I FATTI DI UN PERIODO TURBOLENTO CHE DIEDERO POI VITA
ALLA SCIAGURATA 1ma GUERRA MONDIALE
con
l'entrata in guerra dell'Italia contro l'Austria
preparata in gran segreto col "Patto di Londra" all'insaputa del Parlamento
decisa da un uomo solo: l'ebreo
SIDNEY SONNINO



480 pagine divise in 5 capitoli

QUI SOTTO PARTIAMO DA MOLTO LONTANO....
POI SEGUONO QUESTI CAPITOLI......

1) PERIODO 1901-1903 - SCIOPERI E QUESTIONE MERIDIONALE >>>>>>>>


2) VIENE RINNOVATA L'ALLEANZA CON L'AUSTRIA ( !!??) >>>>>>>>>>>>>

4) LA DRAMMATICA NOTIZIA CHE GIUNSE DA SARAJEVO >>>>>>>>>>>>>

5) SONNINO RIVELA CHE LA GUERRA SARA' CONTRO L'AUSTRIA >>>>>>>
UNA "VITTORIA MUTILATA" CHE FECE NASCERE IL "FASCISMO"

SEGUONO SE INTERESSATI ANCHE TUTTI I .....
"BOLLETTINI UFFICIALI DI GUERRA" DELL'INTERO PERIODO BELLICO
IN 54 CAPITOLI E CON 120 IMMAGINI
fra i quali "E ADESSO IL POVERO SOLDATO COSA FARA' >>>>>>>

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DOBBIAMO QUI APPUNTO PARTIRE DA LONTANO.
Il "Fascio Operaio" era nel 1871 un'associazione di sinistra che lottava contro la povertà dei lavoratori. Ci fu anche un periodico settimanale, che contestava le politiche del Governo. Fondatori erano Giacomo Tirale e Luigi Zambini. Nel loro programma figuravano: l'istruzione obbligatoria, la municipalizzazione dei servizi pubblici, la gestione statale delle ferrovie, l'imposta progressiva sui redditi, il miglioramento economico dei salariati.


Sorsero anche i "Fasci Siciliani" nel 1891 anche qui per iniziativa dei socialisti dentro un proletariato urbano, braccianti agricoli, minatori; ci furono anche degli scontri sociali piuttosti violenti. Temendo una insurrezione Re Umberto proclamò lo Stato D'Assedio e inviò Crispi con l'esercito dove negli scontri - usando le armi alzo zero - contro i dimostranti causò più di 100 vittime.
(((((( Il RE lo fece ancora pochi anni dopo nel 1898, inviando nei moti di Milano il generale Bava Beccaris, lui l'autore della sanguinosa repressione con le armi alzo zero sui dimostranti; anche lui con 100 morti. Fu poi anche premiato dal RE. Ma che poi Umberto pagò molto caro, cadendo sotto i colpi mortali dell'anarchico vendicatore Gaetano Bresci ))))).

Un organismo con lo stesso nome "Fascio della democrazia", era nato l'8 agosto 1883 durante i lavori del congresso tenuto a Bologna dai radicali, con la partecipazion di numerosi esponenti repubblicani e socialisti. Ma l'esperienza ebbe vita breve perché non riuscirà a raggiungere un indirizzo politico omogeneo. Il movimento allora era guidato da un comitato centrale formato dai deputati Giovanni Bovio, Felice Cavallotti e Andrea Costa. Obiettivo primario del movimento: opposizione alla politica del trasformismo di Depretis. Ma poi avvenne la trasformazione anche dentro i socialisti, nell'estrema sinistra come anche nei radicali.
Con loro ci furono le prime "Settimana Rosse", moti di piazza che pur sembrando con tutti i caratteri dell'improvvisazione e della spontaneità, sconvolsero per una settimana tutte le piazze dell'intera Italia. Impedivano qualsiasi manifestazione degli oppositori.

(come oggi fanno le "Sardine" nelle piazze: "non ti impediamo di parlare ma impediamo di ascoltarti")

Ma ben più serie furono poi quelle - del '13 -'14 e quelle del '19 (ma ne parleremo più avanti), che pur essendo rivoluzioni provinciali, guidate da duci provinciali - ( c'erano dentro i romagnoli Benito Mussolini (allora rivoluzionario) e Pietro Nenni (allora repubblicano) erano tutte animate da passioni provinciali e municipali, quasi una versione proletaria e popolaresca dei moti che nel 1830-31 che si erano avuti nelle stesse regioni contro il governo pontificio.

Se le prime nei primi anni del '900 non erano vere e proprie rivoluzioni - e per certi episodi erano state addirittura una caricatura delle medesime - tuttavia come "minacciosi sintomi" rivoluzionari in crescita apparvero a quei conservatori che della rivoluzione avevano una visione altrettanto approssimativa pari a quella di molti rivoluzionari di quei momenti. Nessuno aveva idee chiare di cosa fare. Solo chiacchere !!

Quelle del -'14 per l'imminente guerra non erano più "minacciosi sintomi", ma erano già una realtà, ed era tale che SALANDRA fece inviare ai moti delle Romagne 100.000 soldati; era tale la realtà che anche il nuovo Re, rimase fortemente impressionato dai pronunciamenti cui la "settimana rossa" aveva dato luogo.
Quest moti del ''14 erano un deciso no ai guerrafondai. La maggioranza del Paese si rese conto che gli ardori degli interventisti della guerra alle portte, erano espressione esclusiva degli interessi della grande borghesia imprenditoriale nazionale e internazionale. Mentre i più attivi contrari alla guerra furono i socialisti, con dentro anche Mussolini. Ma poi
lui improvvisamente diventato interventista ci fu una netta rottura e anche la sua espulsione dai socialisti.
La Guerra poi ci fu, anche se i socialisti continuarono a fare i disfattisti. Loro quasi godettero alla disfatta di Caporetto. "Cosa vi dicevamo? siete stati dei fessi a volerla".

SULLA PRIMA GUERRA MONDIALE
TUTTI I PARTICOLARI NEI
"BOLLETTINI DI GUERRA" DELL'INTERO PERIODO BELLICO
IN 54 CAPITOLI >>>>>>>>

 

Terminate la sciagurata guerra con una "Vittoria... mutilata", proprio per questo motivo la sinistra tornò alla ribalta. Facendosi forti soprattutto dopo la già avvenuta Rivoluzione in Russia nel '17, che - dicevano - stava ora distribuendo ai lavoratori "latte e miele". (mentre altre notizie che circolavano, parlavano di una grande mistificazione, perché in Russia stavano nascendo dei grossi e seri problemi con il bolscevismo, con la "Cacciata dei Padroni" e con il nuovo "Potere al Proletariato"!
Era questa svolta rivoluzionaria che andava auspicando la sinistra in Italia. Mentre Lenin non era ancora riuscito a far dirigere dal proletariato ignorante le fabbriche e dovette richiamare in fretta e furia ai loro posti i Zaristi se voleva sopravvivere. (ma in italia pochi sapevano di questa situazione, meno uno: Mussolini che fece anche un pungente commento "Bello i soldati uniti al popolo! Bello il collettivismo! Bello la distribuzione delle terre! Male invece i nuovi dittatori statali nelle fabbriche e nelle campagne" .

Tuttavia ci fu questo improvviso rialzare la testa della sinistra, perché nel dopoguerra la situazione in Italia era diventata molto ma molto critica: più di 5 milioni di reduci tornati dalla guerra non avevano un lavoro, altri milioni erano a spasso in quelle fabbriche - ora in crisi- che con le forniture di guerra avevano decuplicato le maestranze; erano morti al fronte 750.000 uomini lasciando le famiglie senza risorse o senza braccia; altri 1.513.000 feriti e invalidi; in più vi erano le casse vuote per le spese di guerra; e c'erano i debiti (noi vincitori (!!??) con i "vincitori") che andavano fino al 1988 !! Ed anche la piccola borghesia, la classe media che aveva sottoscritto i "Prestiti di Guerra", con le banche vuote, si ritrovò in mano solo della carta straccia. (Mussolini promise loro che la prima cosa che avrebbe fatto se andava al Governo era il rimborso dei prestiti. E infatti poi mantenne fede. E questo portò altri consensi della classe media al suo "mulino").

A quel punto occorreva una grade svolta! Non una violenza rivoluzionaria del proletariato (si sarebbe commesso l'errore di Lenin), ma "una violenza" contro la utopistica rivoluzione della sinistra. E per farla bisognava tornare a imitare il "fascisti" di un tempo, quelli dei tanti "Fasci" che erano nati nelle file dei socialisti, usando gli scioperi, le violenze, le distruzioni, in una parola: la forza!

Quei "Fasci" ricordati sopra raggruppavano gruppi politici radicali, social-rivoluzionari, e i suoi "Fascisti" erano tutti coloro che nella sinistra estrema e in quella radicale inneggiavano perennemente alla violenza di classe, promuovendo gli scioperi dei lavoratori, compiendovi atti di violenza, distruzioni. "Fascio" doveva dare l'idea di forza ed erano "Fascisti" (Socialisti) appunto quelli che ambivano alla disgregazione del capitalismo e miravano alla "lotta ai padroni". "Fascisti" era dunque un "marchio" dei socialisti.
Il temine "Fascisti" rimase anche nel 1906 quando furono fondati i Fasci Autonomi di Azione Rivoluzionaria. Ed essendoci dentro anche un giovane socialista di nome Mussolini, pure lui partecipava alle violenze di piazza (in una di queste lui e Nenni finirono anche in galera) questo perché nel DNA del suo gruppo (ripetiamo "socialista") vi erano atti di violenza "fascisti" (socialistI). E pur volendo cambiare con degli ideali tutti suoi, Mussolini diede vita ai "Fasci italiani" aggiungendovi.... "di combattimento". Che nella sostanza pure questi erano "atti di violenza".

