BIOGRAFIA
(n.1666 - m. 1732) - Duca 1675- '84 -
Re di Sicilia dal 1713, dal 1720 Re di Sardegna

prima moglie ANNA MARIA D'ORLEANS
( n.1669 - m. 1728 )

la figlia: MARIA ADELAIDE
(Duchessa di Borgogna - n. 1685 - m. 1712)
(nel 1711 divenne delfina di Francia)

la figlia: MARIA LUISA GABRIELLA
( Regina di Spagna )
( n. 1688 - m. 1714 )

Vittorio Amedeo II fu un principe molto diverso da suo padre. Terminata la minore età, appena assunto il governo dello Stato, si dedicò a rimediare a tutti i mali che si erano accumulati durante il debole governo della reggenza, e provvide perfino a ridurre di settantamila lire la pensione di trecentomila che sua madre si era fatta assegnare. Sedò con rara energia i tumulti che di tanto in tanto agitavano ancora il Ducato, specialmente nei dintorni di Mondovì e di Ceva, e compì altri atti coi quali fece sentire e temere la sua autorità. Tuttavia, e per quanto egli aspirasse ardentemente ad un'assoluta indipendenza, la soggezione del Ducato alla Francia, che durava ininterrotta dal 1630, divenne più sensibile.

Luigi XIV cominciò col costringerlo a cacciare i Valdesi dalle loro valli, come egli stesso, revocato imprudentemente il famoso editto di Nantes, aveva espulsi dal proprio regno gli Ugonotti. Poi il re francese domandò tre reggimenti piemontesi e savoiardi, perchè prestassero servizio in Francia, appunto mentre il Duca aveva bisogno d'uomini per respingere le invasioni dei Valdesi, i quali, aiutati dai protestanti francesi fuorusciti, cercavano di ritornare con la forza nelle terre native. E infine quando, con la Lega di Augusta, cattolici e protestanti, e la Spagna, la Baviera, la Sassonia, la Svezia, l'Olanda ed altre potenze minori si coalizzarono per resistere alla tendenza egemonica francese, Luigi XIV, sapendo che i confederati cercavano di attrarre nella loro orbita anche il Duca di Savoia, volle garantirsi di lui « come d'un vassallo da cui in tempo di guerra il sovrano si fa consegnare dei pegni, per esser certo della sua fedeltà », e mandò il generale Catinat a chiedergli il passo per il Milanese. Poi, come se tutto ciò non bastasse, pretese un altro corpo di truppe assai numeroso, da mandare a combattere nelle Fiandre.

Vittorio Amedeo II, per non urtarsi con una potenza temibile come la Francia, acconsentì a tutto. Ma quando Luigi XIV, malgrado le preghiere e le rimostranze, del duca, manifestò la volontà di avere in mano come pegni la rocca di Vercelli e la cittadella di Torino, Vittorio Amedeo II si ribellò, e quantunque non disponesse che di poche migliaia di soldati, accettò l'alleanza con i confederati, e, nel 1690, dichiarò arditamente guerra alla Francia. Lodevole audacia, da cui derivò l'emancipazione del paese dalla soggezione straniera, ma di cui si colsero i frutti soltanto più tardi ed a prezzo di enormi sacrifici.

Le ostilità furono aperte il 9 giugno 1690, per iniziativa dei Francesi, che, dovunque comparvero, si comportarono da barbari. La prima battaglia importante ebbe luogo il 18 agosto a Saturata, dove i Piemontesi, benchè rafforzati da un forte contingente spagnolo, furono sconfitti dai Francesi. Questi, però, subirono perdite assai gravi. Luigi XIV ordinò al generale Catinat di non risparmiare incendi e saccheggi in tutto il Piemonte. Il generale si affrettò ad obbedire, e la devastazione dei paesi e delle campagne fu spietata e rapida. Si racconta che un giorno Vittorio Amedeo, essendosi trovato, in una campagna desolata e fumante, fra povera gente rimasta senza tetto e priva delle cose più necessarie, spezzasse e dividesse fra quegli sventurati il collare dell'Annunziata che gli pendeva dal collo.

La guerra si protrasse per quattro anni con alterne vicende, ma, in conclusione, con gravi perdite dei confederati e specialmente del duca di Savoia, il quale, poco e malvolentieri aiutato dai suoi alleati, tentò una diversione in Provenza, che non fu fortunata, e finì col perdere la Savoia, Nizza, Susa, Avigliana ed altre terre.

Vittorio Amedeo II, che come uomo politico non poteva dirsi animato da eccessivi scrupoli, comprese allora di non poter più sperare che la lotta avesse un esito sfavorevole alla Francia, e, per non subire le estreme conseguenze di una totale sconfitta ormai inevitabile, iniziò senz'altro, e da solo, delle trattative di pace con Luigi XIV.
Queste trattative condussero alla conclusione di accordi che, dopo una breve ripresa della guerra, vennero inclusi nel trattato generale di pace stipulato in Ryswick il 10 settembre 1697, ed i cui termini precisi furono i seguenti:
« Cessione al duca di Savoia della città di Pinerolo e delle sue dipendenze, come già erano appartenute alla Casa Sabauda prima della cessione fattane da Vittorio Amedeo la Luigi XIII col trattato di Cherasco, previa però la demolizione delle fortezze, col patto di non costruirne altre; restituzione al duca di Savoia di Monmeliano, Nizza, Villafranca, Susa, ecc. ; matrimonio di Adelaide, primogenita di Vittorio Amedeo II, col duca di Borgogna, figlio del Delfino, appena gli sposi ne avessero avuta l'età. In Pinerolo e in tutte le altre terre cedute al duca di Savoia, questi non avrebbe dovuto ammettere i Valdesi, ai quali, con minaccia di gravi pene corporali, sarebbe anche stato proibito di tener corrispondenza per cose di religione con i sudditi del re di Francia. Il duca di Savoia doveva inoltre impegnarsi in modo assoluto a non dare asilo nei suoi Stati ai fuorusciti francesi ».

