VILFREDO PARETO




TRASFORMAZIONE DELLA
DEMOCRAZIA


PAGINE SPARSE

* IL PERPETUO DIVENIRE SOCIALE
* IMPOSSIBILITA' DI DEFINIRE LA DEMOCRAZIA
* IMPOSSIBILITA' DI STABILIRE DEGLI OPTIMUN
* ACCORDI FRA MITI E SENTIMENTI
* I RESIDUI COME NESSO PSICOLOGICO COL PASSATO
* FORSE CENTRIPETE E FORZE CENTRIFUGHE
* RICOSTRUZIONE DEL POTERE CENTRALE E RIVALUTAZIONE DELL'INTELLIGENZA
* ELEMENTI CHE COMPONGONO LA PLUTOCRAZIA DEMAGOGICA
* LA FINE DEL CICLO PLUROCRATICO
* I SENTIMENTI DELLA CLASSE BORGHESE E QUELLI DEL PROLETARIATO
* COME COMINCERA' IL NUOVO CICLO?

 

* IL PERPETUO DIVENIRE SOCIALE
(pag.11-12)

L'ordinamento sociale non é mai in perfetta quiete: é in perpetuo divenire; ma il moto può essere più o meno veloce. Esso si osserva nell'antichità, tanto a Sparta come ad Atene; nei tempi moderni, tanto nella Cina come in Inghilterra. La differenza sta in ciò che il moto può essere lento, come a Sparta e nella Cina, o veloce, come ad Atene e nell'Inghilterra. Simili differenze si hanno in uno stesso paese ed in tempi diversi. Mai non posa, per esempio, il moto, in Italia, dai tempi leggendari di Romolo ai giorni nostri, ma non si manifesta ogni anno con la stessa intensità.
Agevole é l'intendere come un'era nuova sia segnata, per il fedele della religione cristiana, dalla venuta di Cristo, per il musulmano, dall'egira, per il fedele delle religioni « democratiche », dalla rivoluzione francese del 1789, per il fedele di una delle religioni della terza Internazionale, dalla rivoluzione del Lenin, e via di seguito; né su ciò menomamente contende là scienza logicosperimentale, poiché l'argomento essendo di fede trascende interamente dal campo sperimentale; ma se si rimane in esso, se gli avvenimenti si studiano solo come fatti, lasciando da parte la fede, si conosce tosto che le ere sono nuove solo di forma, mentre, nella sostanza, sono punti corrispondenti a cime della curva continua del moto. Vi era, ragionando dal tetto in giù, un cristianesimo prima di Cristo, un maomettismo prima di Maometto, una « democrazia » prima della rivoluzione francese, un Bolscevismo prima della rivoluzione di Lenin".


* IMPOSSIBILITA' DI DEFINIRE LA DEMOCRAZIA
(pag.6)


"... Il termine democrazia è indeterminato, come molti altri termini del linguaggio volgare. Il Summer Maine credé di scansare le difficoltà che si hanno usandolo, sostituendovi il termine di governo popolare; e tale é il nome che diede ai suoi Saggi. Ma il secondo termine non é meglio definito del primo, né vi è speranza di trovarne altro per dare forma rigorosa e precisa a ciò che è indeterminato e fugace.
Poi, a dir vero, c'è non già una repentina trasformazione di uno stato in un altro, bensì una continua mutazione simile a quella che il tempo reca agli esseri viventi ; ed è di quel movimento sociale che qui vogliamo studiare un tratto.
Sperimentalmente, dobbiamo collocarlo nella serie sua, non solo, ma perfino in quella dell'insieme dei fenomeni sociali ; altrimenti saremmo esposti al pericolo di fare, invece di una ricerca oggettiva, una esposizione soggettiva di sentimenti suscitati dalla veduta di quest'ultimo tratto".


* IMPOSSIBILITA' DI STABILIRE DEGLI OPTIMUN
(Pagg. 14-19)


"La prima (conseguenza) è che, ogni stato essendo prodotto dai passati ed origine dei futuri, chi volesse dare di esso un giudizio assoluto di « bene » o di « male » dovrebbe conoscere tutti quegli stati futuri sino all'infinito (Sociologia 2238-2248); e poiché ciò non è possibile, non può dare tale giudizio e deve lasciare l'assoluto per appigliarsi al contingente, definire questi termini bene e male, ricercare solo gli effetti prossimi dello stato che studia, fissando all'incirca il limite che indica questo termine prossimo.
Le proscrizioni dei triunviri, a Roma, il terrore al tempo della prima Rivoluzione francese, il terrore dei Bolscevisti sono un « bene » od un « male »? Il sentimento, la fede, il ragionamento che muove da concetti A PRIORI, metafisici, od altri, hanno modo di risolvere questo quesito, non lo ha la pura scienza logico-sperimentale.
Un lontano concetto di tale dipendenza dei vari fenomeni si ha nell'asserzione del Clemenceau che la Rivoluzione francese devesi considerare tutta insieme (come un blocco, e che chi la accetta in parte, deve accettarla tutta. Qui si vede bene la differenza tra i ragionamenti scientifici e le derivazioni. Il Clemenceau, posto questo principio, doveva, se voleva essere logico, estenderlo alla presente rivoluzione russa. Invece egli lo trascura, senza dare motivo alcuno, non considera la rivoluzione russa come un blocco, la condanna per il suo terrore, pure rifiutandosi a condannare, per cagione proprio identica, la Rivoluzione francese.

Cogliamo l'occasione per osservare che il fatto ora notato è un caso particolare di altro molto più generale. Poco di veramente nuovo si può dire dei fatti sociali che si riproducono in ogni tempo, poiché infine una qualche impressione debbono avere fatto sugli uomini intelligenti che li hanno veduti, e la differenza fra questa ed altra che appartenga alla scienza può essere solo di una maggiore approssimazione alla verità sperimentale.
Così, da una terra « grassa » e da una « magra », l'ignorante ha impressioni diverse di quelle del chimico; il secondo sa, ed il primo ignora di quali elementi sono composte le terre che hanno quei nomi, i quali, per il primo, sono reputati precisi e da accettarsi, e pel secondo sono mancanti di precisione e quindi da rigettarsi da ogni ragionamento rigorosamente scientifico. Sarebbe dunque un'enorme sciocchezza il negare il progresso fatto dalla chimica, o il dire che il chimico plagia l'ignorante; e sono di tal fatta le osservazioni di quei messeri che ogni nuova teoria dicono copiata in autori passati, giungendo sino a trovare in Aristotele le teorie dei Darwin.

Riguardo al complesso economico, nell'osservazione biblica delle sette vacche grasse e delle sette vacche magre, come nell'opera del Clément Juglar sulle crisi economiche, c'è il concetto delle oscillazioni, ma l'approssimazione alla realtà è diversa. Tale è pure, riguardo al complesso sociale, l'approssimazione della teoria metafisica del Vico, di quella del Ferrari, o di quella moderna della scienza logico-sperimentale (Vedi Sociologia, parag. 2330).
L'attento studio dei fatti ci insegna una cosa importantissima, cioè che « le oscillazioni delle varie parti del fenomeno sociale sono in relazione di interdipendenza, al pari delle parti stesse, e sono semplicemente manifestazioni dei mutamenti di esse. Se si può dire che il periodo discendente è CAUSA del periodo ascendente, e viceversa per il seguito; ma ciò si deve intendere solo nel senso che il periodo ascendente è indissolubilmente congiunto al periodo discendente che lo precede, e viceversa per il seguito; dunque in generale : che i diversi periodi sono solo manifestazioni di un unico stato di cose e che l'osservazione ce li mostra succedertisi l'uno all'altro; per modo che il seguire tale successione é un'uniformità sperimentale. Vi sono vari generi di queste oscillazioni, secondo il tempo in cui si compiono. Questo tempo può essere brevissimo, breve, lungo, lunghissimo (2338) ».
Avremo dunque qui da ricercare se la trasformazione alla quale assistiamo è una di quelle brevi, accidentali, o se accenna ad uno spostamento medio, o di lunga durata (1718).

Altra conseguenza si ha osservando che la ricerca dell' « ottimo » governo è vana, chimerica, non solo per l'indeterminatezza del termine: ottimo (2110), ma ancora perché si suppone possibile un evento impossibile, cioè che il moto si quieti in quello stato detto ottimo.
Anche in più ristretti confini, si incontrano grandi difficoltà. aventi origine nello stato ancora poco progredito della scienza sociale. Per altro è lecito sperare che ognora scemino gli ostacoli che ci nascondono la dipendenza dei fatti sociali e le uniformità di essi.
Se volgiamo l'attenzione alte molte teorie degli stati parlamentari e costituzionali esposte nel secolo scorso, vedremo che nessuna vale per gli avvenimenti che seguono ora: esse vanno da un parte, i fatti dall'altra. Chi, per esempio rilegge il libro del Mill sul governo rappresentativo e l'altro sulla libertà, che ebbero un tempo tanta fama si trova trasportato dalla mente in una società la quale nulla ha che fare con la società inglese contemporanea, e gli pare di essere proprio fuori della realtà.

Chi si cura più dell'equilibrio dei poteri? Del giusto equilibrio tra i diritti dello Stato e quelli dell'individuo? Il riverito stato etico é sempre in vita? Bellissima immaginazione é certo stato hegeliano, sopravvissuta per uso e consumo della sociologia poetica e metafisica, ma i lavoratori preferiscono le realtà agibili degli alti salari, delle imposte progressive, del maggior ozio, senza sdegnare i propri miti, come sarebbe quello del santo proletariato, dello spirito del male che si manifesta nell'ordinamento capitalista (1890), di un governo ideale di un consiglio di operai e di soldati, e di altri di simile genere".