Poi uscito polemicamente dai "Socialisti" (anzi espulso) Mussolini da vita a un "Partito...."... che chiama.... "Nazional Fascista". Lontano dai tanti Socialismi e lontanissimo (anzi acceso avversario) dei Comunisti del '21, usciti da una delle tante costole dei vari socialisti, dai "Riformisti", "Unitari", "Rivoluzionari", Proletari", "Dei Lavoratori" " Massimalisti" ecc. Tutti questi con le tante scissioni diventarono poi insignificanti nella lotta contro il "programma" di San Sepolcro di Mussolini - questo >il progamma >>>>>

Salvo UNO !! che - quando entrò in crisi il suo PCI - lanciò l' "Appello ai compagni in camicia nera" incitando i suoi "compagni" a diventare "fascisti", "Noi comunisti facciamo Nostro il Programma Fascista del 1919" - " E' ora di prendere anche noi il manganello !!!!! " - Più "fascista " di così! -- Infatti TOGLIATTI era tutt'altro un' "antifascista!!!- E non era -lo scrisse- neppure ATEO ma diventato "cristiano" . >>Circolare Togliatti >>>>>

Questo perché il programma di Mussolini del '19 - convenne Togliatti - era più realistico, meno utopistico, più riguardoso verso i 5 milioni di italiani che avevano fatto la guerra, più aperto alla "NUOVA" nascente borghesia, mentre con quella VECCHIA Mussolini fu perfino irriguardoso "avete fatto soldi con la guerra? e allora adesso dovete fare sacrifici e dovete pagare anche voi".
E questa NUOVA borghesia - se voleva vivere senza la temuta Rivoluzione - aveva una sola scelta - appoggiarlo avendo al suo fianco anche il proletariato, ormai stufo degli scioperi dove sempre di più non si otteneva nulla, solo chiacchiere dei vari sindacati in lite sempre fra di loro. Inconcludenti.
Via via quelli della nuova borghesia lo appoggiarono Mussolini, poi dal '22 in poi divennero anche tutti "Ferfidi assertori del fascismo" >>>>>>>

Solo poi con la Resistenza (e quindi a partire dal 1943) l'ideologia socialista si ritrova nella Sinistra ma per poco; iniziò una infinita serie di scissioni, riaggregazioni e successive ricomposizioni di ex. Di comunisti di sinistra e di socialisti, ma che già nel '48 alle elezioni ognuno poi andrà per la sua strada. Avevano due anime diverse.
Del resto neppure lo Stato Fascista non ebbe carattere monolitico: nelle sue strutture si trovarono a convivere fascisti in senso proprio, ma anche esponenti dell’Italia liberale, uomini che rappresentavano interessi economici, ovvero oligarchie, potentati. Un grande mix di banderuole che entrati in Parlamento con i voti del partito fascista, già subito alla sua caduta passarono ad altri partiti, perfino in quelli antifascisti. (una"moda" che - fino ad oggi - non è mai tramontata).

 

TORNIAMO A INIZIO 1900

SONO DELLE NOTE FORSE NOIOSE
MA SONO NECESSARIE
PER CAPIRE TUTTA L'INTERA POLITICA
DI PRIMA E DOPO LA 1a GUERRA MONDIALE

Due articoli, comparvero il 31 marzo 1900 dopo che il "generale" Pelloux presidente del Consiglio, a partire dal 1° marzo, aveva ripresentato il decreto del 22 giugno 1899 per convertirlo in legge; iniziarono le discussioni per le modifiche al regolamento della Camera proposte dallo stesso Pelloux il 20 giugno sempre dell''99 per impedire l'ostruzionismo.

Nel primo decreto accennato sopra vi erano anche "provvedimenti politici" sull'ordine pubblico emanati da un decreto reale, che in dieci articoli riuniva le norme relative alla pubblica sicurezza e alla stampa. Zanardelli si dimise da presidente della Camera contestando questi provvedimenti restrittivi, mentre Andrea Costa fu arrestato e incarcerato proprio per il reato di stampa. Quello stesso giorno ci fu la prima esautorazione della Camera, che con un altro "decreto regio" fu chiusa per sei giorni; motivo: per reagire all'ostruzionismo e agli incidenti. Alla riapertura del 28 giugno, per impedire la trasformazione in legge del decreto dei provvedimenti restrittivi, ci fu nuovamente l'ostruzionismo a oltranza, gazzarra, scontri fisici fra deputati e lo sfascio delle urne dei voti.

Come detto all'inizio, Pelloux il 1° marzo 1900 (nel periodo calmo quel decreto era stato poco applicato, quindi sembrò inopportuno) lo ripresentò di nuovo alla camera per conventirlo in legge. Inoltre inizia pure una discussione per modificare il regolamento della Camera, su una proposta di legge proprio per impedire l'ostruzionismo.
Il 22 marzo 1900, il deputato della destra Tommaso CAMBRAY DIGNY (approvando la conversione in legge del decreto Pelloux) presenta anche una mozione che propone altre più pesanti limitazioni alla libertà di discussione parlamentare e un rafforzamento dei poteri del presidente della Camera. ENRICO FERRI ne presenta un'altra di mozione, dichiarando che tale richiesta è incostituzionale, ma viene respinta dalla maggioranza parlamentare.

Il 24 marzo EDOARDO PANTANO, fra gli applausi di tutta l'estrema sinistra presenta una mozione in cui chiede la convocazione di un'Assemblea Costituente. Ma viene respinta dalla maggioranza parlamentare e anche la sinistra liberale si dissocia dalla richiesta. (Sinistre estreme che si faranno sempre guerra, senza mai concludere nulla. Anzi lacerandosi al loro interno fino al famoso '21 di Livorno, quando fecero nascere il Partito Comunista, che iniziava a guardare e a voler imitare anche in Italia con una rivoluzione proletaria il bolscevismo che aveva in Russia nel '17 spazzato il capitalismo zarista.

Il 29 marzo il nuovo "Regolamento della Camera" dovrebbe dare inizio alle discussione, quando all'improvviso il presidente della Camera GIUSEPPE COLOMBO, nella medesima seduta, pur avendo detto che la proposta del Digny, sarebbe stata discussa e votata nella seduta del 3 aprile, verso sera lui mette all'improvviso in votazione per alzata e seduta il nuovo regolamento; la maggioranza si alza rapidissima e Colombo giudicando valida la votazione, toglie la seduta. Per lui il nuovo regolamento è approvato e solo allora c'è costernazione e indignazione nelle file della sinistra e dell'estrema sinistra.
Questi ultimi, 160 deputati, il 3 aprile riunendosi nuovamente alla Camera, che poi abbandonarono per protesta, dichiarano di non riconoscere valida la votazione "scippata" del 29 marzo. Per nulla intimoriti i rimasti riapprovano il nuovo regolamento. Giolitti riproporrà invano il 15 aprile una commissione per fare delle modifiche. Pelloux rifiuta e insiste, e Colombo si impone di nuovo con il solito espediente (detto "voto a sorpresa").

Fra baruffe e accese polemiche si arriva al 18 aprile, quando un regio decreto scioglie le Camere e indice le elezioni per il 3-10 giugno; Pelloux spera di rafforzarsi; invece perde terreno anche se conserva una maggioranza; è una vittoria di Pirro, infatti alla prima votazione è costretto a dimettersi. Ma ecco cosa scrisse "Il Fascio", il giorno dopo il 29 marzo, cioè dopo il "voto a sorpresa".

Questo era il turbolento clima politico in Italia; e mancavano solo 90 giorni all'uccisone del re.

UNA PANORAMICA SU TUTTI I "PRIMI MINISTRI" da Cavour in poi

nome

Nasc. e Morte

coalizione

inizio incarico fine incarico
Camillo Benso conte di Cavour
(n. 1810- m.1861) destra 23/03/1861 06/06/1861
Bettino Ricasoli
1809-80 destra 12/06/1861 03/03/1862
Urbano Rattazzi
1808-73 destra 03/03/1862 08/12/1862
Luigi Carlo Farini
1812-66 destra 08/12/1862 1863
Marco Minghetti
1818-86 destra 24/03/1863 1864
Alfonso Lamarmora
1808-78 destra 28/09/1864 1865
Alfonso Lamarmora
1808-78 destra 31/12/1865 1866
Bettino Ricasoli
1809-80 destra 20/06/1866 1867
Urbano Rattazzi
1808-73 destra 10/04/1867 1867
Luigi F. Menabrea
1809-96 destra 27/10/1867 1868
Luigi F. Menabrea
" destra 05/01/1868 1869
Luigi F. Menabrea
" destra 13/05/1869 1869
Giovanni Lanza
1810-82 destra 14/12/1869 1873
Marco Minghetti
1818-86 destra 10/07/1873 18/03/1876
Agostino Depretis
1813-87 sinistra 25/03/1876 1877
Agostino Depretis
" sinistra 26/12/1877 1878
Benedetto Cairoli
1825-89 sinistra 24/03/1878 1878
Agostino Depretis
" sinistra 19/12/1878 1879
Benedetto Cairoli
1825-89 sinistra 14/07/1879 1879
Benedetto Cairoli
" sinistra 25/11/1879 1881
Agostino Depretis
1813-87 sinistra 29/05/1881 1883
Agostino Depretis
" sinistra/ trasformismo 25/05/1883 1884
Agostino Depretis
" sinistra/ trasformismo 30/03/1884 1885
Agostino Depretis
" sinistra/ trasformismo 29/06/1885 1887
Agostino Depretis
" sinistra/ trasformismo 04/04/1887 29/07/1887
Francesco Crispi
1818-01 - 07/08/1887 1889
Francesco Crispi
" - 09/03/1889 1891
Antonio di Rudiń Starrabba
1839-08 - 06/02/1891 1892
Giovanni Giolitti
1842-28 - 15/05/1892 1893
Francesco Crispi
" - 15/12/1893 1894
Francesco Crispi
" - 14/06/1894 1896
Antonio di Rudiń Starrabba
1839-08 - 10/03/1896 1896
Antonio di Rudiń Starrabba
" - 11/07/1896 1897
Antonio di Rudiń Starrabba
" - 14/12/1897 1898
Antonio di Rudiń Starrabba
" - 01/06/1898 1898
Luigi Pelloux
1839-24 - 29/06/1898 1899
Luigi Pelloux
" - 14/05/1899 1900
Giuseppe Sarracco
1821-07 - 24/06/1900 1901
Giuseppe Zanardelli
1826-03 età giolittiana 15/02/1901 29/01/1903
Giovanni Giolitti
1842-28 età giolittiana 03/02/1903 12/03/1905
Tommaso Tittoni
  età giolittiana 16/03/1905 17/03/1905
Alessandro Fortis
1842-09 età giolittiana 28/03/1905 1905
Alessandro Fortis
  età giolittiana 24/12/1905 1906
Sydney Sonnino
1847-22 età giolittiana 08/02/1906 27/05/1906
Giovanni Giolitti
1842-28 età giolittiana 28/05/1906 10/12/1909
Sydney Sonnino
1847-22 età giolittiana 11/12/1909 31/03/1910
Luigi Luzzatti
1841-27 età giolittiana 31/03/1910 02/03/1911
Giovanni Giolitti
1842-28 età giolittiana 30/03/1911 19/03/1914
Antonio Salandra
1853-31 - 21/03/1914 1914
Antonio Salandra
" - 05/11/1914 18/06/1916
Paolo Boselli
1838-32 un. naz. meno Psi 18/06/1916 29/10/1917
Vittorio Emanuele Orlando
1860-52 - 29/10/1917 23/06/1919
Francesco Saverio Nitti
1868-53 -
23/06/1919
1920
Francesco Saverio Nitti
1868-53 - 21/05/1920 15/05/1920
Giovanni Giolitti
1842-28 - 15/06/1920 04/07/1921
Ivanoe Bonomi
1873-52 - 04/07/1921 26/02/1922
Luigi Facta
1861-30 - 26/02/1922 01/08/1922
Luigi Facta
" - 01/08/1922 28/10/1922
CAPO DI GOVERNO
       
