-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

73. LO STATO POLIZIESCO - I TOKUGAWA - 1603 - 1867
CACCIATA DEI CRISTIANI


Per quanto Hideyoshi fosse stato vittorioso nelle sue campagne di guerra, per quanto si fossero dimostrate efficaci le sue misure di governo e la sua potenza fosse incontestata non era consolidata abbastanza, perché dopo la sua morte precoce il dominio, che richiedeva assolutamente tutto il vigore di un pugno di ferro, fosse assicurato nelle mani delicate del suo figlio minorenne.
Difatti l'occasione parve anche troppo favorevole ai numerosi contemporanei, forti militarmente e politicamente fra i vari daimyo, per liberarsi di nuovo dal potere centrale, esercitato con tanta energia sotto Hideyoshi, e quindi per accrescere la propria potenza.
Scoppiarono così dì nuovo le antiche discordie.

Anche tra Ieyasu e gli altri consiglieri dell'impero, che non acconsentivano al suo predominio, si venne a dissidio, e di nuovo le future sorti dell'impero insulare dovevano esser decise con la spada. Due anni dopo la morte di Hideyoshi, a oriente del lago Ciwa, presso Sekigahara, avvenne il grande scontro in una battaglia terribilmente sanguinosa, dove più di 200.000 uomini combatterono fra di loro (1600).

L'esercito dei consiglieri dell'impero, superiore di numero, nel quale si trovavano la maggior parte dei generali esperti e dei veterani delle campagne di Corea, ma regnavano gelosie reciproche, fu completamente battuto da Ieyasu, al quale poi non osarono di opporre alcuna resistenza nemmeno i daimyo, che non erano stati vinti.
Appunto come Hideyoshi aveva un tempo allontanati dal potere i discendenti del suo signore feudale Nobunaka, troppo presto rapito dalla morte, così anche ora Ieyasu spogliò del potere supremo Hideyori, senza alcun riguardo al suo matrimonio con la propria nipotina, nel quale Hideyoshi morente aveva creduto di scorgere il lui una garanzia ritenuta sicura.

Tuttavia Hideyori, che con la madre aveva la sua residenza nella potente fortezza di Osaka, innalzata dal giovane principe con dispendio straordinario, e vi stava quale signore delle tre province circostanti (Settsu, Kauaci, Izumi), rimaneva pur sempre uno dei più ricchi feudatari.

La direzione del governo centrale dopo la battaglia decisiva di Sekigahara stava però senza rivali nella mano ferma del solo Ieyasu. Questo fatto ebbe poi un carattere formale ed esteriore, quando lo stesso Ieyasu nel 1603 si fece nominare dal giovane imperatore sciogun ereditario, carica politica che dalla rimozione degli Ascikaga non era stata più concessa, per quanto Nobunaka e Hideyoshi, non avendone il titolo, avessero esercitato il potere che vi era annesso.

Così Ieyasu divenne il glorioso fondatore del dominio dei Tokekawa, che all'impero, desolato per dei secoli da disordini e guerre e tendente alla grandezza politica, doveva finalmente concedere un'epoca di pace della durata di un quarto di millennio.
Ieyasu trasferì la sede del suo governo a oriente, come al tempo di Yoritomo, non nella devastata Kamakura, ma a Yedo (la futura Tokyo), luogo importante strategicamente per il possesso delle province orientali e meglio protetto, un tempo villaggio di pescatori nell'interno dello spazioso golfo marino, che poi da lui ebbe il nome; già nel 1456 era stato fondato qui un castello e per consiglio di Hideyoshi vi si era stabilito Ieyasu, dopo esser nominato signore del Kuanto, e ne aveva ampliato le fortificazioni. Come sede del governo dei Tokugawa la nuova città si sviluppò subito e divenne la più importante di tutto il Giappone.

Se Hideyoshi aveva avuto di mira deviare con conquiste esterne l'impulso battagliero dei grandi vassalli verso un aumento della loro potenza e col merito di una splendida gloria guerriera assicurare alla sua casa il potere, Ieyasu ora si accontenta degli allori acquistati in quantità in tre decenni di guerre e dimostra un carattere prudente di fronte alla maggior parte degli oppositori a lui soggetti. Con buon successo egli assicura la durata del dominio della sua casa, approfittando abilmente di stranieri a lui ben accetti per liberare e volgere ad un pacifico benessere le energie economiche del suo paese, ritardate dalle continue guerre civili.
Ieyasu paralizza poi lo spirito di resistenza di ambiziosi daimyo con un sistema di feudi adattato con perspicacia straordinaria alla situazione di fatto di centinaia di principi grandi e piccoli, formatasi nel corso dell'evoluzione storica. Crea perciò una solida base al potere centrale con un chiaro ordinamento di rapporti con lo sciogun, incaricato di tutte le funzioni di governo in nome del sovrano, e con l'imperatore, che vegeta nel sacro isolamento della sua nobile Corte di Kyoto, come semplice titolare della sovranità dello Stato ed a cui è concessa un'entrata annua, certamente modesta ma almeno sicura, di 10.000 koku di riso, appunto come ai daimyo provvisti della rendita minima.

Il koku è una misura di capacità di 180,4 litri, e un koku di riso costituiva l'unità, con cui si calcolavano tutte le entrate dipendenti dal vincolo feudale, sia che consistessero effettivamente in riso o in altri prodotti naturali o anche in denaro. Il suo valore, naturalmente era molto oscillante. L'entrata complessiva in quel tempo è calcolata a 28.900.000 koku di riso, di cui 20 milioni toccavano ai daimyo, mentre del rimanente la metà circa era assegnata alla famiglia dei Tokugawa, l'altra ai vassalli della casa dello sciogun .

Alla testa dell'amministrazione dello Stato leyasu pose un Consiglio di Stato (rogiu) formato ordinariamente di quattro o cinque membri, al quale spettava sorvegliare e dirigere tutte le autorità subalterne. Divennero norme decisive per il diritto pubblico, per la giustizia e per l'amministrazione, le cosiddette «diciotto leggi» e le «cento leggi di Ieyasu».
Al contrario degli altri codici, queste ordinanze, che in parte comprendevano e integravano le decisioni del «Ioei-scikimoku» (già citate nelle precedenti pagine), non furono tuttavia mai pubblicate, ma dovevano soltanto esser conosciute dal successore di Ieyasu e dai supremi funzionari dello sciogunato.