ACCORDO FRA MITI E SENTIMENTI
(Pagg. 9-23)


"Ora si rinnovano miti e profezie. Per alcuni, la SOCIETA' delle NAZIONI, il trionfo « dei difensori del diritto e della giustizia » - c'è chi aggiunge : « della libertà », - per altri, il Bolscevismo debbono recare pace e gioia al mondo. Certo in parecchi tali credenze sono finte, ma in altri molti muovono da sincera e viva fede. Per quanto possa parere strano, non sono pochi coloro che, anche oggi, dopo che principiarono i disinganni, sono persuasi, che la Società delle Nazioni sarà un toccasana per guarire i mali del mondo. Ci sono quelli, ma pochi invero, che serbano fede ai quattordici punti del Wilson, il quale, meglio dei pensatori vissuti sin ora, seppe trovare le fondamenta dell'ottima repubblica. E perché non ci sarebbero? Ci sono ancora coloro che credono alle arti magiche, e persino - dicesi - c'è chi invoca il diavolo; e poi non vediamo quanto sono numerosi i credenti della Christian science?

Proseguiamo con le conseguenze. Quando si esamina se un provvedimento é « buono, giusto, equo, morale, religioso, patriottico, ecc. », si indaga se é d'accordo coi sentimenti, in generale poco precisi, di una collettività in un dato tempo, e ciò può essere utile se si ha bisogno del consenso di questa collettività, ma serve poco o nulla per conoscere se recare in pratica tale provvedimento è possibile, e quando ciò sia, che conseguenze economiche e sociali si avranno.

C'è il poco, perché il solo fatto del sussistere da molto tempo di un concetto in una società dimostra che é compatibile con le condizioni di questa e quindi reca una certa probabilità che un provvedimento d'accordo con tale concetto, si accordi pure con le condizioni di essa società (1778, 2520). C'è il nulla, quando l'accordo segue con la parte - spesso non piccola - del concetto la quale non corrisponde alla realtà.
Per esempio, il sapere se l'andare in Asia per liberare il gran sepolcro di Cristo era atto religioso, giovava per prevedere l'accoglienza che coloro in cui potente era la fede cristiana avrebbero fatto alle Crociate, ma valeva proprio niente per conoscere le conseguenze economiche, politiche, sociali. Il barone che si crociava sarà stato un ottimo cristiano - talvolta era principalmente un irrequieto ricercatore di avventure - ma era certamente un cattivo signore feudale, perché preparava la rovina della sua casta. I borghesi del tempo nostro, tanto vogliosi di fare guerra, saranno ottimi patrioti - tra loro non mancano pure pescecani - ma sono, in parte, artefici di una prossima rovina della loro classe...

Può darsi che sia «giusto, lodevole, desiderabile, moralmente necessario » che gli operai lavorino poche ore al giorno e riscuotano paghe enormi, ma questo problema é diverso dai due seguenti : 1) E' ciò possibile in realtà, cioè con paghe reali e non solo nominali? 2) Che conseguenze avrà tale condizione di cose?"



I RESIDUI COME NESSO PSICOLOGICO COL PASSATO
(Pagg. 25-27, 31-34)

"Un'istituzione, un fatto sociale che si osservano in un dati tempo possono essere ma non sono necessariamente trasformazioni dirette di altra istituzione, di altro fatto. L'evoluzione non si fa generalmente in linea retta (217) e la comunanza di certi elementi non si deve confondere colla discendenza. Analoghi nella classe degli uccelli ed in quella dei mammiferi sono i rapaci ed i felini, ma nessuno, neppure tra i più spinti Darwinisti, ha mai detto che i felini discendono dai rapaci.
Analoghe sono i sindacati nostri e le ghilde del medio evo; ma se taluni fervidi seguaci del metodo vollero vedervi un caso di discendenza diretta, altri, maggiormente curanti dell'esperienza, negarono ciò recisamente.
In ogni collettività umana stanno in contrasto due forze. Una, che si potrebbe dire centripeta, spinge alla concentrazione del potere centrale, l'altra, che si potrebbe dire centrifuga, spinge alla sua divisione.
Esse dipendono essenzialmente dal genere a cui ponemmo il nome di «persistenza delle relazioni di un uomo con altri uomini e con luoghi », nonché da alcuni generi della classe detta dei « residui in relazione colla socialità ».

Il crescere d'intensità dei residui delle relazioni di famiglia e di collettività affini (anche indipendenti dalla famiglia), del bisogno di società particolari, il quale spesso é in rapporto con le condizioni economiche, lo scemare del bisogno di uniformità, spessissimo in rapporto coi residui di sentimenti detti religiosi, l'aumentare della entità di certi sentimenti di gerarchia, in paragone di certi altri, fanno crescere la forza centrifuga, scemare la centripeta.
Sappiamo che l'andamento dei residui segue una curva fatta a onde; possiamo quindi prevedere che di tal genere sarà pure la curva seguita dalle risultanti, cioè dalle forze centrifuga e centripeta.
Con eterna vicenda, il punto di equilibrio di queste due forze si sposta ora da una parte, ora dall'altra, non in modo regolare e identico, ma variamente secondo il tempo; e tali oscillazioni si manifestano con molti e vari fenomeni.
Ad uno di questi, avvenuto nel medio evo, in Europa, venne posto il nome di periodo feudale.
In Francia, tale periodo è propriamente una seconda e più ampia oscillazione, preceduta da una prima meno notevole. La monarchia dei Merovingi aveva un potere centrale importante, che si sgretolò al tempo in cui sorse il governo dei Carolingi. Questi ricostituirono un potere centrale fortissimo, che nuovamente si sgretolò sotto gli ultimi sovrani della loro stirpe, e che nuovamente, dopo lungo tempo, fu fatto rinascere, sotto altra forma, dai re di Francia.
Studiando, in generale, la storia di vari tempi e di vari paesi, si trovarono altri periodi analoghi, i quali, prendendo la parte pel tutto, furono pure detti feudali.
Si osservò che sorgevano e poi tramontavano, ossia che erano fenomeni dinamici, e più precisamente oscillazioni.
Ciò é quanto vi é di reale nella teoria del Vico, dei « ricorsi » dei feudi ; ma egli sbaglia nel dare forme identiche alle varie oscillazioni e nei particolari, tra i quali vi sono immaginazioni che ci portano fuori del campo sperimentale.
Anche rimanendo in tal campo, innumerevoli sono le teorie a cui ha dato origine il fenomeno della feudalità in Europa. Non ho la minima intenzione di farne la storia, non solo per ragione di spazio, ma perché sarebbe superfluo, inutile, per il fine di questo scritto; ma può giovare recare esempi che mostrino come teorie diverse nella forma, hanno, nella sostanza, alcuna cosa comune.

Il Montesquieu dà al fenomeno quella forma di evoluzione in linea retta che abbiamo notato. Egli trova, nei popoli dell'antica Germania, l'origine del vassallaggio, il quale poi, di trasformazione in trasformazione, mette capo ai feudi. Teorie di questo genere sono giunte sino a noi, e naturalmente sono preferite dai Tedeschi, perché gli uomini sono inclini a preferire le derivazioni che meglio si confanno ai loro sentimenti. Per lo stesso motivo, autori dei popoli detti latini, accogliendo pure la teoria dell'evoluzione diretta, cercano l'origine, non più in Germania, bensì nella società romana, e risalgono al precario, alla clientela. Di reale in queste teorie c'è la manifestazione del bisogno di società particolari e il mutamento nei residui della socialità. Ciò pure si trova nella teoria del Falch, il quale vede nel « clan » l'origine della società feudale dei secoli XI e XII.

Analoghe teorie troviamo per spiegare il fenomeno delle Trade Unions odierne. Chi, per ciò fare, risale alle corporazioni romane, chi, più discreto, si ferma alle ghilde medioevali, oppure alle associazioni di salariati di quel tempo. Nella loro storia del Trade Unionismo, i Webb giustamente rifiutano queste teorie. (SYDNEY ET BEATRICE WEBB Histoire du Trade Unionisme traduit par Albert Méti, Paris, 1897).



FORZE CENTRIPEDE E FORZE CENTRIFUGHE
(Pagg. 41-57)


"Gli spostamenti del punto di equilibrio della forza centripeta e della centrifuga hanno le caratteristiche seguenti.
Nel periodo dello spostamento per il verso della forza centrifuga, il potere centrale, sia esso monarchico, oligarchico, popolare, della plebe tutto ciò preme poco - va affievolendosi ; ciò che chiamasi la «sovranità » di esso potere inclina a diventare un nome vuoto di senso, si sgretola e copre dei suoi ruderi il paese; cresce il potere di alcuni individui, di alcune collettività, subordinate ancora in teoria, acquistanti indipendenza in pratica. In conseguenza coloro che di tali categorie non fanno parte, i deboli, più non essendo protetti dal sovrano, cercano altrove la protezione, la giustizia: si danno in fede ad un uomo potente, si associano pubblicamente o segretamente con altri deboli, fanno parte di una corporazione, di un comune, di un sindacato.
Da questo stesso movimento traggono origine circostanze che vi si oppongono. Proseguendo l'evoluzione, la protezione, poco alla volta si muta in soggezione; cresce quindi il numero degli avversari all'ordinamento esistente, e se le condizioni sociali o principalmente le economiche sono favorevoli, cresce pure la loro forza. Scema, invece, quella dei molti partecipanti alla sovranità, perchè, man mano che diviene in loro minore il timore del potere centrale, si fanno maggiori le rivalità, facilmente trascendenti in aperti conflitti, volgenti all'anarchia, e che sussisteranno anche quando il potere centrale tornerà a rinvigorire.