Quantunque l'egoismo degli alleati (i quali, dopo essersi serviti di lui, non avevano mai fatto nulla a suo vantaggio) potesse, fino ad un certo punto giustificare la condotta seguita da Vittorio Amedeo II col voltar loro le spalle improvvisamente, questa condotta fu giudicata da parecchi storici molto biasimevole. In tale giudizio, però, questi storici furono di parere diverso da quello dei contemporanei, i quali invece, in Piemonte e in tutta Italia, lodarono il duca di Savoia, « che era riuscito a restituire al proprio Stato l'indipendenza, e che di fronte al re straniero compariva in figura di principe di cui si compra e si prega l'aiuto, non di vassallo a cui lo si impone».

Ottenuta la pace, Vittorio Amedeo II si dedicò alacremente, più che non avesse mai fatto, ad una politica di ricostruzione interna. Provvide anzitutto a rinsanguare l'erario esausto; ordinò la formazione del catasto, prima in Piemonte, poi a Nizza; promosse l'industria tessile e la coltivazione del tabacco; e, per colpire il malandrinaggio che infieriva dovunque recando gravi danni, bandì rigorosissimi editti contro chi portasse armi, e li fece eseguire con implacabile severità. Unì poi allo Stato alcuni domini imperiali; abolì di fatto il diritto dei Valdostani di stabilire da sè la quota delle imposte a cui dovevano assoggettarsi, e, per questi e per altri provvedimenti, si può dire ch'egli governasse in modo tale da farsi temere più che amare.

Adelaide, sua figlia primogenita, partì per la Francia il 7 ottobre 1696. Aveva soltanto undici anni, ed era stabilito che sarebbe stata educata alla Corte di Francia fino al momento della sua unione con i duca di Borgogna.
Il 6 maggio 1699, la duchessa Anna diede finalmente al Duca di Savoia un figlio maschio, ansiosamente atteso, che venne chiamato Vittorio Amedeo, principe di Piemonte. Nell'anno seguente nacque un secondo figlio, Carlo Emanuele, e così Vititorio Amedeo II si vide assicurata la discendenza.

Prima della pace con la Francia, e dopo, egli ebbe lunghe e tenaci contestazioni con la Santa Sede, per questioni ecclesiastiche, ed anche in queste controversie affermò il suo carattere altero, diffidente, geloso d'ogni diritto e d'ogni prerogativa.
Tutto ciò non lo distoglieva dalle grandi questioni europee, che, dopo la morte di Carlo II, ultimo re di Spagna di stirpe austriaca, erano divenute estremamente complesse. Infatti, prima di morire, Carlo II si era accorto degli intrighi che i diversi pretendenti alla sua successione andavano tramando per impadronirsene, e, deciso a sventarli, aveva fatto testamento, dopo aver consultato il Pontefice, chiamando al trono di Spagna Filippo, duca d'Angiò, nipote di sua sorella Maria Teresa e di Luigi XIV. Aveva prescritto però, in quello stesso testamento, che i domini della Corona spagnola non dovessero essere smembrati in nessun caso, e che nessun sovrano potesse cingere contemporaneamente le due corone di Francia e di Spagna.

Questa successione, da principio non fu combattuta da nessuno, nè ostacolata in alcun modo; ma dopo breve tempo fu causa del formarsi della quarta coalizione europea contro Luigi XIV.
Di fronte alla nuova situazione, Vittorio Amedeo II, che pure aveva motivo di temere l'ingrandirsi della Francia vicina, mentre quello dell'Austria lontana poteva essergli indifferente, si destreggiò per qualche tempo in una neutralità non esente da rischi. Ma poi fu costretto, dal volgere degli eventi, a concedere il passaggio per i suoi Stati alle truppe francesi, ed infine a dover prendere, benchè a malincuore, la decisione d'allearsi con la Francia.

Ma la tracotanza dei generali francesi non tardò a diventargli insopportabile, e, -dopo la campagna del 1702, egli cominciò a propendere per i nemici della Francia, i quali, nonostante la fama che si era acquistata per il suo primo voltafaccia, sarebbero stati disposti ad accoglierlo fra loro, se egli non avesse manifestato pretese che parvero un po' eccessive.
Ad ogni modo, delle trattative iniziate ne ebbe sentore Luigi XIV. Questi non esitò ad ordinare che venisse accerchiato e disarmato un corpo d'esercito piemontese che si trovava nel Mantovano, facendo sapere a Vittorio Amedeo II che l'arresto di quelle sue truppe era stato comandato in vista dell'occupazione francese di alcune piazze di sicurezza in Piemonte, destinate ad obbligarlo almeno, alla neutralità.

Sarebbe bastato anche un atto assai meno grave, perchè prorompessero l'ira e lo sdegno del Duca, che con la solita audacia non esitò a dichiarar guerra alla Francia e alla Spagna, facendone arrestare gli ambasciatori. Nel manifesto di guerra, disse con nobile fierezza: « Finisco di rompere un'alleanza già violata a mio danno. Preferisco il morire con le armi in pugno, all'onta di lasciarmi opprimere ». Ma, cominciate le ostilità, gli aiuti imperiali sui quali Vittorio Amedeo II aveva fatto assegnamento furono lenti a giungere e la guerra si svolse con vicende poco liete per i Piemontesi (1703-1704).
I Francesi presero Susa, Vercelli, Ivrea, tutta la valle d'Aosta. Nel gennaio del 1705, si impadronirono anche della fortezza di Verrua, strenuamente difesa da Vittorio Amedeo, che la lasciò soltanto quando fu ridotta a non essere più che un mucchio di rovine.
Da allora, a poco a poco, i generali francesi Vendóme e Lafeuillade gl' invasero tutto lo Stato.

Mentre il Duca, da Verrua, si ritirava a Chivasso, indi si riduceva a Torino, giungevano dal Tirolo le tanto attese milizie imperiali guidate dal principe EUGENIO di SAVOIA (biografie e gesta > > > ). Questi rimase vinto a Cassano il 15 agosto 1705, in una battaglia che però fu disastrosa anche per i Francesi e che comunque servì a ritardare l'assedio di Torino, il quale fu iniziato nell'anno successivo. La capitale del Ducato oppose al nemico un'eroica resistenza, ma non tardò ad essere in grave pericolo. Fu durante quell'assedio memorabile, che, per salvare Torino da una incursione sotterranea di francesi, Pietro Micca, nella notte del 29 agosto 1706 si sacrificò dando fuoco alle polveri della fortezza e seppellendo così un gran numero di nemici.