Benito Mussolini 1883-1945 PNF 30/10/1922 25/07/1943

 


I DEPUTATI
:
ecco cosa scrisse "Il Fascio"

"Ce n'è per tutti i gusti. Dal rugiadoso Pompeo Molmenti, portato a Montecitorio dalla reazione Crispi, approvata o tollerata per lo meno da Zanardelli nel 1890; dal camaleonte Ulisse Papa, dal mediocrissimo conte Giacomo Morando, il nipote di sua zia, che hanno sposato la causa della reazione, agli onor. Gorio e Massimini, che per un giorno, in un lucido intervallo, hanno perfino votato con l'Estrema Sinistra; agli onori Zanardelli, Bonardi e Castiglioni, che nella stessa giornata si sono squagliati, per evitare di compromettersi o di compromettere. E uno spettacolo quello offertoci dagli onorevoli, che desta nausea e fa pietà ad un tempo".

"Non ci meraviglia la condotta di Molmenti, il "sior" Momolo del "Fanfulla", l'organo della Corte prima e dopo la crisi parlamentare del 18 marzo 1876. Né ci sorprende quella di Ulisse Papa, un mendico che nulla può sperare da se stesso, tutto invece dallo sgoverno che sostiene; non ci riesce inaspettata quella di Morando, vecchia conoscenza dei bei tempi, quando militava apertamente fra i moderati dello stampo del famigerato Pancrazi, direttore della Gazzetta d'Italia di Firenze di non rimpianta memoria. È vero che a Brescia, a somiglianza di altri nobili, da cui magnanimi lombi discende purissimo, celeste il sangue, s'è messo, per diventare qualche cosa, fra i piedi di Zanardelli: che appena ieri l'altro, nelle elezioni del '97, agli elettori di Chiari, recitava un discorso improntato ad idee abbastanza liberali. Quel discorso, a detta di taluni, maligni indubbiamente, non era farina del suo sacco; era farina del grano dell'on. Gorio, e si comprende come il grano adoperato non fosse di quello avariato; però i voti dati poi in favore del cosacco Pelloux non furono conformi al programma, alle speranze del compilatore; furono come biscottini regalati al militarismo, preponderante nel governo da una gran dama. Quei voti denotavano l'uomo, cortigiano a Brescia, come a Milano, a Monza, a Roma; servile e retrogrado sempre.

Ma che dire degli altri ?
PELLOUX militarmente testardo e prepotente, dopo avere cercato di sopprimere le libertà politiche coi noti provvedimenti e col decretone, s'è ficcato nella sua testa l'idea di spazzar via le libertà parlamentari".

"L'Estrema Sinistra combatte con lena, con il coraggio che danno la coscienza del buon diritto e la disperazione, le misure liberticide ed antistatutarie, volute dal governo e dai suoi ispiratori alti e bassi, e ricorre all'ostruzíonismo; la maggioranza, i reazionari di tutte le gradazioni, sono impotenti a resisterle e debellarla. "Spiritus intus alit" i rappresentanti dei partiti popolari: sono essi il cuore animato, come scrive il D'Annunzio, destinato a ricevere tutti gli elementi vitali, a distribuirli e convertirli in virtù ristoratrici, fluenti per tutte le membra della patria sino alle estremità remote, con un ritmo concorde".

E ANCORA "Ebbene, quello spirito bisogna soffocarlo, perchè non si diffonda; quel cuore bisogna spezzarlo, perché non sia più organo di circolazione; ed ecco che si trovano quattordici lanzichenecchi, guidati da Cambray-Digny, pronti a proporre, come proposero nella seduta del 23 corr., una mozione, per affidare alla Commissione del Regolamento, che è presieduta dall' "ebreaccio" (così qualcuno lo chiama) Sonnino l'incarico di compilare un testo, che dovrà andare provvisoriamente in esecuzione, senza discussione e votazione, nel secondo giorno dopo la sua presentazione alla Camera.
Si voleva l'abdicazione del Parlamento; confinare i suoi diritti, i suoi poteri, le sue prerogative, la sua dignità, la libertà di discussione nel fodero della sciabola del generale Pelloux".

L'Estrema Sinistra, pigliata alla gola dalla forza bruta, alla mozione dei compari del governo, oppone la pregiudiziale, dichiarando che è incostituzionale nel suo contenuto, ingiustificata per lo scopo ed inefficace per il risultato. La pregiudiziale è respinta nella seduta del 23 con voti 132 contro 116, e nella minoranza troviamo Bonardi, Castiglioni, Gorio, Massimini, Zanardelli; nella maggioranza Molmenti, Morando, Papa.

L'Estrema Sinistra non cede, non si dà vinta per questo; propone la sospensiva della discussione sulle riforme al regolamento della Camera, e si riserva di svolgere nella discussione generale e sotto la forma di un ordine del giorno la proposta di una Costituente, che determini le basi del diritto pubblico italiano e lo metta al riparo da qualsiasi attentato: domanda che a dirimere il presente conflitto costituzionale si interroghi direttamente il popolo italiano, convocato nei suoi comizi, col metodo del Referendum. Ormai è inutile illudersi, diceva l'on. Pantano, una figura gigantesca e maschia in mezzo ai nani ed agli evirati di Montecitorio.
"Noi e voi - dicono - siamo esponenti genuini delle divisioni e dei sentimenti che regnano nel paese; la reazione da una parte, la difesa dei diritti popolari dall'altra".

Si viene ai voti nella seduta del 24, ed anche la sospensiva, com'era da aspettarsi, è respinta con voti 283 contro 176. Nella minoranza vediamo Gorio e Massimini (che torni repubblicano?); nella maggioranza, secondo il solito, Morando e Papa, mentre Zanardelli, Bonardi e Castiglioni, che tra il sì ed il no erano di parer contrario, pensarono di sgattaiolare dall'auletta. Così Giuseppe Zanardelli, dopo avere dato il proprio voto alla causa della libertà, dimostrava di non avere il coraggio di ripeterlo contro la soverchiante reazione. Non volendo compromettersi con quella che per disprezzo chiama "la piazza", nè col Quirinale: lui scappava.

E questo unicamente, perchè la motivazíone della sospensiva conteneva roba, che non aveva odore troppo ortodosso per nasi dinastici sabaudi.
Eppure era questa una buona, una solenne occasione per provare che in lui "manet immota fides nella libertà".

Zanardelli - non molti giorni prima, parlando sull'art. 1, dei provvedimenti politici, chiudeva il suo splendido discorso dichiarando che non sapeva che cosa avrebbe fatto per risparmiare al suo paese la vergogna di una legislazione reazionaria.

Ma non non ha sentito il dovere di difendere le libertà parlamentari ad ogni costo e con qualunque mezzo ?
Per non apparire connivente con la reazione fece votare Gorio e Massimini a favore dalla sospensiva; perchè a Corte non si dubitasse della sua fede monarchica, e dal paese non si credesse che i deputati bresciani lo abbandonassero nella sua condotta brancolante, trascinò con sé nella fuga Bonardi e Castiglione. Agli occhi di taluni questa sarà politica sopraffina; per altri era una colpevole irresolutezza.

Con questi metodi, con questi infingimenti Zanardelli ha lasciato che si attentasse alle libertà politiche nel Marzo 1899; e ora vedremo, grazie alle sue incertezze, alle sue titubanze, ha sacrificato le libertà parlamentari.
Fra i suoi seguaci, come fra quelli di Giolitti, vi furono i coraggiosi, che gli osservarono, che la Sinistra Costituzionale era liquidata innanzi al paese se non faceva in questo momento un atto energico in difesa delle libertà statutarie e parlamentari. Nè l'uno nè l'altro vollero saperne di essere accomunati ai "sovversivi"; si rifiutarono di dare un voto giusto, perchè credevano che altri errassero nel motivare lo stesso voto. Questo fu non solo un enorme controsenso
,
come notò il Bonacci, "é anche un caso di debolezza politica. È doloroso per noi il constatarlo; ma è purtroppo la verità "Giovanni Giolitti e Giuseppe Zanardelli avevano ritrovato in sè l'energia gagliarda degli anni giovanili, ci erano apparsi quali convalescenti che, dopo lunga malattia, ritornano alla vita col fervore di chi l'ha molto desiderata; e invece sono quasi moribondi, nei quali lo spirito, raccogliendo in una sintesi suprema tutta la vita trascorsa, dà guizzi e fiamme che hanno la durata dell'attimo. Non è la vita, è l' agonia". (Redazionale)

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SUL VOTO SORPRESA

Alcuni scrivono: "Ormai parlare di legalità è ironia feroce. Lo Statuto è violato in mille modi da una maggioranza furiosa, contro la quale, con opera di meravigliosa attività s'è schierato il manipolo dei valorosi dell'Estrema Sinistra lasciati soli nella lotta dai partiti affini i di cui uomini scappano al momento in cui la compatezza imporrebbe al governo liberticida.
Dobbiamo prepararci alle più retrive misure, perchè il concetto dei reazionari italiani è di rinforzare l'autorità Reale, e fare del regime parlamentare un regime personale, come quello di Napoleone Terzo".