Il bisogno di protezione dei deboli é generale (2180) e si manifesta con il ricercarla presso chi ha il potere, cioè presso i vari signori, quando prevale la forca centripeta. Allorché le circostanze volgono a favorire questo secondo periodo, un governo centrale preesistente, o nuovo tanto nella forma quanto nella sostanza, in un tempo breve, o lungo, con subitanea violenza, o con lungo lavorio, debella l'oligarchia dominante, e torna a concentrare in sé la sovranità.
È notevole che questa trasformazione è spesso favorita da uno di quei fenomeni che diconsi « religiosi ». Ciò vediamo in Europa sul finire del medio evo, in Russia al tempo di Ivano detto il Terribile, al Giappone nel secolo XIX, ed in altri molti casi; né si deve reputare coincidenza fortuita, ma è naturale conseguenza delle relazioni che ci fa conoscere l'esperienza, poiché il rinvigorirsi dei sentimenti religiosi é manifestazione di una cresciuta attività dei sentimenti a cui abbiamo posto nome: persistenza degli aggregati; i quali sono il cemento delle società umane.

I conflitti internazionali operano altresì sui movimenti, sia per il verso centripeto come per quello centrifugo. La disfatta del potere centrale in una guerra può concorrere a farlo cadere, e quindi favorisce il moto centrifugo; la vittoria può avere effetti opposti. Ma ciò non segue sempre. Se la vittoria è stata conseguita con largo aiuto, con gravi sacrifici dei soggetti, il potere centrale può essere indebolito. Ai tempi degli eserciti ristretti, di mestiere, tale pericolo facilmente si scansava. Così poterono guerreggiare a lungo fra loro i successori di Alessandro; similmente l'Impero romano poté sussistere in uno stato di guerra quasi continuo, e le grandi monarchie moderne, in Europa, poterono procacciarsi per molto tempo il lusso di incessanti guerre, che dissanguavano i loro popoli. Invece la presente guerra mondiale, che spinse nella battaglia intere popolazioni, scosse fortemente il potere centrale, tanta nei paesi vinti come nei vincitori...

Ebbe anche effetti non piccoli per accelerare un'evoluzione che, altrimenti, sarebbe pur seguita, ma molto più lentamente.
Per non aver saputo rimanere d'accordo, da una parte la Russia, dall'altra la Germania e l'Austria-Ungheria, caddero questi imperi, detti conservatori, che, uniti, sarebbero stati invincibili e furono sostituiti da governi detti democratici o da altri simili. Per discordie cagionate da eccessiva cupidigia e per la lunga guerra che ne fu la conseguenza, traballa ora il regime della plutocrazia demagogica ed é scosso l'intero ordinamento borghese. I suoi governanti non usarono solo della religione imperialista: ne abusarono. Se avessero fatto pace nel 1917, potevano sperare di durare più a lungo; vollero stravincere da una parte, non confessarsi vinti dall'altra, e così saranno stati artefici di una probabile rovina. I loro avversari operano saggiamente lasciandoli divincolarsi invano in inestricabili difficoltà. `
Molti sono gli esempi di onde simili riguardo al movimento del punto di equilibrio della forza centripeta e della centrifuga.

Se poniamo mente allo stato dell'Europa Occidentale dall'anno 774 all'anno 800, troviamo un potere centrale veramente preponderante. Carlomagno impone la sua autorità non solo ai laici ma anche alla Chiesa: nessuno nel vasto impero ardisce erigersi contro di lui. Poi, presto muta l'aspetto delle cose e la morte dell'ultimo imperatore carolingio, nell'899, lascia l'Europa Occidentale in stato di anarchia. Poco più di un secolo è il tempo in cui si é compiuta parte notevole dell'oscillazione del punto di equilibrio della forza centripeta e della centrifuga.
Si é voluto vedere nell'invasione dei Normanni la « cagione » del disfacimento dell'impero Carolingio; ma, in tal caso, come va che l'invasione Saracena ben altrimenti temibile, giovò invece a fondare tale Impero? In realtà, gli effetti dei conflitti esteri si aggiunsero, non si sostituirono agli effetti delle circostanze interne.

Al principio del secolo XIX, in Inghilterra, abbiamo un punto di equilibrio per il verso della forza centripeta. Il Parlamento allora é veramente sovrano. Avrebbe mosso le risa l'opporre al suo potere quello di associazioni simili ai nostri sindacati, come sarebbe parso ridicolo l'opporre al potere del glorioso Carlomagno quello di un signorotto chiuso nel suo maniero, simile a coloro che furono poi i feudatari. Oggi, é trascorso più di un secolo dal tempo dell'onnipossente Parlamento, che, dicevasi in Inghilterra, poteva tutto fuorché cambiare un uomo in donna, ed il suo potere in parte svanito, si é sgretolato: ne hanno ereditato i sindacati che trattano alla pari col Parlamento e col Governo, che ne é il comitato esecutivo.
Il 10 febbraio 1920, il Lloyd George disse ai Comuni : « Le difficoltà che si hanno per gli alloggi a buon mercato hanno origine dalla mancanza di operai e dall'opera delle Trade Unions che non permettono di impiegare i 350.000 operai smobilitati chi sarebbero capaci di fare tale lavoro ».

Dunque costoro, per lavorare, debbono avere il permesso dei sindacati. Il Parlamento tutelerà il loro diritto di lavorare? NO; il Lloyd George prosegue : «Spetta al partito operaio di considerare che l'utilità delle corporazione non deve essere preferita all'utilità nazionale ». Or sono pochi anni si diceva l'opposto, e si stimava che al Parlamento, non ad associazioni private, spettasse di provvedere perché interessi privati non prevalessero sull'interesse generale.
Si hanno conseguenze strane. In Italia, per impedire la distruzione del bestiame, si decreta che è divieto consumare carne íl venerdì ed il sabato; chi in quei giorni distrugge una bistecca è punito; ma se fa parte di un sindacato, a lui é lecito di distruggere impunemente l'intero bove. Proprio quando il Governo decretava tali ipocrite restrizioni accadevano in Italia scioperi agricoli; e gli scioperanti, sotto lo sguardo benevolo, paterno della pubblica forza, impedivano che si desse da mangiare e bere al bestiame, bastonavano persino il proprietario che tentasse di farlo; vietavano inoltre che si potesse vendere il bestiame per il consumo.

I sudditi di Carlomagno dipendono direttamente da lui, come re dei Franchi e come Imperatore, ed a lui, come tale, giurano fedeltà. Invigorendo ed ampliando un'istituzione anteriore, egli manda i suoi missi per tutto l'Impero, « affinché diligentemente inquisiscano dappertutto ove alcun uomo si querelasse per ingiustizia a lui fatta da altri » ; e vuole che non si pieghino «per delazione, per premio, per alcun vincolo consanguineo, o timore dei potenti ». In un altro capitolare si legge : « Se per caso alcun vescovo o conte trascurassero il proprio ufficio, siano corretti per l'ammonizione di questi (dei miss:), e tutto il popolo sappia ad essi essere imposto che chiunque, per negligenza od incuria, o difetto di potere del Conte, non poté ottenere giustizia, possa querelarsi primieramente presso di loro, e coll'aiuto loro ottenere giustizia; e quando alcuno a noi, indotto da necessità, avrà ricorso, ad essi possiamo dare mandato di definire la causa ».
Sotto i successori di Carlomagno, ci sono ancora dei missi dominici, ma il loro potere e la loro importanza van man mano scemando e finiscono in niente. Carlo il Calvo minaccia ancora di inviare chi faccia obbedire la proibizione sua di edificare nuovi castelli, ma é minaccia vana, ed i castelli cresceranno ugualmente di numero e di forza. Le piccole sovranità locali s'innalzano sulle rovine della sovranità centrale.

Bisogna avere cura di non confondere lo stato di fatto e lo stato ideale, legale, per indicarlo con un termine moderno. In Francia, l'autorità di fatto del re sparisce all'avvenimento del Capeto, l'autorità ideale sussiste sempre, si salva dalle burrasche della feudalità, e serve poi a giustificare e a rinvigorire la rinascenza dell'autorità di fatto. Molte teorie pongono un rapporto inverso, vogliono che l'autorità ideale sia stata origine, « causa » della nuova autorità di fatto, ma sono inquinate dall'errore che sta nel volere a priori spiegare i fatti colle idee; mentre l'esperienza insegna che spessissimo le idee sono conseguenza dei fatti.
Il progresso della feudalità ha alcunché di simile al progresso dei sindacati nostri.. lo studio di questo, che segue sotto i nostri occhi, giova per meglio intendere quello, più remoto e meno noto; viceversa, il poco che il fenomeno passato sappiamo non é inutile per acquistare chiari concetti del moderno.
Colla restrizione che, solo per comodo di esposizione, é lecito sostituire trasformazioni discontinue alle continue, possiamo accettare le divisioni fissate dai Webb, per la storia delle Trade Unions. Come é ben noto, sono le seguenti : dal 1799 al 1825, conflitto per la vita. Dal 1829 al 1842, periodo rivoluzionario. Dal 1843 al 1860, nuovo spirito e nuovo modello. Dal 1860 al 1875 la Giunta ed i suoi alleati. Dal 1875 al 1889, l'antico ed il nuovo unionismo. Dal 1892 al 1894 il mondo delle Trade Unions.