È rilevante la parte avuta dalla politica estera sotto Ieyasu, che vedeva chiaramente nell'aumento del traffico con gli stranieri un mezzo efficacissimo di promuovere il benessere della sua nazione. Gli avventati ultimi propositi di conquiste di Hideyoshi furono naturalmente abbandonati del tutto da Ieyasu, che aveva saputo anche tenersi lontano dalle guerre coreane; mentre rivolse invece la sua attenzione allo sviluppo del traffico commerciale con il continente, ripresosi dopo la morte di Hideyoshi.
La pace con la Cina fu veramente riconosciuta in modo ufficiale soltanto nel 1609 e quella con la Corea confermata nel 1615. Anche tra i vari regni della penisola indiana transgangetica e il Giappone vi era un notevole traffico commerciale e navale.

Ai Portoghesi di Makao, che avevano di gran lunga la parte del leone nel commercio così lucroso col Giappone, e agli Spagnoli di Manila e del Messico sorse una concorrenza, quasi bene accolta e accortamente promossa da Ieyasu, per parte dei loro peggiori nemici. Gli Olandesi e gli Inglesi, nel 1609 e rispettivamente nel 1613 fondarono fattorie delle loro Compagnie delle Indie orientali, gli uni e gli altri sull'isola Hirado, il cui sovrano molto lieto della cosa apparteneva ai daimyo minori di Kiushiu.
Di quelle fattorie l'inglese dopo pochi anni le chiuse per mancanza di guadagni; l'altra invece non solo divenne una delle fonti più considerevoli di ricchezza della compagnia olandese, famosa e molto invidiata, ma riuscì perfino sopravvivere a questa e formò nei secoli dell'isolamento l'ultimo e sottile legame fra il Giappone, divenuto ostile alle relazioni con gli Europei, e la civiltà di questi.

Il profitto finanziario dei Paesi Bassi nel Giappone è stato veramente molto esagerato; anche nel periodo del maggior sviluppo di questo commercio, durato soltanto alcuni decenni, il guadagno netto raggiunse in media appena un milione di fiorini, anche se non è compreso il profitto ottenuto e registrato dagli altri banchi e in patria dalle importazioni del Giappone.
Anche sulla riva opposta dell'Oceano Pacifico, in America, Ieyasu mirava ad estendere il traffico del suo paese. Quando nel 1608 il governatore delle Filippine nel suo ritorno dal Messico naufragò sulla costa giapponese, poté andar lieto di avervi ricevuta la migliore accoglienza.
Per mezzo dell'inglese William Adam, pilota del primo bastimento olandese approdato nel Giappone nel 1600 e in gran favore presso di Ieyasu a causa delle sue conoscenze nautiche, questi gli fece costruire un nuovo bastimento alla maniera degli Europei. Approfittò poi di questa fortunata occasione per annodare un traffico diretto con il Messico, dove soprattutto aveva l'opportunità di avere esperti minatori delle miniere spagnole per accrescere il prodotto dello sfruttamento dei tesori minerali del Giappone.

Anche diversi Giapponesi si recarono su questa nave al Messico (1610). Vi furono accolti splendidamente, ma non si stabilì un regolare traffico commerciale, probabilmente per i reclami da parte dei commercianti di Manila, che ne erano danneggiati; e anche i minatori richiesti non vennero.

La propagazione del Cristianesimo dalla morte di Hideyoshi in poi aveva fatto nuovi progressi considerevoli. Ieyasu non aveva certo revocato il rigido divieto contro di esso ma non aveva disturbato ulteriormente l'opera delle missioni e la libertà di movimento dei sacerdoti stranieri, per riguardo alla loro influenza sul commercio esterno, curato da lui con così assidui sforzi, e per le buone relazioni con lo Stato ispano- portoghese, collegate al commercio medesimo.

Nel 1604 i Gesuiti contavano già di nuovo nel Giappone 123 membri del loro ordine, distribuiti fra due collegi, due case principali, un noviziato e venti stabilimenti. Dei Domenicani operavano in Satsuma e degli Agostiniani in Bungo, mentre dei Francescani svolgevano il loro zelo per la fede perfino nella sede dello stesso sciogunato, in Vedo, dove i Gesuiti non vi erano ancora giunti.
Nell'anno 1605 il numero dei cristiani giapponesi era cresciuto fino a tre quarti di
milione e nonostante l'insofferenza in cui era tenuta qua e là da singoli daimyo la fede cristiana, questa si diffuse sempre più negli anni successivi; molti principi le dimostrarono del tutto apertamente il loro favore.

Anzi uno dei più potenti, DATE MASAMUNE (nell'immagine di apertura), il daimyo di Sendai, che dominava sulla massima parte del nord-est dell'isola maggiore, mandò perfino sotto la guida del francescano spagnolo Sotelo una splendida ambasciata al Papa e in Spagna, che parve far sorgere le speranze più lusinghiere sulla diffusione del Cristianesimo nel suo Stato.
Ma con essa all'intraprendente daimyo naturalmente premeva soltanto di ottenere relazioni commerciali, preziose anche politicamente, con le colonie spagnole in America o con l'Europa stessa.
All'inizio si aveva avuto l'idea di un'ambasciata dello stesso sciogun condotta da Sotelo, ma andò a vuoto in seguito ad un naufragio; questa idea fu poi abbandonata per un cambiamento repentino, avvenuto appunto allora, delle disposizioni benevoli di leyasu rispetto ai sacerdoti stranieri.

Tuttavia l'ambasciata di Date non avvenne all'insaputa e senza un accordo col governo dello sciogunato. Lasciò il Giappone nel 1613 sopra un bastimento, costruito nel modo europeo, e nonostante gravi tempeste giunse felicemente al Messico. HASEKURA Rokuyemon, l'ambasciatore scelto fra i funzionari superiori dei daimyo, provvisto di un gran seguito, giunse poi nel 1615 in Europa e, appunto come i Giapponesi arrivati trent'anni prima, fu ricevuto e festeggiato splendidamente alla Corte spagnola come in Italia, avvenimento anche questa volta ampiamente apprezzato nella letteratura del tempo.