Qualcun'altro scrive: "La marea sale minacciosa; il governo impazientito ed impotente dinnanzi a chi difende l'onore ed i diritti del popolo, alla violenza illegale ha unito la brutale sorpresa di un voto che macchia vergognosamente il parlamentarismo.
Il momento è solenne. La sciabola, che pende dal fianco di un soldato ha tagliato il novello nodo gordiano; i servi che usurpano il nome di rappresentanti della nazione e che attendono biechi ed ansiosi il cenno dei padroni, si sono prestati al voto di sorpresa di ieri che condurrà inevitabilmente allo strozzamento di ogni libera esplicazione della volontà sovrana del popolo".

E la nazione non si commuove ? Quale decadimento! Il silenzio suona assenso o meraviglia paurosa, od incosciente abbandono. Tutto ciò potrà parer strano, eppure è una logica conseguenza del passato: è il frutto dell'attesa paziente, astuta, insidiosa, larvata di bene che per quarant'anni ha continuamente sviato tutte le opportunità, ha lusingato l'interesse, la vanità, ha strappato a poco a poco al popolo i suoi diritti, lo ha impoverito, sferzato a sangue, ucciso, ed oggi, vincitrice, si è levata la maschera e ha mostrato le sue brutture. Concussione, regresso, mafia e camorra, ecco i quattro termini che contraddistinguono la vita italiana di questi ultimi quarant'anni, ecco i termini che contraddistinguono la maggioranza monarchica del parlamento italiano.

Scrivono: "In mezzo a tanta vergogna, un uomo nobile e franco a nome di pochi altri ha mandato un urlo potente di protesta invocando la Costituente che la monarchia da gran tempo ha dimenticato, ma che è la rivendicazione del nostro diritto, rivendicazione che venne più volte fatta dall'on. Bertani, a cominciare dalle tornate del 19 Giugno 1863, poi sino a quella del 19 Dicembre 1882 quando interrotto dal Presidente Farini che gli mostrava le tavole dei plebisciti, Bertani gli ripetè: "Ebbene! ne legga le formule e vedrà che lo Statuto non è plebiscitario".

La lotta della Sinistra Estrema valorosa è il pensiero che lotta con la forza cieca, è il progresso il quale con la forza morale tenta di opporsi all'interesse, all'ignoranza, alle ignominie del passato.
Non si può immaginare lotta più grandiosa; la dignità prostituita e forte che si trova di fronte all'onestà circondata dalla giustizia, dal diritto, da una lunga tradizione di martirio e di sacrificio.

E scrivono: "Avanti senza dubbi nè soste, qualunque sia l'esito della lotta noi siamo tranquilli poichè nè senno astuto, nè favore d'imbelli schiavi e di rappresentanti, servi alle foie liberticide di un governo soldatesco, potrà impedire ciò che la storia e la natura hanno scritto nel loro gran libro, ciò che infiamma l'animo ed abbellisce la mente dei buoni e degli onesti.
L' avvenire è assicurato alle vittorie della democrazia". (D'Artagnan)

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proseguiamo con il periodo dal 1900 al 1901

Quando avvenne l'assassinio Re UMBERTO


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RE UMBERTO - BIOGRAFIA >>>>

IL TERZO RE D' ITALIA: VITTORIO EMANUELE III >>biografia >>>



IL PROCLAMA ALLA NAZIONE
IL DISCORSO ALLA CAMERA

 

29 Luglio 1900. Era mezzanotte, quando a Roma, SARACCO, rientrando da una passeggiata serale a Piazza Colonna per prendere un po' di fresco in quell'afoso fine luglio romano, il portiere ansioso che l'aspettava sulla soglia di casa, gli diede in mano il dispaccio con la tragica notizia. Il colpo fu così tremendo che l'ottantenne vecchio barcollò. Dovettero aiutarlo a salire sulla carrozza per andare con i cavalli al galoppo al ministero degli interni.
Povero Saracco!
Il Re d'Italia era morto assassinato. L'erede era assente non si sapeva dov'era. L'Italia era senza un re. E pensare, che lui un mese prima, dopo la caduta di Pelloux, formando il governo aveva esordito dicendo "Per ora, vessati come siamo dalle cose e dal tempo, dobbiamo limitarci ad un programma minimo".

Altro che minimo! Ora sulle spalle aveva lui la più grande responsabilità. Cosa sarebbe accaduto? Una rivoluzione? Una guerra civile? La fine della monarchia?

Del resto, gli ultimi dieci anni del regno di Umberto I si erano svolti attraverso gravissimi e sanguinosi travagli. Lo Statuto Albertino pareva inadeguato, e negli ambienti parlamentari si faceva un gran parlare di Costituente.
Insomma in quei dieci anni era successo di tutto: scandali, caduta degli ideali del Risorgimento, destra in minoranza, alla Camera sempre più presenti forze disgregatrici e antiunitarie; infine c'erano state le cannonate ai moti di Milano sul popolo del "Radetzki italiano", Generale Bava Beccaris.
Il più ottimista degli osservatori, dopo quelle quattro pistolettate non si sarebbe impegnato sulla durata della monarchia in Italia.

C'era da farsi venire altro che un malore, c'era da morire dalla paura anche per uno come Saracco, nato nel lontano 1821, che ne aveva viste d'ogni sorta: le rivoluzioni, l'intero Risorgimento, e gli ultimi caotici trent'anni della politica italiana. Gli ultimi dieci poi erano stati "avventurosi" e "drammatici", e molti -rivolgendosi alle capacità dei politici di questi anni- aggiungevano sono "vergognosi", "disgustosi", "pietosi","vili","hanno il fango fino alla bocca".

Dopo la lunga politica di rilasciamento di Depretis, si era passati all'estrema destra con il pluri-voltagabbana Crispi, poi alla sinistra con Giolitti, poi ancora, dalla destra con Crispi ad una destra nominale con Di Rudinì, che allargò bruscamente i freni. Fino a che si arrivò a mettere al Governo e agli Interni (non era mai più accaduto da 30 anni) un generale: Pelloux; e agli esteri un altro militare, l'ammiraglio NAPOLEONE CANEVARO (due militari nei tre posti chiave).

Con questa scelte a che cosa si mirava? A molti era chiaro: ridurre le libertà costituzionali. A Milano c'era stato l'esempio più clamoroso, mandato proprio da Pelloux,quel BAVA BECCARIS che fece rimpiangere ai milanesi perfino l'austriaco Radetzki; con i cannoni alzo zero sulla folla, gli oscurò la fama.

In questo clima, non c'era da meravigliarsi se in giro c'era qualche cervello arroventato come il Bresci.
Un mese prima dell'attentato, tuttavia era avvenuto un piccolo mutamento di rotta. Nell'attesa di qualche schiarita, il Re aveva dato l'incarico di formare un governo proprio a SARACCO. L'80enne senatore, pur uomo di destra, era un saggio realista e avrebbe solo dovuto riempire una breve fase di transizione, forse per aprire la via ad un ritorno al liberalismo di sinistra, con uomini meno compromessi e anche un po' meno cassandre.

"Ma molti in quel momento, pensarono come lui, che quella era per i conservatori l'occasione buona per una definitiva sterzata a destra, con una completa liquidazione delle correnti di estrema sinistra che -secondo i retrivi reazionari- minacciavano da qualche tempo l'unità del paese. E dato che in quell'ora buia, era in gioco anche la stessa monarchia, "era possibile che il giovane re si lasciasse sfuggire questa occasione?"

C'erano, dunque, molte buone ragioni per stringere i freni, per limitare ancora di più certe libertà; i crespini, i pelluxiani forse appoggiati dai cannoni di Beccaris, avrebbero trionfato. Ma i colpiti, la piazza, il popolo come avrebbe reagito?

Invece non accadde nulla. Cioè secondo l'intima logica del popolo italiano, le cose cominciarono finalmente a raddrizzarsi. L'uccisione di Umberto richiamò bruscamente e tragicamente gli italiani al senso della loro responsabilità e dei loro interessi".
"E anche il giovane re fu di questo avviso. Invece della sterzata a destra, scelse la via di sinistra, in un momento in cui, di fatto se non di diritto, la sua opinione aveva valore decisivo"

Ma innanzi tutto fu la grande saggezza del vecchio ottantenne Saracco a salvare quel giorno il Paese da una guerra civile. Proviamo a pensare cosa sarebbe successo, se in quelle 48 ore di vuoto, al governo sedeva un Crispi o un Pelloux; avrebbero subito gridato "Ecco, cosa vi dicevamo! Che bisognava reprimere, reprimere, reprimere! Le nostre preoccupazioni non erano infondate!". E avrebbero aperto le caserme, messo in stato d'assedio il Paese, e con Bava Beccaris a sparare con il cannone al alzo zero, su assembramenti anche di solo tre persone e anche su conventi dei frati, come a Milano.

Invece senza la repressione, senza gli eserciti nelle strade, non accadde nulla. Poi dicono che la "piazza" non fa la politica! Semmai sono i politici che non fanno la piazza. ("Il popolo se vuole fa quello che vuole" questa è una frase proprio di Vittorio Emanuele III, in un altro fatidico giorno: 25 luglio1943. E anche allora "non accadde nulla". "bruscamente gli italiani quel giorno furono richiamati al senso della loro responsabilità"…"secondo l'intima logica del popolo italiano". La politica del "Ventennio" si squagliò come neve al sole. Dei dieci milioni, più nessuno era fascista! . "Ma anche i miei 150 mila fedelissimi arditi della guardia nazionale?" chiese con sgomento il giorno dopo il Duce defenestrato; "Si anche quelli! e molti gerarchi si sono messi già a disposizione del Re e di Badoglio" fu la risposta).