Occorre aggiungere che l'ultimo periodo prosegue fino all'inizio della guerra mondiale, e che dopo la fine di questa principia un nuovo periodo, il quale potrebbe essere quello della vittoria del Sindacalismo. In ogni modo il progresso é certo e considerevole; ed inoltre é generale, osservandosi pure in altri paesi.
Siamo giunti a tanto che, rispetto al potere centrale, tra la forma e la realtà dell'ordinamento, c'é un distacco che va facendosi ognora maggiore.
Il Fustel de Coulanges ha confutato la teoria secondo la quale gli articoli di Kiersy, nell'anno 877, sarebbero stati il punto di origine della Società feudale. La sua dimostrazione pare buona per il punto di trasformazione dello stato ideale, mancante per i punto della trasformazione di fatto. Egli stesso lo riconosce, scrivendo: « (p. 473) Maintenant que notre analyse a ramené les articles de Kiersy à leur véritable sens, il imporle de voir s'ils n'ont pas eu, ainsi qu'il arrive quelquefois, une portée plus grande et plus (paragrafo 474) générale que celle que leur auteur voulait leur donner (direbbesi meglio : del senso letterale). Notons d'aborti les usages et les pratiques qui y sont contenus. Nous ne parlerons pas de l'art. I qui marque la grande place que I'église s'est faite dans l'état (al presente la Chiesa é sostituita dal socialismo, specialmente dal socialismo trasformista). Il n'est pas d'ailleurs une innovation. Nous ne dirons rien non plus sur quelques articles, tels que le 2, le 5, les n. 18 à 22, où Charles le Chauve, tout en parlant en Maître; laisse voir sa crainte de ne pas étre obéi"

Similmente Parlamenti e governi nostri mettono fuori leggi e decreti, pur sapendo che poco o niente saranno obbediti dai sindacati. Per esempio vietano a coloro che hanno pubblico ufficio di fare sciopero, e i sindacati di tale divieto non si curano.

Quando avviene lo sciopero, fanno la voce grossa, minacciano di destituzione gli scioperanti, che ridono di questo spaventapasseri. Fanno codici e leggi per tutelare la proprietà privata, e la lasciano manomettere dai sindacati; anzi, come colui che, caduto da cavallo, esclamò : «volevo scendere » si studiano di dare forma legale o pseudo legale alla seguita usurpazione). "Nous n'insisterons pas sur le 18, par lequel le roi éprouve le besoin de rappeler aux comtes qu'ils sont des fonctionnaires (proprio ciò che dicono i governi nostri ai ferrovieri, che se ne curano ancora meno di quanto i grandi di Carlo il Calvo si curarono degli ammonimenti dei loro signore) et qu'ils ont des devoirs d'administrateurs et de juges, comme s'ils avaient oublié ces devoirs; il semble que les Missi eux rnémes soient portés à négliger les leurs (e i nostri magistrati?). L'article 4 et la réponse qui y est faite par les grands rnéritent une attention particuliére. On y voit le roi et les fidèles prendre des engagements les uns envers les autres (proprio ciò che segue ora nei trattati di pace tra i governi e potenti sindacati, come. sarebbero quelli dei minatori in Inghilterra, dei ferrovieri, un poco dappertutto). Più lungi, c'é un'altra analogia con lo stato nostro. « (p. 474)
Le roi y prononce encore le mot « obéissance » ; mais il est visible qu'il ne s'agit plus de cette obéissance generale, obligatoire, supérieure aux volontés, que des suiets doivent à un roi dans un état monarchique (e alle assemblee legislative in una repubblica). Il s'agit seulement de celle qu'un homme doit à celui à qui il l'a promise (di quella, direbbesi oggi, che un sindacato deve al governo col quale ha fatto un trattato di pace, e solo finché ad esso piace di rispettare questo trattato) ». (p. 475). Ce qui est curieux ici, c'est la simplicité avec laquelle ces idées sont exprimées comme vérités connues, banales, naturelles, incontentestées».

Similmente ora, il trattare da pari i sindacati col governo pare cosa naturale e sulla quale non c'é da contendere. I ferrovieri, pagati dallo Stato, rifiutano di trasportare sulle ferrovie, proprietà dello Stato, soldati e carabinieri. Se non pienamente nel fatto, almeno nei concetti, appare qui un ordinamento analogo a quello dell'immunità, nel medio evo. I ferrovieri stimano, sia pure in modo non ancora preciso, che il potere del Governo centrare si fermi ai confini del loro dominio, il quale si estende sui trasporti mediante ferrovie. Opinioni più o meno analoghe si fanno strada in altri sindacati.
Sicuri indizi dello sgretolarsi del potere centrale é la facoltà di sottrarsi alla sua giustizia; e del suo risorgere, l'obbligo di assoggettarvisi. Anche qui, lo stato di fatto precede lo stato ideale ed il legale, nei quali solo poco alla volta va trasformandosi.

Oggi vediamo appunto seguire una di queste trasformazioni. L'immunità dei sindacati non ha ancora raggiunto forma precisa, come l'aveva sotto i Carolingi, l'immunità della Chiesa e dei laici, ma va costituendosi a grado a grado. In molti casi, di cui il numero e l'importanza crescono ogni giorno, i sindacati, consenziente parte dell'opinione pubblica, non ammettono che si dia esecuzione a leggi e a regolamenti.
Se allo Stato fosse imposto di annullarli, si raggiungerebbe lo scopo per una via che, almeno nella forma, rispetterebbe il potere del governo centrale, ma se si tiene la via di non curarsi delle sue decisioni, si distrugge, anche nella forma, il fondamento della sua sovranità. Gli scioperi detti di « solidarietà » dimostrano come, di fronte ad essa, si erge una lega di piccole sovranità particolari, miranti all'indipendenza.
Ogni evento, spesso di poco o nessun conto può dare occasione alla resistenza ed all'offensiva dei sindacati e delle loro leghe.

In Francia, bastò che, nel febbraio 1920, in virtù di un articolo del regolamento delle ferrovie, fosse sospeso dall'impiego per due giorni un dipendente della Società Parigi-Lione-Mediterraneo, il quale aveva, senza permesso, abbandonato il lavoro, perché i sindacati decidessero ed effettuassero lo sciopero generale dei ferrovieri. In casi simili, all'atto di volere fare osservare leggi e regolamenti viene dato il nome di « violazione delle libertà sindacali », ed é propriamente simile ad una violazione dell'immunità medioevale.
Si nota un'inclinazione a non limitare il privilegio dei sindacati ai conflitti professionali, e ad estenderlo a quelli tra i componenti dei sindacati e coloro che non ne fanno parte. Quelli attraggono questi nel foro privilegiato, e se resiste il potere centrale, si minaccia e si reca ad effetto lo sciopero.

Sotto l'ordinamento feudale, il vassallo non era interamente sottratto alla giustizia del re, occorreva solo seguire la gerarchia feudale, per giungervi, ed il signore diretto non poteva rifiutare di fare giustizia o di presentare il vassallo alla giustizia del signore superiore. Analoga guarentigia ci sarà forse un giorno nel diritto sudatale; per ora manca.
Vi è una conseguenza del sorgere e progredire del presente ordinamento anarchico, alla quale per ora non si pone grande attenzione, sebbene già si manifesti in vani fatti, ed é che, se procede il principiato movimento, saranno sempre maggiori in numero ed in importanza i conflitti fra i vani sindacati, e verranno così a contrasto non solo i sindacati dei lavoratori, da una parte e il rimanente della popolazione dall'altra, ma altresì i vani sindacati di ciascuna categoria.

Analogo fenomeno si ebbe nel medioevo, nei conflitti che accaddero fra coloro che si erano divisi le spoglie del potere centrale. Sinché questo rimane forte, i suoi competitori sono tenuti uniti, o almeno non troppo disgiunti, dal comune vantaggio. Ai grandi, sotto i Carolingi, premeva più di ogni altra cosa di sottrarsi al potere imperiale o regio, ai sindacati nostri preme, per ora, di prevalere sull'autorità dei Parlamenti e sugli interessi del rimanente della popolazione. Il 27 gennaio 1920, in un'adunanza dell'Ufficio Internazionale del Lavoro, il signor Guerin avendo detto che la competenza dei Parlamenti rimaneva intera, il Jouhaux rispose che "l'organizzazione internazionale del lavoro era un Parlamento economico di un genere superiore, di cui le decisioni dovevano essere solo ratificate dai vari Stati".

Man mano poi che va indebolendosi il potere centrale, crescono le manifestazioni della rivalità dei suoi avversari; quindi appaiono le guerre private dei feudatari Capeziani, quindi appariranno i conflitti dei futuri sindacati; e già lievi segni se ne scorgono nelle contese armata mano fra operai sindacati e crumiri, fra rossi e gialli, fra rossi e bianchi - stavo per scrivere tra ghibellini e guelfi -, che si svolgono sotto il benigno sguardo della podestà centrale, come un tempo le guerre private dei baroni sotto l'occhio del re".