Il 30 e il 31 agosto, i Francesi tentarono nuovi assalti, ma altre mine scoppiarono da ogni parte, facendo strage di assaliti e di assalitori, mentre dal colle di Superga Vittorio Amedeo II faceva segnali agli assediati per avvertirli che gli aiuti imperiali erano giunti.

Il 7 settembre, finalmente, seguì la famosa battaglia di Torino, nella quale Vittorio Amedeo ed il principe Eugenio di Savoia, con truppe imperiali, con schiere prussiane comandante dal principe Leopoldo di Anhalt-Dessau, e con dodici battaglioni usciti dalla città, sconfissero i Francesi irreparabilmente. A ricordo della grande vittoria, Vittorio Amedeo II fece poi erigere sul colle di Superga la celebre basilica, secondo un voto pronunciato prima della battaglia.

Ai vincitori riuscì facile, dopo quella vittoria, scacciare il nemico da tutte le terre che aveva occupate, insignorirsi del Monferrato, del Milanese, del Castello di Milano e della città di Cremona. Il principe Eugenio assediò e prese Tortona, che resisteva. Nello stesso tempo fu invasa parte della Provenza e vennero occupate le valli di Oulx.

Da allora ebbe fine la supremazia borbonica in Italia, ma cominciò quella austriaca, che doveva durare per ben due secoli.

Nel 1713, dopo la pace di Utrecht, mercè i buoni uffici della regina d'Inghilterra, che gli era favorevole, Vittorio Amedeo II oltre la restituzione del Ducato di Savoia conseguì vantaggi anche maggiori. La Francia gli restituì anche Nizza, e gli cedette le valli alpine sul versante italiano del Monginevro, accontentandosi, in cambio, della valle di Barcellonetta sul versante francese. Con questa nascita del "Principato del Piemonte" furono unite le valli di Pragelato, Fenestrelle, Exilles, Oulx, Cesana, Bardonecchia, e le vette alpine segnarono ormai il confine tra i due Stati, e alla Francia non rimase più neppure un palmo di terra italiana, ne un solo passo da cui potesse facilmente invadere la parte settentrionale della penisola.

La Francia garantì inoltre al duca di Savoia il possesso del Monferrato, di Alessandria, di Valenza, della Lomellina, della Valsesia, come pure la superiorità sui feudi delle Langhe e del Vigevanasco. Alla dinastia Sabauda venne anche riconosciuto il diritto di successione al trono di Spagna, quando fosse estinto il « ramo Filippino ». Il principe di Monaco riconobbe la sovranità dei Savoia su Mentone e su parte di Roccabruna, rendendo omaggio a Vittorio Amedeo come vassallo, e ricevendo da lui l'investitura.
Dal re di Spagna Filippo V d'Angiò, il duca di Savoia ebbe poi la Sicilia, col titolo di re, per se e per i suoi discendenti, ma con la condizione espressa che non potessero permutare nè vendere l'isola, e che qualora si fossero estinte le linee maschili della Casa di Savoia, l'isola stessa dovesse ritornare alla Spagna.

 

Il 22 settembre 1713, festa di San Maurizio, antico protettore della Casa di Savoia, Vittorio Amedeo II venne proclamato in Torino Re di Sicilia, e dopo aver conferita la reggenza del Principato al principe di Piemonte, allora quattordicenne, e alla duchessa Anna, partì da Nizza su di una nave inglese, accompagnato da cinquemila soldati. Arrivò a Palermo il 10 ottobre e fu accolto dalla popolazione con grandi acclamazioni. Ma poi non tardò ad accorgersi che, malgrado le apparenze, il suo regno non aveva nè mai avrebbe potuto avere salde basi nell'isola, e perciò, in seguito alla morte di Anna, regina d'Inghilterra e di Maria Luisa di Savoia, regina di Spagna, e ad altri avvenimenti che oscuravano l'orizzonte politico europeo, dopo aver trascorsi a Palermo undici mesi, nominò vicerè il conte Annibale Maffei, gran maestro dell'artiglieria piemontese e s'imbarcò (il 5 settembre 1714) per ritornare in Piemonte. Giunse il 1° ottobre a Torino, salutato dal popolo con grandi manifestazioni di gioia.

Ma cinque mesi dopo, doveva colpirlo una grave sciagura: il 22 marzo 1715, gli morì il primogenito Vittorio Amedeo, principe di Piemonte, sul quale si concentravano l'affetto e le speranze del suo cuore paterno. - Secondo i contemporanei, il principe defunto era stato un giovane bello e gentile, dotato di un'intelligenza non comune e di un'ottima coltura, che il padre aveva voluto formargli interessandosene personalmente, come di tutto ciò che lo riguardasse. Il secondogenito, Carlo Emanuele, invece, per il quale Vittorio Amedeo II era ben lungi dal nutrire gli stessi sentimenti affettuosi, « era brutto, gozzuto, di gracilissima complessione, e di una timidezza che a torto veniva scambiata, dal padre e da molti altri, per stupidità ».

Della crudele perdita del figlio prediletto, il duca si disperò, tanto che per qualche giorno si temette ch'egli avesse a perdere l'uso della ragione.
Dopo qualche tempo infine, egli cominciò, rassegnato, a dedicarsi all'educazione del secondogenito, che soleva chiamare Carlino. «Gli fece studiare la matematica pura ed applicata, lo mandò, scrive il Cibrario, ad esaminare minutamente, accompagnato da ufficiali del Genio, le fortificazioni di tutte le sue piazze, ed a studiarle tanto dal lato della difesa quanto da quello della costruzione e del prezzo del materiale e della mano d'opera, obbligandolo a rassegnargli una relazione scritta di ogni cosa appresa od osservata ».

Più tardi lo iniziò agli affari dello Stato facendolo assistere alle riunioni dei ministri, insegnandogli come dovesse comportarsi durante le udienze, e specialmente in quelle accordate agli stranieri. Procurò insomma, con ogni sforzo, di renderlo degno del trono, ma agì sempre, nel fare ciò, con modi aspri e con una durezza senza pari, poichè non amava quel figlio, vedendo il quale, sentiva più acuto il rimpianto dell'altro.