Perfino un magnifico ritratto ad olio dell'ambasciatore col suo ricco costume giapponese di Corte fu fatto per commissione del Papa Paolo V, e rimasto in possesso della sua famiglia, dei Borghese, ancora oggi appeso nella sala che fu un tempo la biblioteca del loro palazzo in Roma.
Invece la Curia romana si mostrò questa volta molto riservata nelle trattative diplomatiche, fa
tto singolare da attribuire all'influenza potente dei Gesuiti per nulla soddisfatti della competizione non sempre leale degli altri ordini.
Con un breve pontificio del 1585 era stata difatti affidata ad essi esclusivamente ogni attività nelle missioni giapponesi in riconoscenza dei loro grandi successi, privilegio però, che nel 1600 con una bolla del Papa era stato abolito a favore degli altri ordini.

Non senza ragione i Gesuiti, divenuti ormai più versati nelle cose giapponesi, temevano che lo zelo di propaganda, talora imprudente dei Francescani, potesse ridestare contro i sacerdoti stranieri il sospetto appena sedato del governo giapponese e con questo maturare in genere conseguenze fatali per tutta l'opera della conversione o almeno per il mantenimento delle buone relazioni.
In questo contrasto degli ordini religiosi venne a manifestarsi ad un tempo il conflitto d'interessi politico commerciale tra i due regni di Spagna e di Portogallo, allora congiunti da una unione d'interesse commerciale.
Anche se le circostanze fossero state meno sfavorevoli, a questa ambasciata difficilmente sarebbe stato riservato un successo politico; infatti, appunto come nella precedente, durante la sua lunga assenza erano accaduti nel Giappone avvenimenti importanti, per i quali il Cristianesimo si trovava là in estreme difficoltà.

Hasekura l'ambasciatore, già battezzato in Europa, senza aver concluso nulla dovette ritornarsene in patria, e qui ben presto abiurò la fede cristiana (1620); anche delle relazioni commerciali, all'inizio bramate con tanto ardore e che erano il vero scopo di tutta quella ambasciata, divenuta ormai insignificante, non era più il caso di parlare.

Cause di vario genere possono aver contribuito a determinare un fatale e repentino mutamento di quella benevole tolleranza, della quale all'inizio il Cristianesimo aveva potuto godere sotto Ieyasu. Il commercio esterno non dipendeva più soltanto dai Portoghesi e dagli Spagnoli, ma anche dai nuovi stranieri, gli Olandesi e gli Inglesi un po' meno superbi, e sembravano poter sostituire in modo anche migliore gli altri due, anche perchè andavano in Giappone soltanto per fare commercio che era vantaggioso per ambedue le parti e soprattutto lo facevano senza sbarcare continuamente ecclesiastici desiderosi di operare conversioni con zelo, ad ogni costo e con fastidiose pressioni che non lasciavano indifferenti i religiosi delle credenze locali. Ma anche gli stessi giapponesi restavano perplessi nel vedere - di una stessa religione - gli attriti che nascevano nei vari ordini del cristianesimo.

I nuovi arrivati fra l'altro non trascuravano di avvertire il governo giapponese dell'appoggio reciproco che si prestavano nelle loro conquiste coloniali la Chiesa cattolica e lo Stato ispano portoghese, loro nemico mortale non solo nei commerci ma anche su temi religiosi (In Europa in quel momento in pieno contrasto).
Anche gli stessi Portoghesi e gli Spagnoli oltre i vari ordini religiosi per gelosia reciproca non avevano mancato di fare insinuazioni nei confronti di Inglesi e Olandesi. Si aggiungevano inoltre le trasgressioni di funzionari dello Sciogun fattisi cristiani e la loro venerazione delle reliquie dei Cristiani giustiziati (quelli citati nel precedente capitolo), che appariva addirittura come una disobbedienza verso il potere dello Stato.

Non vi è quindi da meravigliarsi se la religione straniera, che ad onta di un temporaneo divieto (con l'editto poco osservato di Hideyoshi) era aumentata negli ultimi anni in modo sorprendente, abbia finito con l'apparire anche a Ieyasu come un serio pericolo per l'unità e per l'indipendenza dell'impero, la cui sicurezza ormai esigeva urgentemente che quella religione fosse tolta di mezzo senza alcun riguardo.

Nell'anno 1614 fu quindi pubblicata quell'ordinanza, di cui tanto si parlò e che ebbe gravi conseguenze, fregiata di molte massime della sapienza buddistica e confuciana, che proibiva la dottrina cristiana come pericolosa allo Stato e ordinava l'esilio dei sacerdoti stranieri.
«La masnada cristiana»
, così è detto fra le altre cose in quell'ordinanza, «è venuta nel Giappone, non solo per mandarvi le sue navi di commercio a scambiare delle merci, ma anche per diffondervi una cattiva legge e sovvertire la retta dottrina, mirando a mutare il governo dello Stato per poter così prender possesso del paese. È questo il seme di grandi discordie e deve essere distrutto ».

"KOSATSU„
MANIFESTO PUBBLICO CHE PROIBISCE IL CRISTIANESIMO
(Originale nel Museo Ueno di Tokyo)

DECRETO.

La fede cristiana è proibita per sempre.
Chi scopre una persona sospetta, la deve denunziare al Governo.
Chi denunzia un bateren [= Pater], riceve in ricompensa 300 monete d'argento.
Chi denunzia un iruman [= irmâo, Frater], 300 monete. Altrettanto chi denunzia un recidivo.
Chi denunzia un credente, 100 monete; altrettanto, se il denunziato non è cristiano, ma ha vissuto insieme ad un bateren od iruman. Questa ricompensa può in certi casi elevarsi a 500 monete d'argento.
Se risulta che qualcuno tiene nascosto un tale uomo, saranno puniti severamente il capo della comunità ed i goningumi [le cinque (go-nin) famiglie (kumi) del quartiere] con le loro famiglie.
Tale è l'ordine.
Tenwa, anno secondo [1682], quinto mese.
IL BUGYO

 

Di conseguenza alcune centinaia di sacerdoti, anche indigeni, dovevano abbandonare il Giappone. Di una persecuzione generale e sanguinosa dei Cristiani o degli stranieri, di cui si è fatto spesso un rimprovero a causa di questo editto a Ieyasu invece che ai suoi successori, mentre egli rimase fino all'ultimo favorevole ai commerci, non si parla affatto nell'editto stesso.