RICOSTRUZIONE DEL POTERE CENTRALE
E RIVALUTAZIONE DELL'INTELLIGENZA
(Pagg.59-61 e 67-70)


Giova ai dominanti occultare il fatto che i loro privilegi gravano tutto il rimanente della popolazione, e trovano compiacenti adulatori che asseriscono che il peso è solo sui « ricchi »; ma è errore che i fatti finiscono col palesare; e in ogni modo, trascurando le teorie, coloro che fanno le spese dei privilegi inclineranno alla ribellione; nè li tratterranno molto le melate parole, le sdolcinate e leziose prediche di quei brodoloni che, consapevolmente avvicinandosi alle teorie Tolstoiane, vanno esortando la gente a non contrastare con i « tempi nuovi », a rassegnarsi all' inevitabile », a credere nel Vangelo del «divino proletario », dei « sacrosanti lavoratori », a « trasformarsi per non essere distrutti » : il che propriamente un darsi morte per scansare di averla da altri.

Tutto ciò può avere qualche effetto su una borghesia imbelle, imbecille, degenere al pari di tutte le «élites» in decadenza, ma farà poco prò cogli uomini energici della nuova «élite » ; per esempio, con i seguaci di un qualche Lenin.
Quando saranno cresciuti di numero e di intensità i conflitti fra i sindacati, fra le varie parti della società, sarà necessario, se questa non si deve sfasciare nell'anarchia, di risolverli. Cercare ciò sin d'ora, poco giova, perché l'esperienza dimostra che, in generale, solo la pratica, e non una preventiva teoria, trova la soluzione di simili problemi. La teoria del reggimento parlamentare in Inghilterra seguì, non precedè la pratica, e si modificò man mano che andava trasformandosi tale reggimento. Similmente non astratte e volute teorie ma atti pratici, spesso inconsapevoli sotto l'aspetto teorico, mutarono il governo parlamentare dello Statuto Albertino nel governo presente in Italia.

Non c'è nessun motivo di credere che, riguardo a simili evoluzioni, il futuro abbia da essere diverso del passato.
Per altro, appunto perciò, si può dire che, per risolvere il problema dell'ordinamento dei sindacati, non basterà, come credono taluni, sostituire ai Parlamenti moderni, adunanze dei delegati dei sindacati; poichè così si avrebbe solo la forma non la sostanza della soluzione.
E' semplice finzione la teoria che nei Parlamenti nostri vede la rappresentanza del complesso della nazione. In realtà essi rappresentano solo quella parte che sovrasta alle altre, sia coll'arte volpina, quando prevale il primo termine della plutocrazia demagogica, sia col numero, quando il secondo termine si rinvigorisce. La massima di altri tempi, che sta all'origine dei nostri reggimenti parlamentari, secondo la quale spettava a coloro che dovevano pagare i tributi lo approvarli, è ora, implicitamente od esplicitamente, sostituita dall'altra che spetta a coloro che non pagano i tributi lo approvarli e lo imporli agli altri. Un tempo erano i servi « tagliabili a pietà e misericordia », oggi sono tali gli agiati ; un tempo quelli dovevano con straordinari sussidi riparare le pazzie guerresche dei padroni, oggi a questi spetta tale ufficio; un tempo era severamente vietata l'emigrazione di servi, oggi è vietata quella dei « capitali ».

Piccolissime oscillazioni di tal fatta si hanno anche ai tempi nostri. Prima della guerra mondiale, il governo italiano attendeva a porre ostacoli all'emigrazione dei lavoratori, che tornava in danno dei «capitalisti»; oggi volge le cure a vietare l'esportazione dei « capitali » che - dicesi - reca danno ai lavoratori. Il Depretis mandava i soldati a fare la mietitura, per proteggere i proprietari contendenti con gli scioperanti; oggi, i governi tutelano questi anche quando impediscono con la forza che altri mietan le messi che essi vogliono lasciar marcire, per imporsi ai proprietari. Ma la teoria e la legislazione ancora non sono mutate; nelle Università si seguita ad insegnare la teoria che si insegnava al tempo del Depretis, e si cercherebbe invano nella raccolta delle leggi un atto legislativo che sancisca il mutamento

Forze notevoli operanti in favore del potere centrale sono praticamente gli interessi dei plutocrati, idealmente la religione dello Stato, coi suoi miti e la sua teologia. Essa si osserva in due partiti, nel rimanente molto diversi, cioè nei nazionalisti o imperialisti e nei socialisti di tipo Marxista, che potrebbero dirsi; classici, opposti all' "anarchia", alla libera concorrenza, al sindacalismo. In entrambi questi partiti, il potere è ora affievolito. Nel primo è stato svigorito dai disinganni della guerra mondiale, da cui, se fermata a tempo, avrebbe potuto acquistare gran forza, mentre si logorò con lo spingerla all'estremo. Nel secondo, si indebolì, nel campo ideale, per essersi i socialisti accostati, per un effimero vantaggio pratico, ai « democratici », cooperando con essi sotto diversi pretesti patriottici, non solo alla guerra, ma anche al governo.
Per altro, se ora le forze di tali partiti poco operano per giovare al potere centrale, potrà venir giorno, quando da capo il movimento avverrà per il verso centripeto, in cui queste forze, o meglio quelle dei successori dei presenti partiti, avranno opera efficace e notevole.

Simile avvicendarsi di fatti si osservò quando crebbe, e poi quando declinò la feudalità. Per esempio, lo scemare presente del credito dell'idealismo Marxista ha qualche analogia con quanto seguì per la dottrina dell'imperialismo dei proceres dì Carlo Magno, dopo la morte del grande imperatore, come pure il prevalere della terza Internazionale sulla prima o la seconda, non è senza somiglianza col prevalere della feudalità sull'imperialismo. Ma allo stesso modo che questo risorse, sotto la forma della dottrina dell'autorità regia, ben potrebbe il socialismo classico risorgere, sia pure sotto altra forma, quando declinerà il sindacalismo od altro simile ordinamento.
La fede cattolica giovò alla dottrina dell'autorità regia, come la fede umanitaria giovò al socialismo, e potrà giovare al partito nel quale si trasformerà. Il giudizio delle opere politiche non deve essere tratto, per la Chiesa, nel medioevo, dalla sua teologia, dalle derivazioni dell'ortodossia o dell'eresia, neppure dai costumi dei prelati, nè per il socialismo classico dalle sue teorie, e neppure dalle cupidigie della democrazia sociale. Altro è la fede, altro sono i sacerdoti. Riguardo poi alle derivazioni, non vi è differenza grande tra il mistero della Santissima Trinità e la teoria del plus valore del Marx, tra l'odio al gran nemico dell'umana gente, e l'odio al capitalismo. Riguardo alla sostanza, la teocrazia medioevale mirava ad impradronirsi del potere centrale, non già a distruggerlo, anzi, anche senza deliberato volere, ad esso giovò; il socialismo classico mira esso pure ad impadronirsi del potere centrale, dal quale vuole che sia ordinata tutta la vita economica, si oppone all'"anarchia della produzione capitalistica", né pare dovere fare miglior viso a quella della produzione sindacalista.

Il concetto veramente puerile che alla produzione giovi il solo lavoratore manuale, ove potesse essere recato in pratica, la quale ipotesi è assurda, avrebbe un effetto proprio opposto a quello desiderato dai nemici dell'intelligenza e dagli adoratori del santo Proletariato; poichè tanto più rari sarebbero gli intellettuali, quanto più diverrebbero pregiati, utili, indispensabili, potenti. Questa fu principale cagione del potere dei prelati nel Medioevo, quando i gentiluomini, degni precursori dei moderni spregiatori delle forze intellettuali, si davano vanto di non saper scrivere neppur il proprio nome. Decadde la potenza della Chiesa, quando divennero più numerosi i laici colti, e specialmente quando tale coltura fu diversa da quella della teologia di allora, non troppo dissimile dalla moderna teologia proletaria".

ELEMENTI CHE COMPONGONO LA PLUTOCRAZIA DEMAGOGICA
(Pagg. 73-78)


"Un altro aspetto dei fenomeni presenti ci farà conoscere un altro degli elementi di cui si compongono.
Poniamo mente allo svolgimento economico e sociale delle nostre società, da più di un secolo in qua; se procuriamo di separare l'andamento medio dai vari accidenti perturbatori, possiamo riconoscere i seguenti caratteri:
1) Un aumento molto grande di ricchezza, di risparmio, di « capitale » volto alla produzione;
2) una tale distribuzione della ricchezza che ne lascia sussistere la disuguaglianza. C'è chi ha voluto asserire che questa è cresciuta, altri che è scemata; probabilmente la norma di distribuzione è rimasta, pressochè la stessa;
3) la importanza ognora crescente di due classi sociali, cioè dei ricchi speculatori, e di quella degli operai, o se vogliamo, in generale, dei lavoratori. Si vede crescere e prosperare la «plutocrazia », se si pone mente al primo di questi due fenomeni; la « democrazia », se si bada al secondo; i termini plutocrazia e democrazia essendo intesi nel senso alquanto indeterminato del linguaggio volgare;
4) una lega parziale fra questi due elementi, il che è specialmente notevole alla fine del secolo XIX in qua. Sebbene, in generale, speculatori e lavoratori non abbiano interamente comuni gli interessi, pure accade che parte dei primi e parte dei secondi trovino profittevole di operare per il medesimo verso, al fine di imporsi allo Stato e di sfruttare le altre classi sociali. Segue altresì che i plutocrati ottengono una simile unione, coll'astuzia, valendosi dei sentimenti (residui) che ci sono nella plebe e traendola in inganno. Per tal modo nasce il fenomeno avvertito dal volgo e dagli empirici sotto il nome di plutocrazia demagogica;
5) mentre cresce il potere delle due classi anzidette, declina quello di altre due, cioè di quella dei possidenti ricchi od anche solo agiati che non sono altresì speculatori, e di quella dei militari; ed oramai il potere dei secondi è ridotto a ben poco. Prima della guerra, si doveva fare un'eccezione per la Germania, dove quel poco era ancora un assai, ma ora non occorre. Uno dei segni dell'intensità di tale fenomeno è l'estensione ognora crescente del suffragio elettorale, dagli abbienti ai non abbienti. Occorre notare che tra gli abbienti sono compresi molti che non sono speculatori, e tra i non abbienti parecchi che hanno interessi comuni con gli speculatori, ed altri che hanno sentimenti (residui) di cui questi possono valersi, onde ad essi può giovare, e giovò spesso effettivamente scemare potere ai primi, accrescerlo ai secondi;
6) poco alla volta l'uso della forza passa dalle classi superiori alle inferiori. Tale carattere, ed anche il seguente, sono uno degli aspetti dello sgretolamento del potere centrale;
7) strumento efficace della plutocrazia demagogica appaiono i parlamenti moderni. Essi, nelle elezioni, prima, nelle deliberazioni, dopo, danno largo campo all'attività degli uomini aventi gran copia degli istinti delle combinazioni. Per ciò il reggimento parlamentare moderno segue in parte le sorti della plutocrazia: prospera, decade con essa; e le sue trasformazioni, dette anche trasformazioni della democrazia, si accompagnano colle vicende della plutocrazia.