Il famoso cardinale Alberoni, divenuto primo ministro di Filippo V, e protetto dalla seconda moglie di lui, Elisabetta Farnese, decise di riacquistare alla Spagna tutto ciò ch'essa aveva perduto in Italia, e nel 1716 fece invadere improvvisamente la Sicilia, che apparteneva al duca di Savoia, e la Sardegna, tenuta dall'Imperatore. Ma l'occupazione spagnola delle due isole durò poco, poichè il 2 agosto 1718, in conseguenza di accordi diplomatici a cui parteciparono anche l'Inghilterra e la Francia, la Sicilia divenne possesso imperiale

e la Sardegna passò a Vittorio Amedeo II, che ne diventò re, cessando di essere re di Sicilia.

Si noti che, una ventina d'anni prima, quando si era parlato di dargli quell'isola, il duca di Savoia, che invece sperava di riuscire ad ottenere il Milanese, aveva detto: « la Sardegna non mi conferirebbe che un titolo vano, senz'accrescimento alcuno di potenza ».

 

« Vittorio Amedeo, riassume uno storico, - entrò in possesso dell'isola di Sardegna il dì 8 agosto 1720 per mezzo del generale Pallavicini di San Remigio, da lui nominato suo vicerè. Istituì in Torino un consiglio supremo per gli affari della Sardegna, e la governò con benefico e tollerante sistema. Spiaceva da principio ai Sardi la parsimonia del novello re paragonata alle antiche grandezze degli Spagnuoli, e credeva che non sarebbe durato sulla loro isola il dominio di Casa Savoia. Ma quando conobbero che le potenze avevano confermato quella mutazione, e trovarono saggio e moderato il nuovo governo, i malumori e le incertezze si spensero».

Nel 1722, ancora inconsolabile della morte del figlio maggiore, Vittorio Amedeo II fece sposare il figlio Carlo Emanuele con una Cristina Luigia, figlia di Teodoro, conte palatino di Sultzbach; ma questa principessa morì un anno dopo, dando alla luce un maschio: Vittorio Amedeo Teodoro, duca d'Aosta, che visse soltanto fino all'11 agosto 1725. In questo stesso anno, il re di Sardegna fece sposare nuovamente Carlo Emanuele, con una figlia del langravio di Assia-Rheinfels-Rottenburg, la quale, il 26 giugno 1726, diede alla luce un principe, che fu poi VITTORIO AMEDEO III.

Negli ultimi anni di regno, Vittorio Amedeo Il non partecipò più direttamente agli avvenimenti della politica internazionale; ma dedicò tutta la sua attività alla coordinazione delle leggi interne, ed attese con zelo particolare alla soluzione di certe vecchie contese ecclesiastiche. Nel 1726, essendo rimasti vacanti, per le, lunghe contese con la Santa Sede, quasi tutti i vescovadi degli Stati Regi, il re, informato che a Roma si avevano migliori disposizioni verso di lui, mandò dal Papa, per riprendere le relazioni interrotte, il marchese d'Ormea, Generale delle finanze. Il d'Ormea agì tanto abilmente da conciliarsi in breve tempo le buone grazie del pontefice, e dopo lunghe e non facili trattative, riuscì a concludere un concordato tra la Santa Sede e la Monarchia di Savoia, molto soddisfacente per ambe le parti. Vittorio Amedeo II potè allora procedere alla nomina dei vescovi, avendo cura di sceglierli specialmente nell'Ordine dei Predicatori, al quale il Papa apparteneva.

La missione del marchese d'Ormea a Roma costituì un vero grande successo per la diplomazia piemontese, che d'altronde era assai rinomata : "Ce qui est certain, au moins", scriveva Lord Chesterfield, grande politico inglese, "c'est que dans toutes les Cours et à tous les congrès où se trouvent des ministres étrangers, ceux du Roi de Sardaigne sont généralement les plus habiles, les plus polis et les plus déliés ».

Nel 1728, ormai vecchio e stanco, Vittorio Amedeo II cominciò a soffrire di una grave malattia. Nello stesso anno gli morì la moglie, regina Anna, della quale un contemporaneo scrisse che « fece veramente una morte da santa, come era vissuta ». Quel lutto rese ancor più severi i costumi personali del Re e quelli di tutta la Corte di Torino, dalla quale già da tempo erano stati banditi il lusso e le feste. Vittorio Amedeo II, del resto, manifestò sempre un grande disprezzo per qualsiasi pompa. Indossava incessantemente un abito color marrone senz'alcuna guarnizione d'oro o d'argento. Portava scarpe grossolane, con grossa suola, e una spada dall'elsa d'acciaio arrugginita. Aveva grande cura soltanto della parrucca, che portava sempre pettinata diligentemente.

Proponendosi di abdicare, volle trovarsi una compagna per la vagheggiata solitudine, e scelse per moglie Anna Teresa Canalis, vedova del conte Novarina di San Sebastiano e dama d'atour della principessa di Piemonte. A quarantacinque anni, questa gentildonna conservava molta parte di una bellezza che era stata giustamente famosa, ed aveva un carattere gaio che rendeva piacevolissima la sua compagnia.

A lasciare la corona, il primo re di Sardegna fu indotto unicamente dal declinare delle forze e della salute. Egli si sentiva ormai prossimo alla fine, come ebbe a dire all' ambasciatore francese Blondel. La sua abdicazione destò curiosità ed interesse in tutta Europa; ma risultò che essa non ebbe alcun motivo politico. Egli mantenne del resto il più assoluto segreto sulla risoluzione che aveva presa di rinunciare alla corona e di riammogliarsi. Anche la contessa di San Sebastiano, da lui fatta marchesa di Spigno e sposata segretissimamente il 12 agosto in una sala del suo palazzo, ignorava i suoi propositi di abdicazione, ed anzi si illudeva di diventare sovrana di fatto, come in Francia la marchesa di Maintenon, sposata da Luigi XIV.

Il segreto tanto gelosamente custodito fece sì che la notizia dell'abdicazione giungesse dovunque assolutamente inaspettata. La cerimonia per l'atto di rinuncia al trono ebbe luogo la mattina del 3 settembre nel castello di Rivoli. In quello stesso giorno, Vittorio Amedeo II rese noto il suo matrimonio con la contessa di San Sebastiano, marchesa di Spigno, e il giorno successivo partì per Chambéry.