Il commercio dei Portoghesi e degli Spagnoli continuò indisturbato; anzi il governo giapponese non permise nemmeno che nel limite del suo dominio gli Olandesi insidiassero le navi mercantili portoghesi.
Ma Ieyasu credette di dovere scorgere anche un altro pericolo per lo sciogunato della casa dei Tokugawa in Hideyori ormai adulto, cioè il figlio di Hideyoshi, il piccolo che Ieyasu aveva escluso dal succedere al potente suo padre nel governo centrale.
In realtà la Corte d'Hideyori, il quale con una rendita di 650.000 koku poteva annoverarsi fra i sovrani più ricchi, era allora nel suo castello ben fortificato di Osaka il centro di tutte quelle persone, che avevano ragioni di nutrire sentimenti ostili al rigoroso governo dello Sciogun; fra queste, come anche nel suo esercito, vi erano molti Cristiani indigeni; e che a questa fede appartenesse lo stesso Hideyori lo si sospettò, veramente a torto, dai suoi avversari.

leyasu cercò un pretesto per una guerra, che togliesse di mezzo il marito della sua propria nipote, e lo trovò in una presunta offesa che Hideyori gli avrebbe arrecato con un'iscrizione sopra una campana di un tempio da lui fondato. In essa comparivano i due caratteri, che formavano il nome di Ieyasu, però combinati insieme con un altro segno, lo si poteva interpretare anche come apportatore di sventura.
Dopo un lungo assedio della fortezza di Osaka valorosamente difesa, riuscì finalmente allo sciogun di espugnare la piazza con un sanguinoso combattimento. Il ridotto del castello, ultimo rifugio dell'assediato, andò in fiamme, nelle quali (a quanto pare) trovarono la morte anche Hideyori con la madre (1615).
O almeno non ricomparvero più in seguito; tuttavia la leggenda s'impadronì di questa materia da romanzo, facendo fuggire Hideyori per mare a Satsuma o alle isole Riukiu, e forse (lì esiliato) d'intesa con lo stesso Ieyasu.

Comunque sia era così tolto di mezzo l'ultimo ostacolo serio e veniva assicurata la successione ereditaria nella famiglia dei Tokugawa. Il suo fondatore non doveva però sopravvivere a lungo a quest'ultima vittoria. Già nell'anno successivo (1616) Ieyasu dovette soccombere ad una malattia in età di 74 anni. La successione di suo figlio Hidetaka (nato 1569, morto 1632 avvenne senza turbamento della pubblica pace; a lui per evitare più tardi contese per il trono era stato già concesso formalmente il titolo di sciogun nel 1605.

Ai resti mortali del primo sciogun dei Tokugawa fu apprestata dai suoi successori una sede consacrata negli ameni e sentimentali boschi di Nikko. In mezzo a magnifici boschetti di crittomerie s'innalzano qui i vasti edifici del tempio sepolcrale di Hideyori, riccamente adornati dalle più eccellenti opere d'arte della pittura e dell'intaglio e dei lavori in lacca o in metallo, che potevano prodursi solo ai giorni della potenza della casa Tokugawa, così amici della pompa e degli splendidi colori.

Con Ieyasu era morta la più eminente senza dubbio di quelle figure rilevanti, delle quali non fu veramente povero quel periodo pieno di tempeste e di tribolazioni; il suo nome va annoverato fra i più gloriosi e immortali nella storia giapponese di tutti i tempi. L'alto compito patriottico, agognato da Nobunaka e da Hideyoshi con ardito fervore, ma ancora senza un pieno e durevole successo, cioè la restaurazione dell'unità politica nazionale, poté essere effettuato e condotto a fine da Ieyasu in una forma, che riuscì a durare per secoli dopo di lui e schiudere al suo popolo un lungo periodo di pacifica prosperità e di progresso economico.

Lo spirito popolare giapponese ha trovato, per paragonare i tre uomini così benemeriti, un'immagine molto caratteristica, che assai piacevolmente prende le mosse da una vivanda favorita, da una focaccia di riso («moti»).
L'opera che richiede uno sforzo, quella di macinare il riso spetta a Nobunaka e ad Acheci; Hideyoshi lo impasta e Ieyasu mangia la focaccia già preparata.

Di quello stato di immobilità, che più tardi incomincia, come in Cina e in Corea, anche nel Giappone sotto i suoi successori avversi anche ai progressi piú modesti, o dell'isolamento che ne seguì, nessuna colpa ne ha il fondatore dello sciogunato dei Tokugawa, che si impegnò appunto a dare incremento alla politica estera. Come la sua sollecitudine per il commercio con i paesi stranieri e per ottenere dei capi operai forestieri, per es. per l'arte mineraria, fu molto apprezzata.
Quanto fosse esente da pregiudizi contro gli Europei si rileva nel modo più chiaro dal fatto che egli non rifuggì dall'accogliere nella schiera dei suoi propri vassalli (« hatamoto ») il nocchiere inglese Adams molto istruito, la cui capacità Ieyasu aveva saggiamente presto riconosciuta; onore questo non reso mai dallo sciogun né prima né dopo ad uno straniero.

Anche per mezzo di relazioni personali molto cortesi con i rappresentanti di nazioni differenti si era adoperato per apprendere accuratamente e con spirito critico le condizioni reali dei paesi lontani. Le opere scritte di legislazione e di amministrazione note sotto il suo nome (anche se l'autenticità alcuni studiosi dubitano) rimangono per tutta la durata dello sciogunato le basi, glorificate col sacro rispetto derivante dal culto degli antenati.
Però non solo come statista è glorificato, ma anche e non meno come generale, per es. nella battaglia decisiva di Sekigahara, Ieyasu si distinse per valore rispetto agli altri suoi colleghi; anzi una volta, al tempo delle continue guerre fra i daimyo, aveva riportato una vittoria perfino nei confronti del grande Hideyoshi (1584).