I fatti che ora seguono non sono punto peculiari, e per bene intenderli occorre collocarli nelle serie storiche a cui appartengono. Ci dobbiamo sottrarre all'inclinazione di dare troppa importanza a ciò che accade sotto i nostri occhi, togliendola a ciò di cui il passato ci lasciò memoria; dobbiamo del pari scansare l'opposto difetto, che si avrebbe presumendo di vedere nel presente una copia fedele e precisa del passato. I movimenti in parte analoghi ai 76 presenti che ci fa noto la storia non hanno un andamento uniforme pel medesimo verso, ma tutti hanno ondulazioni, era in un senso ora in un altro, il che non toglie che vi si possa anche riconoscere un andamento generale, intorno al quale seguono le oscillazioni. Queste nascono dall'indole stessa degli uomini regolati principalmente, in quanto al governo, da agenti che si possono dividere in due gruppi, cioè uno che è del consenso, l'altro della forza (2251). Tra questi due poli oscilla l'ordine sociale.

Il consenso si ottiene mediante sotto gruppi di agenti, uno dei quali è la comunanza di interessi, l'altro trae origine da sentimenti religiosi, costumi, pregiudizi, ecc., corrispondente ai residui a cui, nella sociologia, ponemmo nome di persistenza degli aggregati. Sono messi in opera spesso dalla persuasione, che si ottiene talvolta con buone ragioni, maggiormente mediante sofismi (derivazioni). A ciò corrispondono i residui che dicemmo dell'istinto delle combinazioni.
Giova porre mente alla diversa partecipazione al governo delle due grandi categorie di cittadini: una costituita dagli agricoltori e dai possidenti di terre, l'altra dai commercianti; dagli industriali, dagli impresari di opere pubbliche, dai pubblicani, dagli « speculatori », ecc. La prima inclina quasi sempre ad accrescere il potere della persistenza degli aggregati, la seconda, dell'istinto delle combinazioni; perciò il prevalere dell'una o dell'altra categoria dà origine a tipi ben diversi di società. Quando domina la prima, essa può mantenersi per virtù propria; quando domina la seconda, si hanno spessissimo società plutocratiche, e poichè la plutocrazia ha scarsa forza propria, conviene che volga alla plutocrazia demagogica, o alla militare. La prima è economicamente meno costosa della seconda, quando questa non eccede nelle imprese guerresche.

Spesso vi è non solo separazione ma anche opposizione tra l'attitudine a valersi della forza, e quella ad ottenere il consenso. Individui eccezionali possono possederle entrambe, il maggior numero dei governanti ne ha una che è molto maggiore dell'altra; e poichè vi è una circolazione tra le varie classi sociali, questa è strettamente congiunta alle oscillazioni dell'ordinamento sociale.
Ognuno dei tipi sociali ha in sè i germi della prosperità prima, e della decadenza poi, simile in ciò agli esseri (vedi Sociologia, paragrafo 2541); e le grandi oscillazioni corrispondono a tali periodi."


LA FINE DEL CICLO PLUTOCRATICO
(pagg. 83-86)

"L' Italia moderna fu costituita dalla borghesia, con 1' indifferenza e talvolta l'opposizione delle moltitudini agrarie. Volse presto il nuovo reggimento alla plutocrazia demagogica, giunta al massimo del potere ai tempi del Depretis e poco dopo. Al solito è ora danneggiata dalla guerra, ma è tutt'altro che vinta.
In generale la plutocrazia demagogica pare ora trionfare interamente. Forse potrà mantenersi ancora lungo tempo in Inghilterra, mediante i guadagni che le procurerà l'egemonia a cui volenti o nolenti, si piegano ora tutti gli Stati, fuorchè gli americani. Roma sfruttò il solo bacino del Mediterraneo, l'Inghilterra sfrutta gran parte del globo terrestre. Rimane da sapere se, in Inghilterra, contro la plutocrazia demagogica, sorgeranno efficaci forze interne, se non risorgerà la plutocrazia militare in altri paesi, che darà l'incognita della Russia e dell'Asia.

Maggiori pericoli corre la plutocrazia in altri paesi europei; ma in ogni tempo e in tutti i paesi, la troviamo ricca di espedienti per volgere in proprio vantaggio le condizioni che paiono maggiormente disperate. Cede apparentemente alle forze avversarie, con il concepito disegno di ritogliere coll'arte ciò che ha dovuto abbandonare alla forza; gira l'ostacolo che non può superare di fronte, fa di solito pagare le spese del conflitto ai risparmiatori ed ai redditieri, che sono tutti buone pecore, agevoli per essere tosate.
Essa ha ora escogitato infiniti ripieghi, come gli enormi debiti pubblici che ben sa di non poter pagare alla fin fine, le leve sul capitale, le imposte che stremano, esauriscono le entrate di coloro che non speculano, le leggi suntuarie, già tante volte dalla storia dimostrate vane, ed altri simili provvedimenti aventi per scopo principale di trarre in inganno le moltitudini.

In Italia, il disegno di legge dell'on. Falcioni, per il « latifondo e la cessione delle terre ai contadini » non nuocerà alla nostra plutocrazia più di quanto, dopo breve tempesta, danneggiò alla plutocrazia romana le leggi agrarie dei Gracchi. Maggiori danni potrebbe avere dal disegno dei popolari, per accrescere il numero dei piccoli possidenti, se riuscisse efficace, poichè in tal classe agricola stanno ora i soli avversari di cui possa temere.
Sinchè la produzione del risparmio non sarà troppo offesa, il pane sotto prezzo, gli alloggi a prezzo ridotto, e gli altri benefici che la plutocrazia largisce agli ausiliari ed ai sudditi, non gli impediranno di fare pingui guadagni, come ciò non impedì, alla plutocrazia romana, le leggi annonarie che ebbe prima la Repubblica e che serbò ed ampliò l'Impero.
Tali similitudini di condizioni e di provvedimenti dipendono dall'indole stessa delle cose perciò proseguiranno nel futuro, e la decadenza della plutocrazia romana ben potrebbe, almeno in parte, essere immagine di quella sovrastante alla nostra.

È certo che siamo ora in un punto che ha strette analogie con quello in cui si trovò la plutocrazia romana sul finire della Repubblica. E' probabile, probabilissimo, anche per analogie con cicli osservati in altri tempi ed in altri paesi, che, essendo prossimi alla vetta, siamo perciò anche prossimi alla discesa".


I SENTIMENTI DELLA CLASSE BORGHESE
E QUELLI DEL PROLETARIATO
(Pagg. 89-90 e 106-109)


Non possiamo conoscere direttamente (i sentimenti), ne abbiamo solo conoscenza dalle manifestazioni che possiamo osservare. Per il nostro studio occorre di non fermarci alla parte qualitativa dell'argomento, e di indagarne, per quanto è possibile, la quantitativa. Per quanto spetta alla scienza logico-sperimentale, l'opinione di un solo individuo può essere di gran momento; circa alla determinazione dell'equilibrio sociale, vale pressochè zero. Per la meccanica celeste, vale più l'opinione di un Newton che quella di milioni di Inglesi suoi contemporanei; per determinare lo stato economico e sociale dell'Inghilterra, conta solo l'ultima.
Una veduta anche molto superficiale della presente società ci fa conoscere alcune grandi correnti di opinioni, le quali fanno palesi sentimenti ed interessi, cioè le forze che operano nell'equilibrio sociale, e che come tali debbono essere studiate, senza troppo fermarsi all'apparenza, nè ai casi estremi, in cui minor parte hanno ragione ed esperienza. In questi, assumono forma di religione; nei gradi intermedi, forme metafisiche, pseudo sperimentali; comune essendo il carattere di volere giungere all'assoluto, e di non sottomettersi al contingente sperimentale.
Chi accetta e fa suoi tali pensamenti scansa le difficoltà e la pratica dello studio scientifico, e può, di tutti i fatti sociali, dare sicuro giudizio, mediante alcuni principii a priori, specialmente etici, metafisici, teologici; come sarebbe la presente « difesa del diritto e della giustizia », di cui alcuni godono ora, non senza loro pro, il privilegio, simili in ciò ai Musulmani, soli seguaci della vera fede, per propagare la quale Dio concesse loro di conquistare estese regioni, purtroppo in seguito perdute; o come il « fatale andare della democrazia, regina del mondo, e anche più l'appendice della "santità del proletariato", che ha ora tanti mai credenti, in buona o in mala fede, i quali rinnovano contro le opere dell'intelligenza gli anatemi che già furono dei primi cristiani contro la letteratura e la scienza pagana; o ancora come il patriottismo che, dopo l'aver armata l'una contro l'altra vicine città : Sparta contro Atene, Firenze contro Pisa, spinse poi alla guerra le intere « nazioni », generando l'imperialismo; o infine come il sacrosanto umanitarismo, che, sotto larva ancora patriottica, già appare nei discorsi di Isocrate : poi, liberandosi almeno in parte dai veli terrestri, sì mostra, come Beatrice e Dante, nei molti ma sin ora sventurati disegni di pace universale, tra i quali merita luogo eminente quello del Kant, e che ora abbiamo la ventura di potere contemplare nella costituenda « Società delle Nazioni ».