Prima di abdicare, egli aveva collocato nei posti più importanti le sue creature più capaci e più fedeli: come consigliere del suo successore aveva designato il vecchio marchese di San Tomaso, e come primo ministro effettivo il marchese d'Ormea, che, sotto l'apparenza della franchezza celava l'animo d'un uomo scaltro, dissimulatore, altero, prudente o intraprendente secondo le circostanze, capace di concepire e di attuare i disegni più vasti e più audaci.

Vittorio Amedeo II ebbe la stoffa di un sovrano assoluto, e alla concezione del governo dispotico cercò di spingere il figlio anche dopo la propria rinuncia al trono. « Moncher fils, gli scrisse infatti in una lettera recante la data del 7 gennaio 1731, - il faut vous accoutumer à avoir de la résolution et à prendre de vous-méme vos déterminations, comme un roi doit faire après y avoir bien refléchi. Souvenez-vous, mon, cher enfant, qu'il faut unir la prudence avec la fermeté, qui est la base du bon gouvernezioment ».

Ma a Chambéry egli si ridusse a condurre vita veramente privata, con un assegno annuo di centocinquantamila lire. Da principio, i rapporti fra i due re padre e figlio, furono ottimi. Carlo Emanuele non trascurava d'informare suo padre di tutte le questioni importanti, e soleva regolarsi secondo i consigli di lui negli affari più gravi. Ma tale condizione di dipendenza del sovrano regnante non piacque al vanitoso marchese d'Ormea, principale dirigente della politica dello Stato, e finì col dispiacere anche a Carlo Emanuele, quando egli s'avvide che molti suoi sudditi consideravano come fittizio il governo di Torino e come vero ed effettivo soltanto quello che si diceva risiedesse a Chambéry, e quando capì che molti, specialmente stranieri, vedevano in lui un ragazzo interamente soggetto al padre, al quale solo si attribuivano capacità ed autorità di regnante.

Perciò i rapporti fra i due re non tardarono a cessare d'esser cordiali ed infine s'inasprirono per una questione di politica interna nella quale i modi di vedere del padre e del figlio risultarono opposti.
Il 5 febbraio 1731, Vittorio Amedeo II fu colpito da un attacco apoplettico. Carlo Emanuele, avutane notizia, volle subito correre a Chambéry; ma una lettera dettata da suo padre stesso gl'impose di non muoversi da Torino. Allora il marchese d'Ormea, con la scusa di non affaticare il vecchio sovrano, cessò d'informarlo periodicamente dell'andamento degli affari dello Stato. E Vittorio Amedeo, pel fatto di vedersi trascurato, o perchè l'attacco di apoplessia gli avesse sconvolto il cervello, o perchè i falsi amici e i maligni gli riferissero cose non vere, o per le suggestioni della moglie, che avrebbe voluto regnare, s'inasprì a tal segno che, quando Carlo Emanuele, nell'estate, andò a trovarlo in Savoia, l'accolse con rimbrotti e minacce. Carlo si decise allora a ritornare immediatamente a Torino; ma il padre lo seguì, lo raggiunse a Rivoli, lo investì di nuovo con terribili rimproveri, minacciandolo anche di cacciarlo dal trono.

L'ira di Vittorio Amedeo non risparmiò, naturalmente, il marchese d'Ormea e gli altri ministri del figlio. Il vecchio re sosteneva ora che la sua rinuncia alla corona era stata fatta in modo tale che i sudditi non erano rimasti sciolti dal giuramento di fedeltà verso di lui, ed insisteva per avere l'originale dell'atto di abdicazione. Poi si recò a Moncalieri, dove diede segni non dubbi del proprio furore morboso, cominciando a volere agire ancora da re in modo così perentorio da far temere gravissimi conflitti interni. Il marchese d'Ormea, sdegnato per la condotta inverosimile del suo antico padrone, incitava Carlo Emanuele a resistere al padre. Il giovane re era ugualmente sdegnato. A tutti e due pareva che Vittorio Amedeo volesse veramente cacciare il figlio dal trono per risalirvi, con la marchesa di Spigno, tanto più che erano venuti a sapere che Vittorio Amedeo aveva dettato all'abate Boggio, suo confessore, una formula di revoca della propria abdicazione, ed aveva anche manifestato il proposito di recarsi a Milano per far giudice dei suoi diritti l'Imperatore.

Corsero voci di aiuti francesi, di congiure contro la vita di Carlo Emanuele III, e di avvelenamenti. Sembra però che nulla di tutto questo fosse vero, o almeno che vi fossero molte esagerazioni. Ad ogni modo, venne tenuto a Torino, sotto la presidenza del re, un Consiglio della Corona durante il quale, in seguito ad una energica relazione del marchese d'Ormea, fu deliberato all'unanimità l'arresto di Vittorio Amedeo II.

Carlo Emanuele III, per quanto profondamente addolorato e con le lacrime agli occhi, firmò l'ordine di cattura del padre. L' arresto venne eseguito nella notte dal 28 al 29 settembre del 1731, dal reggimento « Principe di Piemonte ». Il castello di Moncalieri fu invaso; le porte dell'appartamento di Vittorio Amedeo II vennero abbattute. Il vecchio re e la marchesa di Spigno, dopo viva resistenza, vennero arrestati.

« Questa, dice il Cibrario, forse fu una politica necessità. Ma ciò che non può scusarsi è l'aver poi separato dalla moglie un vecchio principe oppresso dai malori e con un piede nel sepolcro, guardandolo a vista nel castello di Rivoli, senza concedergli altro colloquio fuor quello del suo confessore cappuccino. La marchesa di Spigno, dama di nobil sangue, e perciò appunto divenuta moglie del re, l'avevano chiusa nella fortezza di Ceva, prigione delle donne di sozza vita; inoltre i ministri non diedero mai il permesso a Re Carlo di vedere suo padre, sebbene questi più volte e con grande istanza domandasse di vederlo, assicurando che non gli avrebbe fatto il minimo rimprovero, poiché bramava solo ardentemente abbracciarlo e benedirlo prima di morire ».