 

Dunque, l'immatura e violenta morte di Umberto I portava sul trono, a 31 anni...VITTORIO EMANUELE III

Lui era nipote di quel Vittorio Emanuele II - vedi la sua biografia >>>>

......che, irruente era sempre sceso in campo a cavallo con la spada sguainata. Ed era i nuovo Re figlio di Umberto che invece si era regolato in modo del tutto diverso; salvo quando da giovane (nel '48) fu a fianco del "battagliero" padre. Poi lui con la "bellissima" regina, con la perfetta "consorte di rappresentanza", avevano insieme . a Roma - cercato la popolarità, partecipando vivamente alla vita mondana del Paese; avevano cercato di incarnare un ideale di regalità grandiosa, pensando che nel Paese della gloria e dell'arte, la regalità dovesse essere fastosa e munifica.

Del periodo "eroico" del padre più nulla, niente battaglie, cariche di cavalleria, frasi storiche, caporali d'onore, medaglie al valore, gloriosi quadrati; in un quarto di secolo imperversò solo il "Margheritismo", dalla "pizza" al "cannolo", dal "cappellino" alla "rivista" ecc. ecc. tutte le cose preferite dalla sovrana, tutto diventava subito alla "moda di Margherita". Lei, riesumò il carnevale romano, diventò la "regina" di mille sfarzose feste; il Quirinale una grande sala da ballo, sempre più frequentata dall'aristocrazia nera romana, da tempo in quarantena a fare compagnia ai sacrestani del Papa, ma che in breve tempo perse colore, sedotta dalla effervescente sovrana che scrisse qualcuno "danza con piacere", "cammina musicalmente con certe pause magistrali, quasi wagneriane". E non erano assenti baldi ufficaili prussiani, e tipi come i Bulow, i repubblicani come Nicotera, i Poeti, i lacchè e tanti altri.

Lui, Vittorio Emanuele III, vivendo a Napoli, appartato da questa vita, con un fisico antieroico, un forte complesso d'inferiorità per la sua statura, aveva capito che quella non era né la sua strada, né la sua vita. Il pettegolezzo e la maldicenza di cui il nonno, il padre, la madre e lui stesso erano stati vittime; e introverso lo era diventato fin da bambino, e forse proprio per queste sue solitarie introspezioni fu aiutato a capire se stesso. Del resto il padre era appena un 50enne; quindi su quel trono chissà quando ci sarebbe salito.

Così distaccato dalle cose interne, quando salì sul trono in questa fatale circostanza, che doveva concepire un disprezzo sentimentale per quella caotica classe politica che il padre gli aveva lasciato in eredità, in mezzo a intrighi, scandali elettorali, bancari, clientelari e anche tante piccole miserie, che non avevano più nulla a che vedere con il patriottismo delle eroiche lotte risorgimentali; le lotte semmai da sostenere, dimenticando in blocco tutta la retorica militaresca, erano le immanenti pressioni sociali; e queste realistiche realtà il giovane Re le colse all'istante. Diremmo oggi fu comprensivo verso quel "socialismo sociale" che era nato con il Socialismo.

Non accadde nulla quei nefasti giorni, né accadde qualcosa nei successivi 12 anni; i tempi favorirono un re e un ministro (Giolitti): due geni della moderazione, che fin dal primo giorno della tragedia sdrammatizzarono ogni cosa. Fu l'incontro di due uomini e di due caratteri: un re adatto a quel ministro e un ministro adatto a quel re. Il primo aveva 31 anni l'altro 58, ma entrambi appartenevano ad una nuova generazione e ad un nuovo secolo; che guardava in avanti e non indietro.


Furono dodici anni di quasi pace operosa nella vita di una nazione; che proprio partendo dall'anno più "oscuro", iniziò ad essere una nazione moderna; con un re silenzioso e appartato e un ministro montanaro iperattivo, piccolo borghese di Mondovì Dronero, che conosceva i poveri del suo paese senza abbandonarsi al romanticismo sociale, e conosceva i ricchi che in piccoli centri come Mondovì non possono lasciarsi prendere dalla volontà di potenza. La moderazione era la costante necessaria alla provinciale società piccolo borghese di quel periodo.
E anche la vita familiare di Vittorio Emanuele III, era in un certo senso, il modello della società piccolo borghese alla quale il nuovo secolo aveva aperto le porte.

VITTORIO EMANUELe III era nato a Napoli l' 11 novembre del 1869.
Piccolo, gracile, bruttino, ma d'ingegno pronto e vivace, era stato rigidamente educato (alla prussiana) dal colonnello Egidio Osio (un ex addetto militare in Prussia). Aveva con grande profitto studiato l'italiano, il latino, il francese, l'inglese, il tedesco, la storia, la geografia, la filosofia, le scienze, la musica, il disegno, l'arte militare, il diritto civile amministrativo, costituzionale e internazionale; e si era dato con passione allo studio della numismatica, in cui più tardi doveva acquistare grande fama per la magistrale opera "Corpus Nummorum Italicorum".

Raccoglieva le monete e le descriveva in un minuzioso e scientifico catalogo.

Risero molti per quel cataloge per quella passione. Ma se i cronisti e gli storici si lasciassero guidare da un po' di curiosità umana, forse non pronuncerebbero dei giudizi così affrettati. La numismatica, è certamente, una disciplina secondaria e sussidiaria. Essa, tuttavia, coltiva ed esalta parecchie tendenze. Il numismatico si introduce nella storia delle epoche e del Paese attraverso la vita economica; le variazioni del peso e del valore lo informano con esattezza sulla maggiore o minore prosperità di un certo Paese in una certa epoca, sui suoi traffici, sui suoi costumi; la bellezza del conio e dei profili gli danno un'esatta nozione del livello di cultura, di arte e di progresso di quel Paese. Insomma, noi siamo sicuri che un valente numismatico è un uomo dotato di profonda cultura storica ed economica. E l'eloquente aspetto del carattere di Vittorio Emanuele III, è appunto questo; nella storia e nell'arte del nostro Paese egli non entrava attraverso gli eroi e gli artisti, ma attraverso le monete. E lo stesso Risorgimento lo doveva sentire non come un mito, ma come realtà storica.

Se ci fu uno che davanti ai suoi occhi vide decomporsi la mitologia del Risorgimento, che vide rimpicciolire gli uomini nei loro intrighi, brogli, scandali e piccole miserie in cui si frantumava la vita democratica, questo fu proprio Vittorio Emanuele, nei suoi primi 31 anni, stando (quasi) fuori dalla politica, ma osservandola da un posto privilegiato.

Insomma era un uomo di cultura, insolita nella sua casa; all'opposto del padre e del nonno, che si vantavano di non aver mai letto un libro; loro erano convinti che era il "diritto divino", la "provvidenza", che guidava i loro passi, quindi non c'era bisogno di letterati e ingegni umani in casa Savoia per modificare il corso della loro esistenza o la stessa storia dei Sabaudi. Le armi anche quelle le mandava Iddio, perché "… Ho spesso udito che qualche volta Dio nei suoi alti e imperscrutabili fini, qualche volta si serve di un re per castigare un papa, o un papa per castigare un re; strumento della Provvidenza usato per quei fini che superano l'umana penetrazione" (fu un concetto impavido questo espresso al Papa da Vittorio Emanuele II).

Con il suo istruttore "prussiano" sempre alle costole (che non parlava a vanvera quando diceva "Il principe può fare tutto quello che voglio io") il regale fanciullo senza compagni di giochi, fratelli o amici coetanei, il suo tutore lo trasformò in un uomo imperscrutabile, freddo e di poche parole. Era nato e vissuto a Napoli ma non aveva nulla del partenopeo. Nel 1887, diciottenne era entrato nell'esercito con il grado di sottotenente di fanteria; poi nel 1897 con il grado di tenente generale, aveva assunto il comando del X Corpo d'Armata.


Un giornalista, Scarfoglio dopo averlo visto in testa a una rivista militare scrisse "possibile che quel tenentino con un pentolino in testa debba rappresentare 25 milioni di uomini?".
Ma forse non c'era bisogno di ricordarglielo, che era piccolo, un nano quasi, se ne rendeva conto da solo: o in casa guardandosi allo specchio, o fuori guardando i suoi sottoposti quasi sempre dal basso verso l'alto.
Guglielmo per umiliarlo ancora di più lo riceveva circondandosi con ufficiali minimo alti 1,90.

Poi la svolta. Il 24 ottobre del 1896 aveva sposato la principessa Elena Petrovich del Montenegro, con un matrimonio "moltissimamente sobrio". Essendo Re di Napoli, sul "Mattino", il solito Scarfoglio, risentito, il giorno dopo titolò il suo pezzo "le nozze coi fichi secchi"… "In fin dei conti -scrisse- "piccolo o non piccolo era pur sempre il Re di Napoli che si sposava, che diamine!". Ma fu preso dagli espansivi partenopei come uno sgarbo.

La giustificazione ufficiale per quella sobrietà fu "a causa dei recenti lutti di Adua".

C'era invece dell'altro. Il matrimonio era un po' anomalo. ELENA PETROVIC-NIEGOS, era nata a Cettigne l'8 gennaio 1873, figlia di Nicola I Petrovic-Niegos, "vladika" (che si proclamerà più tardi Re nel 1910 del Montenegro nato il 25 settembre 1841 morto il 1° marzo 1921) e di Milena Petrovna Vucotic (nata il 22 aprile 1847 morta il 16 marzo 1923) . Costei, era una patrizia russa, e proprio per questo, fece studiare le sue cinque figlie nel collegio della corte imperiale e, dandosi da fare, riuscì a darle a ciascuna un marito principesco. E così ne cercò uno anche per Elena; e in Italia Crispi non aspettava altro.

Ma la famiglia era di religione ortodossa, ed essendoci ancora forti contrasti tra la Santa Sede e il Regno Sabaudo, il Vaticano si era opposto nel far precedere una cerimonia ortodossa a Cettigne. La coppia giunta in Italia per le nozze, sbarcò a Bari, dove il 19 ottobre avvenne l'abiura di Elena alla chiesa di San Nicola e abbracciò il cattolicesimo; ma il celebrante non era un'autorità della Chiesa, ma un semplice abate, PISCITELLI TALOGGI.

Ed è lo stesso abate che salirà nella Capitale, per celebrare a Roma (dopo quelle civili, e che il Vaticano ha ritenuto uno sgarbo) il 24 ottobre 1896 le nozze religiose a Santa Maria degli Angeli. Alla basilica di San Pietro, il Vaticano ha detto un bel "No". Né il Papa ha mandato una berretta cardinalizia al matrimonio, celebrato senza fasti, e con l'assenza perfino della madre della sposa, Milena, in dissidio per quella "abiura preventiva" pretesa dai Savoia o forse imposta dalla Chiesa.
Scarfoglio le chiamò "nozze coi fichi secchi"; Farini invece commentò subito al matrimonio "Officina il clero di seconda mano, o dei giorni lavorativi".