Inoltre questo sovrano di larga mente si acquistò anche meriti letterari. Fondò difatti una biblioteca, il cui nucleo era formato dai resti della famosa raccolta di libri degli scikken Hogio a Kanazawa (già citati), più volte devastata da incendi; in tutto il paese fece raccogliere gli antichi scritti, copiare quelli più rilevanti di argomento storico e politico ed anche moltiplicarli grazie alla stampa con i caratteri mobili da qualche tempo utilizzati anche in Giappone.

Come tratto di carattere criticabile in quest'uomo potente, c'è il contegno confinante con la perfidia, da lui assunto verso al giovane Hadeyori, affidato a lui fin da bambino da Hideyoshi per la sua protezione, indubbiamente mal riposta. Un tale atteggiamento fino alla rovina del giovane, forse può essere giustificata come un freddo calcolo di una politica realistica, quindi una sua dura necessità non solo per la propria istintiva conservazione ma per assicurare l'unità dello Stato.

Nei ritratti di lui a noi tramandati il volto alquanto grosso non mostra alcun lineamento, che esprima una durezza crudele; ma la sua fisonomia, a dire il vero, lascia più trasparire una benevolenza, che non una straordinaria energia e una scaltra intelligenza come è invece dimostrata dai fatti della sua vita.
Sotto Hidetada e ancor più sotto il suo figlio lemitsu (1603-1651, sciogun dal 1623), di indole dominante e senza scrupoli, in cui la sua casa raggiunse la massima pienezza
di potere, ogni funzione politica cede di fronte alle misure, che devono assicurare e mantenere la dinastia dei Tokugawa, considerata come equivalente all'indipendenza e all'unità dell'impero; questi e i loro superbi rappresentanti si isolano dagli altri nel cerimoniale di Corte, non così era Ieyasu, più facilmente accessibile e d'idee molto più larghe.

Cominciano ora decenni di una crudele persecuzione contro i Cristiani giapponesi, numerose specialmente nel Kiuschu, molti dei quali insieme a preti europei rimasti nascosti o accorsi di nuovo sotto travestimenti d'ogni sorta dalle Filippine o dalla Cina per l'opera della conversione a dispetto dei divieti del governo giapponese, ben presto divengono martiri della Chiesa cattolica, spesso dopo orribili e nuove torture.

La persecuzione a danno delle fede cristiana conduce presto anche a un odio diffidente contro tutti gli stranieri, un tempo in genere così bene accetti. Già nel 1616, in contraddizione con le lettere di franchigia concesse da Ieyasu, il loro commercio fu limitato a Nagasaki e a Hirado. Un'ambasciata comparsa nel 1624 in occasione dell'avvento di un nuovo re di Spagna, fu addirittura sprezzatamente rimandata indietro assieme ai suoi ricchi donativi; fu poi interrotto ogni commercio del Giappone con gli Spagnoli, non ancora però con i Portoghesi.

Agli stessi sudditi giapponesi il commercio estero allora così lucroso fu impedito senza riguardi con la proibizione di costruire grandi navi o comunque capaci queste di navigare oltremare. Nel 1635 fu ancora permesso ai Portoghesi il commercio soltanto in un recinto stabilito apposta per quest'uso nel porto di Nagasaki, nell'isolotto artificiale di Descima. A tutti i Giapponesi fu nello stesso tempo vietato sotto pena di morte di abbandonare d'allora in poi la patria o di ritornarvi dai paesi stranieri, divenuti pericolosi per i rapporti, che in quelli vi si contraevano con l'odiato Cristianesimo.

Nell'anno 1637 si propagò sopra un territorio discretamente piccolo dell'isola di Kyushu, situato a oriente di Nagasaki, l'insurrezione di Shimabara, che prese il nome da quel territorio e che andava allargandosi pericolosamente. Fu provocata dalla passata persecuzione specialmente violenta della fede cristiana, un tempo qui diffusa e non del tutto soffocata a dispetto di tanti editti e persecuzioni; inoltre provocata dalle estorsioni a danno della popolazioni, commesse dai funzionari del nuovo sovrano nemico dichiarato dei Cristiani.

Soltanto con estremi sforzi e con la chiamata alle armi di considerevoli forze militari il governo dello shogunato poté finalmente soffocare (1688) quel movimento, che cresceva in modo minaccioso e che inghiottì da ambo le parti molte migliaia di vittime umane. Questo moto, sorto del resto senza la cooperazione di preti europei, era già stato represso prima che ne fossero state informate la Chiesa cattolica e le potenze che la proteggevano, le quali tuttavia difficilmente allora potevano rischiare un intervento armato, date le sue conseguenze incalcolabili.

Ma per il governo giapponese questo nuovo riardere della fiaccola della guerra civile, che si credeva estinta definitivamente col rafforzamento dello sciogunato, fu pretesto e occasione buona per misure ancora più severe e di piú dure persecuzione contro i Cristiani e in parallelo l'isolamento nella politica con l'esterno.

Sulle piazze pubbliche e sui crocicchi delle vie s'innalzarono quelle grandi tavole di legno, oggi visibili nei musei storici, sulle quali erano affissi gli avvisi, che vietavano il Cristianesimo, e per la denunzia di coloro che vi appartenevano o dei loro sacerdoti stabilivano ricompense in varia misura, le quali per gli ultimi salivano da 200 monete d'argento (1638) alla somma non irrilevante di 500 (1674).

Le autorità locali dovevano inoltre aver cura che ogni famiglia provasse regolarmente di appartenere ad una qualunque delle sette buddistiche e di tale censimento si dovevano tenere appositi registri. Nella città di Nagasaki, un tempo quasi interamente cristiana, e nei distretti circostanti l'autorità si serviva anche di un altro mezzo, che sembrava escludere del tutto anche ogni Cristianesimo segreto, cioè delle così dette «tavolette da calpestare» (yesumi).

 

Erano queste immagini metalliche di Cristo o di santi cattolici, incastrate in tavole di legno, che custodivano le autorità; una volta all'anno tutti gli abitanti erano chiamati e dovevano calpestarle sotto i loro piedi per dimostrare che non appartenevano alla fede proibita.
Ma anche agli Europei, fino agli Olandesi non cattolici si estese quella singolare opera di persecuzione.
Poi i Portoghesi nel 639 furono definitivamente banditi dal Giappone; quando poi nei successivi anni da Makao, che essenzialmente non aveva altra risorsa che il ricco commercio giapponese, apparvero inviati portoghesi per chiedere che si permettesse di nuovo il commercio, assicurando che i preti vi sarebbero rimasti estranei; questi ambasciatori non solo non furono ascoltati ma furono giustiziati.