Il 12 settembre, in seguito a sua istanza il vecchio sovrano potè riavere la compagnia della marchesa di Spigno. Ma prima di poter ritornare accanto al marito, ella dovette giurare a Carlo Emanuele che non avrebbe mai confidato a Vittorio Amedeo in quale luogo era stata rinchiusa, e che, interrogata, gli avrebbe detto di esser stata in un monastero di Cuneo, come al vecchio re si era fatto credere. Quattro mesi dopo, in una notte piovosa, furono trasferiti entrambi dal castello di Rivoli a quello di Moncalieri. Vittorio Amedeo dovette essere trasportato con una lettiga. Alla fine di agosto, egli fu preso da febbri che lo stremarono talmente da affrettare la sua fine. Infatti, morì il 31 ottobre 1732.

La sua salma fu tumulata a Superga; e, nella cattedrale di Torino, furono celebrati solenni funerali. La mattina del 1°novembre, la marchesa di Spigno venne condotta nel monastero di San Giuseppe in Carignano, donde chiese ed ottenne di passare in quello della Visitazione, in Pinerolo (dove poi morì ad ottantanove anni il 13 aprile 1769, trentàsette anni dopo Vittorio Amedeo II).

Così finì questo grande principe, che ritemprò il carattere del suo popolo, emancipò la sua monarchia da ogni influenza straniera e la rese preponderante in Italia. Egli fu insieme un guerriero, un politico ed un amministratore insigne; una mente capace di concepire i progetti più arditi e più vasti, e di discutere i più minuti particolari di qualsiasi affare; un monarchico sagace e prudente, ma non alieno, quando fosse in gioco qualche grande interesse, dall'abbracciare i partiti più rischiosi. Assoluto e geloso del potere, non convocava i ministri a consiglio, ma li interrogava separatamente, facendo in modo che ciascuno di essi sospettasse degli altri. Vedeva tutto da sè, e di tutto giudicava e a tutto provvedeva personalmente.

Malgrado il suo dispotismo, che gli fece commettere qualche grave errore, e la violenza del suo carattere, che lo spinse a turbare i primi anni del regno di Carlo Emanuele III, egli fu uno dei più grandi principi della Casa di Savoia.

prima moglie ANNA MARIA D'ORLEANS
( n.1669 - m. 1728 )

Fra le molte aspirazioni giovanili di Vittorio Amedeo II, la più sentita e certo la più nobile fu quella di liberare la sua Casa dalla soggezione alla Francia e di sposare una principessa italiana, per affermarsi sempre più indipendente e italiano.
Animato da tali propositi, il principe Sabaudo rifiutò il matrimonio con la figlia del re del Portogallo, caldeggiato da sua madre, duchessa reggente, e volle che fossero iniziate trattative con la Corte di Toscana, perchè gli fosse data in moglie Anna Luisa de' Medici. Ma Luigi XIV anche in quella circostanza gli fece sentire il peso della propria autorità, e lo costrinse a sposare invece ANNA MARIA d'ORLEANS. Non può quindi sembrare strano che questo matrimonio, accettato per forza, sia risultato infelicissimo.
Anna Maria, figlia di Filippo duca d'Orléans, unico fratello del Re Sole, non conobbe sua madre, la bellissima e spensierata Enrichetta d'Inghilterra, che si spense nel fior degli anni, e fu allevata dalla matrigna, Elisabetta di Baviera, la quale l'amò, dicesi, tenerissimamente.

Andò sposa prima d'aver compiuti i quindici anni, mentre lo sposo ne aveva appena diciotto. Il 7 maggio 1684 Vittorio Amedeo di Savoia andò ad incontrarla alla frontiera, e tredici giorni dopo la coppia ducale entrò in Torino, di notte, accolta con festoso entusiasmo dalla popolazione, fra un tripudio di suoni di campane e di salve d'artiglieria.
Finite le feste, gli sposi andarono a passar l'estate alla Venaria, e Vittorio Amedeo non indugiò a riannodare la relazione amorosa che già aveva avuto con la marchesa Turrinetti di Priero, e subito cominciò a trascurare la moglie, preferendole la caccia e gli amici. Ma pur non amandola, egli ebbe motivo di stimarla molto, ed a lei, infatti, anzichè alla madre, rimise l'esercizio dell'autorità sovrana, quando per la prima volta si allontanò da Torino per muovere contro i Valdesi.

Quando, dopo la primogenita Adelaide, nata il 6 dicembre 1685, Anna Maria diede alla luce un'altra bambina, a cui fu dato il nome della madre e che poi morì in tenerissima età, Vittorio Amedeo, probabilmente per il dispetto di non avere un maschio, si abbandonò più che mai ai facili amori, trascurando sempre più la duchessa. Tuttavia, quando egli s'ammalò di vaiolo, al campo, durante la guerra contro l'Impero, Anna Maria, noncurante del pericolo e del contagio, non esitò a correre presso di lui per curarlo, e gli diede prove ammirabili di profonda devozione e di grandissimo affetto.

Dopo quella malattia, Vittorio Amedeo sembrò desistere dalla sua ostilità verso la moglie, e visse con lei in una residenza campestre ch'ella preferiva e che più tardi fu chiamata Vigna della Regina, appunto in onore di lei, divenuta regina prima di Sicilia e poi di Sardegna.
Dopo tanti tormenti, Anna Maria potè finalmente godere un po' di pace ed ebbe la gioia di veder concluso il matrimonio di sua figlia MARIA ADELAIDE col duca di Borgogna (futura madre di Luigi XV re di Francia - vedi biografia sotto).
Un anno dopo la partenza per la Francia di Maria Adelaide, avvenuta nel 1699, ella mise al mondo felicemente un maschio, VITTORIO AMEDEO; al quale nell'anno seguente diede un fratello, destinato a regnare col nome di CARLO EMANUELE III. Ormai, la continuazione della dinastia era assicurata.

La tranquillità della regina fu poi violentemente turbata dalla morte quasi improvvisa e alquanto misteriosa della giovane e brillante duchessa di Borgogna, sua figlia, avvenuta otto giorni dopo quella del marito. Seguirono, a breve distanza di tempo, le morti dell'altra figlia, divenuta regina di Spagna, e del principe di Piemonte, erede appena sedicenne del recentissimo trono di Sardegna. Così alla regina rimase un unico figlio, Carlo Emanuele, il povero Carlino, per il quale il padre non nutriva alcun sentimento affettuoso!