Colajanni, fece invece uscire la "Rivista Popolare" con l'editoriale in bianco, censurato. I morti di Adua c'entravano poco.

Qualche deluso nel vedere la modesta nuova principessa, scrisse "creatura dolce e gentile, ma non certo una Elena greca, infiammatrice di cuori". Né mancarono i commenti popolari "La nostra regina è sempre la più bella". In effetti la montenegrina era sì bella ma senza esagerazione, era gentile, alta e regale come persona, ma era timida e impacciata, nonostante avesse studiato allo Smolny, il collegio dell'élite imperiale russa. Ma al matrimonio la toilette della suocera Margherita surclassò quella della sposa, che fra l'altro -per la sprovvedutezza delle sue accompagnatrici montenegrine- comparve con un bouquèt fatto di crisantemi; e come ultima gaffe, l'abate celebrante ignaro del cerimoniale reale chiamò il "basso" principe, "vostra altezza..." dimenticando di far seguire il "...reale".

Eppure, fu quello, uno dei matrimoni più riusciti nella cronaca della dinastia. Le virtù di questi due sposi nessuno le ha mai messe in dubbio. Mai è colato il veleno della maldicenza su quest'unione. I due vissero insieme quarantanove anni; i primi anni in una serenità perfetta, con un ritmo di vita placida e appartata, quasi da anonimi borghesi. Poche cerimonie, niente vita mondana; lui letture, monete, fotografia e a fare con lei viaggi, tanti viaggi.
Poi… la corona turrita, con la guerra, proprio lui che non era nato e odiava fare il soldato, diventò il "Re soldato" (che sarebbe stato più giusto, dato che la retorica la detestava, parlare di "re borghese"); poi la sciagurata politica col fascismo a rotta di collo, la sua guerra alla Francia (da lui firmata e dichiarata - in virtù del suo Statuto Albertino) i successivi periodi turbolenti, poi la fine, e infine in esilio la morte in Egitto, con accanto la sua Elena.

Di Elena, Vittorio Emanuele si era innamorato veramente, e si sostenne che era stato un matrimonio "senza l'aiuto della politica". Invece questo matrimonio fu combinato da Crispi, perché quelle nozze -combinate nel '95- erano propizie per le sue trame politiche nei Balcani. Prima ancora che il Principe, incontrasse le Petrovic, le foto delle due probabili candidate spose erano già state visionate da Crispi e dai due regali genitori. La candidata non era blasonata, ma era una buona pedina del Crispi per un "trait d'union" con l'Est Europeo. Era povera, ma graziosa. Bastava ora farli incontrare. Era Elena di religione ortodossa? nessun problema, sarebbe bastato farla abiurare.

Il principe ebbe il suo primo incontro con Elena, sua sorella e sua madre alla Biennale di Venezia del '95 (le Petrovic non vi erano andate casualmente!). Poi il Principe, Elena la rivide pochi mesi dopo, nel giugno '95 a Pietroburgo, all'incoronazione di NICOLA II; "Elena fa di tutto per restare attaccata al principe" scrisse la regina di Romania. E il principe non rimase indifferente alla corte di questa ventitreenne graziosa -e alta- fanciulla; fino al punto che in quei giorni nel suo diario moscovita scrisse "Ho deciso! Me la sposo!". Il 18 agosto 1896, è a Cettigne a chiedere la mano di Elena al burbero padre. Il 19 ottobre i due fidanzati partirono per l'Italia diretti a Bari.

Celebrato il matrimonio -che abbiamo già accennato sopra- il principe, invece di mettersi a fare il soldato tutto casa e caserma e a dare ordini con quell'odioso tedesco che gli aveva insegnato il filo-prussiano Osio, diede sfogo ai suoi gusti personali con una vita raccolta e borghese, placida e appartata, nella sua residenza a Napoli, dov'era nato; niente vita mondana, niente caserme, niente divise e niente politica.
Grande appassionato di viaggi, visita la Svizzera, la Germania, la Russia, l'Inghilterra, l'Egitto, la Siria, la Palestina, la Turchia, la Grecia, la Serbia, la Romania.

In questi Paesi, a Londra, Parigi, Berlino, Pietroburgo, le visite d'obbligo lui le fa ma per dovere. Occupandosi allora i sovrani attivamente di politica estera, per ragioni di protocollo, solo loro personalmente trattavano le cose più importanti. Il Re quindi non faceva altro -se qualche volta parlava di politica- che seguire le istruzioni del suo governo, come un qualsiasi ambasciatore. Ma anche nei successivi 12 anni non risulta che V.E. III abbia mai agito in contrasto col suo governo in fatto di politica estera; come quella che fu poi portata avanti da Mussolini con Hitler. E lo poteva fare, lo Statuto Albertino glielo permetteva.

(uno Statuto che gli permise di firmare le dichiarazioni di guerra; ma con lo stesso Statuto avrebbe potuto anche rifiutarsi. Mussolini avrebbe potuto non solo fermarlo ma arrestarlo. Invece firmò. E solo quando la guerra da lui dichiarata stava diìventando una sciagura per l'Italia e forse anche per la sua Dinastia, usò il suo Statuto:, tolse i poteri a Mussolini e lo arrestò perfino. E con lo stesso Satuto l'8 settembre con l ARMISTIZIO, si sganciò dall'alleato nazista, per andare a fare (anche se non richiesto) l'alleato degli anglo-americani - Un "armistizio" che non era tale, perché le condizioni furono "Resa Incondizionata" e consegna delle 3 armi. - quello che si fa quando si vince il NEMICO. E così fu ancora chiamato l'Italia alla Conferenza di Pace a Parigi)

 

La coppia tarderà ad avere figli. E già si temeva che il cugino (dal lato paterno) Filiberto di Savoia duca d'Aosta, andato in sposo a Elena Luisa Enrichetta di Orleans (matrimonio 25 giugno 1895 - fastoso, e che non volle posticipare) diventasse lui l'erede (o la sua prole maschile nel frattempo già nata - Amedeo (nato 21 ottobre 1898) e Aimone (nato 9 marzo 1900), quando la coppia reale, con Vittorio nel frattempo diventato improvvisamente Re, dopo l'assassinio del padre Umberto, inizia la figliolanza; prima con due femmine, poi il tanto desiderato erede maschio, Umberto, poi altre due femmine
(VEDI L' INTERA DINASTIA DEI SAVOIA >>>>

Si trovava appunto in viaggio, nelle acque del Pireo, tra le Cicladi e le Sporadi a bordo dello yacht Yela, quando il principe ereditario apprese la dolorosa notizia dell'assassinio del padre. Ci vollero due giorni per rintracciarlo e appena ebbe a disposizione un telegrafo -e non aveva dunque vicino nessun uomo politico che lo consigliasse- telegrafò al presidente del consiglio per rinnovargli la sua fiducia e approvare il suo operato. Per Saracco fu un sollievo, e per entrambi, primo pensiero fu quello di rafforzare il governo che aveva, naturalmente, ricevuto una tremenda scossa. Né poteva bastare a calmare le acque la retorica che scorreva in quei giorni a fiumi sui giornali.

Il 31 luglio, verso sera, sbarcò a Reggio Calabria e raggiunse in treno Monza. Qui, il 2 agosto del 1900, il piccolo uomo giudicato fisicamente e moralmente incapace, riconfermò in carica il gabinetto Saracco, e lanciò il suo proclama alla Nazione, che riportiamo integralmente:

"Italiani ! Il secondo Re d'Italia è morto! Scampato per valore di soldato dai pericoli delle battaglie, uscito incolume per volere della Provvidenza dai rischi affrontati con lo stesso coraggio a sollievo di pubbliche sciagure, il Re buono e virtuoso è caduto vittima di un atroce misfatto, mentre nella tranquilla e balda coscienza partecipava alle gioie del suo popolo festante. A me non fu concesso di raccogliere l'estremo respiro del Padre mio. Sento però che il mio primo dovere sarà quello di seguire i paterni consigli e di imitare le sue virtù di Re e di primo cittadino d'Italia! In questo supremo momento d'intenso dolore, mi soccorre la forza che mi viene dagli esempi del mio Augusto Genitore e del Gran Re, che meritò di essere chiamato il Padre della Patria, e mi conforta la forza che ricevo dall'amore e dalla devozione del popolo italiano. Al Re venerato e rimpianto sopravvivono le istituzioni, che Egli conservò lealmente e giunse a rendere incrollabili nei ventidue anni del suo regno. Queste istituzioni, sacre a me per le tradizioni della mia Casa e per amore caldo d'Italiano, protette con mano ferma ed energica da ogni insidia o violenza, da qualunque parte esse vengano, assicureranno, ne sono certo, la prosperità e la grandezza della Patria. Fu gloria del mio Grande Avo l'aver dato agli Italiani l'unità e 1'indipendenza; fu gloria del mio Genitore, averle gelosamente custodite; la mèta del mio Regno è segnata da questi imperituri ricordi. Così mi aiuti Iddio e mi consoli l'amore del mio popolo, perché io possa consacrare ogni mia cura di Re alla tutela della libertà ed alla difesa della Monarchia, legate entrambe, con vincoli indissolubili ai supremi interessi della Patria".
"Italiani ! Date lagrime ed onore alla sacra memoria di Re Umberto I di Savoia, voi che l'amaro lutto della mia Casa dimostraste di considerare ancora una volta come lutto domestico vostro! Codesta solidarietà di pensieri e d'affetto fu e sarà sempre il baluardo più sicuro del mio Regno, la migliore guarentigia dell'unità della Patria, che si compendia nel nome augusto di Roma intangibile, simbolo di grandezza e pegno d'integrità per 1'Italia. Questa è la mia fede, la mia ambizione di cittadino e di Re!".