Gli Olandesi dovettero radere al suolo la loro bella fattoria d'Hirado, ad onta e forse appunto a causa del nuovo loro edificio costruito in pietra. Si pretese che le date (1637-1639), disposte sul comignolo con le iniziali della Compagnia delle Indie orientali, avessero dato scandalo ai Giapponesi, forse perché ne avevano osservate delle simili sulle chiese erette dai Cristiani e quindi supponevano in esse un qualche rapporto di carattere religioso.

Con umilianti limitazioni fu concesso agli Olandesi soltanto di continuare il loro soggiorno ed il loro commercio nel recinto di Descima, una specie di campo di concentramento, stabilito alcuni anni prima per i Portoghesi, loro nemici e rivali, ora tolti di mezzo. Accanto ai Cinesi, cui era permesso pure a loro a simili condizioni di commerciare in Nagasaki, gli addetti alla fattoria olandese erano l'unica e modesta eccezione nell'impero insulare nel corso della sua piena e lunga segregazione dall'Occidente.

Con le forme esteriori del sistema feudale va unita sotto il dominio degli sciogun della casa Tokugawa l'istituzione di uno Stato assoluto poliziesco, il quale regola esattamente e sorveglia ogni sorta di relazioni ed al cui occhio sempre rigorosamente vigile non può sottrarsi alcun campo di azione umana, qualunque esso possa essere.

Certo questo sistema dopo secoli di tempeste guerresche assicura al paese un periodo di debole pace, di durata insolita, nel quale prende piede un discreto benessere, specialmente nelle città maggiori. Se anche non si raggiungono e tanto meno si superano nella grande arte i buoni successi precedenti, tuttavia le arti e le industrie anche in diversi nuovi campi salgono ad un'alta floridezza. Ciò soprattutto nell'arte minuta, nella decorazione delle spade, negli ornamenti in lacca e in avorio, eseguiti con maestria meravigliosa nella tecnica e nel trattamento delle varie materie. In questi producono lavori insuperabili i maestri, che operano alle corti di tutti i sovrani, indipendentemente dalla richiesta del mercato commerciale.

Frattanto ha buon successo una letteratura, ispirata ad un singolare erotismo, che penetra largamente in tutte le classi della popolazione ed è adornata di quelle immagini artistiche colorate, il cui gran pregio doveva essere riconosciuto soltanto ai nostri giorni e dall'estero e che da molti Giapponesi colti non è ammesso nemmeno oggi.
Tutti i grandi ideali nazionali e intellettuali minacciarono però di deperire in un angusto isolamento, dove nessuno potè sollevarsi oltre quel campo di azione assegnato a lui per eredità o di cercare di farlo in un contrasto segreto e pericoloso col potere dominante.

Una solida barriera separò da una parte la massa della popolazione obbligata ad un mestiere, i contadini, gli artigiani e i mercanti, che potevano isolatamente conseguire grandi ricchezze e quindi talora anche una certa influenza, restando però considerati meno degli altri cittadini, e dall'altra i samurai, alteri della loro nobiltà, ai quali soltanto a loro e al loro «clan» furono accessibili tutti i posti di funzionario, sia essi dell'ordine civile o militare, rimanendo loro vietato ogni ramo professionale, che mirasse ad un guadagno.

Anche i daimyo, discretamente indipendenti nei loro propri domini, dovettero conformarsi al volere del sospettoso Iemitsu, che dal 1642 li costrinse a passare d'allora in poi una parte dell'anno nella sua costosa residenza di Yedo, e lasciare nel contempo, mentre erano assenti, la famiglia in certo modo quale ostaggio.
Così sorsero intorno al palazzo dello sciogun tutte quelle yashiki o dimore dei daimyo e del loro numeroso seguito, in parte vastissime e magnifiche. Sulle strade maestre, che da tutte le parti dell'impero conducono a Yedo, si svolse allora continuamente lo spettacolo pittoresco delle lunghe processioni dei daimyo, che andavano alla residenza dello sciogun o ne tornavano, procedendo con la pompa solenne ad essi prescritta.

Alla Corte stessa dello sciogun, tutto fino agli atti più insignificanti, era strettamente regolato dal cerimoniale e da formalità superstiziose e religiose, il cui fondo simbolico erano per lo più già dimenticate. Alla corte dei Tokugawa l'ufficio di maestro della buona creanza per i giovani dell'aristocrazia militare era ereditario nella famiglia degli Ise, celebri già sotto gli Ashikaga per la dottrina e per la pratica degli usi tradizionali; uno di essi ha lasciato molti disegni, che ci fanno abbondantemente riconoscere la vita della Corte tutt'altro senza soggezione, specialmente nel secolo XVIII.

Anche il campo del sapere non riuscì a sottrarsi alla rigida vigilanza politica dei Tokugawa, che del resto esercitavano anche un'azione benefica, come aveva fatto Ieyasu, col favorire le biblioteche. Le basi principali dell'ordinamento , dell'istruzione per tutto il periodo dei Tokugawa furono ideate dal dotto confuciano Razan (1583-1657) della famiglia degli Hayashi, nella quale rimase ereditaria la direzione di tutti gli affari attinenti al sapere fino alla caduta dello shiogunato.
Razan, animato da sentimenti estremamente ostili al Cristianesimo, fu fra i più influenti e nefasti consiglieri dello sciogun lemitsu, sotto il quale la fede straniera fu così implacabilmente estirpata e fu condotto a termine l'isolamento di fronte all'Europa; Razan, fra gli altri scritti, ne compose anche tre nei quali combatteva il Cristianesimo.
Il filosofo cinese Ciu-hi (1130-1200, in giapponese Shiushi) che nella sua patria fino ai nostri giorni ha un suo proprio dominio letterario, essendo indiscutibilmente il più competente commentatore e maestro del Confucianismo, per mezzo dei suoi seguaci nel Giappone, fra i quali Razan era uno dei più entusiasti, ha raggiunto anche qui un'influenza sul pensiero e sulle azioni, che va molto al di là dei confini della vita spirituale ed è divenuta rilevante anche nel campo politico.