Ella visse ancora per parecchi anni; vide sposo due volte Carlo Emanuele, alle cui mogli fu madre premurosa, continuando a dar prova di modeste virtù e a non risparmiarsi i sacrifici, l'ultimo dei quali consistè nel trascurare il male che doveva poi condurla alla tomba, per assistere la nuora inferma. E fu tanto forte, durante quella assistenza, che tutti la credettero colta da morte improvvisa, quando il suo male, aggravatosi, le chiuse gli occhi per sempre, il 26 agosto 1728.


la figlia: MARIA ADELAIDE
(Duchessa di Borgogna - n. 1685 - m. 1712)
(nel 1711 divenne delfina di Francia)

Come già vedemmo, Carlo Emanuele III ebbe due sorelle: Maria Adelaide e Maria Luisa Gabriella. La prima sposò Luigi di Borbone, duca di Borgogna, figlio del Delfino di Francia; la seconda sposò Filippo V (d'Angiò), re di Spagna.

Il Voltaire, nel suo Siecle de Louis XIV, così si esprime a proposito di Adelaide:
« La Duchessa di Borgogna fu piena di grazia e grandi virtù. Gli elogi che venivano tributati a sua sorella, in Spagna, le ispirarono una emulazione tale da raddoppiare in lei la volontà e l'arte di piacere. Non era una bellezza perfetta, ma aveva occhi splendidi, un bel personale, un nobile portamento. Queste doti erano aumentate dal suo spirito non comune e più ancora dal grande desiderio che ella aveva di meritarsi l'ammirazione di tutti. Come Enrichetta d'Inghilterra, madre di sua madre, fu l'idolo e il modello di tutta la Corte, ma in un grado più elevato. Era destinata al trono; la Francia aspettava dal Duca di Borgogna un governo simile a quelli immaginati dai saggi dell'antichità, ma nel quale l'austerità sarebbe stata temperata dalle grazie di questa principessa, le quali potevano esser comprese assai più della filosofia dì suo marito ».

Il fascino esercitato da Adelaide non derivava certo dal suo fisico. Più franco del Voltaire, il Saint-Simon la descrive regolarmente "brutta, con le gote cascanti, la fronte troppo sporgente, un naso insignificante, labbra grosse ed ironiche, capelli e sopracciglia foltissimi e d'un castano scuro, occhi stupendi e parlanti, denti pochi e brutti, e dei quali ella stessa si burlava; bel colorito, pelle delicatissima, collo lungo con una leggera tendenza al gozzo, che però non le stava male; galante il portamento della testa, grazioso e maestoso ad un tempo lo sguardo, sorriso molto espressivo, vita lunga, rotonda, sottile, modellata a perfezione, andatura da dea nelle nubi. Per quel che aveva di bello, finiva col piacere. Le grazie nascevano in lei ad ogni passo, dai suoi modi, dai suoi discorsi più comuni. Una espressione semplice e naturale sempre, ingenua, spesso, ma spiritosa, incantava, in lei, unitamente alla disinvoltura ch'ella non perdeva mai e che comunicava a chiunque l'avvicinasse ».

Adelaide andò in Francia ad undici anni, nel 1696, per essere educata in seno alla Corte in cui viveva il duca di Borgogna, al quale fu unita in matrimonio nell'anno successivo.

La cerimonia nuziale ebbe luogo senza straordinaria pompa, ma le feste che la seguirono furono splendide. Le nozze però non furono consumate che due anni dopo, essendo la sposa, a giudizio del Re, ancora troppo giovane per avere prole. L'unione di Adelaide col marito fu esemplare.

«Senz'aver l'aria di desiderarlo, la Duchessa (così un altro storico) voleva piacere assolutamente a tutti. Buona e leggera ad un tempo, ella avrebbe voluto che tutti vivessero in pace, e s'indispettiva perchè suo padre, non sottostando sempre alle esigenze della Francia, comprometteva quella tranquillità d'esistenza che per lei era un ideale. La sua giovanile ed attiva gaiezza animava tutto ciò ch'ella faceva, e la sua leggerezza di ninfa la facevano comparire dovunque come il turbine, che invade contemporaneamente più luoghi e vi porta movimento. Assisteva a tutti gli spettacoli, era anima di tutte le feste, regina di tutti i balli, nei quali si faceva ammirare per l'elasticità e l'eleganza delle movenze. Sapeva farsi amare da Luigi XIV e dalla signora di Maintenon, senza adularli, ed era riuscita ad avere con loro una familiarità a cui non era mai giunto nessuno dei nipoti del sovrano ».

Nel 1711, per la morte del suocero, figlio primogenito del re, Adelaide divenne Delfina di Francia, e, simpatica a tutti, fu più che mai vezzeggiata e con sincerità festeggiata.
Si narra che parlando ella un giorno col marito (che amava e da cui era amata immensamente) di una certa predizione che le era stata fatta in Piemonte, secondo la quale sarebbe morta a ventisette anni, come infatti avvenne, gli chiedesse chi avrebbe scelto per moglie dopo di lei. Il marito, allora, le avrebbe risposto che gli sarebbe mancato il tempo di pensare a riammogliarsi, "perchè certo l'avrebbe seguita nella tomba dopo otto giorni al più..."

Quel colloquio, se avvenne veramente fu profetico. Adelaide infatti morì quasi improvvisamente nell'aprile del 1712, otto giorni prima del marito. Il loro primogenito morì a sua volta dopo alcuni giorni, e il secondogenito gli tenne dietro a pochi mesi di distanza; a quanto pare, furono uccisi da una malattia misteriosa che nessuno seppe spiegare, ma di cui molti attribuirono l'origine ad un veleno propinato forse dal duca d'Orléans, futuro Reggente.

«Si narra pure che mentre Adelaide era in fin di vita, una dama della Corte, avvicinatasi al suo capezzale, le disse presso a poco: « Altezza, la vostra vita è troppo preziosa per lo Stato, e il Cielo non vorrà privarcene tanto presto». Allora, la morente, come parlando a sè stessa, avrebbe detto : «Altezza oggi, domani nulla, posdomani dimenticata!... »
Due giorni dopo, finiva chiusa in una delle tombe reali di Saint-Denis.