Poi in Senato, il "piccoletto" s'impose con un'aria così superba che nessuno gli conosceva; rifiutò il discorso redatto dal primo ministro Saracco e dal consiglio dei ministri, li ringraziò della loro fatica, e lesse quello che aveva scritto lui; che rispondeva esattamente all'idea che si era fatta sulla situazione politica, ma guardandola attentamente e con distacco dall'esterno e non dall'interno dove lui non c'era mai entrato

L' 11 agosto, VITTORIO EMANUELE III, nell'aula del Senato, prestò il giuramento quindi, spesso interrotto da applausi vivissimi, pronunziò il "suo" discorso, che è doveroso riportare interamente:
"Signori Senatori, Signori Deputati ! Il mio primo pensiero è per il Mio Popolo, ed è pensiero di amore e di gratitudine. Il Popolo che ha pianto sul feretro del Suo re; che affettuoso e fidente si è stretto attorno alla Mia Persona, ha dimostrato quali salde radici abbia nel Paese la Monarchia liberale. Da questo plebiscito di dolore traggo i migliori auspici del Mio Regno. La nota nobile e pietosa, che sgorgò spontanea dall'anima della Nazione all'annunzio del tragico evento, mi dice che vibra ancora nel cuore degli Italiani la voce del patriottismo, che inspirò in ogni tempo miracoli di valore. Sono orgoglioso di poterla raccogliere. Quando un popolo ha scritto nel libro della Storia una pagina come quella del nostro Risorgimento, ha diritto di tenere alta la fronte e di mirare alle più alte idealità. Ed è a fronte alta e mirando alle più grandi idealità che mi consacro al Mio Paese con tutta l'effusione ed il vigore di cui mi sento capace, con tutta la foga che mi danno gli esempi e le tradizioni della Mia Casa. Sacra fu la parola del Magnanimo Carlo Alberto, che elargì la libertà, sacra quella del Mio Grande Avo, che compì l'unità d'Italia. Sacra altresì la parola del Mio Augusto Genitore, che in tutti gli atti della sua vita si mostrò degno erede, delle virtù del Padre della Patria. All'opera del Mio Genitore diede ausilio ed aggiunse grazia e splendore quella della Mia Augusta Genitrice che m'istillò nel cuore e m'impresse nella mente il sentimento del dovere di Principe e di Italiano. Così all'operar mio si aggiungerà quella della Mia Augusta Consorte, che, nata anch'essa da forte prosapia, si dedicherà interamente alla Sua Patria di elezione. Dell'amicizia di tutte le Potenze abbiamo avuto eloquente prova nella partecipazione al Nostro lutto con l'intervento di Augusti Principi e di Illustri Rappresentanti; ed Io mi dichiaro a tutti che ne sono profondamente grato. L' Italia fu sempre efficace strumento di concordia, e tale sarà ancora durante il Mio Regno, nel fine comune della conservazione della pace".

"Ma non basta la pace esteriore. A noi bisogna la pace interna e la concordia di tutti gli uomini di buona volontà per rivolgere le nostre forze intellettuali e le nostre energie economiche. Educhiamo le nostre generazioni al culto della Patria, all'onesta operosità, al sentimento dell'onore; a quel sentimento cui s'ispirano con tanto slancio il Nostro Esercito e la Nostra Armata, che vengono dal Popolo e sono pegno di fratellanza, che congiunge nell'unità e nell'amore della Patria tutta intera la Famiglia Italiana. Raccogliamoci e difendiamoci con la sapienza delle leggi e con la vigorosa loro applicazione. Monarchia e Parlamento procedono solidali in quest'opera salutare. Signori Senatori, Signori Deputati! Impavido e sicuro ascendo al Trono con la coscienza dei miei diritti e doveri di Re. L'Italia abbia fede in ME come IO ho fede nei destini della Patria; e forza umana non varrà a distruggere ciò che i Nostri Padri hanno, con tanta abnegazione, edificato. È necessario vigilare e spiegare tutte le forze vive, per conservare intatte le grandi conquiste dell'unità e della Libertà, e non mi mancherà la forte iniziativa e l'energia dell'azione, per difendere vigorosamente le gloriose istituzioni del Paese, retaggio prezioso dei nostri maggiori. Cresciuto nell'amore della Religione e della Patria, invoco Dio in testimonio d ella Mia promessa, che da oggi in poi il Mio cuore, la Mia mente, la Mia vita offro alla grandezza e alla prosperità della Patria".

 

Concetti chiari e coraggiosi e così aderenti alla realtà del Paese e dell'ora, che il governo non poté che inchinarsi.
La solenne promessa di rispettare le libertà costituzionali, scaturita liberamente dal suo cervello, fatta in questo momento, significava respingere nettamente le "tesi" "reazionarie" e aderire nettamente alla "tesi" della "sdrammatizzazione".
E se molti dopo l'attentato si aspettavano una grande svolta a destra, furono tutti delusi; il Re scelse, la via (in parte da qualche tempo già tracciata) della sinistra di Giolitti e dell'ebreo Sonnino.

Prima di occuparci di questo importante mutamento della politica italiana, che inizia storicamente il 4 febbraio 1901 (quando Giolitti polemicamente interviene sullo scioglimento della Camere del lavoro di Genova, e parla di un "nuovo" governo) occupiamoci di altri fatti accaduti nel corso dell'anno e negli ultimi due mesi dell'anno in cui, nonostante nulla è cambiato alla maggioranza della Camera, vi è già la conferma di una svolta in senso liberale del governo.

DISCUSSIONE ALLA CAMERA SUL DISEGNO DI LEGGE PER LA TUTELA DEGLI EMIGRANTI
SCIOGLIMENTO DELLA CAMERA DEL LAVORO DI GENOVA E SUA RICOSTITUZIONE
DISCUSSIONE PARLAMENTARE SULLA POLITICA DEL GOVERNO
CADUTA DEL MINISTERO SARACCO.

Negli ultimi due mesi del 1900 si discussero alla Camera i bilanci. Verso la fine di novembre iniziò il dibattito su un disegno di legge di Visconti-Venosta che mirava a tutelare gli emigranti e istituiva un Commissariato dell'emigrazione. Illustrando il suo disegno, nella tornata del 27 novembre, VISCONTI-VENOSTA disse:

"L'emigrante è la merce su cui si esercita la speculazione degli intermediari. La speculazione va a cercarlo nel tugurio per fargli balenare le speranze dell'avvenire, lo accompagna e lo sfrutta fino al porto d'imbarco, lo segue nella traversata e al suo arrivo lo consegna ad un'altra speculazione, che è là ad aspettarlo, per abusare della sua inesperienza, per spingerlo agli incauti contratti, per mandarlo ad imprese talvolta destinate a disastri. E questa emigrazione non può dirsi nemmeno interamente libera".
"L'emigrante parte sotto il peso di una dura necessità: ignorante, incosciente spesso non sa nemmeno il luogo dove va; e più tardi la lontananza, la solitudine, l'impossibilità del ritorno possono fare del suo lavoro una vera schiavitù .... L'emigrazione non deve essere lasciata al regime sfrenato della speculazione, ma deve esser posta sotto il regime della tutela sociale. Accettare l'emigrazione come un fatto del nostro sviluppo economico, aiutarla, dirigerla, fare di quest'opera un grande servizio pubblico: tale è il concetto che informa il presente disegno di legge".

(LA SPECULAZIONE: vi erano note Compagnie Navali taliane che con le loro navi si offrivano ad attraversare l'oceano per tutti quelli che credevano di trovare al di là del mare il "Paradiso Terrestre", "l'Ammerica". Mentre invece - dopo aver venduto i pochi beni che possedevano - venivano sbarcati in posti infami. Solo in parte nella "promessa" "Ammerica" ma a fare le quarantene in posti ignobili, con in mano il "Libretto Rosso" che significava "essere analfabeti". Spesso venivano poi repinti ma molti non avendo più le proprietà che si era vendute in Italia, diventavano dei randagi. Anzi per certi americani erano dei "delinquenti", dei "ladri", dei "violenti". dei "mafiosi".

Il disegno sull'emigrazione fu combattuto dall'on. PANTALEONI, ma trovò un valido difensore nell'on. LUZZATTI e fu approvato.
Con la nuova legge il 31 gennaio del 1901, fu poi istituito il Commissario generale sull'emigrazione al fine di disciplinare il forte flusso migratorio. (che era avvenuto fino allora senza regole).
I dati dell'ultimo censimento, terminato, quattro giorni dopo, il 4 febbraio 1901, rivelarono che dall'ultimo censimento del 1881, erano emigrate dall'Italia 2.251.436 persone, la maggior parte - il 67% - con destinazione gli Stati Uniti.

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LO SCIOPERO IN LIGURIA

Il 20 dicembre di quello stesso anno1900, il prefetto di Genova GARRONI, avutane l'autorizzazione dal Governo, per ragioni d'ordine pubblico (c'era il sentore di qualche sciopero) sciolse la Camera del Lavoro di quella città. Una decisione governativa inopportuna. I lavoratori genovesi (guidati dalla sinistra) per protesta, proclamarono lo sciopero generale, che durò quattro giorni, poi si estese a tutta la Liguria, e fu il primo grande sciopero generale esteso ad una regione. Ebbe termine quando il Governo, preoccupato dei danni che la continuazione dello sciopero avrebbe portato al commercio e all'industria della nazione, permise la completa ricostituzione della Camera del Lavoro. Per i lavoratori fu un successo non da poco!

La condotta del Governo con quell'ordine dato al prefetto di Genova, fu aspramente rimproverata da "tutti" i partiti. Il 4 febbraio, alla Camera, provocata da una mozione dell'on. DANEO sul contegno tenuto dal Governo nello sciopero genovese, iniziò un'accesa discussione sulla politica generale del Ministero. Quasi tutti gli oratori furono concordi nel deplorarla, i conservatori chiamandola "fiacca e incerta", gli estremi dicendola "reazionaria". Questi ultimi erano anche irritati da un disegno di legge contro gli anarchici presentato al Senato.
Non erano già più i tempi di Crispi.

I discorsi più importanti furono quelli di GIOLITTI e di SONNINO, che aspiravano entrambi alla successione dell'on. Saracco. Il primo spezzò astutamente una lancia in favore delle organizzazioni operaie, e precisò il suo pensiero sull'azione che il Governo doveva svolgere di fronte ai conflitti tra capitale e lavoro. Il secondo pur proponendo qualcosa come Giolitti, fu piuttosto fumoso.