Lo svolgimento della filosofia di Ciu-hi, del grande apostolo dell'educazione di sé stessi, doveva necessariamente provocare controversie e dissidi di vario genere fra i dotti che vi presero parte, inconveniente spinoso, nel quale non temette d'immischiarsi anche il governo dello sciogunato, che a ogni cosa dava una norma.
Nell'anno 1790 un editto composto da un Hayashi, allora a capo dell'amministrazione scolastica, proibì ogni disparità dalle dottrine di Ciu-hi, rappresentate dagli organi del governo.

Durante due secoli questo rigoroso dominio poliziesco, per quanto benevolo, gravò con rigida tenacia sull'impero insulare dell'estremo Oriente, che in seguito a tutto questo rimase molto indietro nei progressi della cultura se paragonata all'Occidente, il quale appunto in questo periodo conseguiva sempre nuovi progressi e nuove conoscenze in ogni campo dello scibile umano.

Sono di vario genere le ragioni, che finalmente cooperarono alla caduta dei Tokugawa, i quali non offrirono alcun successore pari ai tre primi severi ed energici sovrani di questa casa e che nei secoli XVIII e XIX per lo più non diressero personalmente gli affari di Stato. Le entrate fisse, fondate essenzialmente sullo scambio di prodotti naturali, non avevano potuto andar di pari passo con l'aumento della popolazione, aumentata rapidamente in quel lungo periodo di relativa pace; perfino il vero sostegno del dominio degli sciogun, la classe dei samurai militari e funzionari, orgogliosi e fieri del loro privilegio di portare due spade e sprezzanti di ogni guadagno di denaro a loro inibito, non di rado dovevano soffrire un'amara povertà.

Si cercò invano di sfuggire a temporanee carenze nella pubblica finanza con rovinosi tentativi di alterazione delle monete. Una corrente nazionale si ribellò contro la letteratura e la filosofia cinese allora dominanti, certo non senza qualche rapporto con quel disprezzo favorito dall'alto di tutto ciò che era straniero.
Essa operò un risveglio delle antiche tradizioni giapponesi e scintoistiche, derivate dalla storia e dalla leggenda dei tempi primitivi e non più generalmente intese nel loro testo originale, e operò inoltre il risveglio dell'antichità classica. Il movimento fu rappresentato brillantemente da dotti, i cui nomi risplendono anche oggi come fulgide stelle sul firmamento della letteratura giapponese, quali Mabuci (1697-1769), Motoori (1730-1801) e Hirata (1776-1843); fu inoltre assecondato specialmente dalla scuola di dotti chiamati in vita alla propria Corte dallo studioso Mitsukuni (1628-I700), un Tokugawa, nipote dello stesso Ieyasu e daimyo di Mito.
Approfittando di quel movimento Mitsukuni fece redigere un'estesa storia del Giappone, condotta secondo il modello classico degli Annali delle dinastie cinesi. È il celebre « Dai Nihon Sci », cominciato nel 1657, che dalle origini giunge fino alla riunione delle dinastie settentrionale e meridionale (già avanti citato - 628) ed è considerato come l'opera classica della storiografia giapponese.

La sua grande reputazione, a dire il vero, riposa un po' meno sopra una ricerca accurata sull'autenticità dei fatti narrati che sulla sua solida convinzione nella difesa del concetto della legittimità dell'impero. Appunto per questo all'opera, comparsa nel corso del secolo XVII al XVIII, era riservato di esercitare una profonda influenza politica. Di conseguenza solo l'imperatore consacrato in Kyoto, come rampollo della dea solare, era competente ad esercitare la sovranità effettiva e tutto lo sciogunato dei Tokugawa, mentre i governi dei tempi precedenti, dovevano apparire come un'istituzione politica del tutto illegittima.

Divenne così via via del tutto insostenibile la situazione del governo dello sciogunato, che già nell'interno dell'impero presentava molte serie difficoltà, perché esso, obbedendo veramente soltanto alla necessità e non ad un impulso proprio, dovette riconoscere l'impossibilità di mantenere più a lungo senza pericolo il potere con quelle istituzioni militari piuttosto indebolite nel lungo periodo di pace e proprio per questo del tutto antiquate. Dunque impossibile mantenere il proprio ostinato isolamento di fronte alle potenze occidentali, così mutate nella loro rispettiva potenza e ormai provviste di armi d'attacco molto più efficaci che non come quelle di prima.

Anche alla fine del secolo XVIII e al principio del XIX al Giappone gli era riuscito di respingere bruscamente deboli tentativi dell'Inghilterra e della Russia di avviare un commercio amichevole. Quando poi gli Stati Uniti dell'America settentrionale mandarono una flotta minacciosa di piroscafi nel golfo di Yedo, sotto l'ammiraglio Perry ben preparato e consapevole dei suoi fini, non sappaimo quanto benevolo ma che appare tuttavia molto risoluto, il governo dello sciogun, che é già informato dei buoni successi militari, riportati poco prima dagli Occidentali contro la Cina, stimata così potente, non si ritenne in grado di persistere ostinatamente più oltre nella sua politica rigorosa d'isolamento, per la quale il Giappone, con suo danno ormai manifesto, era rimasto addietro di due secoli di fronte all'Occidente, che frattanto si era tanto rafforzato per i progressi raggiunti in molti campi.

Al trattato, ottenuto a forza dal Perry (con la minaccia di bombardarli dalle prime navi in ferro) per l'apertura di alcuni porti (1854), ne seguirono presto altri, prima con l'Inghilterra e con la Russia e più tardi con altre grandi potenze europee; nel 1861 anche con la Prussia.

Questa arrendevolezza del governo di Yedo però aumentò naturalmente il risentimento nel paese, dove si levò sempre più alto e minaccioso il grido che chiedeva la restaurazione della sovranità imperiale e quindi nello stesso tempo la cacciata dell'odiato straniero.
Dai samurai eccitati e che non si potevano più tenere in freno furono uccisi degli stranieri ed assalite anche delle ambasciate europee. In conseguenza di questi fatti al governo così travagliato dello sciogun furono imposti risarcimenti umilianti e doppiamente gravosi, date le sue difficoltà finanziarie.