 

la figlia: MARIA LUISA GABRIELLA
( Regina di Spagna )
( n. 1688 - m. 1714 )

Quando, il 1° novembre 1700, Carlo II, ultimo rappresentante della Casa d'Austria sul trono di Spagna, venne a morire, contrariamente all'aspettative generali egli designò come suo successore, anziché un arciduca della sua famiglia, Filippo d'Angiò, fratello del duca di Borgogna, nipote di sua sorella, Maria Teresa d'Austria, moglie di Luigi XIV re di Francia.
Tale designazione inaspettata fu causa della lunga e sanguinosa guerra detta della Successione di Spagna, alla quale, divisa in due parti, partecipò, si può dire, tutta l'Europa.

Luigi XIV, non preoccupandosi affatto delle prevedibili conseguenze dell'atto, accettò senz'indugio la corona di Spagna per il nipote, allora appena diciottenne, e dapprima pensò unicamente a dargli una moglie degna. La sua scelta cadde subito sulla secondogenita del duca di Savoia Vittorio Amedeo II, che era la principessa MARIA LUISA GABRIELLA, e ciò avvenne certamente, più che per qualsiasi altra considerazione, per il desiderio che il re di Francia doveva avere di rendersi amico e partigiano il padre della principessa in questione.

Vittorio Amedeo II, fedele alla politica tradizionale della sua Casa, che gli consigliava di temporeggiare, per poi schierarsi, al momento opportuno, dalla parte che sarebbe stata favorita dalla fortuna nella guerra che insanguinava l'Europa, esitò alquanto ad accettare l'offerta di matrimonio fatta dal Re Sole; ma la sua perplessità fu di breve durata. E l'11 settembre 1701, il vecchio e sordomuto principe Emanuele Filiberto di Savoia-Carignano sposò in Torino, in nome e per conto di Filippo V re di Spagna, la cugina Maria Luisa Gabriella, che aveva soltanto tredici anni.
La cerimonia nuziale si svolse senza letizia. Il padre della Duchessa Anna, nonno della sposa, era morto da poco, e perciò la Corte era in lutto. Inoltre, Vittorio Amedeo era partito il giorno prima per il campo.

Dopo essere stata per alcuni giorni nel castello di Racconigi, Maria Luisa venne accompagnata dalla madre, dalla nonna e dal vecchio cugino fino alle falde del colle di Tenda, indi lasciò piangendo il paese nativo, e poi, accompagnata soltanto dal seguito, si recò a Nizza per imbarcarvisi sulla nave spagnola su cui l'aspettava un numerosa gruppo di cortigiani venuti da Madrid con la principessa Orsini, nominata Camarera mayor della regina adolescente, e, secondo alcuni, già amante del nuovo re di Spagna.

Malgrado l'infedeltà del marito e la sorda ostilità delle dame della Corte di Spagna, Maria Luisa di Savoia fu, per dodici anni, non solo una moglie innamorata e fedele, ma anche un aiuto efficace e sicuro per il marito stesso, i cui primi anni di regno trascorsero fra molte e gravi difficoltà. Del suo senno ella ebbe modo di dar prova fin da principio, quando Filippo V si ammalò a Barcellona, dove si era recato a presiedere una assemblea. In quella circostanza, la giovanissima regina rappresentò spesso il sovrano in importanti affari già imparando ad assolvere compiti che poi dovette assumersi a diverse riprese esercitando le funzioni di reggente.

«Maria Luisa, scrive la Saredo, aveva una particolare attitudine ad occuparsi di cose gravi e poco confacenti, per solito, al carattere femminile, mentre una dolcezza tutta femminea dava una seduzione irresistibile ai suoi modi e alle sue parole. Ella assisteva ai Consigli di Stato a fianco del Re, e quando era Reggente presiedeva gli Stati delle varie province (specie di Parlamenti), e li presiedeva tanto bene, che, la prima volta, a Saragozza, dopo aver destato un po' di diffidenza per il suo sesso e perchè giovanissima, entusiasmò gli Aragonesi, che vollero votare per lei un dono di diecimila scudi ».

E il Louville scrisse allora nelle sue Memorie segrete: « È una di quelle principesse che costituiscono un eterno rimprovero per la legge salica ».

Nel 1703, Filippo V dovette recarsi alla frontiera, perchè l'arciduca Carlo di Lorena, riconosciuto da una parte dell'aristocrazia come re di Spagna col nome di Carlo III, e protetto e spalleggiato da un potente partito, minacciava di occupare il Regno. Dopo la battaglia di Saragozza, che fu disastrosa per lui, si vide costretto a lasciare Madrid, minacciata da ogni parte e nell'impossibilità di difendersi. In quel drammatico frangente, Maria Luisa, prima di partire, si mostrò al popolo tenendo in braccio il figlioletto Luigi, e parlò con tanta grazia persuasiva e con tanto coraggio da suscitare sincero entusiasmo.

Quando poi Filippo V, dopo un periodo di esilio errabondo potè ritornare con la propria famiglia a Madrid, donde Carlo III si era allontanato, la Regina, sofferente già per la malattia che doveva condurla alla tomba, non potè seguirlo. Le angosce e i disagi dell'esilio l'avevano ridotta in condizioni penosissime, che si aggravarono quando le giunse la notizia della morte della sorella Adelaide, duchessa di Borgogna e delfina di Francia. Ella aveva da soli tre mesi data alla luce la sua terza creatura, l'infante Ferdinando, quando la sua salute comincio a peggiorare rapidamente. Morì il 14 febbraio 1714, « senza mai essersi accorta (così scrisse un suo contemporaneo) che il re l'aveva continuamente tradita con la principessa Orsini ». Venne sepolta nell'Escuriale.

La benefica influenza ch'ella esercito sul marito e sulle popolazioni a lui soggette è riconosciuta da tutti gli storici. Gli Spagnoli la rimpiansero per molto tempo, ma Filippo V si consolò presto d'averla perduta e non tardò a contrarre un secondo matrimonio.