I due (aspiranti a premier) sulla stampa avevano avuto poche settimane prima uno scambio d'idee sul nuovo corso da dare alla politica.
SONNINO il 16 settembre sulla "Nuova antologia", in un articolo ("Quale agendum?") aveva delineato un programma di riforme con l'intento di trovare l'appoggio della grande maggioranza liberale. Prospettava un "governo forte", e la necessità di alcune riforme economiche, giuridiche e sociali.

GIOLITTI il 23 su "La Stampa", scrisse l'articolo "Per un programma e per la unione dei partiti liberali", gli rispondeva accettando la proposta fatta dal Sonnino di un accordo tra le forze liberali, ma riteneva troppo generiche le altre sue proposte. "La prima cosa urgente da fare - disse chiaro e tondo- era una riforma tributaria; quella era la vera causa del malcontento popolare, e anche la più pericolosa; poi molto sinteticamente aggiunse "questa riforma deve nascere dal doveroso coraggio di chiedere alle classi ricche di sopportare il peso di eventuali nuove spese".

Con questi articoli e poi con i due discorsi, l'on. SARACCO si accorse di avere contraria la maggior parte della Camera, ciononostante l'ottantenne senatore, volle difendersi strenuamente e pronunciò un discorso forte, coraggioso, abile e pieno di onesta sincerità, che sì gli procurò applausi ma non valse a salvarlo dalla caduta. Neanche Di RUDINÌ riuscì a salvare il Ministero. Gli onorevoli FULCI e MASSINI presentarono un emendamento alla mozione DANEO con il quale "non si approvava l'azione del Governo nei fatti di Genova", e il 6 febbraio del 1901 l'emendamento fu approvato dalla Camera con uno "tonfo": 318 voti contro 102.

Al Gabinetto Saracco non gli rimase altro da fare che dare le dimissioni.
Qualcosa stava insomma e comuqnue cambiando.

Ce ne occuperemo nel prossimo capitolo.

Ora torniamo a qualche mese prima della morte del Re.

Prima del "fattaccio", cioè prima dell'estate, un fatto nuovo era venuro a distrarre l'opinione pubblica.
L'eccidio degli europei in Cina.

LA RIVOLTA XENOFOBA IN CINA E L'AZIONE DELLE FORZE INTERNAZIONALE


PARTECIPAZIONE DELL'ITALIA ALLA SPEDIZIONE IN CINA --- I PARTICOLARI IN QUESTE PAGINE >>>>>


L'AZIONE DEI MARINAI E DEI SOLDATI ITALIANI NELL' ESTREMO ORIENTE
LA CONCESSIONE ITALIANA ALLE SPONDE DEL PEI--HO

Nel maggio del 1900 (due mesi prima dell'uccisione di Umberto) provocati dalla società segreta dei Boxers e del governo imperiale, scoppiarono a Pao-ting-fu, in Cina, gravissimi tumulti contro gli stranieri, che in poco tempo si estesero in quasi tutte le province cinesi del nord. Ci furono massacri orribili contro gli occidentali: frati, monache, missionari furono assaliti, uccisi, torturati, chiese e case religiose incendiate e distrutte; fu data la caccia ai bianchi e a tutti gli indigeni che avevano abbracciato il Cristianesimo; ucciso il barone VON KETTELER, ministro di Germania; assaliti a Pechino i palazzi delle legazioni estere e a tutti fu appiccato il fuoco, salvandosi solo quello della legazione inglese, dove trovarono riparo numerosi europei.

La reazione delle potenze civili fu immediata. Verso la metà di giugno navi inglesi, russe, tedesche, francesi, austriache, giapponesi ed americane, presentatesi davanti a Ta-ku ne bombardarono i forti, iniziando le operazioni contro Tien-tsin, che poi il 14 luglio fu espugnata.

Il 2 luglio il ministro degli esteri italiano aveva espresso l'ipotesi di una partecipazione alla spedizione internazionale. Ci furono interpellanze alla Camera, e Visconti Venosta sottolineò la necessità di intervenire con un corpo di spedizione. Non vi furono problemi; il 7 la Camera approvava l'invio di truppe italiane in Cina.
In poche ore l'Italia allestì e fece partire alcuni battaglioni e si mise all'opera per preparare navi ed altre truppe.
L'impressione dell'opinione pubblica fu enorme. I giornali ogni giorno in prima pagina riportavano i raccapriccianti fatti; e nonostante la recente delusione africana, la spedizione fu immediatamente popolare e accompagnata da una generale simpatia.
La forte componente emotiva c'era; le principali vittime erano missionari cattolici, monaci e monache. E proprio per questo motivo si verificò un fatto singolare. Il Papa autorizzò il vescovo di Napoli ad impartire la benedizione alle truppe partenti; che così ebbero per la prima volta nella storia dell'Italia Unita, sulla banchina l'augurio del Re e la benedizione del Papa.
In Cina gli Italiani sbarcarono il 23 agosto presso Ta-ku.

Intanto da Tien-tsin, i distaccamenti europei, giapponesi ed americani avevano iniziato a marciare su Pechino, dove entrarono il 15 agosto, costringendo la corte imperiale e le truppe cinesi a fuggire e liberando gli europei assediati nella legazione inglese e nella cattedrale di Pe-tang.
Nel medesimo tempo, d'accordo con il Giappone e gli Stati Uniti, allo scopo d' infliggere una grave punizione alla Cina, le varie potenze europee allestirono una spedizione sotto il comando del maresciallo tedesco WALDESSEE. Più che vere e proprie azioni di guerra le truppe internazionali si misero a compiere terribili rappresaglie, vendicando con altrettanti massacri i massacri dei cristiani.

Nel dicembre s'iniziarono trattative di pace, che si conclusero il 7 settembre del 1901 con un trattato con il quale il Governo cinese si obbligò ad erigere un monumento commemorativo sul luogo in cui era stato ucciso il barone VON KETTELER, a mandare a morte i principali colpevoli della rivolta xenofoba, a proibire l' importazione di armi nel territorio cinese, a pagare alle Potenze, un'indennità di 450 milioni di taels, a consentire che il quartiere delle Legazioni fosse fortificato e sorvegliato da un corpo di polizia delle Potenze, le quali ebbero la facoltà di occupare parecchi punti tra Pechino e la costa, ed infine a proibire sotto pena di morte la costituzione di società xenofobe.

All'azione delle Potenze contro la Cina, come abbiamo detto sopra, partecipò anche l'Italia. Al bombardamento e alla presa dei forti di Ta-ku presero parte le navi italiane "Elba e "Calabria. Più tardi altre navi si aggiunsero a queste due (Fieramosca, Vettor Pisani, Stromboli e Vesuvio), che furono messe sotto il comando dell'ammiraglio CANDIANI. Drappelli di marinai italiani, tra cui si distinse il tenente di vascello SIRIANNI, fornirono magnifiche prove di coraggio, di resistenza e di disciplina nel tentativo dell'ammiraglio inglese SEYMOUR di soccorrere le legazioni estere a Pechino, nella presa di Tien-tsin, nell'assedio delle legazioni e del Pe-tang e nell'occupazione di Pechino.

Alla spedizione internazionale l'Italia partecipò con due battaglioni, uno di fanteria al comando del tenente colonnello TOMMASO SALSA e uno di bersaglieri agli ordini del maggiore LUIGI AGLIARDI. Il piccolo corpo ebbe come capo supremo il colonnello VINCENZO BARIONI.

Il corpo di spedizione partito da Napoli il 13 luglio, sbarcò il 23 agosto presso Ta-ku, quindi marciò su Tien-tsin e, un mese dopo, su Pechino. Prese parte poi alle azioni di Pao-ting-fu, di Cu-nan-Shien e di Kalgan, dando prova di grandissima disciplina e di grande valore sì da meritarsi gli elogi del maresciallo Waldersee.
Infine - e questo forse è l'elogio migliore - nei saccheggi e nelle rappresaglie di ogni sorta perpetrati dalle truppe internazionali, quelle italiane furono forse le sole che non commisero abusi.

SIRIANNI, di cui abbiamo già accennato, si guadagnò per la sua bravura l'Ordine Militare di Savoia; cavaliere dello stesso ordine fu nominato il colonnello GARIONI. Degno di essere qui ricordato è il marchese SALVAGO RAGGI, ministro italiano a Pechino, che nel gennaio del 1901, fece occupare sulla sinistra del Pei-ho un territorio di circa 46 chilometri quadrati, con una popolazione di 17 mila abitanti territorio che con trattato del 7 giugno del 1902, fu concesso dal Governo cinese all' Italia.

Il 13 luglio come dicevamo sopra, si era recato a Napoli a salutare i partenti UMBERTO I, che li arringò con queste parole:

"A voi, pronti a salpare, vi porto il mio saluto, e con il mio quello della Patria bene augurante alla fortuna delle vostre armi. Non a conquista, ma solo a difesa del sacro diritto delle genti e dell'umanità calpestata voi vi recate in una lontana regione, dove la nostra bandiera è stata oltraggiata. Alla vostra missione, come già altre volte, avrete come compagni i soldati delle più potenti nazioni del mondo. Siate con loro buoni camerati, e sappiate tener alto il prestigio dell'esercito italiano e l'onore del nostro Paese. Andate dunque fiduciosi, io vi accompagno con il cuore e Iddio benedirà, la vostra impresa".

Dopo la partenza del primo convoglio il re e la regina ritornarono a Roma il giorno 19; tempo di fare i bagagli, celebrare il 20 la festa onomastica di Margherita, per poi partire per Monza dove giunsero il 21; qui avrebbero fatto una sosta una decina di giorni, per poi proseguire il 1° agosto, nella Val d'Aosta dove abitualmente passavano gran parte dell'estate.

Ma ad attendere UMBERTO I a Monza, c'era già Bresci e…la Morte.
Più il dramma di un Paese, quasi sull'orlo di una guerra civile o di una rivoluzione da qualche tempo temuta.


Abbiamo interrotto sopra, prima di questi ultimi fatti, con le dimissioni di SARACCO.
E a queste dimissioni e al nuovo governo ora dobbiamo ritornare…

 

ENTRIAMO quindi nel periodo dal 1901 al 1903

MINISTERO ZANARDELLI -

SCIOPERI E LA "QUESTIONE MERIDIONALE"
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