Persino il Kamon no Kami, daimyo d'Hikone, che dal 1858 era a capo del governo, come primo ministro per lo sciogun ancora minorenne, si era attirato l'odio accanito dei seguaci del partito politico avverso da lui perseguitato energicamente e con rigore, per la sua pretesa politica favorevole agli stranieri, fu assassinato (1860) dai fanatici ronin; così allora si chiamavano i numerosi cavalieri sciolti dal vincolo di vassallaggio con perdita dell'ufficio, per loro colpa o per la morte del loro signore feudale.

Principalmente nei daimyati del sud-ovest, quelli di Satsuma, Tosa, Hizen e Cioshu si giunse ad una violenta rivolta per il loro odio a lungo contenuto contro i sovrani orientali, i Tokugawa, e contro gli stranieri.
Kagoshima, la capitale del potente daimyo di Satsuma, a causa della negata riparazione per la morte di un Inglese, causata da vassalli del principe, fu nel 1863 bombardata da una flotta britannica e quasi del tutto distrutta.
Così pure nell'anno seguente, per un proditorio attacco alle navi straniere nello stretto di Scimonoseki, compiuto dal daimyo di Cioshu (1863), questo porto fu cannoneggiato da una flotta inglese, olandese, francese e americana, che ne distrusse le batterie e vi sbarcò delle truppe; l'affare fu poi sistemato con un risarcimento di danni agli stranieri per tre milioni di dollari.

Portati a prendere coscienza della cruda realtà rispetto alla loro potenza politica, sia per queste amare vicende, sia per l'impressione profonda che produsse l'invio fatto dal governo nel 1862 di un'ambasciata in Europa e in America, i campioni dell'indipendenza nazionale, all'inizio così nemici dello straniero, chiesero con molto realismo l'introduzione dei progressi e delle conoscenze occidentali, sotto la direzione dell'imperatore, naturalmente non per una predilezione verso ciò che era straniero, ma solo per potere col tempo resistere con migliori speranze al potere che li minacciava dall'esterno.

Soltanto nel 1866 giunse alla dignità di sciogun, vacante per un caso inaspettato di morte, Keiki, nato nel 1837, figlio del daimyo di Mito e divenuto acerrimo nemico di Ii Kamon no Kami per avere questi rimosso il medesimo Keiki dalla successione al trono a lui prima destinata.

Già nell'anno successivo (1867), non credendo Keiki di scorgere altra via di uscita, più o meno spontaneamente depose il potere sovrano nelle mani del giovane imperatore Mutsuhito, nato nel 1852, salito al trono pochi mesi prima soltanto per la morte del padre.
Nondimeno fra i partigiani dello sciogunato, predominanti nella parte orientale del paese, e il partito imperiale, divampò allora apertamente una ostinata e decisiva guerra civile, i cui sanguinosi prodromi erano veramente già apparsi isolatamente ora qua ora là durante tutto il decennio trascorso.

In questa lotta fraterna, combattuta da ambo le parti con estremo sforzo e con saldo valore, soccombono finalmente i partigiani pur sempre numerosi dell'istituzione antiquata dello sciogunato di fronte al partito imperiale, sostenuto da un saldo entusiasmo per i sacri diritti del rampollo della dea del sole, il solo ufficialmente valido ad esser sovrano; entusiasmo intimamente collegato con il culto degli antenati e col buscido.
Può darsi inoltre che fra i nobili filo-occidentali non mancassero ancora del tutto ardite speranze di conquistare per il proprio daimyo quella potenza, che i Tokugawa si erano usurpata.

Però il loro dominio e l'intero sistema dello sciogunato é per sempre tolto di mezzo dall'esito di questa guerra civile; Keiki, l'ultimo sciogun, visse in seguito indisturbato in Tokyo, come pacifico privato col titolo di principe Tokugawa.
Ma quanto poco i miopi successori del gran fondatore della loro casa avevano saputo conservare, non dico accrescere, e non solo all'interno, ma anche all'estero, la potenza del Giappone, di cui erano a lui debitori e che già prometteva il dominio nel Pacifico !

Quanto altera era stata un tempo, come narrano i contemporanei Spagnoli, la risposta di Ieyasu agli Olandesi, che lo avevano avvertito di guardarsi dall'ammettere gli Spagnoli nel Giappone; erano questi infatti allora una nazione bellicosa, esercitata nelle armi e potevano facilmente invadere il Giappone con una grossa «armada» per portargli via il suo dominio.
"Escludere gli Spagnoli - così avrebbe risposto tranquillamente Ieyasu -apparirebbe una viltà". Del resto a lui gli Spagnoli facevano un'impressione diversa; inoltre - altera o no la sua risposta - Ieyasu aveva milizie sufficienti per difendersi, anche se tutta la Spagna avesse mosso contro di lui!

Verso la metà del secolo XVII, nonostante gli evidenti svantaggi politici, economici e di cultura che ne derivavano al Giappone, l'isolamento senza riguardi attuato sotto Iemitsu si poteva comprendere e scusare come l'unica misura efficace per la legittima difesa oltre la garanzia dell'unità e dell'indipendenza dell'impero contro il pericolo minaccioso della diffusione della fede cristiana che la si voleva legata e unita all'imperialismo straniero, quindi occidentale.

Ma l'ostinarsi inesorabilmente in questa politica ingenerosa: anche quando i suoi presupposti avevano da lungo tempo ceduto il luogo a nuovi rapporti fra i vari popoli, doveva finire col riuscir fatale a tutto il paese rimasto perciò indietro agli altri, ma soprattutto al dominio dei Tokugawa, che ne erano responsabili e che da tanto tempo si cullavano nella falsa illusione che l'impero insulare, recintato dalle onde del mare, potesse tranquillamente continuare a sonnecchiare senza curarsi dell'intero mondo che lo attorniava, un mondo che si trovava sempre più in una pressante necessità di una ulteriore evoluzione.

Il primo atteggiamento era un vero e proprio suicidio
il secondo era invece il "Progresso".
Ma non tutto era perduto, lo Stato moderno giapponese era alle porte

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