto tre metri e attraversato da corrente elettrica ad alto voltaggio. Le garitte per i soldati erano in legno ed erano sistemate su torri alte parecchi metri e situate un centinaio di metri l'una dall'altra".

I prigionieri italiani alloggiavano in baracche di legno con il tetto in lamiera. All'interno i letti erano a castello, a tre o quattro piani. Ognuna delle baracche ospitava un centinaio di uomini. "Nei mesi invernali era impossibile uscire dalla baracca senza morire assiderati". L'appello (cioè la conta) avveniva quattro volte al dì, e durante le giornate più fredde veniva fatto all'interno delle baracche onde evitare che i prigionieri, molti dei quali indossavano laceri cappotti e copricapo di fortuna, cadessero a terra.

Un giornata nel gulag

"Nel campo 99 la sveglia era alle sei, quando restavano ancora parecchie ore di buio fitto. Prima veniva la conta dei prigionieri e poi i russi ci costringevano a lavare i pavimenti della baracca. Bisognava combattere i pidocchi. Una volta alla settimana ci facevano fare una doccia, ma l'acqua spesso mancava. Verso le otto ci davano il ciai, una specie di tè, e qualche volta un pezzo di pane nero. Alle dieci e mezza ci passavano la prima scodella di miglio. Poi, intorno alle quattro del pomeriggio, quando ormai era buio, ci toccava la seconda scodella di brodo di miglio, accompagnata qualche volta da un pizzico di farina o da una patata.
Ogni giorno ci era concessa un'ora di riposo, che era solitamente dedicata all'indottrinamento politico. Qualche volta ci lasciavano cantare, ma era d'obbligo l'Internazionale. Più raramente ci era concesso di cantare motivi alpini o pezzi d'opera popolari. I russi amavano le canzoni italiane. Spesso, la sera, si pregava in silenzio".

I cannibali di Spassk

Pietro Ghione, prigioniero in Kazakistan con fratello Luigi, ha affermato "di avere visto un prigioniero ungherese cibarsi delle carni d'un soldato italiano morto". Questa testimonianza è avvalorata da quella del soldato di fanteria Bruno Borettini, della Divisione Pasubio, anch'egli ospite di una delle baracche di Spassk. Il suo drammatico resoconto è riportato nel libro: "Prigionia: c'ero anch'io" (Edizioni Mursia) a cura di Giulio Bedeschi.
"La mia storia è quella di un povero contadino che dopo essere stato arruolato ha combattuto in Iugoslavia e in Russia. Nel novembre 1941 fui preso prigioniero a Stalino e venni spedito in Kazakistan, precisamente a Karagandà, Campo n. 99. In quel momento noi italiani eravamo in 500; gli altri prigionieri appartenevano ad altre nazionalità. Un giorno, tormentato dalla fame, andai a raccogliere dell'erba che mi sembrava commestibile. Ma mi sbagliai: era velenosa. Fui ricoverato al Lazzaretto dove mi fecero una lavanda gastrica. Dopo qualche mese di fame e freddo ebbi una pleurite bilaterale. Ma i russi non volevano ricoverarmi perché dicevano che fingevo. Un ufficiale medico tedesco mi visitò e con una rudimentale siringa mi aspirò due litri di acqua dalle pleure. Me la cavai soltanto perché avevo un fisico robusto.

"Un giorno ci dissero che ci avrebbero mandati a casa. Venimmo caricati su una tradotta merci, ma dopo cinque giorni di viaggio ci scaricarono a Taskent per poi trasferirci al campo n.26/2 di Paktaral. Incominciava un secondo calvario. Poco pane, poca minestra, e molto lavoro nei campi di cotone. La mattina uscivamo scortati da "collaborazionisti" italiani vestiti alla russa e armati di fucile. Non ero capace di mandare giù questa cosa. A causa della fatica arrivai a pesare 38 chili. Diventai un distrofico, e allora mi lasciarono alla baracca.
"Passai altri due anni e mezzo di prigionia. Poi, quando venne il giorno del mio rimpatrio, mi ammalai. Era la malaria. Due miei commilitoni napoletani mi presero sotto braccio e mi accompagnarono fino alla stazione di Paktaral. Sono sicuro che se le autorità russe avessero saputo che avevo la febbre non mi avrebbero lasciato partire. Tornato in Italia, al mio paese, il sindaco, che era un comunista, mi promise un lavoro dignitoso. Ma siccome un giorno mi sorprese in un'osteria a parlare male dell'Unione Sovietica ritirò la parola. Io sarò anche un poveraccio, un contadino, ma questa è stata proprio una bella carognata".

NOTE

Tra il 9 e il 16 agosto 2002, una delegazione di 25 vescovi e rappresentanti di Conferenze episcopali dell'Europa e dell'Eurasia, insieme al Presidente del CCEE, Mons. Amédée Grab, vescovo di Coira, ha realizzato una visita ai principali campi del Kazakstan. Lo scopo del viaggio era la commemorazione dai milioni di deportati di diverse nazionalità che Stalin fece rinchiudere nei lager del Kazakstan (.) Come ha raccontato Aldo Giordano, Segretario generale CCEE, "la delegazione ha fatto anche visita al gulag di Spassk, presso Karaganda, dove nel 1941 fu costruito dai comunisti un campo speciale per i prigionieri di guerra (...) Ancora oggi nella steppa si trovano i cippi e le croci che ricordano i sepolti russi, ucraini, tedeschi, austriaci, rumeni, ungheresi, italiani, polacchi, cechi, slovacchi, francesi, giapponesi".
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Tabella dei prigionieri di guerra divisi per nazionalità con l'indicazione di quanti sono sepolti nel nuovo cimitero di Spassk dove, alcuni anni fa, grazie all'interessamento del Governo kazako e di alcuni paesi occidentali, è stata posta una grande lapide in memoria di tutti i deportati che non fecero più ritorno a casa.

Nazionalità Internati Sepolti
Tedeschi 29 777 4 874
Austriaci 1 633 221
Rumeni 6 740 827
Ungheresi 854 60
Italiani 1 188 59
Polacchi 1 208 155
Cechi e Slovacchi 518 100
Francesi 236 16
Giapponesi 22 225 5 541
Russi (varie etnie) 1 881 81



Alberto Rosselli

BIBLIOGRAFIA
Il grande terrore, di Robert Conquest, Edizioni BUR (Rizzoli), 1999
Gulag, il sistema dei lager in URSS, di Marcello Flores e Francesca Gori (a cura di), Edizioni Gabriele Mazzotta, 1999
I racconti della Kolyma, di Varlam Salomov, Edizioni Adelphi, 1999
Arcipelago Gulag, di Aleksandr Solzenicyn, Oscar Mondadori, 1990
Le peculiarità dell'universo concentrazionario sovietico (estratto) di Giovanni Gozzini, giugno 2000.
Memorie di Viaggio (estratto) di Franco Marchi, 2002. Omonimo sito internet.
Resoconto del viaggio in Kazakistan, Agosto 2002 (estratto), di Aldo Giordano, Segretario generale CCEE.


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