Di tutte queste opinioni e manifestazioni discorreremo dal di fuorì, senza volere in nessun modo lodarle o biasimarle, e men che mai difenderle od offenderle, propagarle od oppugnarle; narriamo i fatti, procuriamo di conoscerne le relazioni, e basta.
In tutte le religioni si hanno seguaci aventi fede schietta e fervida, ancor buona ma più mite, alquanto scadente e contrastata dallo scetticismo, solo in parte vera e aiutantesi colla finzione, interamente finita, volgente senza dubbio all'ipocrisia.
L'esserci ipocriti in una religione è argomento, per chi ragiona col sentimento, di scemarne l'importanza, e spesso di vituperarla; invece, per chi ragiona sperimentalmente, è indizio della potenza della fede, poichè si finge solo ciò che a molti è bene accetto. Sotto tale aspetto c'è molto di vero nella novella del Boccaccio, che narra dell'israelita il quale si converta alla religione cattolica perchè vide che non poteva essere distrutta dalle male opere dei prelati romani. Oggi, sicuro indizio della potenza della fede democratica il vedere quanti la fingono; della decadenza della fede aristocratica, il fatto che non le rimane un solo ipocrita. Similmente, già da molto tempo si è osservato che le eresie appaiono quando una religione prospera ed è fiorente di vita, scompaiono quando decade ed è morente.

Dobbiamo dunque mettere da parte le facili censure che alle accennate religioni si muovono notando che molti le hanno come un mestiere, da cui traggono modo di sostentare la vita, e spesso ricchezze, onori, potere. Se, per esempio, un rumoroso patriottismo giovò a parte dei plutocratici, se la guerra fu fondamento alla ventura di molti e creò i nuovi ricchi, non perciò si deve credere che non vi fossero invece molte altre persone che, mosse da pure idealità, si siano accinte alle opere patriottiche e guerresche, esponendo averi e vita; nè che il numero di questi.- sia esiguo paragonato a quello delle prime. Le grandi correnti di opinioni debbonsi quindi valutare facendo astrazione dagli accidenti degli artifizi e delle finzioni che le accompagnano.
Nelle società ognora si osservano, fra le classi sociali, manifestazioni di contrasti le quali segnano la legge generale del ritmo; ora crescendo, ora scemando. La presente oscillazione ha i caratteri seguenti. Nella classe dei lavoratori, se vuolsi, dei proletari, le manifestazioni dei sentimenti di odio contro la classe degli abbienti e di coloro che sono superiori per cultura od altrimenti, crescono di intensità : giunte al massimo nei Bolscevisti, sono purè notevoli nel resto del mondo. Invece nella classe degli abbienti, in generale nella classe superiore, ogni manifestazione di sentimenti avversi alla classe inferiore è scomparsa, ed ha, in molti casi, ceduto il posto ad adulazioni non troppo dissimili da quelle già usate poi sovrani assoluti. Da una parte si suonano le trombe e si muove all'assalto; dall'altra si china il capo, si capitola, meglio ancora si passa alla parte nemica, e si vende la propria per trenta danari. Rimane da sapere in che relazione stanno queste manifestazioni coi sentimenti.
Per le classi inferiori, può darsi che l'essere stato tolto ogni freno che, per il passato, si opponeva a tali manifestazioni, le faccia parere ora maggiori di quanto sarebbero se corrispondessero precisamente all'aumento di intensità dei sentimenti ; ma anche fatta questa tara, si ha un residuo notevole. Ciò si vede molto bene in casi speciali ; paragonando, ad esempio, in Toscana, i sentimenti del mezzadro, riguardo al proprietario, al presente e una cinquantina di anni fa; oppure i sentimenti rispetto allo Stato, del piccolo impiegato governativo d'oggi con quello dei suoi predecessori, tra i quali è ben noto nella letteratura l'impiegato regio in Piemonte. La celebre commedia: Le miserie di Monsù Travet è oggi roba archeologica. Analoghi mutamenti si possono vedere chiaramente in altre categorie di cittadini. Per gli operai delle industrie, sono noti da molto tempo, e si assegnava ad essi come causa la trasformazione della piccola industria in grande; ma l'esservene anche là dove manca tale cagione fa conoscere che essa può spiegare solo parte del fenomeno; rimane un mutamento generale in molti della classe popolare, i quali, per esprimerci col gergo moderno, sono più coscienti, più evoluti.

Maggiormente evoluti sono pure moltissimi della classe superiore, ma in senso. proprio opposto a quello dei popolani, in modo che, dove questi più rigidi difensori si sono fatti della persona e degli interessi, essi si sono perduti d'animo, avviliti, sostengono pazientemente ogni ingiuria, minaccia, oppressione, solleciti solo di non irritare gli avversari, nel cui potere interamente si rimettono, baciando la mano che li fruga, affidantisi non all'ardire e alla forza ma solo ad arti subdole, per procacciare loro vantaggio.
Dopo gli scioperi, abbandonano vilmente alle ire degli scioperanti i Krumiri di cui avevano invocato l'aiuto, facendo promesse che non mantengono. Se conseguono vittoria, temono di usarne e, per «pacificare gli animi», pagano le giornate di sciopero; la quale «pacificazione» meglio si direbbe allettamento a nuovi conflitti, poichè, vadano questi a finir bene o male, gli operai non ci perdono niente.
Nella classe degli abbienti vanno spegnendosi i sentimenti della difesa personale e della proprietà, che ora sta trasformandosi in un nebuloso e precario « ufficio sociale », altri dicono « dovere sociale », facendole permutare posto col lavoro, divenuto un diritto. In alcune parti d'Italia, i lavoratori invadono le terre, vi compiono arbitrariamente lavori pressochè inutili, acquistando così il diritto di ricevere paghe a loro beneplacito, che il proprietario ha il dovere di pagare loro. Il sentimento di molti borghesi è di approvazione.

Aristotile, narrando degli oligarchi del suo tempo, scrisse che « in alcune città giurano così : - al popolo sarò nemico e noterò quanto potrò. - Dovrebbesi all'opposto pensare e fingere, dicendo manifestamente nei giuramenti : - non farò torto al popolo - ». Le classi superiori hanno seguito tale consiglio, per tutto il secolo XIX ed al presente; molti veramente pensano, altri e specialmente i plutocrati, fingono precisamente come voleva lo Stagirita.
In Francia, quando furono adunati gli Stati Generali, nell'anno 1614, il terzo Stato volle accompagnarsi, sebbene in grado inferiore, al clero e alla nobiltà. Questa si sdegnò di tanto ardire, ottenne udienza dal re, ed il barone Senecey, suo oratore, parlò precisamente così : « J'ai honte, Sire, de vous dire les termes qui de nouveau nous ont offensés ; ils disent l'ordre ecclesiastique étre l'aîné; le notte le puiné, et eux les cadets, et qu'il advient souvent que les maisons ruinées par les alnés son.t relevées par les cadets... Et, non contents de se dire nos frères, ils s'attribuient la restauration de l'État ». Oggi i termini sarebbero esattamente invertiti tra i lavoratori e i « capitalisti » ; e quelli si sdegnano di essere paragonati a questi, non solo nel regno dei Soviet, ma anche in altri paesi.

Taccio, perchè troppo note, delle infinite discordie delle nostre repubbliche medioevali, nelle quali rifulgeva pari ardire e fortezza nei popolani e nei nobili, sebbene anche allora inganni e frodi avessero loro posto. Esse ci porgono uno dei tanti esempi di oscillazioni dei fenomeni sociali. Scrive il Muratori, circa gli antichi comuni : « (p. 142). Però per rientrare a parte del Governo; o per occuparlo tutto, continuamente (p. 143) i nobili formavano delle mine, ora con felice, ed ora con infelice successo. E qui accade una singolarità che non si deve lasciare passare sotto silenzio. Cioè, allorché i Nobili ansiosamente aspiravano ai pubblici Uffizi ed onori, nè altra via scorgevano per ottenere l'intento loro, non pochi di essi usarono di fare scrivere il loro nome nelle stesse Arti (il che per lo più non era vietato), e così annoverati fra gli Artisti divenivano capaci di pubblici impieghi, riuscendo poi loro con questa dimostrazione d'amore e di stima per la Plebe di padroneggiarsi sopra i suoi padroni » (proprio come i nostri plutocrati). Si vergognerebbero forse i Nobili de' nostri tempi di abbassarsi cotanto; ma non erano sì delicati quei de' vecchi tempi : il loro discendere era un gradino più alto. Ora siano tornati ai tempi che il Muratori diceva vecchi; quando sarà venuta al potere una nuova élite non è proprio impossibile che tornino i tempi che erano presenti pel Muratori.

Di maggiore importanza è anche il mutamento dei sentimenti riguardo ai tributi. Reputavasi giusto, un tempo, che gravassero tutti o quasi tutti sulle classi inferiori, ne fossero esenti o quasi esenti le superiori. Ora sono invertiti i termini ; il che, sia detto di sfuggita, mostra che buona donna sia questa giustizia, la quale mai nega il suo aiuto ai potenti. Libero dicevasi un tempo l'ordinamento in cui coloro che pagavano i tributi li dovevano prima concedere, approvare; oggi libero dicesi quello in cui i tributi sono imposti da coloro che ne vanno esenti, o quasi; la qual cosa anche mostra che il termine di libero' è pieghevole come quelle, di giusto.
E' notevole il contrasto fra sentimenti che, essendo diversi, opposti, si esprimono coi medesimi termini. Nel passato, il popolo non si opponeva tanto al principio dei tributi quanto al modo col quale su di esso gravavano; oggi, sono gli abbienti che accettano il principio adoperato per spogliarli, contentandosi di arzigogolare per sfuggire, in parte, alle sue conseguenze: mai uniti per respingerle, ma procurando ognuno di scaricare la soma sul vicino, fatti anche più deboli per tale discordia. I governi poi si muovono poi verso in cui c'è, o pare esserci, minor resistenza. Nei secoli scorsi taglieggiavano il popolo, ora spogliano gli abbienti.

Dal sin qui detto, parmi che si possa dedurre che, sotto l'aspetto dei sentimenti, la parte popolare è molto superiore a quella degli abbienti. Coloro che la compongono sono più saldamente uniti, fedeli, hanno maggior coraggio, energia, abnegazione per difendere i propri ideali, senno e costanza nel procedere diritti all'ambita meta. Sono, è vero, inferiori nelle arti volpine, ma, quando volgono tempi di sovvertimenti, tale deficienza compensano colla forza.
In simili modi già, per il passato, procacciarono, e quindi, probabilmente, per il futuro, procacceranno miglior ventura alla società, recandole, dopo i danni di alcune scosse, lunga prosperità. Tale fu il seguito del medioevo in Grecia, e del medioevo dopo la caduta dell'impero romano, tale potrebbe anche essere il seguito di un nuovo medioevo.

Per acquistare conoscenza dell'estensione e della forza dei sentimenti si osservi l'energia e la costanza colla quale lavoratori e stipendiati hanno ora imposto la giornata delle otto ore. Si sono prefissi uno scopo raggiungibile, e senza mai piegare, uniti e fedeli, in tutti i paesi, lo hanno conseguito. Hanno lasciato gracchiare gli avversari, invocanti lo « spirito patriottico di sacrifizio », ed hanno detto : « Noi, dopo la guerra, vogliamo star meglio di prima; voi accomodatevi come volete e potete» Nessuno della classe popolare ha predicato ai compagni di lavorare di più, nel vantaggio degli abbienti, come fra questi c'è chi predica di recare danari al governo, che così ha modo di largheggiare nei doni alla classe popolare ed alla plutocrazia, il che è naturale conseguenza per il reggimento della plutocrazia demagogica. Hanno i propri Krumirì tanto la parte popolare come quella degli abbienti, ma la prima li perseguita e li odia, la seconda li scusa e spesso li onora.
Con forza pure grande di sentimenti, la parte popolare ha saputo imporre l'aumento delle paghe e degli stipendi. Non c'è in essa chi studi ogni modo di fare gravare imposte sui consorti come c'è nella classe degli abbienti, in cui molti non hanno ancora capito che, nelle presenti circostanze, ciò che è sottratto al fisco, è sottratto ai nemici.

La parte popolare intuisce che anche coloro che si spingono ad estremi ai quali almeno, per ora, molti dei suoi non vorrebbero giungere possono essere utili alleati; e perciò, in tutti i paesi, si dimostra in generale benevola ai Bolscevisti. La parte degli abbienti non sa opporvi altro e diverso estremo; ed è veramente comico il terrore che la invade al solo nome di «militarismo ». Nel passato, Cicerone la rappresenta degnamente; egli che non seppe intendere come, al tempo in cui viveva, si imponeva il dilemma tra ì tumulti del foro e la forza delle legioni, e che, onestamete ma vanamente, sperò un governo degli ottimati, sorretto dal favore del popolo.
Delle due forze in contrasto nella società, la popolare è ora la maggiore e perciò traballa lo Stato borghese, e il suo potere si sgretola; la plutocrazia demagogica vede affievolirsi il suo primo termine, rinforzarsi il secondo; e si preparano oscillazioni di cui, per altro, non ci è dato prevedere nè il tempo preciso nè l'estensione.

Ci asteniamo interamente dal giudicare, come già dicemmo, i fatti che andammo esponendo, e quindi di dar loro lode, o biasimo, ed anche di ricercare qui che utilità, prossima o lontana, possono avere per la società; li abbiamo citati solo per procacciare di conoscere la distesa e l'intensità dei sentimenti delle parti contendenti.
Abbiamo principiato collo studiare i fenomeni alla superficie e siamo stati tratti ad alcune induzioni, poscia siamo andati più in fondo della materia giungendo sino ai sentimenti; abbiamo così trovato una conferma delle fatte induzioni, ed abbiamo ottenuto, con grande probabilità, un concetto generale delle trasformazioni alle quali si avviano le nostre società".

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COME COMINCERA' IL NUOVO CICLO? (Pagg. 138-141)

In tal stato di cose, il problema che ci sarebbe ora da risolvere è il seguente: Il movimento generale osservato già da parecchi anni, fatto più intenso dalla guerra, si quieterà, o seguiterà, sia pure con alternative di progresso, di riposo, di regresso, ma nel totale, in media, con sensibile progressione? Nel primo caso, proseguirà a svolgersi il ciclo di cui parte notevole già appare nel secolo XIX; nel secondo caso, verrà la società a dare il cozzo in ostacoli insuperabili, come, per esempio, la riduzione della produzione e l'aumento dei consumi, e principierà, con o senza catastrofe, un nuovo ciclo.
Per risolvere il quesito sarebbe necessario di potere fare una statistica dei sentimenti, valutarli, conoscere come possono variare. La scienza ancora non è in grado di fare ciò con molta precisione; quindi possiamo solo ragionare grossolanamente di eventi più o meno probabili.

In favore del primo caso sta l'esempio del passato; ciò che già è accaduto può ancora accadere; ma occorre porre mente a due condizioni che esistevano allora, e che ora sono venute meno. La prima è che vi era un grandissimo numero di persone di cui i sentimenti poco erano modificati, le quali potevano dirsi di intendimenti « conservatori »; e fu di questa classe che i dirigenti si valsero, estendendo ognora il suffragio. Così operarono più volte - i governi inglesi, così fecero Napoleone III, in Francia, il Bismarck, in Germania, così rinnovarono le prove i governanti italiani; ma l'ultima fallì loro, perché non avevano badato ai profondi mutamenti che la guerra aveva recato nei sentimenti e negli interessi. Nasce quindi il dubbio che simili prove debbano pur fallire in altri paesi. Ora tale moltitudine non c'è più, è ridotta ad un numero ancora discreto, ma non tanto grande; quindi è una forza sulla quale non c'è da fare molto assegnamento.

La seconda condizione è di un ammasso ingente di risparmio e di ricchezza, al quale i governi poterono largamente ricorrere aumentando ognora le imposte, per sopperire alle crescenti spese senza troppo danno della produzione. Ora i tributi, anche pel fatto della guerra, sono giunti ad un limite che difficilmente si potrà superare, senza restringere considerevolmente la produzione, e forse anche il prodotto reale delle imposte. Di quest'ultimo fenomeno si ha un cenno nel fatto che in parecchi paesi l'aumento delle imposte procede di compagnia al deprezzamento della moneta Stanno dunque disseccandosi le fonti dalle quali i governi attingevano i denari necessari per soddisfare i desideri, i bisogni, leupidigie dei partigiani, e ammansire gli avversari. Dagli oggi, dagli domani, le gravezze saranno tante che non si potranno più crescere. I bisogni della politica vengono per tal modo a sovrastare a quelli dell'economia. Così avvenne sul finire dell'impero romano e fu principale causa della sua rovina, così potrebbe accadere anche ora.

C'è per altro da tenere conto dello sfruttamento di estese regioni asiatiche e africane. Esso potrà specialmente giovare all'Inghilterra, agli Stati Uniti, alla Francia; poco o niente all'Italia, che ha avuto solo le briciole cadute dalla lauta mensa di quegli epuIoni. Perciò la politica, rinnovata da quella della fine della Repubblica romana, che tutto concede alla demagogia all'interno, coll'intento di conseguire compensi all'estero, può valere solo per quei paesi, ma non serve in nessun modo per altri, come è l'Italia, per i quali vien meno lo sfruttamento di regioni forestiere.
Rimane poi un'incognita, ed è come si potrà fermare l'equilibrio fra queste due specie di paesi, e se non verranno necessariamente in conflitto.

Potrebbe essere questo uno dei modi
con il quale avverrebbe la catastrofe dopo la quale si avrebbe un nuovo ciclo".

FINE

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